PASQUALE VILLARI.
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Niccol Machiavelli e i suoi tempi.
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Volume Secondo.
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1912. ULRICO HOEPLI, Editore-Libraio della Real Casa, .
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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TERZA EDIZIONE riveduta e corretta dall'Autore.
Tipografia S. Landi, Via Santa Caterina, 14. FIRENZE.
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INDICE DEL SECONDO VOLUME.
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AVVERTENZA.
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LIBRO PRIMO.
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CAPITOLO. 9.
Il Secolo di Giulio Secondo.
Le Belle Arti.
Leonardo.
Michelangelo.
Raffaello.
La nuova letteratura.
Lodovico Ariosto.
Gli scritti giovanili di Francesco Guicciardini.
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CAPITOLO. 10.
Il Machiavelli provvede all'ordinamento della Milizia.
Sua gita a Siena.
Condizioni generali dell'Europa.
Massimiliano s'apparecchia a venire in Italia, per prendere la corona imperiale.
Legazione all'Imperatore.
Scritti sulla Germania e sulla Francia.
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CAPITOLO 11.
Nuovo guasto alle campagne pisane.
Trattative con la Francia e con la Spagna.
Pisa  stretta da ogni lato.
Il Machiavelli va a Piombino per trattare della resa.
Pisa s'arrende ed  occupata dai Fiorentini.
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CAPITOLO 12.
La lega di Cambray e la battaglia d'Agnadello.
Umiliazione di Venezia.
Legazione a Mantova.
Decennale Secondo.
Piccole contrariet del Machiavelli.
Il Papa alleato di Venezia, nemico della Francia.
Ricomincia la guerra.
Terza legazione in Francia.
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CAPITOLO 13.
Gli avversar dei Soderini prendono animo.
Il Cardinale de' Medici acquista favore.
Il Soderini rende conto della sua amministrazione.
Congiura di Prinzivalle della Stufa.
Presa della Mirandola.
Concilio di Pisa.
Commissione a Pisa.
Quarta legazione in Francia.
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CAPITOLO 14.
La battaglia di Ravenna.
I Francesi si ritirano.
Pericoli della Repubblica.
Il Machiavelli provvede alla difesa.
Ordinanza a cavallo.
Gli Spagnuoli prendono e saccheggiano Prato.
Tumulto in Firenze a favore dei Medici.
Il gonfaloniere Soderini  deposto, e lascia la Citt.
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CAPITOLO 15.
Ritorno dei Medici in Firenze.
Nuova forma di governo.
Persecuzioni.
Scritti del Machiavelli ai Medici.
 deposto da tutti gli uffici.
Morte di Giulio II.
Elezione di Leone X.
Congiura e morte di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino Capponi.
Il Machiavelli  accusato d'aver preso parte alla congiura.
Messo in carcere dove riceve alcuni tratti di fune,  poi liberato.
Suoi sonetti.
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CAPITOLO 16.
Governo dei Medici in Firenze.
Strettezze del Machiavelli.
Sua corrispondenza epistolare con Francesco Vettori.
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LIBRO SECONDO.
Dal ritorno alla vita privata ed agli studi sino alla morte del Machiavelli (1513-1527).
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CAPITOLO 1.
Gli scrittori politici nel Medio Evo.
Scuola guelfa e scuola ghibellina.
San Tommaso d'Aquino ed Egidio Colonna.
Dante Alighieri e Marsilio da Padova.
Il secolo XV.
Il Savonarola e il suo libro sul governo di Firenze.
Gli eruditi ed i loro scritti politici.
Gli ambasciatori italiani e le loro legazioni.
Francesco Guicciardini.
Sua legazione nella Spagna, suoi discorsi politici, suo trattato Del Reggimento di Firenze.
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CAPITOLO 2.
Il Principe e i Discorsi.
La Riforma religiosa ed il nuovo Stato.
Paganesimo del Machiavelli.
Sua fede repubblicana.
Il Machiavelli ed Aristotele.
Lo Stato secondo il Machiavelli.
Suo metodo.
La Scienza politica in Grecia e nel Rinascimento.
I Discorsi.
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CAPITOLO 3.
Critica dei Discorsi.
Le Considerazioni del Guicciardini su di essi.
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CAPITOLO 4.
Il Principe.
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CAPITOLO 5.
I critici del Principe.
I contemporanei.
I Fiorentini dopo il 1530.
I difensori della Chiesa.
I gesuiti.
Carlo V e gli uomini di Stato.
I protestanti.
Cristina di Svezia, Federico di Prussia, Napoleone I, il principe di Metternich.
I filosofi ed i nuovi critici.
Il Ranke ed il Leo.
Il Macaulay.
Il Gervinus ed altri.
Il De Sanctis.
Il Baumgarten.
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Fine indice.
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AVVERTENZA.
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Anche a questo secondo volume debbo premettere solamente, che ho tenuto conto dei principali lavori recentemente pubblicati sul Machiavelli. Questo ha fatto di necessit procedere lentamente la stampa.
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Firenze, 11 ottobre 1912.
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LIBRO PRIMO.
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CAPITOLO 9.
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Il Secolo di Giulio II. - Le Belle Arti. - Leonardo. - Michelangelo. - Raffaello. - La nuova letteratura. - Lodovico Ariosto. - Gli scritti giovanili di Francesco Guicciardini.
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Il decennio in cui Giulio II sedette sulla sedia di San Pietro (1503-1513), fu un periodo memorabile nella storia della politica, memorabilissimo in quella della cultura italiana. Con una volont indomabile, con un impeto pi che giovanile, guidato sempre dal pensiero di riconquistare alla Chiesa le provincie che, secondo lui, le erano state usurpate; d'ingrandirne, di renderne forte e temuto lo Stato, questo Papa, che aveva gi sessanta anni, agit il mondo. Egli tenne in mano le fila della politica in tutta l'Europa, ora a vantaggio ora a danno d'Italia, che divenne il campo aperto alle grandi battaglie, le quali finirono coll'esserle cagione d'irreparabili sventure. Le proporzioni gigantesche, che questi fatti presero quasi istantaneamente, dovevano lasciare una profonda impressione nell'animo degli uomini, per poco che guardassero e meditassero su ci che intorno ad essi seguiva. Certo  che si vide allora un grande incremento nella cultura, e nuovo splendore ne ebbero le opere letterarie, massime di politica e di storia, nelle quali gl'Italiani, con insuperabile originalit, riuscirono maestri all'Europa. In verit, quando, in mezzo a quel sanguinoso cataclisma, che, incominciato colle battaglie d'Agnadello, di Ravenna, di Pavia, fin col sacco di Roma e l'assedio di Firenze, noi vediamo che si scrivono le opere del Machiavelli e del Guicciardini, possiamo riconoscere una relazione naturale fra di esse ed i grandi, sebbene dolorosi, tragici fatti, in mezzo ai quali furono composte. Ma quando vediamo che, nel medesimo tempo, si scrivono poemi come quello dell'Ariosto, commedie, novelle, satire, sonetti, poesie burlesche d'ogni sorta, allora chi pu negare che tutto ci abbia l'apparenza d'un singolare contrasto? Pure la verit , che ora appunto il Rinascimento italiano si manifesta in tutta l'infinita variet del suo splendore, il quale non solamente sfolgora nelle mille nuove forme della prosa e della poesia nazionale, ma ritrova la sua maggiore originalit nelle arti plastiche, che danno la propria impronta alla cultura di quel secolo, che travagliato da lotte feroci, fu pure essenzialmente artistico. Una nuova primavera intellettuale sembra ringiovanire la terra insanguinata, sulla quale spunta improvvisa una moltitudine di fiori non mai pi visti, dalle cui foglie emana una misteriosa fragranza, che c'inebbria anche oggi: in essi  un'armonia di forme e di colori, che lascia estatico e rapito chiunque la contempla. Mentre le furie della rapina e della guerra si scatenano da un lato, si direbbe che dall'altro una musica divina annunz che gli Dei discendono di nuovo a passeggiare fra i mortali.
I nomi di Leonardo, di Raffaello, di Michelangelo bastano certo alla gloria d'un popolo, alla grandezza d'un secolo. Con le loro mirabili opere l'Italia arriva, specialmente nella pittura, ad un'altezza cui nessun'altra nazione pot mai innalzarsi.  un'arte che, come quella della scultura greca, non nasce due volte nel mondo, perch, divenuta immortale, non si ripete n si riproduce. La culla e la scuola principale di questi artisti fu di certo Firenze; ma le loro opere pi celebri vennero da essi compiute in Roma, e quindi il secolo, pigliando nome da un Papa, fu chiamato di Leone X. Sebbene per questo Papa fosse della famiglia dei Medici, cui tanto debbono le arti belle, e fosse anch'egli un gran mecenate,  certo che usurp una gloria assai maggiore di quella che veramente gli spetti. Raffaello e Michelangelo ricevettero da Giulio II le grandi commissioni, e sotto il suo papato compierono quelle pitture, quelle sculture, che fecero di Roma un santuario dell'arte, al quale da ogni angolo della terra muovono, in continuo pellegrinaggio, i popoli civili. E Giulio II non solamente ordin e pag quelle opere immortali, ma le volle, le promosse con un ardore di cui egli solo era capace; e quindi, non senza ragione, alcuni moderni da lui e non da Leone X vollero nominare quel secolo.(1)
Delle arti belle noi non abbiamo finora tenuto parola, perch esse non ebbero sull'animo e sull'ingegno del Machiavelli un'azione visibile. In Roma egli non si ferm una sola volta a notare la grandezza dei monumenti antichi o contemporanei, che erano sotto i suoi occhi. Lo stesso silenzio serb su quelli in mezzo ai quali visse in Firenze, dove non lo troviamo mai ricordato a proposito dei grandi avvenimenti artistici, che seguirono appunto nel primo decennio del secolo. Eppure essi erano dovuti in gran parte all'iniziativa del gonfaloniere Soderini, ed il suo governo, di cui il Machiavelli fu di certo non ultima parte, dette un nuovo impulso alle arti, proteggendole con ardore, dopo che, sotto Piero de' Medici ed al tempo del Savonarola, erano state invece neglette. E non solamente alle nuove opere artistiche che si vanno ora compiendo a Firenze, in un modo o l'altro, pigliano parte, insieme col Gonfaloniere, tutto il governo, tutta la cittadinanza; ma queste opere ebbero un valore cos grande ed universale nella cultura italiana, contribuirono tanto a formare il carattere intellettuale del secolo, esercitarono una cos grande azione sulla letteratura italiana, che, indirettamente almeno, dovettero pure esercitarne una non piccola anche sulla mente del Machiavelli. Lo spirito che le animava era nell'aria stessa che si respirava. E se nelle belle arti tutto ci piglia una forma pi concreta e plastica, quindi pi visibile e intelligibile, lo studio di esse appunto perci ci apre la via a meglio comprendere e giudicare il valore e l'indole della letteratura del secolo XVI, nella quale il Machiavelli occupa un cos gran posto. Per queste ragioni dobbiamo ora fermarci un momento a parlare delle arti belle.
Nel Medio Evo esse si trovarono come riunite in una sola arte. La pittura e la scultura infatti sembravano essere un complemento dell'architettura, di cui, perdendo la propria personalit, divenivano quasi un necessario complemento nelle grandi cattedrali. In esse tutti gli artisti, che lavoravano insieme a costruirle ed ornarle, sembravano voler nascondere il proprio nome e sparire agli occhi dei posteri. Con Nicola Pisano, Giotto e Arnolfo la loro individualit apparisce finalmente chiara e ben definita; e le arti, affermando la propria indipendenza, cominciano il nuovo e glorioso cammino al tempo stesso che la nuova letteratura apparisce gi formata nella Divina Commedia: la figura colossale di Dante giganteggia su tutto. I mezzi principali con cui pi tardi, nel secolo XV, venne compiuta questa grande rivoluzione, furono lo studio del vero e dell'antichit, la quale rinacque allora fra noi potente cos nelle arti come nelle lettere. Questa rivoluzione era stata gi di lunga mano apparecchiata e resa inevitabile. Chi guarda infatti il duomo d'Arnolfo ed il campanile di Giotto, certo non ritrova ancora lo stile greco-romano del Rinascimento; ma non vede neppure quello stile gotico, che fior invece in Francia e sul Reno, ed apparisce fra di noi profondamente alterato. Si direbbe che in Italia si cercasse fin dal principio una pi solida e simmetrica ossatura classica, la quale costringeva, trasformava sostanzialmente l'architettura medioevale. Infatti i molteplici ornati, rilievi e bassorilievi di scultura, che ne costituiscono uno dei caratteri fondamentali, si mutarono in quelle incrostazioni di marmo, che, secondo l'espressione d'un moderno,(2) sono il nemico capitale del gotico. La linea orizzontale predomina, le foreste di sottili colonne si riuniscono in fasci, le fantastiche curve si semplificano, lo slancio irresistibile che sembra spingere il tempio e l'animo dei credenti verso il cielo, si arresta: anche qui lo sguardo dell'uomo  ben presto richiamato dal cielo alla terra. Da questa fusione di forme classiche e gotiche, cui s'aggiungono ancora forme orientali, il tutto mirabilmente riunito in un solo stile, in un solo pensiero artistico, nasce un'arte affatto nuova, alla quale non si pu dare che il nome d'italiana. In essa ancora non  visibile, ma gi si trova in germe quello che sar il carattere proprio del Rinascimento. Chi infatti, ponendosi a contemplare il duomo di Firenze, lo vede a un tratto incoronato dalla celebre cupola del Brunelleschi, resta maravigliato, non tanto della grande diversit dei due stili, quanto del vedere come essi armonizzino mirabilmente fra di loro. Si direbbe che le forme pur tanto pi romane e classiche della cupola, si svolgano naturalmente dal seno stesso del mirabile duomo medioevale, e che in esso si trovi sin dal principio nascosta un'altra arte, quella del Rinascimento, che prima o poi doveva di necessit venire alla luce.
 questa infatti che trionfa nel secolo XV, animata da uno spirito nuovo, che le d una fisonomia, una forma che sembra contradire a quella delle precedenti scuole italiane; ma la contradizione  solo apparente. In realt cos nell'architettura come nella pittura e scultura un'arte si svolge, nasce dall'altra, seguendo sempre la stessa guida. Il principio che le costituisce ambedue  sempre lo studio del vero e dell'antico.  il fatto identico che notammo nella letteratura, quando anche nella Divina Commedia trovammo nascosto il primo germe della erudizione umanista. Ma in questa trasformazione le arti belle non ebbero, come la letteratura, un periodo di sosta, durante il quale il predominio eccessivo del latino parve che sospendesse lo svolgimento naturale dell'italiano. Esse mutarono indirizzo, seguendo sempre il loro cammino ascendente. La pittura specialmente, favorita pi tardi anche dalla scoperta dei colori ad olio, venuti a noi dai Fiamminghi, acquist ogni giorno forza, originalit, indipendenza sempre maggiori. Essa anzi prese fra le arti sorelle il primo posto, non solo per la moltiplicit e variet infinita delle sue produzioni, non solo perch il genio italiano riusc in essa a manifestarsi pi ampiamente e compiutamente; ma ancora perch comunic, quasi impose il suo proprio carattere alle altre arti, alla letteratura stessa.
L'architettura rinacque con le forme classiche, per opera del genio del Brunelleschi, che studi a Roma i monumenti antichi, e per opera di Leon Battista Alberti, che fu anche un erudito. Le chiese per ed i palazzi che questi innalzarono, come tutti gli edifiz del Rinascimento italiano, anche quando pi s'avvicinavano all'antico, non ne furono mai una materiale riproduzione. Linee e forme, in apparenza identiche alle greche e romane, assumevano un'espressione ed un significato affatto diversi. L'ornato, con carattere sempre vario, nuovo, originale, prese un posto eminente, preponderante, perch il carattere dell'arte doveva allora essere, sempre ed in tutto, il pittoresco. La scultura fiorentina con Donatello, coi della Robbia, col Ghiberti avanz del pari, studiando l'antico, ritraendo il vero. Un'espressione di nuova giovinezza, un'insolita energia, una freschezza vergine di movimenti e di forme si moltiplicavano per tutto. Se il Brunelleschi sembra avere nei suoi ardimenti e nella severa semplicit delle linee, che sdegnano ogni gotico frastagliamento, un'anima di ferro, Donatello riesce a dare alle sue statue una forza, un'originalit e semplicit d'espressione tali, che i due artisti si possono dire fratelli in ispirito. E in Donatello si vede gi quello che apparisce pi chiaro ancora nella gentile vaghezza di Luca della Robbia, nei suoi var e variopinti ornati, il predominio costante del pittoresco. I bassorilievi delle porte del Ghiberti paiono dei quadri dipinti a chiaroscuro, quelli di Donatello s'abbassano qualche volta fino ad aver tutta l'apparenza di lavori disegnati a contorno. Alcuni ritratti scolpiti da Mino da Fiesole si direbbero dipinti dai Fiamminghi, i quali ebbero pur la loro parte nello svolgimento dell'arte italiana, molte essendo allora le relazioni commerciali fra i due popoli. Non di rado  assai visibile l'azione esercitata sugli artisti fiorentini dalle opere immortali dei fratelli van Eyck. La mescolanza di tanti e cos diversi elementi, sebbene in modo mirabile riuniti e fusi dal genio nazionale, che predomina sempre su tutto, toglie all'arte italiana quella severa unit organica, che troviamo nella greca ed anche nella gotica; ma ne risulta invece una variet infinita. E questo seguiva anche nelle lettere, e per le stesse ragioni, giacch nel nostro spirito venivano come chiamati a raccolta tutti i pi diversi sistemi di letteratura, di filosofia, di arte, di cultura, che in esso dovevano trovare unit nuova e pi generale. Si direbbe che l'Italia avesse allora una forza assimilatrice, capace di armonizzare, sotto nuova forma, tutto ci che l'Oriente e l'Occidente, il Paganesimo ed il Cristianesimo, erano stati capaci di produrre. Ma prima che, con cos diversi elementi, si riuscisse a formare un vero organismo, animato da uno spirito nuovo, vi doveva essere, e vi fu, un periodo di preparazione, in cui essi rimanevano ancora assai visibili. A poco a poco s'avvicinarono, s'unirono, ed il primo legame che incominci a fonderli insieme fu plastico, esteriore, essenzialmente artistico, descrittivo, pittorico. Sar sempre un onore immortale per l'arte e la letteratura italiana in quel secolo, l'esser divenute l'espressione, la personificazione vivente e visibile d'un vero microcosmo intellettuale. L'armonia plastica, artistica era la manifestazione dell'armonia interiore gi seguta nello spirito, la quale, in mezzo a tante calamit, veniva ad illuminare il mondo di nuova luce, a confortare gli uomini, ad annunziare la fine ormai compiuta del Medio Evo, il principio di un'ra novella. Quest'arte tuttavia non potr mai perdere del tutto la memoria della sua prima origine, dovr anzi risentirne le inevitabili conseguenze. Infatti non appena la sua forza creatrice, col decadere della nazione, s'indebolisce, comincia subito a riapparire la diversit degli elementi che la costituiscono, ed il barocco, sempre pi esagerato,  allora l'abisso in cui essa dovr, prima o poi, inevitabilmente precipitare. Ad un tale destino sembrano sfuggire del pari l'arte greca e la gotica, le quali, pi semplici, costituite da meno var e molteplici elementi, morirono di morte naturale, per esaurimento di forze, senza aver mai avuto un periodo di tumultuosa anarchia, come l'avemmo noi nel secolo del barocco.
L'arte fiorentina, specialmente la pittura del secolo XV, ci mostra chiaro l'unione, l'armonia dei diversi elementi, e la grande, ricca, infinita variet che ne risulta. Dalla profonda espressione religiosa che ammiriamo nel Trecento, dalla classica bellezza greca, dallo studio accurato del vero, che s'incontrano e si mescolano, nasce una nuova eleganza di forme ideali, che si direbbero pi che umane, se il loro fondamento, la loro visibile sorgente non fosse sempre la natura. Questo non mai pi veduto tipo di bellezza  il vero fiore della nuova arte,  la prova maggiore della sua potenza creatrice. Il primo che si presenti a noi, fra gli artisti del nuovo stile,  Masaccio (1401-28), giovane le cui opere resero subito immortale, la cui vita ci rimane per quasi del tutto ignota. Egli scomparisce ben presto dal mondo, dopo avere aperto una via per la quale tutti debbono seguirlo. Accanto a teste che sembrano fotografie dal vero, troviamo figure maestose, nobilmente avvolte in abiti, le cui larghe pieghe ricordano la toga o la clamide delle antiche statue. Il paese, l'architettura, la natura intera entrano nel quadro, e vengono a coordinarsi fra di loro, a costituire finalmente la nuova arte. Ma per un gran pezzo ancora i pittori fiorentini si danno, ciascuno, ad una parte diversa dell'arte loro, quasi a risolvere speciali problemi. Chi  inteso alla prospettiva; chi alla notomia; chi ritrae il vero con fedelt fotografica; altri studia l'antico o cerca nuovi tipi e nuove espressioni; altri pone tutta la sua cura nel comporre architetture o paesaggi, che debbono servire come fondo de' suoi quadri. Ma tutti hanno una finezza, una gentilezza, un'eleganza che dimostrano chiaro quale  il genio artistico della nazione. Fu una straordinaria fioritura di opere d'arte, che, incominciata da Firenze, s'allarg e diffuse rapidamente in tutta Italia, rianimando di novella vita ogni cosa. E ben a ragione esclama il Gregorovius: se l'Italia del Rinascimento non avesse prodotto altro che la sua pittura, questa sola basterebbe a renderla immortale.(3)
L'ardore, l'energia con cui  condotto questo grande lavoro nazionale, appariscono di giorno in giorno pi evidenti. Gli artisti vanno acquistando una libert, una potenza sempre maggiore di tutto esprimere; le loro idee, le loro creazioni si sollevano e li sollevano sempre pi in alto. L'ora solenne in cui deve nascere quella che sar veramente la grande arte del Cinquecento  vicina, e, come segue sempre nei momenti decisivi della storia, sono gi pronti e impazienti i Titani, che saranno gli autori dell'opera immortale, che l'Italia deve compiere. Tutto ora annunzia il loro rapido avvicinarsi nel mondo dell'arte, nel quale si direbbe che essi sono presenti gi prima che arrivino. E, per citare qualche esempio, noi certo non possiam dire che fra Bartolommeo della Porta (1475-1517) sia un uomo di vero genio. Egli non ha la forza d'ingegno e di fantasia, n l'originalit necessaria a ci; ma la larghezza del suo dipingere, l'armonia grandiosa e multiforme delle sue composizioni, la dolcezza delle espressioni sono gi tali, che chi guarda i suoi quadri, sente, come nel proprio spirito, l'arrivo inevitabile, fatale di Raffaello. E la grande energia con cui, nel duomo d'Orvieto, Luca Signorelli disegn; l'audacia con cui aggrupp, librandole in aria, alcune delle sue figure, fanno presentire la cappella Sistina di Michelangelo. Par che l'arte incominci essa l'opera del genio, prima che questo sia ancora comparso sulla scena. V' realmente nella storia un lavoro quasi inconsapevole di molti, che apparecchiano, spianano la via al grande uomo, il quale finalmente arriva come un conquistatore, come un trionfatore, con tutta la piena consapevolezza della sua onnipotenza. Il tempio  finito, manca ancora il Dio che lo abiti e lo illumini; ma tutto ci dice che egli  vicino. Ben presto una luce improvvisa annunzier la sua presenza.
Questa ultima, grande rivoluzione si compi tra la fine del secolo XV ed il principio del XVI, per opera principalmente di tre sommi ingegni, che noi troviamo ora a Firenze, sotto il Gonfalonierato del Soderini, occupatissimi a trasformar l'arte di fiorentina in italiana. Fra poco, per opera dei Papi, il teatro delle loro maggiori imprese sar Roma, che diverr la capitale artistica dell'Italia. Il primo che si presenti come un vero genio, capace di dare unit organica, impronta propria ed originale al lavoro gi apparecchiato dallo spirito nazionale,  Leonardo da Vinci (1452-1519). Il suo maestro, Andrea del Verrocchio, aveva una variet maravigliosa di attitudini diverse: pittore, scultore, orefice valentissimo; amava la musica, i cavalli, la scienza, e fin dalla giovent s'era occupato molto di geometria e di prospettiva. Nelle teste da lui dipinte s'ammira una grazia singolare ed uno studio d'espressione notevolissimo; ma appunto in ci il suo discepolo, anche pi di lui splendidamente dotato, lo lasciava subito di gran lunga indietro.  nota la storia dell'angelo che egli dipinse nel quadro del maestro, il quale ne rest scoraggiato. Leonardo, in vero, si presenta sin dal principio come uno di quegli uomini privilegiati dalla natura, che li manda nel mondo a compiere grandi cose. Le facolt del suo spirito erano, come le membra del suo corpo, armonicamente, mirabilmente formate. Bello e forte della persona, vinceva tutti negli esercizi ginnastici, e la sua intelligenza universale riusciva con uguale eccellenza in ogni umana disciplina. Idraulico, naturalista, inventore di macchine, matematico, vero iniziatore del metodo sperimentale, osservatore e scopritore dei fenomeni della natura,(4) scrittore di cose d'arte, artista valentissimo in tutto, ma nel dipingere sommo addirittura. La irrequietezza febbrile del suo genio gli faceva affrontar sempre nuovi e pi difficili problemi d'arte o di scienza, dei quali proseguiva lo studio con ardore indefesso, finch v'erano difficolt da superare, per abbandonarli appena s'avvedeva di averle superate.(5) Cos ci lasci un gran numero di lavori incompiuti o anche appena cominciati; e spesso bisogna cercar le pi belle idee, le maggiori scoperte di Leonardo ne' suoi numerosi taccuini d'appunti, parecchi dei quali pervennero fino a noi. Tuttavia i pochi quadri che condusse a termine, e i suoi molti disegni bastano non solo a rendere eterna la sua fama, ma anche ad accertare la grandissima azione che egli esercit sui pi celebrati artisti del suo secolo. Nello studio dell'anatomia cerc la sicura intelligenza di tutti i movimenti del corpo umano, come nel moto delle ali studi il volo degli uccelli; lavor con indicibile costanza a scoprire, ad immaginare, a ritrarre le pi varie espressioni, comiche, tragiche, severe, serene, dell'umana fisonomia. Per opera sua il disegno divenne nella scuola fiorentina, meglio che in ogni altra, il mezzo potente e indipendente d'esprimere i pi elevati pensieri, le pi riposte passioni dell'animo. Ed in quella sua finezza del disegnare e dipingere, nella verit dei ritratti, nella vivezza e novit delle espressioni, arriv a tale e tanta perizia, che il respiro sembra uscire dalla bocca de' suoi personaggi. La ricerca principale di tutta la sua vita artistica fu quella d'un tipo ideale di bellezza sovrumana, la manifestazione d'un divino sorriso, che apparisce assai spesso nelle teste da lui dipinte, e si ammirava specialmente nella Gioconda, la moglie di Francesco del Giocondo(6). Pretendono che nel ritrarla facesse sonare allegra musica,(7) per meglio promuovere in lei quel sentimento d'ideale felicit che egli andava ricercando. Nel guardarla, noi non sapevamo persuaderci che i suoi occhi non si movevano, che le sue labbra non cominciavano a parlare, tanta era la verit e la vita che l'artista era riuscito ad infonderle.
Chi esamina i taccuini di Leonardo, vi legge la storia della sua mente singolarissima. Accanto a teste ideali, che sorridono il loro ingenuo sorriso, che pur non  mai privo d'una certa ironica accortezza, si trovano le teste pi comiche, pi tragiche o pi mostruose. Ma anche in questi fantastici e bizzarri capricci, le leggi della natura sono sempre rigorosamente rispettate. Dato il pensiero, data l'intenzione della prima linea, il resto segue come per logica conseguenza; il tipo pi ideale o il pi grottesco han sempre una mirabile unit e verit artistica. Ed accanto a siffatti lavori d'arte troviamo ora il disegno d'una macchina idraulica, ora le formole d'un problema matematico, ora uno studio anatomico, e massime filosofiche, spesso copiate dagli antichi, e nuove indagini sulle fortificazioni o sulle irrigazioni, e mirabili esperienze sulla caduta dei gravi, che fanno del grande artista il precursore di Galileo. Questo spirito di universale ricerca era in lui tale, che lo spingeva a concepire le pi ardite, audaci imprese, come quella di sollevare, a forza di macchine il battistero di San Giovanni in Firenze, e l'altra di deviare il corso dell'Arno. Spesso finiva col non vedere pi confini alla potenza dell'umana ragione e della scienza, di che  prova singolare la ben nota lettera a Lodovico il Moro. La sua irrequietezza gli fece ricercare anche nuove composizioni di colori, i quali egli, come gli antichi usavano sempre, apparecchiava colle proprie mani. La chimica per essendo allora nella sua infanzia, pi d'una volta Leonardo fall lo scopo, e i suoi quadri ne restarono col tempo annebbiati, anneriti, come si vede nella Cena, che ora pur troppo  sciupata addirittura. Essa conserva ancora, sebbene assai poco visibili, alcune tracce della sua inarrivabile bellezza; ma solo coll'aiuto delle stampe si pu capire anche oggi, che  un'opera la quale basta alla gloria d'un uomo, ed incomincia un'epoca nuova nell'arte. L'effetto prodotto dalle parole di Cristo, - Uno di voi mi tradir, -  tale nella espressione diversa di tutti i dodici Apostoli, che forma per s solo un vero poema psicologico. La composizione, divisa in gruppi, due da ciascun lato del Cristo, che siede in mezzo, con una calma inalterabile, ha,  ben vero, qualche cosa di troppo ordinato, quasi di uniforme, che ricorda ancora i Quattrocentisti. Ma, come giustamente osserva un moderno, il divino di quest'opera sta appunto in ci, che tutto quello che  studiato e calcolato, apparisce come spontaneo, necessario, inevitabile. Un genio potente rivela in essa i suoi inesauribili tesori; armonizza fra loro i contrasti d'espressione che ha creati, riuscendo a dare variet anche all'apparente monotonia delle linee. E cos un soggetto, che per s lungo tempo era divenuto quasi convenzionale, riusc a un tratto originale per lo spirito potente che lo animava. La nuova pittura  ormai con questo capolavoro iniziata; essa non ha bisogno d'altro che di qualche maggiore libert e variet nel movimento delle figure, nell'aggruppamento della composizione. A ci Leonardo stesso si prov felicemente nell'Adorazione dei Magi, che trovasi a Firenze, e che egli lasci incompiuta, forse quando s'avvide d'essere gi riuscito a superare le difficolt che s'era proposte.
Le medesime difficolt affrontava, come fra poco vedremo, in un'altra sua celebre opera, che and quasi affatto perduta, e che fu da lui intrapresa quando da Milano torn a Firenze. Qui pareva allora che tutto fosse pronto per uno dei pi grandi trionfi dell'arte. Raffaello d'Urbino era partito dal suo paese, per venire l dove Michelangelo Buonarroti (1475-1564) aveva gi compiuto qualcuna delle sue opere pi belle, le quali davano anch'esse all'arte nuova la sua vera e propria fisonomia. Dopo avere studiato pittura col Ghirlandaio, e scultura nel giardino dei Medici, presso San Marco, Michelangelo in et di 23 anni appena, rivelava tutta la forza del suo genio nel gruppo della Piet, che si ammira in San Pietro a Roma. Compiuto negli anni stessi in cui Leonardo dipingeva la Cena, anch'esso ha qualche cosa che ricorda il Quattrocento, e rende visibile la parentela della nuova scuola con quella dei della Robbia, Donatello e Verrocchio, dalla quale infatti deriva. N ci fu senza qualche vantaggio. L'unit della composizione, l'originalit del concetto, l'abbandono del Cristo morto, risplendono insieme colla nobile piet della Madre, la cui espressione ha, nella sua severa mestizia, una delicatezza e gentilezza di forme, che Michelangelo non ritrov mai pi nelle sue opere posteriori, come non ritrov la stessa finitezza e castigatezza di disegno. Quest'opera lo mise d'un tratto fra i primi artisti del secolo. La lettura di Dante, le prediche del Savonarola, lo studio dell'antico, l'incremento naturale dell'arte, la fantasia irrefrenabile, potente lo spinsero sempre pi nella nuova via, nella quale col suo David, che i Fiorentini chiamarono il Gigante, egli decisamente entrava.
Tornato da Roma, dove aveva studiato assai l'arte antica, fu nel 1501 interrogato dagli Operai del duomo, se gli bastasse l'animo di cavare una statua da certo grosso blocco di marmo, che essi possedevano, e col quale parecchi altri artisti s'erano pi volte provati, senza riuscire ad altro che a correre il rischio di sciuparlo sempre pi. Lungo nove braccia, e molto stretto in proporzione della lunghezza, era come un pilastro, dentro cui non pareva che fosse possibile dar naturale movimento alla figura che se ne voleva cavare. Michelangelo, senza esitare, assunse volenteroso l'ardita impresa, che gli venne affidata dalla Repubblica nell'agosto di quell'anno, e nel gennaio del 1504 la statua, gi compiuta, aveva bisogno solamente d'essere alquanto ritoccata sul posto in cui doveva andare. Dopo lungo disputare fra i primi artisti di Firenze, che erano allora i primi del secolo, intorno al luogo dove metterla, fu accettata l'idea dell'artista, che il David cio dovesse star dinanzi al Palazzo della Signoria, l dove trovavasi allora il gruppo della Giuditta che ammazza Oloferne, opera di Donatello. I Fiorentini nel 1495, cacciati i Medici, l'avevano portata fuori della Corte del Palazzo, ponendola sulla ringhiera, con la iscrizione: Exemplum sal. pub. cives posuere MCCCCXCV, a simboleggiare la libert che ammazza la tirannide.(8) Nel 1504 la trasferirono sotto la Loggia dei Lanzi, dove si trova anch'oggi, e nel suo posto venne messo il David colla fionda, quasi a difesa del Palazzo e della Repubblica. Giuliano e Antonio da San Gallo trovarono un modo singolarmente ingegnoso per portarvelo. Infatti, anche ai nostri giorni, quando per riparare la statua dalle ingiurie crescenti del tempo, bisogn metterla altrove al coperto, le molte commissioni di scienziati e di artisti, che pi e pi volte si radunarono, dovettero finalmente decidersi, non ostante i nuovi trovati della meccanica, a ricercare e seguire il vecchio metodo dei San Gallo, che ricomparve quasi come una singolare e felice scoperta, a cui nessuno dei moderni aveva saputo pensare.(9) Tenuto sospeso, in bilico, dentro un castello di legno, in modo da poter facilmente, nel muoverlo, ceder sempre, ondeggiando, alle scosse, il Gigante venne tirato sulle ruote, e senza difficolt collocato sano e salvo al suo posto. Col Michelangelo vi dette l'ultima mano, sotto gli occhi del Soderini, che spesso veniva ad ammirarlo, non senza presumere di dar consigli, che mettevano qualche volta a dura prova la pazienza dello scultore.
Il David posa fieramente in piedi, collo sguardo fisso al nemico che ha gi colpito.  immobile ed in apparenza tranquillo; ma il respiro affannoso, ed il movimento convulso delle narici manifestano l'interna agitazione. La destra, che discende lungo il fianco, tiene ancora una pietra; la sinistra, col braccio piegato, s'innalza sulla spalla, stringendo la fionda, ed  pronta ad un secondo colpo, quando il primo non abbia raggiunto lo scopo. Cos tutta la figura pot facilmente esser cavata dal lungo ed informe blocco. Affatto nudo sta dinanzi al nostro sguardo questo colossale giovanetto, che nella sua energica semplicit d prova d'una potenza sino allora ignota nell'arte. Anche il San Giorgio di Donatello, chiuso nella sua armatura, guarda con una semplice fierezza, che fa paura. Ma esso riesce meschino accanto al Gigante, che bisogna contemplar lungamente prima che nelle sue forme grandiose, nel disegno gi un po' troppo risentito, nella calma severa e maestosa, si riveli a noi tutta quanta la potenza del genio che lo ha creato. Con questa statua ogni tradizione medioevale  spezzata, ogni forma propria del Quattrocento  sorpassata. L'antichit rinasce trasformata sostanzialmente nella nuova e spontanea creazione dell'artista moderno. Il d 8 settembre 1504 il David era esposto al pubblico, che l'acclamava pi che non fece mai per alcun'altra opera d'arte. Tutto cooperava a dargli favore agli occhi del popolo: le proporzioni colossali, la nuova via che essa apriva nella scultura, e l'esser come posta a guardia del Palazzo, a difesa della libert.
Guardando le opere posteriori di Michelangelo, si direbbe che da questo momento la figura colossale del David si ponga in moto. In esse egli studi le nuove attitudini, i movimenti artistici di quel popolo di Titani, che, sotto mille forme diverse, sembrava volesse uscire impetuoso dalla sua agitata fantasia. Michelangelo cerc assai spesso il soprannaturale, ma non pi nella sola espressione del volto, principalmente anzi nella sovrabbondanza della vita, della forza, dell'azione di tutte le membra. Fece per tutto ci un lungo, continuo, paziente studio dell'anatomia. E trascurando ora le altre commissioni, pose mano ad un'opera, che doveva essere un secondo avvenimento nella sua vita e nella storia dell'arte. Il Soderini aveva dato a lui ed a Leonardo incarico di dipingere sulle due opposte pareti principali della sala del Consiglio Grande, due affreschi. Leonardo aveva gi messo mano al suo cartone, su cui disegn la battaglia d'Anghiari, seguita il 29 giugno 1440, nella quale i Fiorentini ruppero l'esercito del duca di Milano, comandato da Niccol Piccinini, e la celebrarono poi ogni anno colle corse dei barberi. Michelangelo scelse invece un episodio della lunga guerra di Pisa. Di questi due lavori che, condotti a gara dai due grandi artisti, riuscirono di somma eccellenza, poco o nulla c' rimasto. Di quello di Leonardo, forse anzi d'una parte sola di esso(10), abbiamo una copia poco fedele, fatta dal Rubens. Il cartone di Michelangelo, durante la rivoluzione dal 1512, fu messo in brani, che andarono anch'essi perduti; ci rimangono per antiche incisioni, abbastanza fedeli, della parte principale dell'opera grandiosa.(11) In ogni modo, a giudicare cos l'uno come l'altro lavoro, bisogna aiutarsi con le descrizioni e le opinioni tramandateci dai contemporanei.
Il Buonarroti immagin l'allarme della battaglia, dato quando i Fiorentini si bagnano nel fiume Arno. Sono veramente maravigliose di movimento e bellezza le attitudini diverse con cui tutti escono in fretta, per vestirsi, mettersi l'elmo e la corazza, correre in aiuto dei compagni, che si vedono in lontananza avere gi cominciato a combattere. Il Vasari dice, che gli artisti, ammirando quest'opera condotta dalle divine mani di Michelangelo, giudicarono "non essersi mai pi veduto cosa che della divinit dell'arte, nessun altro ingegno possa arrivarla mai." E bisogna crederlo, egli prosegue, perch "tutti coloro che su quel cartone studiarono, e tal cosa disegnarono..., diventarono persone in tale arte eccellenti."(12) Il Cellini dice che questa fu la prima bella opera, in cui Michelangelo dimostr tutte le maravigliose sue virt, "con tanti bei gesti, che mai n degli antichi n d'altri moderni si vidde opera che arrivassi a cos alto segno." E la giudicava superiore perfino alla volta della cappella Sistina. Dell'altro cartone poi egli dice, che in esso "il mirabil Lionardo da Vinci aveva preso per elezione di mostrare una battaglia di cavalli, con certa presura di bandiere, tanto divinamente fatti, quanto dir si possa."(13) Anch'egli conclude che questi cartoni furono la scuola del mondo; e la tradizione conferma che su di essi studiarono moltissimi, fra cui Rodolfo Ghirlandaio, Andrea del Sarto, Francesco Granacci, Raffaello d'Urbino.(14) In essi noi non vediamo pi la calma solenne ammirata nella Piet, nel David e nella Cena; si manifestano, invece, in tutta la loro tumultuosa energia, l'azione, il movimento e la vita. Nel cartone di Leonardo era tale il furor della mischia, che non solo i cavalieri, ma i cavalli stessi combattevano, mordendosi fra di loro. In quello di Michelangelo non v'era, come si pu anche dalle incisioni vedere, una figura che non fosse un capolavoro di unit e d'azione. Il disegno era finalmente riuscito a ritrarre non solo la forma e l'espressione umana; ma il tumulto delle passioni e della vita, nella loro infinita variet. Le figure per s lungo tempo, da tante generazioni d'artisti, cos faticosamente studiate, sembrano staccarsi dalla tela per muoversi liberamente nello spazio. L'arte e l'artista hanno ritrovato tutta la loro indipendenza; Prometeo ha rapito la scintilla al sole, ed ha animato la sua statua.
Superate che ebbe le maggiori difficolt, Leonardo abbandon il suo lavoro, e si dette, secondo il solito, alla soluzione di nuovi problemi artistici. Michelangelo, invece, che pure risent l'azione del genio di lui, ed in alcuni de' propr disegni fece studio diligente d'espressioni leonardesche,(15) non ne imitava la irrequieta mutabilit. Per tutta la vita continu, invece, nella strada iniziata col cartone, nel quale aveva trovato finalmente la sua piena libert artistica, non temendo d'incontrare pi ostacoli nella forma di cui era divenuto padrone, nella materia che dominava, o nei sempre pi difficili soggetti che imprendeva a trattare. Tutto sembrava uscire adesso spontaneamente dalla sua immaginazione, che obbediva solo alle leggi dell'arte, unica dominatrice del suo pensiero. Non mancavano certo anche a lui ogni giorno difficolt nuove; ma egli era costantemente pronto a muovere assalto vittorioso contro di esse, e nella lotta trovava concepimenti e creazioni sempre pi originali. Questa tumultuosa esuberanza di vita non gli fece mai raggiungere la calma olimpica della pittura di Leonardo, n gli permise d'arrivar mai alla serena armonia della scultura greca. Anzi il germe della futura corruzione e decadenza dell'arte italiana trovasi gi nelle sue opere pi audaci, e divenne visibile negl'inesperti suoi imitatori.
Intanto era assai progredita l'educazione di Raffaello Sanzio d'Urbino (1483-1520), discepolo del Perugino, il principale rappresentante della scuola umbra. Promossa dai lavori di Giotto e de' suoi seguaci nel santuario di Assisi, non ostante le eminenti qualit proprie, essa  una derivazione dalla fiorentina, da cui ricev continuo alimento. Ed anche Raffaello, sebbene restasse sino al finire del secolo XV in Perugia, venne subito in qualche comunicazione indiretta col mondo artistico di Firenze, in conseguenza delle gite e della dimora che vi fece pi volte il suo maestro. Fin dai primi suoi lavori, Raffaello apparve poco disposto ai vincoli convenzionali del maestro, e con una delicatezza, una originalit sua propria, dimostr di saper condurre la pittura a nuovi e non sperati destini. Quando venne a Firenze (1504-6), e vide che gran cammino l'arte aveva gi fatto, sent subito direttamente gli effetti del nuovo ambiente. Lo studio che allora intraprese di Masaccio, lo avvicin al fare di Fra Bartolommeo della Porta che lo spinse d'un tratto fuori del Quattrocento. Questi, che fu il primo a comunicargli alcuni pregi della maniera di Leonardo, sapeva armonizzare maestrevolmente larghe masse d'ombra e di luce; superava gi tutti, come pi sopra osservammo, nell'architettonico aggruppamento delle figure, e nell'unit della composizione; aveva una grande larghezza di dipingere, specie nelle pieghe; una singolare dolcezza d'espressione, che l'esempio di Leonardo aveva resa anco pi soave. Miglior pi tardi il suo colorito, in conseguenza d'una gita che fece a Venezia, verso il 1508.
Gli effetti della dimora di Raffaello in Firenze si videro subito nelle sue Madonne, di cui dipinse allora un grandissimo numero, cercando in esse quell'espressione divina ed umana ad un tempo, che  uno dei pregi pi belli, e dei caratteri pi propr della sua pittura. Chi lo guarda non solo nei dipinti, ma anche nei disegni, che sono pi numerosi e spesso non meno belli, n meno originali, vede come a poco a poco la Madonna del Quattrocento, che adora il divino bambino, si umanizzi e trasformi nella madre beata di contemplare il proprio figlio: esse costituiscono un vero ciclo dell'amore materno.(16) Guardandole si vede, si sente la vicinanza di fra Bartolommeo e di Leonardo, la cui maniera apparisce anche pi chiara in alcuni ritratti, che furono con le Madonne la principale occupazione di Raffaello a Firenze: la sua Maddalena Doni ricorda la Gioconda. Quando manca davvero ogni reminiscenza di Leonardo, i ritratti che Raffaello dipinse in questo primo periodo, riescono pi deboli ed incerti. Se Michelangelo s'apparecchi alle sue grandi opere romane collo studio dell'anatomia, dell'azione e dei movimenti pi arditi, Raffaello cominci invece con quello dell'espressione e della grazia, e continuando poi collo studio dei due celebri cartoni, dei dipinti di fra Bartolommeo, spinto sopra tutto dal proprio genio, si di finalmente in Roma anch'egli alle grandi composizioni.
Certo  per che Leonardo, seguto poi subito da fra Bartolommeo, era stato il primo ad aprire la nuova via, nella quale gli altri due grandi gen rivali entrarono, percorrendola in trionfo. Egli riprendeva adesso la via dell'alta Italia; Raffaello e Michelangelo venivano invece chiamati da Giulio II a Roma. Qui s'incontrano ora e si fondono insieme la cultura antica e la nuova, il Cristianesimo ed il Paganesimo, tutte le forme diverse delle arti belle e delle lettere. Fu un momento solenne, in cui lo spirito dell'uomo sent la piena coscienza di s stesso nella variet infinita della vita intellettuale, nella derivazione del presente dal passato, nell'armonia del mondo antico e moderno. Nell'arte soprattutto si manifest un'esuberanza crescente di grandiose creazioni, quali il mondo non aveva mai viste. Apparivano di continuo nuove forme, nuove immagini, nuovi caratteri, nei quali la mitologia greca ed il sentimento cristiano, l'erudizione e l'ispirazione, il reale e l'ideale si univano a formare quelle opere immortali, nelle quali si rivelava tutta l'anima di un popolo. L'Italia diveniva come il microcosmo della civilt umana, il foco donde s'irradiava una luce che illuminava il mondo, illuminava l'avvenire. N  da maravigliarsi se in mezzo ai grandi, solenni monumenti di Roma, dinanzi alla sua Campagna, maestosa e misteriosa come il mare, che rendono meschina e intollerabile ogni cosa la quale non abbia vera grandezza, gli artisti venuti da Firenze divennero superiori a loro stessi, e manifestarono finalmente tutta quanta la loro potenza.
Raffaello era in Roma nel settembre del 1508. Egli aveva fatto le prime sue armi in alcune grandi composizioni; ma qui la fiamma gi accesa del proprio genio, mand a un tratto tutto il pi vivo splendore. Il suo fu uno spirito felice e quasi inconsapevole di s, pieno d'una spontanea armonia, che si esplic senza lotte, senza dolori, senza incertezze o ostacoli di sorta. Tutti lo amavano, tutti obbedivano al fascino della sua indole gentile. Prodigiosa era in lui la forza creatrice, ma non minore quella assimilatrice: tutto ci che la pittura italiana aveva nelle sue varie scuole fino allora prodotto, si riuniva in lui formando un'arte che egli rivestiva d'una grazia e delicatezza inarrivabili. La sua vita non fu mai una battaglia, ma una continua e tranquilla evoluzione intellettuale. La sua pittura non apparisce mai come il prodotto di uno sforzo; sembra invece emanare da un'armonia interiore, che leva in alto lo spirito dell'artista e di chi lo ammira. Noi non possiamo qui fermarci a parlar lungamente dei pi celebri dipinti di Raffaello; ma le migliori opere che da lui furono in questo decennio compiute, sono assai note, n la sua pittura ha bisogno di commenti: basta contemplarla per comprenderla. Dal 1508 al 1511 venne condotta a termine la prima delle Stanze vaticane, quella che fu detta della Segnatura. Ivi  su tutte le mura dipinto un grandioso poema: la Scuola d'Atene, la Disputa del Sacramento, il Parnaso, la rappresentazione del Diritto canonico e civile. E gli accessori, in ogni parte della Stanza, rispondono al grandioso e sintetico concetto: la Teologia, la Filosofia, la Poesia e la Giurisprudenza sono dipinte sulla volta. Riesce difficile supporre che il pensiero filosofico d'una s grande opera sia stato trovato, meditato solo da Raffaello, che allora sempre giovanissimo e tutto dato all'arte, non aveva potuto acquistar le cognizioni necessarie a determinarlo e svolgerlo cos mirabilmente. Forse vi contribu lo stesso Giulio II, che dette la commissione, ed  ritratto in uno degli affreschi; certo anche eruditi del tempo vi presero parte; ma un vero inventore non  facile trovarlo, perch in sostanza era il pensiero del secolo, divenuto creazione pittorica nella mente dell'artista. In ci sta anzi la vera originalit e individualit dell'opera, della quale nessun altro sarebbe stato capace. I sostenitori della fede che disputano intorno al Sacramento sulla presenza reale di Dio; i filosofi della Grecia che disputano sui sommi veri della scienza; Apollo e le Muse; Giustiniano, Triboniano e papa Gregorio IX si trovano riuniti in quella Stanza da un solo concetto dominatore. Essi non si presentano a noi come personalit storiche o poetiche del passato, fedelmente riprodotte; risorgono, invece, rinascono come esseri viventi e reali, al pari degli uomini in mezzo a cui ritornano. Possiam dire veramente che tutto ci che della Grecia vive e vivr nel mondo, dopo essere stato nascosto e dimenticato fra gli oscuri sofismi della scolastica, ricomparisce nella sua immortale giovinezza, illuminato dai raggi del sole italiano, il quale, spazzando le nebbie medioevali, scopre di nuovo agli occhi dei mortali le cime dell'Olimpo, che risplendono nell'azzurro del nostro cielo. E se la potenza creatrice del genio di Raffaello d a questo mondo, che egli evoca dai secoli trascorsi, e alle Divinit che richiama sulla terra, un colore proprio del suo tempo, quasi una nazionalit nuova, ci li avvicina sempre pi a noi. Cos l'arte italiana, riunendo, meglio ancora che non seppe fare la letteratura, il passato al presente, e rendendone visibile l'armonia, ci scopre negli eroi e negli Dei dell'antichit ci che essi hanno di veramente umano, e ci fa in essi trovare una parte di noi medesimi. In ci sta appunto l'indole propria di quest'arte, ci che ne determina la fisonomia ed il valore artistico.
Impossibile sarebbe descrivere colla penna tutte le opere di Raffaello, che specialmente ora si seguono con una rapidit vertiginosa. Egli  al culmine della sua altezza; si trova nel massimo vigore delle sue forze. La grandiosit delle composizioni, la nobilt dei concetti, la naturale e facile larghezza del dipingere, la variet dei tipi, la perizia nel disegno, la grazia, l'armonia dei colori gareggiano fra loro con una rapidit, cui a fatica tien dietro l'immaginazione.
Alla Stanza della Segnatura seguirono quelle di Eliodoro, dell'Incendio di Borgo, di Costantino. E intanto nelle Logge annesse nuove composizioni, rapidamente disegnate dal maestro, furono dipinte sulle vlte dagli scolari; e sulle mura rabeschi fantastici, ispirati dagli antichi, vennero da essi riprodotti sotto forme sempre varie, nelle quali lo spirito del Rinascimento manifestava un altro de' suoi mille aspetti. E quando l'artista riposava dal faticoso lavorare a fresco, era solo per dipingere ad olio sulla tavola o sulla tela altri gioielli insuperabili. Chi pu dire qual sorgente feconda d'ideale felicit sono state e saranno in eterno la Madonna della Seggiola e quella di San Sisto? In esse il tipo primitivo con tanta cura studiato, ingentilito da Raffaello a Firenze, senza nulla perdere della sua inenarrabile grazia,  divenuto pi grandioso nella composizione, pi largo nell'esecuzione.
Nel 1509 il banchiere Chigi, consigliere per le finanze di Giulio II, faceva da Baldassarre Peruzzi costruire la sua villa in Roma, e poco di poi (1514) venne Raffaello a dipingervi la Galatea, a disegnarvi la storia della Psiche, che i suoi discepoli colorirono. E la piccola villa, che oggi porta il nome di Farnesina, divenne un nuovo tempio dell'arte. Chi pot una volta rimanere lunghe ore estatico in presenza di quelle pitture, se ne allontana con un desiderio inestinguibile di rivederle, ed il solo rievocarle nella memoria sembra aver la misteriosa potenza di ristabilire in noi la turbata armonia dello spirito.
Raffaello non ripos mai finch visse; il suo genio sembrava trovar nell'indefesso lavoro energia sempre maggiore. Ma ben si esaurirono le forze del corpo, ed a trentasette anni egli moriva lavorando alla Trasfigurazione, la quale, sebbene poi condotta a termine da Giulio Romano,  pur sempre giudicata la sua opera maggiore, per la forza del disegno, l'ardire michelangiolesco delle figure, il loro vario e mirabile aggruppamento. A lungo andare egli sub l'azione prepotente del genio rivale, che spingeva l'arte ad imprese sempre pi audaci, a pi pericolose altezze, dalle quali essa doveva ben presto precipitare, quando manc la forza di coloro che avevano saputo contenerla nei suoi necessar confini.
A formarsi una giusta idea della inesauribile produttivit artistica del genio italiano nei primi decenni del secolo XVI, basta ricordarsi che nel tempo stesso in cui Raffaello dipingeva le Stanze e le Logge vaticane, Michelangelo lavorava alla vlta della Cappella Sistina. Questi aveva gi prima avuto da Giulio II la commissione di fargli un monumento sepolcrale di gigantesche proporzioni, e concep uno dei pi colossali disegni che siano mai venuti nella mente umana. Doveva essere un'epopea scolpita; rappresentare lo spirito, la potenza del Papa, in tali proporzioni da oltrepassare i limiti di ogni cosa mortale. Circa quaranta statue in marmo o in bronzo sarebbero sorte sugli scalini dell'immensa mole, in cima della quale le statue del cielo e della terra avrebbero sostenuto il sarcofago, dentro cui doveva esser posta a giacer l'immagine scolpita del Papa addormentato. E tanto l'animo di Giulio II era invasato da questa grandiosa idea, che per avere un tempio adatto a contenere il monumento, egli deliber di ricostruir dalle fondamenta San Pietro, in modo da farne la chiesa pi vasta di tutta la Cristianit. Il 18 aprile 1506, vecchio com'era, discese, non senza pericolo, per una scala a pioli, ad una grande profondit, e pose la pietra fondamentale dell'immenso edifizio, pochi avendo osato accompagnarlo. L'invidia degli emuli, la stranezza e la impazienza del Papa, che gli commetteva sempre altri lavori, costrinsero il povero Michelangelo ad interrompere di continuo la grande opera, e lo tormentarono per modo, che nelle sue lettere egli esclamava: "Sarebbe stato meglio che mi fossi messo a fare zolfanelli...; sono ogni d lapidato come se avessi crocifisso Cristo...; mi truovo avere perduta tutta la mia giovent legato a questa sepoltura." Ma il peggio di tutto fu, che la grande opera non venne mai condotta a compimento, e non ce ne restano che le statue di due prigionieri legati ed il Mos, nel quale per vive in eterno tutta l'anima dell'artista. Seduto, con una mano poggiata sulle tavole della legge, e l'altra fra la barba, che discende lunghissima, in larghi avvolgimenti, questo terribile domatore di popoli sembra guardare sdegnoso gli adoratori del vitello d'oro. La fronte bassa colle due corna simboliche, lo sguardo minaccioso, le forme colossali, tutta la figura son tali da persuadere, che se egli si leva solamente in piedi, la moltitudine spaventata si dar a fuga precipitosa: nessuno potr resistere al suo irrefrenabile sdegno.
Invece di poter condurre a termine questo monumento, Michelangelo fu costretto dal Papa a dipingere la volta della cappella Sistina, e la stessa statua del Mos solo pi tardi fu finita. Egli pose mano alla volta nel 1508, e stimolato ogni giorno dalla impazienza di Giulio II, che minacciava perfino di gettarlo gi dal palco, se non s'affrettava, verso la fine del 1509 ne scopriva una parte non piccola, e nel 1512 tutto era finito. Nulla di simile s'era mai visto al mondo: nei movimenti, nelle forme grandiose e pi che umane, nel motivo artistico di ciascuna figura v' un tale rilievo, una tale energia, che la vlta sembra sfondarsi per dar modo ai personaggi di muoversi liberamente. Alcuni s'avanzano, avvicinandosi a noi, altri invece si levano ancora pi in alto. La cappella sembra a poco a poco ingrandirsi, trasformarsi nello spazio infinito: noi non siamo pi in presenza d'un dipinto; Michelangelo ha qui evocato un popolo di giganti, vivo e vero dinanzi ai nostri occhi. I personaggi della Bibbia e della storia, dell'allegora e della tradizione sacra e pagana, rinacquero nella sua fantasia, formando quasi una nuova mitologia, un nuovo Olimpo, che, creato da un uomo, par creato da un popolo, e resta perci immortale nel regno dell'arte.
Chi getta uno sguardo a tutto l'insieme delle varie scuole, cui abbiamo rapidamente accennato, s'accorge che, mentre esse sembrano obbedir solo alla libera e quasi capricciosa ispirazione degli artisti, si succedono invece con una logica e fatale relazione fra di loro. Tutte le forme che ciascuna di esse produsse, tutto quello a cui ciascuna aspirava, si riun finalmente e si coordin nella mente dei tre grandi, di cui abbiamo parlato; penetr anche nello spirito di tutto il popolo italiano e del Papa stesso, il quale dava le grandi commissioni, animato dal comune pensiero, pigliando in quelle opere una parte vivissima, promovendole con ardore febbrile, con animo pieno di vera grandezza romana. Egli era sempre sul palco della Sistina, ed aveva fatto costruire un passaggio, che lo conduceva dal Vaticano allo studio di Michelangelo, dove si recava di continuo: pareva che fosse sua la grande responsabilit di condurre l'arte italiana a toccare la mta altissima. Ed in verit gli uomini ed i mezzi opportuni al grande scopo sembravano sorgere allora spontanei da ogni parte. A Raffaello e Michelangelo s'aggiungeva in Roma Bramante, che, sebbene non si fosse in architettura allontanato ancora dalla scuola del Quattrocento, pur la port alla sua maggiore perfezione. A lui fu da Giulio II affidata la costruzione delle Logge vaticane e del Museo, nel quale questi mand dal proprio palazzo, presso la chiesa dei SS. Apostoli, prima l'Apollo di Belvedere e poi il Laocoonte, trovato l'anno 1506 in una vigna, fra le rovine delle Terme di Tito. Pi tardi ancora si scoprirono il torso di Belvedere e l'Arianna dormente. Pareva che la terra stessa s'aprisse per far rinascere l'antichit. Al Sansovino Giulio II ordin in S. Maria del Popolo quelli che riuscirono i due pi celebri monumenti sepolcrali di Roma, l'uno pel cardinal Girolamo Basso, l'altro pel cardinal Ascanio Sforza. Qual mecenate riusc mai a fare altrettanto per l'arte, o pu anche da lontano paragonarsi a lui?
Ammirando la maravigliosa bellezza che risplende nelle opere di tanti e cos grandi artisti, si presenta continua, insistente la domanda: come mai questa potenza di elevare e purificare lo spirito umano, fu concessa ad uomini nati, educati in mezzo a tanta decadenza e corruzione morale? Noi potremmo innanzi tutto osservare come le relazioni che passano tra lo svolgimento intellettuale e morale dei popoli siano ancora troppo poco conosciute perch riesca possibile dare una risposta soddisfacente. Ricorderemo in ogni modo d'avere gi notato, che la corruzione, molto esagerata, ma pur grande ed innegabile, del Rinascimento italiano, s'era diffusa principalmente negli ordini superiori e pi culti della societ, massime negli uomini politici, ed anche in quelli di lettere; ma era penetrata assai meno che non credono gli scrittori moderni, negli ordini inferiori.(17) E ci spiega perch la storia, cos prodiga narratrice delle colpe di quel secolo, assai di rado possa ricordare fatti ingiuriosi davvero al carattere morale di coloro che arrivarono ad esser sommi nell'arte, i quali furon quasi tutti d'origine pi o meno popolare. Michelangelo, che pur discendeva da antica famiglia, nacque assai povero. Come figlio, come fratello, come cittadino, ebbe molte rare e nobili qualit, di cui fan fede le sue lettere, i suoi versi, la vita intera. Le sue amicizie sono cos fervide, che paiono innamoramenti. E chi pu non ammirarlo quando lo vede abbandonar lo scalpello, per assistere il suo servo moribondo, che egli pianse poi amaramente, consigliandone, consultandone i parenti, che lo chiamarono secondo loro padre? Fra Bartolommeo figlio d'un mulattiere, ebbe un carattere pieno di dolcezza e di benevolenza, fido e devoto ammiratore del Savonarola, animato da sincero zelo religioso. Di Leonardo, che fu figlio naturale d'un notaio; di Raffaello, che fu figlio di un pittore non molto noto, la storia, salvo, in quest'ultimo, qualche amore troppo libero e non troppo ben conosciuto, pu dir solo che li trova occupati sempre nella ricerca del bello e del vero, nella contemplazione dei pi nobili ed elevati pensieri, il che certo non poteva recar danno al loro carattere morale, che ci apparisce gentile, equanime, sereno. Corruzione vi fu senza dubbio anche fra gli artisti; dissipatissimi erano i loro costumi, infinite le loro stranezze, e le loro invidiose gelosie spesso assai meschine. Certo nessuno vorrebbe prendere a modello di condotta morale Benvenuto Cellini. Pure se noi guardiamo alla generalit degli artisti,  certo che essi ritraggono dal popolo, il quale  assai meno corrotto dei letterati e dei politici; hanno minori relazioni con la vita pubblica, che fra noi era pi guasta di tutto.(18)
Che poi la vera grandezza d'animo non fosse allora spenta fra di noi, basterebbe a provarlo Cristoforo Colombo, che nel 1504 appunto, vecchio di sessantaquattro anni, dopo aver traversato tante volte l'ignoto Oceano, sostenendo una serie di spaventose tempeste, animato da spirito religioso non meno che da passione di avventure, tornava dal suo ultimo viaggio, per chiudere gli occhi il 20 maggio del 1506. Ci che v'ha di pi grande nella sua vita, nel suo carattere veramente eroico, non  solo il coraggio che egli ebbe nell'affrontare i pericoli; la fermezza con cui seppe resistere alle derisioni, alle persecuzioni, alle calunnie, alla pi nera ingratitudine. Non meno ammirabile fu certamente la sua fede inconcussa nelle induzioni della scienza; essa gl'infuse quello spirito d'osservazione, pel quale, in mezzo alle tempeste della natura, ed alle rivolte d'infidi compagni, continuava a registrare, con calma serena, con attenzione non mai interrotta, i nuovi fenomeni che gli si presentavano; esso aliment quella forza che lo spinse con animo sicuro a navigar nell'ignoto. E questo era lo spirito vero del Rinascimento italiano, senza del quale un tale uomo non sarebbe stato possibile. L'averlo potuto allora l'Italia produrre, dimostra che, nonostante la corruzione, essa avrebbe nella propria grandezza intellettuale saputo trovar la base naturale a ricostruire un nuovo mondo morale, se le invasioni straniere non l'avessero colpita nel momento stesso della sua trasformazione, spezzando a un tratto il corso naturale degli eventi.
Certo  per che, comunque si spieghi, questo contrasto fra il progresso intellettuale e la decadenza morale, si presenta continuo, costante nei secoli XV e XVI, e noi dobbiamo esaminarlo anche nella storia della letteratura, ora che di classica ed erudita, essa diviene nazionale e moderna. Ci seguiva per opera specialmente del ferrarese Ariosto, il quale componeva in questi anni il suo Orlando Furioso, e pi di tutti contribu, secondo l'espressione del Capponi, a rendere "universale alla nazione la lingua toscana."(19) Abbiamo gi veduto come i romanzi cavallereschi del ciclo carolingio, divenuti, durante il secolo XV, popolarissimi in Toscana, ricevessero nel Morgante del Pulci la loro forma letteraria. Insieme con essi, e pi di essi, i romanzi del ciclo brettone, gli eroi della Tavola rotonda divennero popolari fra i castelli della valle del Po, dove una volta s'era scritto e cantato in provenzale, pi tardi si scrissero poesie in una forma ibrida di francese italianizzato o d'italiano infranciosato che voglia dirsi, la quale fu per ben presto eliminata dal rapido prevalere dell'italiano e del latino. Pi tardi ancora gli eruditi fecero di Ferrara il gran centro da cui la cultura classica s'irradi nell'Italia superiore. Contribuirono a ci gli Este, l'Universit, sopratutto Guarino Veronese colla sua febbrile attivit, coi suoi molti alunni, che diffusero largamente lo studio del greco e del latino. Da questa doppia corrente, quasi mescolanza di classico e di romanzesco, come a Firenze era sorto il Morgante del Pulci, cos a Ferrara sorse l'Orlando Innamorato del Boiardo. Dotto nelle due lingue classiche; grande ammiratore dei romanzi cavallereschi; singolarmente, quasi stranamente fiducioso nel risorgimento della cavalleria, egli compose il suo poema, innestando il ciclo brettone sul carolingio, con vera fantasia ed originalit poetica. Tali furono gli antecedenti dell'Ariosto in Ferrara, divenuta emula di Firenze, nuova culla della poesia e cortesia cavalleresca.
Le vie, le case della citt, specialmente il castello ducale, non eran per solo un tranquillo ricetto di pacifici stud, ma scene ancora di atroci delitti. Alfonso I, proclamato signore nel 1505, era un capitano esperto, che fondeva le migliori artiglierie d'Europa; protettore degli artisti e dei poeti, ma di un'indole cupa e feroce. Aveva menato in moglie Lucrezia Borgia, la quale, per paura o prudenza o per le mutate condizioni, sembrava divenuta adesso un'altra donna. Frequentava le chiese; donava ai poveri; promoveva pie fondazioni; viveva in mezzo ai letterati, che ne lodavano la bellezza, la castit, la santit e la dottrina. Ma, quasi fosse destino fatale del suo nome e del sangue che le scorreva nella vene, anche allora seguirono intorno a lei strane, orrende tragedie. Una sua damigella, Angiola Borgia, che ella aveva condotta da Roma, era corteggiata da due fratelli del Duca, l'uno il bastardo don Giulio, l'altro il cardinale Ippolito. Questi, che a sette anni era vescovo, a quattordici cardinale, invece della chiesa amava la caccia, la guerra, le donne ed il lauto banchettare, a segno tale che in et di quarantun'anno mor per avere, secondo si narra, mangiato troppi gamberi, e bevuto troppa vernaccia, vino che teneva sempre in fresco nella sua cantina. Era tanto impetuoso, che fece prendere a bastonate un messo il quale gli avea portato un monitorio di Giulio II. Quando l'Angiola Borgia disse ad un tale uomo, di non saper resistere al fascino che avevano gli occhi del rivale fratello, egli lo aspett, fra quattro sgherri, a Belriguardo, al ritorno dalla caccia, e col, dopo averlo in sua presenza fatto stramazzar dal cavallo, gli fece cavar gli occhi. Il Duca and in furore; ma ben presto si calm, perdonando facilmente il delitto del fratello, essendo egli inesorabile solo coi parenti che aspiravano a levargli il potere, cosa impossibile ad un cardinale. Il bastardo don Giulio ardeva per del desiderio della vendetta. Aveva ricuperato un occhio che gli sgherri non erano del tutto riusciti a staccare dall'orbita; e si un coll'altro fratello Ferrante, che aspirava alla signoria della citt, accordandosi con lui per ammazzare il Cardinale ed il Duca (1506). La congiura per venne scoperta; don Giulio fugg subito a Mantova, ma don Ferrante ebbe l'ingenuit di gettarsi ai piedi del Duca, che fu questa volta inesorabile. Con una bacchetta che aveva in mano, gli cav subito un occhio, dicendo di volerlo render simile al complice fratello. Poi lo mise in carcere, dove mor, e dove pi tardi fu messo anche don Giulio, che solo nel 1559 venne liberato da Alfonso II. Tre dei confidenti furono squartati; i brani dei loro corpi vennero attaccati alle porte del castello; le teste conficcate su tre lance, ed esposte al pubblico. Il prete Gianni, anch'egli della congiura, non fu ucciso, perch prete, ma venne chiuso in una gabbia di ferro sospesa alla torre, e cos abbandonato al disprezzo universale. Dopo sette giorni il Duca lo fece strozzare, sperando di far credere che si fosse invece suicidato. Il cadavere, dopo essere stato straziato, trascinato per le vie, venne appiccato per un piede ad un palo, e vi rimase fino al suo totale disfacimento.
E questa Corte era il ricovero, il richiamo di letterati, che in versi elegantissimi lodavano la magnanimit del Duca, la castit del cardinale, la mite piet e la purit di Lucrezia! Vi primeggiava allora il Bembo, che pi tardi fu anch'egli cardinale; ed era allora giovane, bello, elegante corteggiator di donne, grande ammiratore di Lucrezia. Dotto in greco, forbitissimo poeta e prosatore latino, fu nello stesso tempo uno di quelli che contribuirono efficacemente a rimettere in credito lo scrivere italiano. Ma il pi gentile, amabile cavalier di Ferrara, da tutti cercato, a tutti carissimo, era il poeta Ercole Strozzi. Molto venivano pregiati i suoi versi latini, alcuni dei quali indirizzati a madonna Lucrezia, celebravano le gesta sanguinose del Valentino. Incoraggiato dal Bembo, ispirato dall'amore per la Barbara Torello, egli scrisse anche alcuni pochi sonetti italiani. Ma in sull'alba del 6 giugno 1508, fu trovato cadavere sulla pubblica via, presso la chiesa di S. Francesco, con la gola segata, e ventidue ferite: ciocche de' suoi capelli, che aveva lunghissimi, inanellati, erano strappate dal cranio e sparse per terra, intorno a lui. Tutti lo piansero, ma nessuno trov parole di vero dolore come la sua donna, che solo tredici giorni prima egli aveva sposata. - Perch non posso, essa scriveva, entrar teco nella fossa?

Vorrei col foco mio quel freddo ghiaccio
Intorpidire, e rimpastar col pianto
La polve, e ravvivarla a nuova vita;
E vorrei poscia, baldanzosa e ardita,
Mostrarlo a lui che ruppe il caro laccio,
E dirgli: amor, mostro crudel, pu tanto.(20)

In mezzo all'eterno cicalare dei Petrarchisti, alle interminabili freddure degli eruditi, l'affetto disperato di questa donna, che, senza nominarlo, sembra, come dice il Carducci, accennare col dito il potente assassino del marito, si fa sentire come una voce della natura, una ispirazione vera della poesia che ritorna italiana. Si disse che Lucrezia Borgia era stata gelosa della Barbara; ma tutto fa credere che fosse invece gelosia del Duca, il quale vendicava nell'infelice e giovane poeta le ripulse avute dall'amante, poi moglie di lui.(21)
E se tale era la societ in cui visse l'Ariosto, che fu segretario del fiero e dissoluto cardinal d'Este, neppure in casa sua egli aveva avuto buoni esempi. Non poteva certo ignorare che suo padre Niccol era stato mandato a Mantova dal duca Ercole I, per avvelenare Niccol d'Este, che con le armi gli aveva contrastata la signoria di Ferrara. L'assassinio era sul punto di riuscire, il veleno gi pronto, quando fu invece scoperta la congiura. Il padre dell'Ariosto allora si salv fuggendo; i suoi complici furono invece impiccati. Avidissimo di danaro, aveva ancora guadagnato rubando sul vitto dei poveri soldati a Reggio d'Emilia, dov'era capitano della cittadella, e dove suo figlio nacque nel 1474. Chiamato a Ferrara nel 1480, il popolo era quasi per insorgergli contro, ed uscirono poesie che ferocemente lo mordevano, dandogli di ladro, manigoldo, traditore. In una di esse la sua donna si duole di non potere uscir di casa, per non sentirsi chiamare la moglie del ladro, al che egli cinicamente risponde:

Io rubo e ruber, che in fra le genti
Chi  senza roba matto dir si suole.(22)

A Lugo perdette nel 1496 l'ufficio di commissario, avendo ingiustamente torturato un gentiluomo. Per fortuna, suo figlio era cos astratto, cos assorto ne' suoi pensieri, che non s'avvedeva di quel che seguiva intorno a lui. Quando il padre lo rimproverava aspramente, perch non studiava le leggi, egli lo ascoltava tranquillissimo, ma solo per rappresentarlo poi nella Cassaria, commedia che appunto allora scriveva. Il poeta Strozzi ce lo descrive alla caccia, che sguinzaglia i cani, pensando alle sue elegie.(23) Un giorno, senza accorgersene, and da Ferrara a Carpi in pianelle. Tutto immerso nell'arte sua, non lo toccavano neppure i pi grandi avvenimenti del tempo. Quando Carlo VIII s'apparecchiava nel 1496 a tornare in Italia, egli scriveva un'ode latina, nella quale imitava Orazio: Me nulla tangat cura. Che m'importa di Carlo e de suoi eserciti? Io me ne star all'ombra, ascoltando il dolce mormorio delle acque, guardando i contadini che mietono. E tu, o Filiroe, stenderai la bianca mano tra i fiori smaglianti, e mi tesserai corone, soavemente cantando."(24) La morte del poeta Michele Marullo gli pareva sventura maggiore che l'invasione straniera. Che importa l'essere sotto un re francese o latino, quando l'oppressione  la stessa?

Barbarico ne esse est peius sub nomine quam sub Moribus?(25)

Dal 1495 al 1503 studi con indicibile ardore i classici, e scrisse versi latini pieni di movimento, di calore, affinando il suo gusto, ripulendo e fortificando il suo stile, che in italiano gli riusciva ancora incerto e scolorito. Poco o punto conobbe il greco. Venuto a' servigi del cardinal d'Este, ne lod in versi la bont e la castit! Narr il fatto atroce dell'accecamento di don Giulio, che chiama invido, ingordo, adultero, scolpando il suo padrone assassino, di cui non vuol riconoscere la parentela con la vittima.(26) Ben la riconobbe pi tardi quando si trattava d'esaltare la magnanimit di Alfonso, che non aveva ucciso, ma solo imprigionato i suoi fratelli, rei di cospirazione contro il proprio sangue.(27) Anche di Lucrezia Borgia lod la castit e l'opere sante! Ma tutto ci era il linguaggio convenzionale della Corte, qualche volta anche una semplice imitazione d'Orazio. Quando per l'Ariosto apre davvero l'animo suo, come nella satira al fratello Galasso, allora sembra un altro uomo, ed esprime sentimenti che paion quasi di Tacito. Pieno di sdegno, descrive la vita ambiziosa e licenziosa dei prelati, che voglion salire sempre pi in alto, avidi solo di temporale dominio. "Che sar mai se uno di costoro seder sulla cattedra di San Pietro? Subito vorr levare i figli e i nepoti dalla civil vita privata. N, per la mana di dar loro regni, s'occuper punto di muover guerra agl'infedeli, il che sarebbe assai pi degno del suo ufficio."

Ma spezzar la Colonna e spegner l'Orso,(28)
Per torgli Palestina(29) e Tagliacozzo,
E dargli a' suoi, sar il primo discorso.
E qual strozzato, e qual col capo mozzo
Nella Marca lasciando ed in Romagna,(30)
Trionfer del cristian sangue sozzo.
Dar l'Italia in preda a Francia e Spagna,
Che sozzopra voltandola, una parte
Al suo bastardo sangue ne rimanga.(31)

Ma se cos scriveva, l'Ariosto di certo non perdeva per tutto ci il sonno. La sua vita era solo con le Muse, e da ogni cosa egli cavava argomento di poesia: scriveva e riscriveva i suoi versi, n mai si fermava fino a che non gli aveva portati alla desiderata perfezione. Non si esaltava troppo contro la corruzione; ma se da essa non lasciavasi turbare, neppure lasciavasi da essa corrompere. Quando il cardinal d'Este insisteva per menarlo in Ungheria, rispose che non voleva di poeta farsi cavallaro, ed abbandon la Corte per tornare con pi ardore che mai agli stud, serbando la sua libert. N ci gli costava sacrifizio veruno, perch era cos modesto e semplice nel vivere, da scriver egli stesso, che meritava d'esser nato quando gli uomini si cibavan di ghiande. "Piuttosto che arricchire io voglio quiete, per continuare quegli stud che danno cultura all'animo, e fanno s che non m'incresca la povert, n per fuggirla voglio fuggire la libert. Se il mio signore chiama qualcuno invece di me, io non ne ho invidia. Vado solo e a piedi quando mi occorre, e quando cavalco, lego di mia mano le bisacce alla schiena del cavallo."(32) E cos avvenne che, se ne' suoi scritti cedette spesso ai tempi, non per questo si lasci mai da essi contaminare; onde non si pu di lui citare un'azione disonesta, sebbene si debba desiderare che alcuni versi non fossero mai usciti dalla sua penna. Coi parenti fu sempre affettuoso, negli amori incostante fino a che l'Alessandra Benucci non lo leg per sempre a lei. Pare che la sposasse occultamente, per non perder alcuni benefic di famiglia. Non era mai cos felice come quando poteva passare la vita tra il suo studio ed il suo giardino. In questo, cos scrive suo figlio Virginio, "teneva il modo medesimo che nel far de' versi, perch mai non lasciava cosa alcuna che piantasse, pi di tre mesi in un loco; e se piantava anime di persiche o semente di alcuna sorta, andava tante volte a vedere se germogliava, che finalmente rompeva il germoglio.,.. I' mi ricordo che, avendo seminato dei capperi, ogni giorno andava a vederli, e stava con allegrezza grande di cos bella nascione. Finalmente trov ch'eran sambuchi, e che dei capperi non n'eran nati alcuni."(33) Ad un tale uomo dovette pure riuscire di qualche utilit la dimora nella Corte, perch l'obbligava ad uscir dalla solitudine, a venire in contatto col mondo. Egli ebbe infatti diverse commissioni diplomatiche a Roma ed altrove; and governatore nella Garfagnana, dove trov molte noie e molte faccende; segu il Cardinale non solamente alla caccia e nei viaggi, ma anche nella guerra: si vuole anzi che l'anno 1510 riuscisse, nel fatto d'arme della Polesella, a prender sul Po una nave veneziana, contribuendo cos alla vittoria del Duca.(34) Certo tutto questo dovette giovare al poeta, che fu poi un cos mirabile descrittore della natura e degli uomini.
Sino al 1503 aveva continuato a scrivere versi latini; ma allora finalmente pose mano al poema dell'Orlando Furioso, e si cominciarono subito a vedere i maravigliosi effetti del lungo studio. Aveva acquistato un'eleganza, una sobriet e dignit, un vigore singolarissimi, senza nulla perdere di naturalezza e spontaneit, cose tutte che mancavano prima ne' suoi scritti italiani. Il genio dell'Ariosto si manifest, si form a forza di perseveranza e di studio indefesso, correggendo e ricorreggendo mille volte i propri versi, cosa tanto pi singolare in uno scrittore, il cui pregio principale  la spontanea semplicit ed eleganza. A questo egli giunse, infondendo vigoroso sangue latino nella poesia italiana del suo tempo, che cos pot ringiovanire. L'innesto dei due elementi, l'antico ed il moderno, riusc nella poesia dell'Ariosto cos perfetto ed armonioso, com'era riuscito a Raffaello negli affreschi della Galatea, della Scuola d'Atene e del Parnaso.
La materia epica dell'Orlando Furioso non  altro che la continuazione, lo svolgimento di quella dell'Orlando Innamorato del Boiardo. Ma il modo con cui s'and formando il poema, le sue diverse sorgenti, i caratteri, l'ironia o non ironia di esso, sulla quale tanto s' disputato, tutto ci, se ha un gran valore per la storia e la critica letteraria, non  quello su cui possiamo o dobbiamo fermarci ora. A noi qui importa notar solo, che l'originalit dell'Ariosto sta principalmente nella nuova forma di poesia che egli ha creata. Apriamo a caso il volume, che non ha bisogno d'esser letto di seguito, ma piuttosto gustato con intensit, a brani staccati. Ascoltiamo, per esempio, le avventure di Cloridano e di Medoro nel campo nemico. Noi subito ammiriamo la loro amicizia, la loro fedelt; il coraggio con cui Medoro difende il cadavere del suo re:

Come orsa che l'alpestre cacciatore
Nella pietrosa tana assalita abbia,
Sta sopra i figli con incerto core,
E freme in suono di piet e di rabbia: ecc.(35)

Medoro era gi prigionero, e Zerbino, adirato pei colpi che i suoi ricevevano dal non veduto Cloridano,

Stese la mano in quella chioma d'oro
E trascinollo a s con violenza;
Ma come gli occhi a quel bel volto mise,
Gli ne venne pietade e non l'uccise.(36)

Prima per che troppo ci commoviamo, il poeta ci trasporta altrove sul cavallo alato della sua fantasia, e troviamo il semivivo Medoro nelle braccia voluttuose della bella Angelica. Passiamo cos sempre d'avventura in avventura, di descrizione in descrizione, ed anche gli oggetti da noi gi mille volte veduti, riappariscono pieni di vita e di giovanezza, come se il mondo uscisse ora novamente sotto i nostri occhi dal nulla. La rosa, di cui tanto parlarono i poeti e tante descrizioni ci lasciarono, par che sbocci la prima volta dal suolo, rorida, fresca, piena di nuove bellezze e d'immortale poesia,

L'aura soave e l'alba rugiadosa,
L'aria, la terra al suo favor s'inchina.

Cavalli, cavalieri e dame, tempeste, foreste, paesi incantati, avvenimenti d'ogni sorta, personaggi possibili ed impossibili passano, come se fossero la realt e la verit stessa, sotto i nostri occhi estatici. Leggendo questo poema ci pare qualche volta d'essere nella Farnesina o nelle Logge vaticane, dinanzi agli affreschi di Raffaello. La Galatea, la Psiche, i filosofi della Scuola d'Atene e gli abitatori del Parnaso si staccano dalle mura, muovon intorno a noi; respirano, ci sorridono come antiche conoscenze. Questa poesia infatti  uno specchio, in cui si riflette tutta la vita esteriore ed interiore, morale, estetica del secolo, con tutti i suoi splendori. Essa lo rende a noi visibile, intelligibile, sempre pi chiaro; ne disegna, ne colorisce la fisonomia, ne fa rivivere lo spirito. Ma il poema cavalleresco, dopo avere nell'Orlando Furioso manifestato la sua potenza, la sua infinita variet e ricchezza d'immagini, sembra che abbia ad un tratto esaurito le proprie forze; esso comincia infatti d'ora in poi a decadere, n sa far altro che vivere della sua vita passata.(37)
 singolare davvero il vedere come nei due primi decenni del secolo XVI vennero alla luce quasi tutti i pi grandi lavori dell'ingegno italiano, cos nelle lettere come nelle arti, o si formarono e giunsero a maturit la mente e la cultura di coloro che ne furono gli autori. In questo tempo vennero scritte tutte le principali opere del Machiavelli, e non poche del Guicciardini, il quale, perch occupatissimo allora negli affari, pose mano solamente pi tardi alla sua grande Storia d'Italia. Ma anch'egli aveva gi nei primi del secolo scritto alcune delle sue Legazioni, la Storia Fiorentina e la pi parte di quelle Opere inedite, che basterebbero sole a renderne immortale la fama, e ci fanno assai bene conoscere il carattere ed il valore d'un uomo, che certo  fra quelli che meglio ritraggono l'immagine vera del Rinascimento italiano. Pi volte noi lo incontreremo in questa nostra storia, e quindi non sar inutile, ora che egli incomincia a comparir sulla scena, fermarsi un momento a dirne qualche cosa coll'aiuto de' suoi Ricordi autobiografici e di famiglia. Sfortunatamente essi restarono ben presto interrotti, e ci danno perci notizie dei suoi primi anni solamente.
Il Guicciardini discendeva da un'assai antica famiglia fiorentina. La pi parte de' suoi antenati furono uomini operosi e d'ingegno, ma dati quasi tutti ai piaceri della vita, ambiziosi del potere, amanti del proprio interesse. Egli stesso ci racconta che messer Luigi fratello di suo avo, pi volte gonfaloniere della Repubblica, ebbe quattro mogli, ed era tanto amante delle donne, che perfino nella vecchiaia correva dietro alle serve, fermandole per via. Tra i figli legittimi non ebbe nessun maschio; una schiava(38) per gli dette un figlio naturale, cui lasci la propria fortuna, e che divenne poi vescovo di Cortona. Costui fu come il padre, lussurioso sino alla vecchiaia, e "nella gola seguit l'uso degli altri preti, che si stanno in Firenze a poltroneggiare, che il pensare a mangiare  una delle maggiori faccende che abbino."(39) L'avo del Guicciardini poi, messer Iacopo, dato anch'egli alla gola ed alle donne, era uomo senza lettere, ma assai accorto ed ardito, partigiano dichiarato de' Medici: ottenne tutti i principali uffic ed onori della Repubblica. Fu lui che, essendo gonfaloniere, compil, per secondare le voglie di Lorenzo de' Medici, quella legge sui testamenti, che pur sapeva ingiusta e pericolosa, dalla quale venne poi provocata la terribile congiura dei Pazzi nel 1478; fu ancora quegli che tenne il popolo tranquillo, quando Lorenzo dovette andare a Napoli, per liberarsi dalla guerra mossagli in conseguenza della congiura. Piero suo figlio, e padre dello storico, ebbe una discreta cultura letteraria; conobbe il greco, il latino, la filosofia; tenne con onore diverse ambascerie ed altri uffic politici; fu ammiratore del Savonarola, di cui ascoltava, compendiava le prediche, e ci non ostante era avverso al Soderini, e fautore dei Medici, come tutti i Guicciardini, senza per mai lasciarsi trasportare dallo spirito di parte; fu anche onesto, amorevole ai poveri, mite nei consigli e nelle azioni. Il figlio, Francesco, fra molte lodi, gli rimprovera solo d'essere stato poco vivace e troppo riservato.
Questo figlio, che nacque nel 1482, accoppi la prudenza del padre all'energia dell'avo, di gran lunga superando l'uno e l'altro nell'ingegno e negli stud. Temperato nei costumi, dignitoso nei modi, molto ambizioso del potere, egoista, era assai avido del danaro, non per mai a segno da appropriarselo indebitamente; che anzi egli e tutti i Guicciardini godevano in ci reputazione d'aver sempre avuto le mani nette. Si diede subito con ardore agli stud; apprese assai bene il latino, e quelli che erano allora i primi rudimenti di matematica; studi anche il greco, che per, secondo egli stesso ci dice, dimentic affatto. Cos i pi grandi scrittori di quel secolo erudito, l'Ariosto, cio, il Machiavelli ed il Guicciardini, o non conobbero punto il greco, o lo conobbero in modo da averlo ben presto affatto dimenticato. Nel 1498, quando fu bruciato il Savonarola, il Guicciardini aveva sedici anni, e cominci a studiare diritto romano e civile, prima a Firenze nello Studio, poi dal 1500 al 1505, a Ferrara ed a Padova, aggiungendovi anche il diritto canonico. In questi anni, essendo molto turbate le cose di Firenze, il padre pens di mandargli a Ferrara la somma allora grossissima di 2000 scudi, acci la tenesse in salvo; ed egli, che era assai giovane, rese scrupoloso conto di tutto. Ci dimostra la sua prudenza, e la grande fiducia che il padre aveva in lui. Nel medesimo tempo gli s'ammal gravemente lo zio vescovo di Cortona, che poco dopo mor (1503). Ed egli ci racconta che pens subito di lasciare gli stud, per farsi prete, chiedendo allo zio, che forse si sarebbe lasciato indurre, la immediata concessione dei benefici che godeva. "N ci, egli aggiunge, per alcuna inclinazione che avessi alla vita religiosa, e neppure per poltronaggine, come allora solevano quelli che vestivano l'abito ecclesiastico; ma solo per farmi strada nel mondo, e riuscire un giorno ad essere cardinale."(40) Questi fatti dimostrano chiaro quali erano, fin da principio, le buone e le cattive qualit del giovane, quale doveva poi essere l'indole dell'uomo. Fortunatamente allora per lui, Piero Guicciardini, sebbene avesse cinque figli, rinunzi ad ogni idea di aver benefiz ecclesiastici nella famiglia, perch non voleva che alcuno de' suoi divenisse prete, essendo la Chiesa, cos egli diceva, "troppo trascorsa nel male." Infatti erano i tempi d'Alessandro Borgia.
Finito il tirocinio universitario, Francesco Guicciardini venne a Firenze, dove fu chiamato ad insegnare il diritto: ivi si addottor, e fu subito uno dei primi professori dello Studio. Questo per fu chiuso nel 1506, ed egli si diede allora ad esercitar con fortuna l'avvocatura. Avendo sempre gran voglia di far rapido cammino nel mondo, pens ad un matrimonio conveniente e spos nel 1508 Maria Salviati. Il padre di lui era stato contrario a questo matrimonio, non solo perch avrebbe preferito e sperato pel figlio una maggior dote, ma ancora perch non vedeva di buon occhio l'imparentarsi coi Salviati, troppo amanti del lusso, troppo avversi al gonfaloniere Soderini, e troppo partigiani. "Ma io," cos scrive il figlio, "pensavo che 500 scudi di pi o di meno facevano poca differenza, e volli imparentarmi coi Salviati, appunto perch, oltre ad esser ricchi, avanzavano tutti di aderenze e potenza, ed io ero vlto a queste cose assai."(41) N i suoi disegni andarono falliti, avendo subito avuto incarichi, uffic onorevoli e lucrosi.
In quel medesimo anno pose mano ai suoi primi lavori, avendo il d 13 d'aprile 1508 cominciato a scrivere i Ricordi(42) e circa il medesimo tempo, la Storia fiorentina, che nel febbraio del 1509 era giunta pi che a met.(43) Di questi due scritti, il primo non ha gran valore letterario, perch, composto pi che altro d'appunti e frammenti staccati, rimase ben presto interrotto. Pure gi vi si scorge quel mirabile spirito d'osservazione, e quella precisione d'indagine psicologica, che dovevano poi essere il pregio dominante dello scrittore divenuto pi maturo. Vi si trova ancora quella forma semplice, schietta e spontanea che risplende in tutte le sue Opere inedite, ma che nella Storia d'Italia divenne pi tardi essai artificiosa. C' anche un sentimento, un bisogno della verit e della realt, spinto qualche volta fino al cinismo, notando egli, come abbiam visto, di s stesso e de' suoi antenati fatti poco lodevoli, con una calma e indifferenza singolarissime, quasi si trattasse di personaggi storici a lui affatto estranei.
La Storia fiorentina, invece,  gi lavoro d'un gran merito letterario. Incominciando da Cosimo de' Medici, di cui parla brevemente, per venir subito a Lorenzo, finisce colla battaglia della Ghiara d'Adda, vinta dai Francesi contro i Veneziani il 14 maggio 1509; sicch pu dirsi una storia di fatti contemporanei o poco lontani dall'autore. In essa vediamo chiaramente il passaggio dalla cronica alla storia moderna, che qui apparisce la prima volta gi formata. L'autore,  vero, procede ancora con la forma annalistica, cio notando sempre il principio di ciascun anno, come se dovesse essere il principio di un nuovo periodo storico o di nuovi avvenimenti; ma lo fa in modo cos fugace, che il lettore se ne avvede appena. La materia invece  divisa in capitoli, secondo la natura del soggetto e dei fatti narrati, i quali vengono svolti ed esposti con un ordine maraviglioso. V' una chiarezza, una eleganza, ma sopra tutto una penetrazione nel giudicare i fatti, ed una esperienza degli uomini singolari davvero in chi aveva solo ventisette anni, e non era stato ancora nelle pubbliche faccende. L'acume nel determinare i caratteri, nel descrivere l'avvicendarsi dei partiti, nello scoprire le cagioni personali, le passioni che producono e conducono gli avvenimenti, la sua imparzialit verso i Medici, l'entusiasmo con cui rende giustizia al Savonarola; in una parola, la sua obiettiva fedelt e precisione storica sono superiori ad ogni elogio.
Egli non solo aveva visto ci che narrava, o lo aveva appreso da testimon oculari; ma  certo che ricerc anche i documenti originali, con l'aiuto dei quali espose le leggi, le riforme, le ambascerie della Repubblica, riportando qualche volta quasi le parole testuali dei documenti stessi. Ancora non si spingeva, come fece poi nella Storia d'Italia, in un campo pi vasto di avvenimenti molteplici; e non di rado, come del resto in quel secolo seguiva quasi a tutti, gli sfuggiva la concatenazione impersonale degli avvenimenti, che egli voleva sempre e solo spiegare con le passioni, con la volont individuale, con gl'intrighi diplomatici e politici. Certo, in questo suo lavoro giovanile, il Guicciardini ci ha lasciato non solo il primo esempio della storia civile moderna; ma anche uno dei primi e pi splendidi modelli della nuova prosa italiana, semplice, chiara, elegante e spontanea, senza mai cadere nella volgarit, dignitosa e corretta, senza mai cadere nelle circonlocuzioni latine. N si lascia mai, come segue spesso al Machiavelli, trascinare dalla propria fantasia; non ama la poesia, non scrive Commedie o Decennali, non cerca teorie, non ha ideali che lo trasportino lungi dalla realt. E perci la sua precisione nel descrivere e narrare i fatti supera, come avremo pi volte occasione di notare, quella del Machiavelli, al quale sotto altri aspetti riesce assai inferiore. Difficilmente si troverebbe nella letteratura di altri popoli, certo non in quel secolo, un quadro storico cos lucido, preciso, elegante, con una cognizione cos sicura, profonda degli uomini e degli avvenimenti, quale abbiamo in questa Storia fiorentina. Essa, non ostante le sue divergenze, ha nella sostanza e pi ancora nella forma, tale e tanta parentela con gli scritti del Machiavelli, da mostrar chiaramente che le opere di questi due grandi scrittori, pur essendo la creazione personale di due uomini di genio, sono anche un prodotto necessario di quel tempo, una manifestazione del pensiero nazionale.



CAPITOLO X.


Il Machiavelli provvede all'ordinamento della Milizia. - Sua gita a Siena. - Condizioni generali dell'Europa. - Massimiliano s'apparecchia a venire in Italia, per prendere la corona imperiale. - Legazione all'Imperatore. - Scritti sulla Germania e sulla Francia.

Il Machiavelli era adesso occupato in un gran numero di minute faccende. Gli anni 1506 e 1507 li pass di continuo organizzando la nuova Milizia, il cui peso cadde tutto sulle sue spalle, ed egli lo assunse con animo lieto e con grande ardore. Ogni giorno scriveva lettere ai Podest, perch formassero le liste degli uomini atti alle armi; ponessero le bandiere; provvedessero alle spese necessarie, per raccogliere ed istruire i fanti iscritti. Mandava le armi e le istruzioni; riceveva notizia dei pi gravi disordini, e provvedeva, sia determinando il modo e la qualit della pena, sia inviando, nei casi pi gravi, don Michele con la sua compagnia, perch adoperasse la forza. Spesso la violenza brutale di don Michele era tale che, invece di spegnere, cresceva i disordini, e bisognava allora trovare altro rimedio. Tutto ci il Machiavelli faceva in nome dei Nove, di cui era segretario; ma di fatto essi lasciavano a lui ogni responsabilit. Onde i capitani a lui si rivolgevano con lettere infinite, delle quali anche oggi troviamo grandissimo numero.(44) N ci bastava. Egli doveva di continuo girare pel territorio della Repubblica, a remuovere personalmente le mille difficolt che nascevano, a fare egli stesso leve di fanti,(45) a scegliere i capitani delle compagnie, di cui mandava le liste a Firenze, dove venivano senz'altro nominati, come eletti e riveduti dal Machiavelli.(46) I primi esperimenti di queste fanterie si fecero inviandone qualche centinaio al campo di Pisa; ma quando appena esse acquistavano un po' di reputazione nell'armi, subito arrivavano agenti delle compagnie di ventura o degli Stati vicini, con larghe promesse per farle disertare. Quindi nuove cure, nuovi provvedimenti, per impedire che l'opera con tanto stento iniziata, andasse in fumo ad un tratto.(47)
N questo indefesso lavoro impediva che di tanto in tanto gli venissero affidate dai Dieci o dalla Signoria nuove commissioni militari nel campo di Pisa; o anche commissioni diplomatiche, pi o meno importanti, essendo il Soderini sempre disposto a riporre in lui tutta la sua fiducia. Nell'agosto del 1507 fu spedito a Siena, per vedere che sguito accompagnava e che accoglienza riceveva col il legato Bernardino Carvaial, cardinale di Santa Croce, che il Papa mandava incontro a Massimiliano,(48) nella supposizione che questi venisse davvero, come diceva, a prendere la corona imperiale. Egli doveva dar notizia di tutto, cercando ancora, se pur era possibile, d'indagare dai discorsi che si facevano qual fosse l'animo dell'Imperatore nelle gravi complicazioni politiche che si apparecchiavano.(49) E noi vediamo il Segretario fiorentino occupato nell'assai umile officio di ragguagliare da Siena sopra i centodieci cavalli, i trenta o quaranta muli che menava seco il legato; le vitelle e i castroni scorticati, le coppie di polli, di paperi e di pippioni, i fiaschi di vino e i poponi, di cui gli facevano presente i Senesi.(50) Aggiungeva d'aver sentito che Pandolfo Petrucci non era contento della venuta dell'Imperatore, perch la credeva utile solo ai Pisani, ma pur fingeva il contrario; e che il legato aveva commissione di dissuadere l'Imperatore dal venire innanzi, e perci appunto aveva con un altro cardinale tedesco avuto facolt di coronarlo fuori d'Italia. Ma anche queste poche e magre notizie non erano che voci raccolte a caso da terze persone.
Il viaggio dell'Imperatore teneva in Italia sospesi tutti gli animi; a Firenze se ne parlava molto in vario senso, e per esso il Machiavelli dov fra poco abbandonare l'Italia. Non solamente si sapeva che dovunque l'Imperatore passava, chiedeva grosse somme di danari; ma erano tali e tante le cause di complicazioni europee, che ogni pi piccolo incidente poteva avere gravissime conseguenze, non prevedibili da nessuno. La morte della regina Isabella ed il sollevamento della Castiglia in favore dell'arciduca Filippo e di Giovanna sua moglie, figlia ed erede legittima della regina, avevano costretto Ferdinando d'Aragona a seguire una politica pi cauta e meno aggressiva. Perci aveva fatto tregua colla Francia, firmato con essa il trattato di Blois nell'ottobre del 1505, ed era venuto in Italia a vedere da vicino lo stato delle cose. La morte dell'arciduca, seguta in questo mezzo; la pazzia di Giovanna, e la reggenza della Castiglia, in conseguenza di ci, affidata a lui, lo rendevano pi tranquillo; ma gli davano pure abbastanza da fare a casa, dove non mancavano cagioni di turbolenze, n molti scontenti. Questi potevano facilmente far capo al gran Capitano Gonsalvo, che se ne viveva allora ritirato a casa, per essere quel re venuto in gelosa e diffidenza di lui, a cagione della grandissima popolarit che aveva nell'esercito ed in tutta la Spagna, le cui armi s'erano sotto il suo comando ricoperte di gloria. Questo nuovo stato di cose faceva subito risorgere la fortuna e la potenza irrequieta della Francia, alle cui armi diede pronta occasione di tornare in reputazione la violenta ribellione di Genova, che Luigi XII, sottomise, con molto spargimento di sangue, alla testa del proprio esercito, nei primi del 1507.(51)
E la fortuna delle armi francesi spingeva subito ad avanzarsi sulla scena Massimiliano I, altro rivale della Francia, il quale, si trovava a comandare un paese che non mancava di forza, ma era reso debolissimo dai disordini politici che lo travagliavano. Il Sacro Romano Impero, d'universale che era stato in passato, si trovava mutato in germanico, per la formazione delle nazionalit, gi costituitesi in Stati indipendenti da esso. Poco o nulla poteva pi l'Impero in Italia; nulla addirittura nella Spagna, nella Francia, in Inghilterra, divenute invece sue potenti rivali. I principi, i vescovi, le citt libere che lo costituivano, erano anch'essi animati da uno spirito d'indipendenza tale che rendeva debolissima l'autorit di Massimiliano, il quale comandava davvero solamente nell'arciducato d'Austria e negli altri Stati suoi propr, e come signore feudale anche nell'Alsazia, nella Svevia ed altrove; ma contava assai poco come re dei Romani o Imperatore. S'andava,  vero, anche in Germania formando adesso uno spirito di nazionalit, che tendeva a riunire le sparse membra sotto un'autorit centrale, e ci poteva di certo favorire chi rappresentava appunto l'unit dell'Impero. Se non che Massimiliano mirava a ricostituirla nell'interesse degli Asburgo, per mezzo di un Consiglio da lui nominato, da lui dipendente, e i patriotti tedeschi volevano invece un'oligarchia, che desse nelle loro mani il potere, o facesse da loro dipendere l'Imperatore stesso. Cos erano contemporaneamente in moto e spesso in conflitto gl'interessi della casa di Asburgo e quelli degli Stati su cui essa voleva comandare; il bisogno d'indipendenza locale; il sentimento crescente della nazionalit ed unit germanica; le tradizioni sempre potenti dell'Impero: tutto ci costituiva un insieme di cose che non potevano n armonizzarsi fra loro, n separarsi.(52)
A capo d'un paese in condizioni politiche tanto complicate e difficili, trovavasi Imperatore non ancora coronato, e per col titolo di Re dei Romani, Massimiliano, il cui carattere era pieno anch'esso delle pi singolari contradizioni. Piacevole con tutti nei modi, non bello, ma proporzionato e forte della persona; prodigo del suo; esperto nelle guerre, massime nel comandare le artiglierie, e per amato dai soldati. Nella sua mente brulicavano i pi strani e fantastici disegni, che non poteva mai condurre a termine, perch, mentre era per eseguirne uno, veniva trascinato a iniziarne un altro.(53) Pieno ancora delle idee medioevali, voleva rimettere il mondo sotto l'autorit dell'Impero; riconquistare l'Italia; andare a Costantinopoli contro i Turchi, e liberare il Sacro Sepolcro: qualche volta sogn addirittura di farsi papa, cosa che non sarebbe credibile, se alcune sue lettere non ne parlassero.(54) Se non che, quest'uomo che voleva sottomettere l'Oriente e l'Occidente, vedeva ogni giorno posto in discussione il numero dei soldati e il danaro dovuto all'Impero dai principi e dalle citt libere; n riusciva sempre a farsi obbedire neppure dai sudditi degli Stati suoi propr. Spesso non poteva pagare gli uomini che teneva sotto le armi, ed invano piativa e radunava Diete per aver danari. Si ridusse cos ad impegnare le gioie della corona, e persino a pigliar servizio presso piccoli signori, stipendiato quasi come un capitano di ventura. Ma tutto ci non gli faceva smettere i suoi vasti disegni, nei quali di volta in volta la Germania sembrava secondarlo, per poi abbandonarlo improvvisamente; il che nondimeno bastava, perch egli ripetutamente vi s'ingolfasse, e ne concepisse sempre dei nuovi. Cos egli ci apparisce come l'ultimo cavaliere d'un mondo destinato a perire, e, non ostante le sue buone e nobili qualit, si presenta spesso sotto un aspetto comico e grottesco.
Nella sua politica estera egli s'era sempre trovato in antagonismo colla Francia, la quale manteneva perci segrete relazioni con molti principi dell'Impero, e cresceva di continuo difficolt al suo avversario. Gl'interessi dei due Stati, se Stato pu chiamarsi l'Impero, si trovavano in conflitto permanente cos nei Paesi Bassi come in Italia; per il che Ferdinando ed Isabella di Spagna, volendo abbassare la Francia, avevano in quei luoghi secondato la Germania. Ma ora, dopo gli accordi di Blois, Luigi XII, sentendosi sicuro, prendeva animo, e Massimiliano, vedendo inevitabile la guerra, cercava raccogliere uomini e danari. A Carlo, nipote e poi successore nell'Impero, non fu dalla Francia mantenuta la promessa di dargli in moglie Claudia, figlia del Re; e Massimiliano negava alla Francia l'investitura del ducato di Milano, che voleva conquistare per s. La sottomissione di Genova, che aveva cresciuto animo ai Francesi, lo indusse ad affrettare la sua calata in Italia, per prendervi la corona imperiale, farsi signore della Lombardia, ristabilire per tutto l'autorit dell'Impero. Giulio II seguiva con occhio inquieto questi movimenti, avendo egli sempre un solo e medesimo fine: riprendere le provincie che egli credeva usurpate alla Chiesa, specialmente quelle occupate da Venezia, contro la quale sembrava avere perci un odio inestinguibile. E gi stendeva, per mezzo d'accorti legati, le fila della sua futura politica. Ma finora i suoi disegni non riuscivano, perch non era possibile riconciliare la Germania colla Francia, che s'avvicinava invece a Venezia. Massimiliano persisteva intanto nel pensiero di venire a prendere la corona, anche se per avanzarsi avesse dovuto combattere i Francesi ed i Veneziani. E questo era ci che teneva ora sollevati tutti gli animi in Italia, n meno degli altri quello del Papa, cui non piaceva che gli avvenimenti minacciassero di sfuggire affatto all'azione della sua tenace volont. Certamente poi, se gli erano giunte, non potevano riuscirgli gradite le voci corse della strana idea che Massimiliano aveva di farsi papa, per quanto la cosa dovesse sembrare a tutti incredibile e puerile.
In ogni modo a Massimiliano occorrevano, per venire in Italia, uomini e danari, quello appunto che ora come sempre gli mancava. Poteva pei primi rivolgersi alla Svizzera, che, dopo la fiera ed eroica resistenza contro Carlo il Temerario duca di Borgogna (1476-77), era divenuta una ricca miniera di soldati. Ma ormai anch'essa faceva parte dell'Impero solo di nome, ed egli stesso aveva, dopo una lotta ostinata (1499), dovuto riconoscere la indipendenza della Confederazione elvetica. A questa, dopo essersi ben presto aggiunti Basilea e Sciaffusa, si un pi tardi anche Appenzel, e furono cos tredici Cantoni, cui erano legate, con vincoli pi o meno forti, altre piccole repubbliche, fra le altre quella dei tre cantoni retici, che erano allora chiamati in Italia la Lega Grigia, e che poi col nome di Grigioni fecero anch'essi parte integrante della Confederazione. Tutte queste repubbliche eran pronte a mandare le loro eccellenti fanterie in qualsiasi guerra, a difesa od offesa di qualsiasi Stato; ma ci volevano molti danari, che Luigi XII aveva, e Massimiliano cercava invano. Cos anche sulle Alpi erano in conflitto la Germania e la Francia con vantaggio evidente di questa, in un paese che sino a pochi anni fa aveva riconosciuto la supremazia dell'Impero.
Nel 1507 Massimiliano chiese un esercito alla Dieta di Costanza, per andare a riconquistare il Milanese, prendere la corona, ristabilire l'autorit imperiale. E la Dieta si mostr favorevole all'impresa; ma voleva che si facesse in suo nome, scegliendo essa anche i generali, e Massimiliano voleva dirigerla da s in nome dell'Impero. Di qui le solite conseguenze, cio provvedimenti temporanei ed insufficienti. Gli concessero 8000 cavalli e 22,000 fanti, ma per sei mesi solamente, cominciando dalla met di ottobre, e 120,000 fiorini di Reno per le artiglierie e spese straordinarie.(55) Con le incertezze e la prodigalit di Massimiliano, c'era da aspettarsi di vederlo in sei mesi da capo senza danari e senza soldati, prima anche di aver cominciato l'impresa. Tuttavia pareva che, accorgendosi d'essere, come dice il Guicciardini, "in galea con poco biscotto,"(56) volesse questa volta operare con prontezza. Ordin infatti, che l'esercito procedesse subito diviso in tre parti: una verso Besanon per minacciare la Borgogna; l'altra verso la Carintia per minacciare il Friuli; la terza verso Trento, dove s'avvi egli stesso, per minacciare Verona. E tutto ci con grandissimo mistero, come soleva far sempre, tenendosi in disparte, ordinando agli ambasciatori presso di lui accreditati di non andare oltre Bolzano o Trento. Era sdegnatissimo contro Venezia, che non s'era voluta unire a lui, ed aveva fatto invece alleanza colla Francia, da cui gli erano stati guarentiti gli Stati di terraferma, ed a cui aveva in compenso guarentito il Milanese, promettendo d'opporsi colle armi al passaggio degl'imperiali. Luigi XII, messosi perci in difesa dalla parte della Borgogna, mandava G. G. Trivulzio con 400 lance e 4000 fanti a rafforzare l'esercito dei Veneziani, i quali avevano mandato il conte di Pitigliano con 400 uomini d'arme verso Verona, e Bartolommeo d'Alviano con altri 800 uomini d'arme nel Friuli.(57)
Tutto pareva dunque apparecchiato ad un grosso conflitto, che poteva avere gravissime conseguenze in Italia. Nessuna meraviglia perci che gli animi fossero da per ogni dove agitati, massime in Firenze, a cui Massimiliano aveva in nome dell'Impero chiesto la somma di 500,000 ducati, come sussidio al suo viaggio per la incoronazione.(58) I Fiorentini questa somma eccessiva non potevano in modo alcuno pagarla; ma quando anche fosse stata diminuita di molto, si sarebbero trovati sempre in gravi difficolt. Temevano di negare ogni sussidio, perch si sarebbero esposti allo sdegno di Massimiliano, quando fosse davvero venuto a Roma; ed erano certi che una concessione qualunque gli avrebbe esposti a perdere l'amicizia della Francia, per la quale tanti sacrifiz avevano fatti. I nemici del Soderini, sapendolo amico dichiarato dell'alleanza francese, avevano in questa incertezza buon gioco a combatterlo; ed erano istigati a ci anche dall'ambasciatore imperiale, il quale sparlava del "governo tirannico del Gonfaloniere," e prometteva che il suo signore vi avrebbe messo rimedio.(59) Da ci nacque un'animata discussione, che fin colla proposta di mandare un ambasciatore a Massimiliano, come facevano gli altri Stati d'Italia, ma prima spedire qualcuno che s'accertasse se egli davvero s'avanzava, non essendo altrimenti necessario venire con lui a nessuna conclusione. Il Soderini deliber subito di mandarvi il Machiavelli, come suo fidatissimo, e lo aveva gi fatto eleggere dai magistrati. Ma le proteste furono allora cos vive contro questo che venne chiamato atto d'indebito favore, che dovette decidersi a mandare invece Francesco Vettori, senza che con ci si riuscisse a calmare gli animi pi irritati.(60)
Ormai si cominciava a formare un partito avverso al Gonfaloniere, ed ogni pretesto era buono per combatterlo. Si diceva che Firenze non aveva la libert che di nome, facendosi tutto ad arbitrio d'un solo, il quale cercava seguito nel popolo minuto e negli uomini da poco, per mettere da parte i cittadini pi autorevoli, dei quali era geloso. S'aggiunse che appunto allora l'ufficiale preposto alla zecca, forse per adulazione, ebbe la strana idea di far coniare un nuovo fiorino, ponendovi da un lato, invece del giglio, il ritratto del Soderini, il quale disapprov la cosa, e fece ritirar le monete; ma non evit per questo rimproveri e scherni.(61) Pi tardi fu necessario licenziare don Michele, il bargello delle fanterie, perch i suoi disonesti portamenti e la sua violenza mostrarono chiaro a che cosa menava il prendere dei ribaldi a servizio della Repubblica. E anche da ci si prese occasione a sparlare, non per difender don Michele, ma "approvandosi pi presto essere stato opportuno torli segretamente la vita, perch con troppa nostra inimicizia si partiva." Egli veramente pot fare poco altro male, perch nel febbraio del seguente anno, uscendo una sera di casa lo Chaumont, fu ucciso da alcuni degli Spagnuoli, che erano col; e cos "perd la vita, come gi la aveva a molti tolta."(62) In ogni modo il Soderini era dagli avversar accusato, perch non lo aveva, segretamente e senza processo, fatto ammazzare. Tale era la morale del tempo.
Ma le pi ardenti discussioni nascevano dalle lettere di Francesco Vettori, il quale scriveva che Massimiliano era per adesso contento di soli 50,000 ducati; li voleva per subito, altrimenti l'oratore fiorentino non gli venisse pi innanzi. E questi aggiungeva, che il decidersi era necessario davvero, perch le cose di Germania sbandavano di giorno in giorno riscaldando. Bisognava dunque o pagare e farsi nemica la Francia, o ricusare e farsi nemico l'Imperatore. E qui si riaccendeva la disputa in Firenze pi viva che mai. Dopo lungo discorrere fu deciso nella Pratica di mandare nuovi ambasciatori, e gli Ottanta elessero Piero Guicciardini ed Alamanno Salviati. Ma nei Dieci e negli Ottanta si oppose all'ambasceria lo stesso Guicciardini, il quale ricusava l'ufficio, dicendo come il mandarli senza commissione di stringere l'alleanza era superfluo, ed andare a concluderla fra tante incertezze era pericoloso, perch si perdeva l'amicizia della Francia senza esser sicuri dell'aiuto tedesco. Il 17 dicembre 1507 si discusse di nuovo lungamente nella Pratica in senso diverso, senza venire a nessuna conclusione. Fra tanti dispareri il Gonfaloniere credette rimediare a tutto portando l'affare nel Consiglio Grande, e lasciando a ciascuno facolt di esprimere liberamente il proprio avviso. Era questo un procedimento allora cos insolito, che parve una violazione della libert, ed ognuno si tacque. L'uso voleva che il governo presentasse le sue proposte, e che i cittadini si raccogliessero poi a deliberare nelle pancate, ognuna delle quali eleggeva il suo rappresentante, il quale doveva o parlare per difendere la legge e votare in favore, o tacere, se voleva votar contro. Il dare ad ognuno assoluta libert di parola, sembr quindi, secondo la espressione del Parenti, un aver "perduto in facto la libert, sotto dimostrazione di cos largamente cederla."(63) Finalmente, come meglio si pot, fu deliberato di stabilire gli ultimi termini d'un accordo possibile, e mandarli per lettera al Vettori, non per concludere subito, ma solo per trattare e scriverne poi a Firenze. Ed allora il Gonfaloniere, pigliando la palla al balzo, riusc a persuadere i Dieci, che non era prudente mandare per mezzo dei soliti corrieri istruzioni tanto gravi e gelose, potendo le lettere venire intercette; essere pertanto necessario spedire un uomo fidato, che, occorrendo, riferisse a bocca; e cos gli riusc d'inviare il Machiavelli, lasciandolo accanto al Vettori, come da molto tempo ardentemente desiderava. Si mormor com'era naturale, e si disse che l'aveva mandato, perch suo mannerino, e perch gli faceva scrivere quel che voleva, "secondo il proposito dei loro fini e disegni."(64) E veramente il Gonfaloniere fidava pi nel Machiavelli che nel Vettori, e non voleva da questo essere trascinato in una politica di pericolose avventure.
Nel dicembre del 1507 il Machiavelli adunque partiva, apportatore delle istruzioni, le quali erano: che a Massimiliano si offrissero 30,000 ducati, per arrivare, in caso di estrema necessit anche fino ai 50,000 da lui chiesti. Si sarebbe per cominciato a pagarli solo quando s'avesse la certezza che egli veniva in Italia, continuando secondo che si avanzasse. Ed il Machiavelli dov per via stracciare le lettere, temendo che non gli fossero trovate addosso nella Lombardia, dove, come aveva preveduto, venne minutamente esaminato.(65)
Questa legazione, di cui non si hanno che sedici lettere, tre delle quali firmate dal Machiavelli, le altre scritte da lui, ma firmate dal Vettori, che di rado v'aggiunse qualche parola di sua mano, non poteva avere grande importanza politica, trattandosi solo di portare in lungo Massimiliano, e, per ora almeno, non dargli nulla.(66) Ha per un valore non piccolo, per le osservazioni che il Machiavelli ebbe occasione di fare sugli Svizzeri e sui Tedeschi, e per le notizie che dette in essa dei fatti allora seguti nell'alta Italia. Il 25 dicembre era di passaggio a Ginevra, il d 11 gennaio 1508 arriv a Bolzano, e di l scrisse il 17 due lettere. Nella seconda, firmata Vettori, racconta come l'offerta di 30 mila ducati non era punto piaciuta a Massimiliano, onde erano subito saliti a 40,000, il che lo aveva reso assai pi benigno, sebbene sospettasse sempre che fossero arti dei Fiorentini, per tenerlo a bada. Trovavasi a sette leghe da Trento, e gi era in grandissime strettezze di danaro; sarebbe quindi stato assai facile contentarlo con una somma non molto grande, purch data senza indugio. Ma questo era quello appunto, che n il Vettori n il Machiavelli potevano consentire.(67)
La prima lettera, scritta lo stesso giorno, in nome proprio dal Machiavelli, dava un minuto ragguaglio del viaggio da lui fatto; e si vede subito con quanta attenzione, con quanta cura aveva osservato i paesi pei quali era cos rapidamente passato. "Da Ginevra a Costanza," egli scrive, "mi sono fermato quattro volte sulle terre degli Svizzeri, ed ho ricercato con la diligenza che ho potuto maggiore di loro essere e qualit. Ho inteso che il corpo principale degli Svizzeri  composto di dodici Cantoni,(68) collegati insieme per modo, che quello  deliberato nelle loro Diete, viene da tutti osservato.(69) Perci s'inganna chi dice, che quattro sono con la Francia ed otto con l'Impero. Il vero  che la Francia ha tenuto nella Svizzera uomini che hanno con danari, in pubblico ed in privato, avvelenato tutto il paese. Se l'Imperatore avesse danari potrebbe avere anche gli Svizzeri, i quali non vogliono averlo nemico, ma neppure vogliono servirlo contro la Francia, che ha troppi danari. Oltre i dodici Cantoni, vi sono anche altri Svizzeri, come i Vallesi e la Lega Grigia, i quali confinano coll'Italia, e non sono per modo collegati coi primi, da non poter fare diversamente da ci che deliberano le Diete di questi. Nondimeno s'intendono tutti fra loro a difesa della libert. I dodici Cantoni danno, per difendere il paese, quattromila uomini ciascuno, di cui mille in mille cinquecento da mandar fuori. E questo perch nel primo caso sono dalla legge forzati tutti a prendere le armi, nel secondo, cio quando si tratta di andare a militare con altri, va solo chi vuole."(70) Non  certo da meravigliarsi che il Machiavelli si fermasse subito a studiare, con gran cura, una Repubblica fondata sulle armi proprie, quale egli avrebbe voluto che divenisse Firenze, dandone perci minuto ragguaglio ai Dieci. E per concludere anche questa seconda lettera con qualche cosa relativa alla sua commissione, dice che a Costanza aveva con insistenza interrogato un oratore del duca di Savoia circa il procedere o no della impresa di Massimiliano, e gli era stato risposto: "Tu vuoi in due ore sapere quello che in molti mesi io non ho potuto intendere. L'Imperatore procede con un gran segreto, la Germania  grande assai, le genti arrivano in diversi luoghi, da provincie assai lontane; bisognerebbe avere troppe spie per tutto a sapere il certo."(71)
Seguono quattro lettere, due delle quali, del 25 e 31 gennaio, sono quasi del tutto in cifra, e contengono notizie insignificanti e poco intelligibili, o anche allusioni oscene. Queste erano state scritte solo col proposito di farle cadere in mano del nemico, a fin di potere pi facilmente salvare le altre due, che davano notizie riservate sulle persone che erano presso Massimiliano, e sulle arti da esse adoperate.(72) Il d 8 febbraio il Machiavelli scriveva poi da Trento una lettera firmata Vettori, nella quale narrava come Massimiliano, arrivato col, era il 4 del mese, colla spada sguainata, preceduto dagli araldi, andato nel duomo, dove il suo cancelliere Matteo Lang, vescovo di Gurk, arringando il popolo, aveva solennemente dichiarato che l'Imperatore scendeva in Italia. Ed  singolare che qui egli non si ferm punto a notare, che Massimiliano assunse allora il titolo d'Imperatore dei Romani eletto, facendo a meno della incoronazione in Roma, senza che Giulio II, il quale non lo voleva in Italia, protestasse. Il fatto era assai importante, perch cos l'Impero si rese indipendente dalla sanzione papale.(73)
Continuava la medesima lettera dando notizie sul modo molto singolare, con cui la impresa era cominciata. Il marchese di Brandeburgo era con 5000 fanti e 2000 cavalli andato verso Roveredo, per tornarsene poi improvvisamente. L'Imperatore con 1500 cavalli e 4000 fanti era andato alla volta di Vicenza, ed aveva preso e devastato i Sette Comuni, che si reggevano liberi sotto la protezione di Venezia. Parlavasi ancora d'un castello da lui assediato, quando si seppe invece che anch'egli era tornato indietro per Trento, ed alloggiava a dieci miglia dalla citt, nella via di Bolzano. "Ora io vorrei domandare al pi savio uomo del mondo, che avesse la commissione che le Signorie Vostre mi dnno, quello che farebbe. Se le vostre lettere(74) fossero arrivate tre giorni fa, io avrei subito pagato, credendo certa la venuta dell'Imperatore, e sarei stato approvato, per essere poi oggi, visto l'effetto, condannato.  difficile prevedere gli eventi. L'Imperatore ha molti e buoni soldati, ma non ha danari, n si vede chi possa darglieli, ed  troppo liberale di quello che ha. Or, sebbene l'essere liberale sia una virt nei principi, non basta soddisfare a mille, quando ve ne sono ventimila, e la liberalit non giova l dove non arriva. Egli  esperto nell'armi, duro alla fatica, ma  tanto credulo che molti dubitano della impresa; sicch ci  da sperare e da temere. Quello che fa credere alla sua riuscita  che l'Italia  tutta esposta alle ribellioni e mutazioni, ed ha triste armi; onde ne sono seguiti i miracolosi acquisti e le miracolose perdite. Vi sono  vero i Francesi che hanno buone armi; ma essendo senza gli Svizzeri, coi quali furono consueti vincere, e tremando loro il terreno sotto i piedi, fanno anch'essi dubitare. Considerando adunque tutte queste cose, io resto sospeso, perch a volere che la vostra commissione abbia effetto, bisogna che l'Imperatore assalti e che vinca." Questa lettera era scritta come le altre dal Machiavelli, e firmata dal Vettori, il quale di sua mano v'aggiungeva pochi versi, dicendo che non giudicava, "per cosa al mondo, opportuno richiamare il Machiavelli: lo star suo  necessario fino a che le cose non sono composte."(75)
Tutta la legazione continua sullo stesso argomento. L'Imperatore insiste per aver danari subito, e i Fiorentini discutono per pigliar tempo e non dar nulla, profittando dello stato delle cose sempre pi incerto e confuso. Un esercito di 400 cavalli e 5000 fanti entr nel Cadore, che era devoto ai Veneziani, e raggiunto da Massimiliano con 6000 fanti percorse e devast da quaranta miglia di paese nel Veneto. Ma ad un tratto l'Imperatore, trovandosi senza danari, torn ad Innsbruck, per mettere in pegno le proprie gioie. Ivi lo seguirono i due oratori fiorentini, e seppero che, non avendo egli pagato gli Svizzeri, i Cantoni avevano permesso alla Francia d'assoldare fanti, e gi essa ne aveva in Italia 5000, e 3000 ne avevano i Veneziani. Bartolommeo d'Alviano circondava intanto le genti restate nel Cadore, e dopo averne uccise mille, faceva prigioniero il resto, pigliando le fortezze che erano col. And poi oltre, ritirandosi il nemico, e prese Pordenone, che ebbe in feudo, Gorizia, Trieste e Fiume. Un assalto tentato dai Tedeschi fra Trento ed il lago di Garda, ebbe dapprima per essi qualche buon successo, che poi and presto in fumo. I due eserciti nemici restarono di fronte nella valle dell'Adige, ma poco dopo i 2000 Grigioni, essendo male pagati dall'Imperatore, si ritirarono e furono seguiti dagli altri: arrivati a Trento si sciolsero tutti. Massimiliano non aveva potuto aver dall'Impero mai pi di 4000 fanti per volta, e sempre per sei mesi solamente; sicch gli uni arrivavano, quando gli altri partivano; ond'egli, per mettere insieme un esercito grosso, avrebbe dovuto spendere danari che non aveva. Intim una Dieta in Ulm, per chiedere nuovi aiuti, e corse in Germania; ma ad un tratto nessuno sapeva pi dove fosse, perch se ne stava nascosto a Colonia, dove gli giunse notizia che la Dieta s'era prorogata senza concludere nulla.(76)
La lettera del 22 marzo 1508, scritta da Innsbruck, dopo aver dato alcune di queste notizie ai Dieci, concludeva: "Voi mi dite che paghi la somma fatta sperare, se credo, a quindici soldi per lira,(77) che l'Imperatore passer. Ma io credo a ventidue soldi per lira che passer; non posso per prevedere se vincer e se potr continuare; giacch finora di due eserciti, composti di sei o sette mila uomini ciascuno, l'uno  stato battuto, l'altro non ha concluso nulla. Da un altro lato la Germania  assai potente e, se vuole, pu vincere. Ma vorr?" Il Vettori poi aggiungeva che, stando poco bene, aveva deliberato mandare il Machiavelli presso la Dieta e l'Imperatore. Questa proposta venne subito accolta dai Dieci(78); ma non pot essere recata ad effetto,(79) perch coloro che erano vicini a Massimiliano e ne godevano la fiducia, fecero sapere che non conveniva n andare, n mandare. Onde i due oratori restarono a continuare la solita altalena, di che erano omai stanchi. "Vostre Signorie," scrivevano essi il 30 maggio, "hanno filato questa tela s sottile, che gli  impossibile tesserla. Se voi non cogliete l'Imperatore nella necessit, vorr pi che non gli offrite; e se lo cogliete nella necessit, allora non si pu, come voi richiedete, prevedere la sua venuta a quindici soldi per lira. Bisogna decidersi; vedere dove  manco pericolo, e quivi entrare, fermando una volta l'animo in nome di Dio, perch volendo queste cose grandi misurarle colle seste, gli uomini s'ingannano."(80)
Gli eventi provarono tuttavia, che la tela non era stata poi tessuta cos male, come gli oratori dicevano. Il d 8 giugno essi davano la notizia, che tra Massimiliano e Venezia s'era venuto ad accordi, per una tregua da durare tre anni (6 giugno 1508). Vi si comprendevano da un lato il Papa, l'Inghilterra, l'Ungheria e l'Impero; dall'altro i governi d'Italia, la Spagna e la Francia. Questa per, non essendo stata n consultata, n avvisata di nulla, si mostr scontentissima, e pi tardi ne pigli pretesto alla sua iniqua condotta contro Venezia, lasciandosi indurre dal Papa alla lega di Cambray conclusa a sterminio di quella Repubblica. E intanto, fra tutti questi mutamenti, l'Imperatore non ricev pi nulla dai Fiorentini, che ottennero cos il loro scopo. Il Vettori chiese congedo, dichiarando ormai inutile la sua dimora col; e quanto al Machiavelli, che pareva minacciato dal mal della pietra, part senz'altro. Il 10 giugno aveva lasciato Trento, il 14 era gi a Bologna, donde scriveva le ultime notizie raccolte per via intorno alla tregua.(81)
Egli era stato assente da Firenze 183 giorni. Partito il 17 dicembre 1507, trovavasi a Ginevra il 25, e di l, il giorno seguente, s'era mosso per Costanza, viaggio che durava allora sette giorni, e nel quale pot rapidamente traversare da un estremo all'altro quasi tutta la Svizzera, non perdendo nessuna occasione per osservarla e conoscerla. Il 17 gennaio 1508 scriveva da Bolzano, e fino al d 8 giugno, quando, per tornare a Firenze, part da Trento, era restato sempre fra questa citt, Bolzano ed Innsbruck.(82) Col vide arrivare e partire continuamente Tedeschi di ogni grado e condizione: soldati, generali, principi, vescovi, diplomatici; e cos ebbe opportunit di studiare quei popoli, e lasciarcene una breve descrizione. Gli oratori fiorentini non avevano, come i Veneti, l'obbligo di fare, in fine della loro ambasceria, una relazione generale sullo stato del paese in cui erano andati. Pure di tanto in tanto si fermavano nei loro dispacci a fare osservazioni e considerazioni acutissime. Questa era anzi la parte, in cui primeggiavano gli uomini come il Guicciardini ed il Machiavelli, i quali, senza esservi obbligati, usavano, sia per proprio diletto, sia per utilit dei magistrati, scrivere non di rado anch'essi qualche loro relazione.
Noi abbiamo inoltre una Istruzione scritta dal Machiavelli nel 1522, quando da pi tempo era fuori d'ogni ufficio, all'amico Raffaello Girolami, che andava ambasciatore nella Spagna appresso all'Imperatore.(83) Ed in essa, consigliandogli i modi che doveva tenere nella sua ambasceria, ci fa chiaramente vedere quale era il metodo che egli stesso aveva sempre seguito. "Voi dovete," cos scriveva, "attentamente osservare ogni cosa: il carattere del principe e di chi lo circonda, i nobili, il popolo, e dipoi darne una piena notizia." Proseguiva dandogli norme su quello che pi particolarmente doveva osservare nella Spagna, aggiungendo che un ambasciatore deve acquistarsi reputazione d'uomo da bene, il quale non pensi una cosa e ne dica un'altra. "Ne ho conosciuti molti, che per essere tenuti sagaci e dopp, hanno in modo perduta la fede col principe, che  poi stato loro impossibile il poter negoziare seco." Concludeva con alcuni suggerimenti sui piccoli artifizi del mestiere, osservando che, quando si tratta di fare induzioni generali, e cercare d'indovinare i fini cui mirano gli uomini, o l'andamento pi riposto delle cose,  assai odioso l'esprimere in nome proprio l'avviso che uno si  formato da s, e per riesce invece opportuno, anche per dare maggior peso alle proprie parole, metterle in bocca di autorevoli personaggi, dicendo: "considerato adunque tutto quello che si  scritto, gli uomini prudenti che si trovano qua, giudicano che ne abbia a seguire il tale effetto e il tale."(84) Queste parole, infatti, noi le troviamo di continuo nelle sue legazioni, e possiamo ora comprenderne tutto il valore. Ma per quanto minute e pratiche fossero tali avvertenze al Girolami, il Machiavelli faceva anche pi e meglio che non consigliava. E massime in questa legazione all'Imperatore, non avendo affari molto gravi da trattare, si dette per suo proprio conto ad uno studio attento e coscienzioso del paese nel quale si trovava.
Noi abbiamo gi visto con quanta cura avesse osservato e descritto nelle sue lettere le condizioni generali della Svizzera, che cos rapidamente aveva traversata. Tornato che fu a Firenze, si pose subito, il 27 giugno 1508, cio il giorno dopo il suo arrivo, a scrivere il Rapporto di cose della Magna, in cui diede un ritratto fedelissimo dell'Imperatore, ed un quadro generale del paese. Questo quadro egli cominci a riscriverlo pi tardi, verso la fine del 1512, in una forma pi letteraria, col titolo di Ritratti delle cose dell'Alemagna. Sembra che dopo la battaglia di Ravenna (1512), la quale  in essi rammentata, avesse intenzione di comporre sulla Germania un nuovo lavoro, riassumendo ci che aveva gi scritto, per continuare a fare altre osservazioni; ma lo lasci poi interrotto, non avendone scritto che un brano. N ha importanza di sorta il Discorso sopra le cose di Alemagna e sopra l'Imperatore, scritto nel 1509, quando Giovanni Soderini e Piero Guicciardini furono inviati a Massimiliano, perch  di sole due pagine, nelle quali non fa che rimettersi a quanto aveva gi detto nel Rapporto. Questo, adunque, che in sostanza  una breve relazione fatta ai magistrati della Repubblica,  il solo lavoro veramente originale del Machiavelli sulla Germania, salvo qualche piccola osservazione aggiunta nel frammento dei Ritratti.(85)
Il Rapporto  stato dai Tedeschi variamente giudicato. Il Gervinus afferma che esso e l'altro simile scritto, dettato poco pi tardi, sulla Francia, provano quanto acutamente il Machiavelli "sapesse indagare il carattere proprio dei popoli, e con quanta profondit giudicasse le condizioni politiche, lo stato interno dei paesi stranieri, la natura delle nazioni e dei governi. Le sue notizie statistiche sulla Francia, egli dice, sono eccellenti, e sul carattere dell'Imperatore Massimiliano e del governo tedesco in genere non si  forse mai detto nulla di meglio."(86) E questa opinione  stata in Germania pi volte ripetuta fino ai nostri giorni.(87) Ma con essa non vanno punto d'accordo alcuni moderni, tra i quali il professor Mundt, il cui libro, sebbene venuto alla luce parecchi anni dopo,  pure assai inferiore a quello del Gervinus. Secondo lui, il giudizio del Machiavelli sui Tedeschi e sul loro paese  una fantasmagoria, ispirata in parte dalla Germania di Tacito, ma senza riscontro alcuno colla realt delle cose nei primi del secolo XVI.(88) Lo stato delle finanze quale egli lo descrive, la purit di costumi, la libert e l'eguaglianza che egli vuol farci ammirare, non son altro che un idillio della sua fantasia, non vedendosi donde mai abbia potuto cavare il ritratto che ci presenta.(89) Basta leggere le opere di Lutero, e gli scritti del contemporaneo Fischart, dice il Mundt, per esser subito persuasi che la virtuosa semplicit tedesca, al tempo in cui comincia la Riforma,  un sogno, che in alcune citt il lusso era grande, e che la corruzione non mancava.
Noi abbiamo gi osservato, e avremo pi volte occasione d'osservarlo nuovamente, che quanto alla precisa esattezza nel determinare i fatti particolari, il Machiavelli  spesso poco esatto, e vien sempre superato dagli ambasciatori veneti, i quali lo vincono non di rado anche nel determinare il carattere vero dei personaggi, con cui trattano, dei quali sanno meglio indovinare le pi riposte intenzioni. Ed anche ora, se esaminiamo la relazione sulla Germania, che dall'ambasciatore veneto Quirini fu letta ai Pregadi nel dicembre del 1507,(90) troviamo una conoscenza assai pi sicura del paese, che egli aveva lungamente percorso, attentamente esaminato, ed un numero assai maggiore di notizie, che sono anche pi esatte. Il Machiavelli resta per senza rivali, quando si tratta di determinare l'indole ed il valore politico dei popoli o dei principi; l'azione che queste loro qualit esercitano sugli avvenimenti contemporanei; la natura propria delle istituzioni, e gli effetti che ne risultano. Se si deve indovinare che cosa faranno oggi o domani il re di Francia o l'Imperatore, che passioni o desider, in un dato momento, li muovono, il Segretario fiorentino pu essere vinto dai Veneziani, ed anche da qualche Fiorentino assai pratico degli affari, come era per esempio il Guicciardini. Forse questa  anche una delle ragioni, per le quali il Machiavelli non riusc mai ad avere il grado di ambasciatore. Ma se si tratta invece di determinare in che consista la forza politica della Francia o della Germania, del Re o dell'Imperatore, egli dimostra allora tutta la potenza del suo genio, e riesce superiore ad ogni altro. L'osservazione fedele, accurata dei fatti politici e sociali era antichissima in Italia, e ne abbiamo molti esemp cos nei cronisti del secolo XIV, come negli eruditi ed ambasciatori del XV, i quali ci lasciarono nelle loro lettere ammirabili descrizioni dei paesi che visitarono e dei personaggi politici che conobbero. Ma il Machiavelli  il primo che veda i fatti sociali coordinarsi in una vera unit organica, e su di essa principalmente si fermi. Lo stesso Guicciardini, che nella sua legazione nella Spagna raccolse una moltitudine di preziose notizie, esponendole con una mirabile precisione e chiarezza, quando volle poi raccoglierle insieme, per darci un giudizio generale sul carattere, sulla forza politica di quel paese e dei suoi ordinamenti, riesc, come vedremo in altro luogo, quasi inferiore a s stesso. Si direbbe, che l'immenso materiale d'osservazioni, che l'Italia aveva in pi secoli raccolto, e continuava a raccogliere, s'andasse la prima volta ordinando nella mente del Machiavelli, il quale cominciava cos a porre la base della scienza politica. Di tutto ci si vedono i primi segni cos nel suo Rapporto sulla Germania come nell'altro simile, che scrisse poco dopo sulla Francia. In essi, ma specialmente nel primo, si ritrova anche un'altra qualit, che pochi riconobbero in lui, ma senza la quale molti de' suoi scritti resterebbero inesplicabili affatto. Egli andava dietro a certi propr ideali, i quali s'impadronivano della sua fantasia per modo, che li vedeva spesso anche l dove non erano, ed essi lo conducevano allora a dare un colorito personale ai fatti che descriveva ed agli avvenimenti che narrava.(91)
Chi ricorda ci che dicono della Germania il Bracciolini ed il Piccolomini, i quali, specialmente il secondo, dimorarono a lungo in quel paese, e minutamente lo descrissero, senza mai finir di lamentarne l'ignoranza, la rozzezza, la barbarie; chi legge il Viaggio in Alemagna(92) di quello stesso Francesco Vettori, che era stato col Machiavelli nel Tirolo, e non trova in esso quasi altro che una raccolta di novelle oscene, si sente come in un mondo nuovo, quando legge le poche, ma eloquenti pagine del Machiavelli, nelle quali  una cos grande ammirazione per quel medesimo paese. Non si pu certo disconoscere l'acume col quale egli, ammirando la semplicit del vivere e l'educazione militare della Germania, ne pone in evidenza la forza reale, anche in mezzo all'anarchia ed alla impotenza politica presente, e spiega la debolezza di Massimiliano, nonostante le sue buone qualit, il suo valor militare, la molta popolarit, il vasto impero. E fin qui tutto conferma il giudizio dato dal Gervinus.
Bisogna per ricordarsi che il Machiavelli aveva assai rapidamente traversato la Svizzera, e s'era fermato nel Tirolo, arrivando fino ad Innsbruck, senza andare pi oltre. Col aveva,  vero, visto moltissimi Tedeschi, e ragionato con alcuni di essi, i quali parlavano il latino o l'italiano; ma il loro paese non lo aveva visitato, n lo pot quindi conoscere per esperienza propria. E sebbene ne' suoi scritti egli distingua abbastanza la Svizzera dal Tirolo e dalla Germania, pure sembra che assai spesso li consideri pi come parti d'un medesimo paese, che come regioni e popoli diversi. Gi nella sua Commissione coll'Albizzi al campo di Pisa, notammo che egli, parlando degli Svizzeri, li chiamava quasi sempre Tedeschi. Ed in questo suo presente scritto si vede chiaro, non solo che, ragionando della Germania, v'include sempre la Svizzera ed il Tirolo; ma che anzi, essendo questi i soli paesi di parlare tedesco che aveva visitati, gli accade di attribuire a tutta la Germania i costumi e il vivere che in essi aveva osservati. Egli s'era esaltato alla vista di quelle popolazioni sobrie, armigere, fiere, e nella "libera libert" delle repubbliche svizzere aveva ritrovato il suo ideale della nazione armata; quindi le presentava all'Italia come un esempio da imitarsi. L'arrivo di continue bande di Tedeschi, che partivano per dar luogo ad altre; la notizia da essi avuta delle molte repubbliche col ancora fiorenti; il loro aspetto marziale, la loro reputazione militare colpirono la sua immaginazione per modo che vide nella Germania un paese tutto dedito alle armi, sobrio, amante della libert, e cos la descrisse, attribuendole, troppo spesso, i costumi degli Svizzeri e dei Tirolesi, coi quali essa aveva ed ha certamente molta somiglianza e parentela, ma con i quali non si pu confondere. Tutto questo pu spiegare le inesattezze osservate dal Mundt, il quale non si occup di rintracciarne le cagioni, e non riusc a formarsi un chiaro concetto del molto valore che, non ostante i difetti, ha lo scritto del Machiavelli.
"Non si pu," questi dice, "dubitare della potenza della Germania, che abbonda d'uomini, di ricchezza e d'armi. Spendono i Tedeschi poco in amministrazione e nulla in soldati, perch esercitano nelle armi i propri sudditi.(93) Invece di giuochi, nei giorni di festa la loro giovent si occupa a maneggiare lo scoppietto, la picca, chi un'arme e chi un'altra. Sono parchi in tutto, perch non edificano, non vestono con lusso, non hanno molte masserizie in casa. Basta loro lo abbondare di pane, di carne, ed avere una stufa dove rifuggire il freddo, e chi non ha dell'altre cose, fa senza esse, e non le cura. Quindi il loro paese vive di quello che produce, senza avere bisogno di comprar dagli altri; vendono le loro robe lavorate manualmente, di che condiscono quasi tutta Italia,(94) ed il guadagno  tanto maggiore, in quanto nasce tutto dal lavoro con pochissimo capitale. Cos si godono quella lor rozza vita e libert, e per questa causa non vogliono ire alla guerra, se non soprappagati, n ci anche basterebbe, se non fossero comandati dalle loro comunit." Qui par veramente di sentire come una rimembranza della Germania di Tacito. V' quasi un accento di dolore, che rivela l'animo trafitto dal paragone, che il Machiavelli fa, senza esprimerlo, del paese che descrive con l'Italia. E par che, prorompendo, esclami ai Dieci: Ecco come dovreste voi ordinar la Repubblica, se veramente la volete libera e forte. Lo splendore delle arti, delle lettere, della ricchezza italiana, che aveva fatto velo al giudizio di tanti fra i nostri scrittori, i quali perci disprezzavano gli stranieri, non offusc mai quello del Machiavelli, il cui sguardo acutissimo andava diritto alla sorgente prima delle cose, e nella corruzione del suo paese vedeva la causa inevitabile delle future calamit.
C' per un punto assai notevole e sostanziale su cui l'attenzione del Machiavelli sembra non essersi mai fermata. Egli, che pure aveva tante volte meditato sulla opportunit di riunire l'Italia, per costituire una forte nazione, non si ferm, nel traversare la Svizzera, sui vantaggi che essa ritraeva dalla Confederazione dei suoi Cantoni. Non si fece mai la domanda: perch i Comuni italiani non si uniscono in Confederazione? E c' un altro punto non meno sostanziale su cui non si ferm mai. Nella Svizzera, ed in parte anche nel Tirolo, le popolazioni rurali avevano una parte importantissima nella vita nazionale, e ne accrescevano grandemente la forza. Presso di noi invece erano state da essa affatto escluse, il che fu causa di debolezza dapprima, e pi tardi anche della rapida decadenza dei nostri Comuni. Questi sono due punti sui quali i politici italiani non riuscirono mai a portare la loro attenzione.
Ed ora, continuando, il Machiavelli cerca avvicinarsi sempre meglio alla realt delle cose, e descriverla anche pi fedelmente. "La Germania  tutta divisa fra i comuni ed i principi, che sono nemici fra di loro, ed insieme nemici dell'Imperatore, cui non vogliono dar troppa forza, perch non domi il paese loro come in Francia hanno fatto i re. E questo si capisce da tutti; ma pochi capiscono per qual ragione le citt libere della Svizzera si dimostrino cos avverse, non solo ai principi ed all'Imperatore, ma anche alle comunit della Germania, con le quali hanno pur comune l'amore della libert, ed il bisogno di difendersi dai principi. La ragione vera  che gli Svizzeri non sono nemici dei principi e dell'Imperatore solamente, ma anche dei nobili che sono in Germania, non per del loro paese, dove si gode, senza distinzione alcuna d'uomini, fuori di quelli che seggono nei magistrati, una libera libert. Cos avviene che questi gentiluomini fanno ogni opera per tenere le loro comunit divise dalle svizzere. Da un altro lato l'Imperatore, il quale  avversato dai principi, aiuta contro di loro le comunit, che sono il nerbo della Germania; e cos essi si trovano deboli, perch doppiamente combattuti, e perch i loro Stati si dividono nelle successioni. Se a ci si aggiungono le guerre dei principi e dei comuni fra loro, di questi con quelli, degli uni e degli altri coll'Imperatore, si capir come, sebbene sia assai grande la forza di quel paese, venga poi assai indebolita nel fatto."(95)
Tutte queste considerazioni trovansi, quasi con le stesse parole, cos nei Ritratti, (96) che poco altro contengono, come nella seconda met(97) del Rapporto. Esso per, che , come vedemmo, quasi una relazione d'ufficio, incomincia col parlar delle condizioni presenti degli affari, e del carattere dell'Imperatore, di cui dice che, non ostante la sua apparente grandezza e potenza, trovavasi difatti poi debolissimo, perch la Germania, divisa com'era e gelosa, non gli dava mai i danari necessari. "Dicono che i suoi Stati gli rendono 600,000 fiorini d'entrata netti, e che 100,000 gliene rende il suo ufficio imperiale. Ci basterebbe a pagare molta gente; ma invece, per la sua grande liberalit, egli  sempre senza soldati e senza danari; n si vede dove questi ne vadano. Pr Luca (il prete Luca dei Renaldi) che  sempre presso di lui, mi disse che l'Imperatore non chiede mai consiglio ad alcuno, ed  consigliato da tutti; vuole fare ogni cosa da s, e nulla fa a suo modo, perch quando, non ostante il misterioso segreto in cui sempre s'avvolge, l'andamento delle cose scopre i suoi disegni, egli  subito tirato da chi gli  vicino. Questa sua liberalit e questa facilit lo fanno lodare da molti, ma son poi la sua rovina, perch tutti ne profittano, tutti lo ingannano. E uno che gli  vicino mi disse che, sebbene una volta avvistosene, non si lascia ingannare di nuovo; pure son tanti gli uomini e tante le cose, che gli potrebbe toccar d'essere per tutta la vita ingannato ogni d, quando anche se n'avvedesse sempre. Se non avesse questi difetti, sarebbe un ottimo principe, perch  virtuoso, giusto ed ancora perfetto capitano.(98) La sua venuta in Italia  spaventosa a tutti, sapendosi che con la vittoria crescerebbero i suoi bisogni, quando non avesse addirittura mutato natura. E se le frondi degli alberi d'Italia gli fossero divenute ducati, non gli basterebbero. Notate poi che dagli spessi suoi disordini nascono gli spessi bisogni, dai bisogni le spesse domande, e da queste le spesse Diete, come dal suo poco giudizio le deboli risoluzioni e debolissime esecuzioni. Se per fosse venuto, voi non lo avreste potuto pagar di Diete."(99)
I Ritratti delle cose di Francia(100) sono, pi che altro, pensieri staccati, scritti dopo la sua ultima legazione in Francia nel 1510. In essi tuttavia egli nota subito la forza crescente di quel paese, in conseguenza del suo grande accentramento, che risulta dalla unione e sottomissione delle diverse provincie e dei baroni alla Corona. Di qui una forza politica nell'interno, una forza militare fuori, le quali sono maggiori della forza sociale e reale del paese: il contrario precisamente di quel che aveva notato in Germania. "La nobilt  tutta data alla vita militare, e quindi gli uomini d'arme francesi sono fra i migliori d'Europa. Le fanterie invece sono cattive, perch composte d'ignobili e genti di mestiere, sottomessi ai baroni, e tanto in ogni loro azione depressi, che sono vili. Bisogna eccettuarne per i Guasconi, che, vicini alla Spagna, hanno dello spagnuolo, e sono un poco migliori degli altri, sebbene da qualche tempo in qua si siano mostrati pi ladri che valenti.(101) Pure fanno buona prova nel difendere ed assaltare fortezze, ma cattiva in campagna aperta.(102) Anche in ci sono il contrario dei Tedeschi e degli Svizzeri, i quali alla campagna non hanno pari, ma per offendere o difendere luoghi fortificati valgono poco. Queste son le ragioni per le quali i re di Francia, non fidandosi delle proprie fanterie, assoldano Svizzeri e lanzichenecchi. In sostanza sono pi fieri che gagliardi o destri, e se si resiste al loro primo impeto, diventano cos timidi che paiono femmine, come not anche Cesare, il quale disse appunto, che in principio sono pi che uomini, in fine meno che femmine. E per chi vuole superarli, deve intrattenerli e guardarsi dai primi loro impeti. Non sopportano i lunghi disagi; ed  facile, trovandoli in disordine, sopraffarli, come se n' avuto esperienza nell'ultima guerra cogli Spagnuoli sul Garigliano."
"Il paese  ricchissimo di prodotti dell'agricoltura, ma povero di danari, ogni cosa andando nelle mani dei gentiluomini e dei vescovi, i quali ultimi ritraggono due terzi delle ricchezze di quel regno, ed hanno un grandissimo potere politico, essendo assai numerosi nel consigliar la Corona. Sono i popoli di Francia umili e ubbidientissimi, ed hanno in gran venerazione il loro re. Vivono con pochissima spesa, per l'abbondanza grande delle grasce, ed anche ognuno ha qualche cosa stabile per s.(103) Vestono grossamente e di panni di poca spesa; non usano seta di alcuna sorta, n loro, n le donne loro, perch sarebbero notati dai gentiluomini."(104) Ed altrove in questi medesimi Ritratti, che procedono sempre a paragrafi staccati: "La natura dei Francesi  appetitosa di quello d'altri, di che insieme col suo e dell'altrui  poi prodiga. E per il Francese rubera con lo alito, per mangiarselo e mandarlo a male e goderselo con colui a chi lo ha rubato, natura contraria alla spagnuola, che di quello che ti ruba mai non ne vedi niente."(105)
Evidentemente il Machiavelli non aveva nessuna simpatia pei Francesi n per la Francia, che conosceva assai meglio della Germania; e di essi veramente la Repubblica non aveva nessuna ragione d'esser contenta. Di questa sua antipata abbiamo una riprova anche in alcuni pochi e brevi pensieri staccati, che nelle sue Opere vengono intitolati: Della Natura dei Francesi.(106) "Sono umilissimi nella cattiva fortuna, nella buona insolenti. Sono piuttosto taccagni che prudenti. Tessono bene i loro male orditi con la forza. Sono vani e leggieri. Degli Italiani non ha buon tempo in Corte, se non chi non ha pi che perdere e naviga per perduto."
Nei Ritratti delle cose di Francia egli passa inoltre a rapida rassegna anche i var Stati che la circondano, per dimostrare come essa non abbia molto a temere da nessuno. Accenna alle gabelle; alle entrate del paese; all'ordine del governo, dell'esercito, delle Universit, della Corte, dell'amministrazione, e sopra tutto all'arbitrio e potere regio, che  quasi illimitato. Sono notizie rapide, brevi, staccate, come appunti presi in viaggio. Ma quello che sopra tutto richiama la nostra attenzione, qui come negli scritti sulla Germania,  la continua, quasi involontaria, irresistibile tendenza dell'autore a coordinar sempre le notizie particolari che ha raccolte, intorno a pochi fatti generali, quali sono la natura del paese, il carattere del popolo, l'indole del governo. Questi fatti generali divengono poi il centro da cui partono ed a cui tornano le sue osservazioni pi speciali e minute, e spiegano cos le condizioni sociali e politiche del paese che egli esamina. In Francia il Machiavelli si ferma ad osservare che tutti gli uomini, tutte le attivit nazionali sono raccolte, accentrate sotto l'unit di un solo comando, e ne vede nascere aumento di forza politica e militare; ma non gli sfugge, che tutto ci pu a lungo andare essere pericoloso, perch ne rimane sacrificata la libert individuale, e le moltitudini ne restano oppresse. Dopo trascorsi pi secoli, dopo tanti casi diversi e clamorosi, dopo tante rivoluzioni, questo suo giudizio resta sempre verissimo. Anche oggi la Francia soffre del suo accentramento, assai pi antico che non si crede, come dimostr il Tocqueville,(107) e come si vede qui nel Machiavelli; anche oggi dura tuttavia quella eccessiva potenza del clero che egli osservava allora. Perfino la grande estensione della piccola propriet, su cui tanto s' scritto, che tanti han dichiarato conseguenza esclusiva della Rivoluzione, e per affatto moderna, ha, come not lo stesso Tocqueville, origini assai pi antiche, e neppur essa, come abbiam visto, sfugg all'attenzione del Machiavelli. A lui in fatti non sfuggiva mai nulla che avesse una vera importanza politica e generale; era nei particolari che s'ingannava spesso, e qualche volta non li osservava addirittura.
Nel descrivere la Germania egli era invece partito dalla grande variet dei costumi, degl'interessi, delle passioni e delle libert locali, che, se generavano confusione, se toglievano unit d'azione, e quindi forza al governo, non spegnevano per la forza vera del paese, la quale veniva, in mezzo al disordine, alimentata dalla indipendenza individuale, dalla educazione militare. Ed anche questo  rimasto per secoli il fatto, il carattere predominante nella storia della Germania, che pur oggi mantiene la forma federativa, e dopo i tanti trionfi, dopo le tante guerre per costituire la sua unit nazionale, sostiene ancora una lotta interna a cagione dei diversi elementi che la costituiscono. V' per un fatto assai importante, che al Machiavelli sfugg del tutto, del quale non dice una sola parola, ed  la grande agitazione religiosa che gi apparecchiava la Riforma. Ma ci si spiega se ricordiamo che egli non dimor mai nell'interno della Germania propriamente detta, di cui non conosceva neppure la lingua, e se ricordiamo la sua profonda indifferenza per tutte le quistioni religiose, la poca o nessuna cognizione che di esse aveva, difetto dei resto che fu comune alla maggior parte degl'italiani del suo tempo.(108) 



CAPITOLO XI.

Nuovo guasto alle campagne pisane. - Trattative con la Francia e con la Spagna. - Pisa  stretta da ogni lato. - Il Machiavelli va a Piombino per trattare della resa. - Pisa s'arrende ed  occupata dai Fiorentini.

Quando scoppi la rivoluzione di Genova, Luigi XII aveva promesso all'ambasciatore fiorentino, Francesco Pandolfini, che, dovendo venire in Italia con un esercito e domare quella citt, si sarebbe fermato anche in Toscana, per sottomettere finalmente Pisa ai Fiorentini. E questo lo disse e fece dire con tale asseveranza, che si tratt anche della somma da doverglisi dare a cose finite. Ma quando ebbe sottomesso Genova, se ne torn invece in Francia, non mantenendo, secondo il solito, nessuna delle sue promesse ai Fiorentini.(109) E per appena che essi furono liberi dalla paura di Massimiliano, il quale s'era ritirato dopo aver fatto tregua coi Veneziani, si credettero in grado e in diritto di pensare ai casi loro, facendo assegnamento solo sulle proprie forze. Deliberarono quindi di cominciar subito col dare il guasto alle campagne pisane, il che avevano tralasciato nello scorso anno. Non mancarono neppure ora vive opposizioni dei nemici del Gonfaloniere, ai quali si univano altri, che incominciavano a trovar questa guerra assai crudele, e sentivano rimordersi la coscienza, vedendo i contadini di Pisa ridotti ad una estrema miseria, e specialmente le donne rifinite per modo che molte ne morivano di stento o di fame.(110) Tuttavia il partito fu vinto, perch s'era ormai deliberato di farla una volta finita, ed il momento pareva opportuno.
I Pisani rimasero assai avviliti dal guasto subto nel giugno. Ed a stringerli ancora pi, i Fiorentini assoldarono, con 600 fiorini il mese, il Bardella corsaro genovese, acci con tre navi tenesse chiusa la foce dell'Arno, impedendo che di l arrivassero vettovaglie all'assediata citt.(111) Il Machiavelli, dopo essere stato nel marzo e nell'aprile mandato in giro pel territorio a raccogliere fanti, fu dall'agosto al novembre rimandato al campo. Col egli pagava le fanterie; spingeva innanzi le operazioni di guerra; ordinava la continuazione del guasto; girava a raccogliere altri fanti; proponeva la elezione dei caporali di compagnia, dei quali in poco tempo ne troviamo, a sua proposta, nominati dai Nove quattrocento circa.(112) Pareva che i Dieci avessero a lui affidato la direzione di tutta l'impresa. In fatti, il 18 agosto gli scrivevano: "Tu se' prudente, e per avere el secreto di tutte le cose, non  necessario discorrerti altrimenti el desiderio nostro.(113)" Ed egli non solo fece nell'ottobre ripetere il guasto gi dato nell'agosto alle campagne pisane; ma lo dette ancora dalla parte di Viareggio, nelle terre dei Lucchesi, cos che li obblig ad un accordo per tre anni, con promessa solenne di non dare pi alcun aiuto d'uomini, denari o vettovaglie ai Pisani.
Ma quando la Francia, s'avvide, che in questo modo i Fiorentini conducevano a fine la guerra di Pisa senza il suo aiuto, e senza che essa ne cavasse vantaggio di sorta, incominci subito a protestare. Protest pel guasto dato, senza prima chiederne il permesso a Sua Maest, per le trattative d'accordo con l'Imperatore suo inimico; fece poi sapere di voler subito mandare nel Pisano il generale G. G. Trivulzio con 300 lance, e questo perch la resa non avesse effetto senza il suo aiuto, ed essa potesse cos prenderne occasione a nuove e sempre maggiori pretese. Ai Fiorentini sarebbe stato facile dimostrare, che la Francia non aveva diritto alcuno di muovere lamento; ma con ci non si sarebbero liberati dalle domande insistenti del Re, che voleva danari in ogni modo. Sapevano per che Giulio II era finalmente riuscito nel disegno da lungo tempo meditato della lega di Cambray, con la quale, nel dicembre del 1508, egli, l'Imperatore, la Spagna e la Francia si univano a sterminio di Venezia. E cos l'attenzione generale era deviata dalla Toscana, che trovandosi fuori di quella grossa guerra, poteva sentirsi pi libera, ed osare di pi. Ma da un altro lato l'obbligo che la Francia aveva assunto di scendere con un grosso esercito nell'Italia superiore, la rendeva maggiormente avida di danaro, pi vicina e pericolosa.
Gli ambasciatori Alessandro Nasi e Giovanni Ridolfi si trovavano quindi gi a Blois, con istruzione di venire ad un accordo, e pagare il meno possibile alla Francia ed alla Spagna, che subito aveva messo innanzi uguali pretese. Questa mercanteggiava con Firenze, adducendo l'antica amicizia, che affermava d'aver sempre avuta pei Pisani, e quella mercanteggiava, per concedere alla sua antica alleata il diritto che incontrastabilmente aveva di provvedere colle proprie forze ai propr interessi. Pure bisognava piegarsi. Le trattative andavano in lungo, perch si disputava non solo sulla somma da dare, ma anche sui modi di pagamento; ed intanto occorreva far donativi al Rubertet ed agli altri ministri di Francia e di Spagna, i quali, dopo aver graziosamente accettato, chiedevano sempre di pi, e non dimostravano perci nessuna fretta di concludere gli accordi. Finalmente il Nasi ed il Ridolfi scrivevano, che il 13 marzo 1509 era stato firmato il trattato, con cui Firenze s'obbligava a pagare in diverse rate 50,000 ducati al Re di Francia, ed altrettanti a quello di Spagna, al cui ambasciatore s'era dovuta promettere una mancia di 1500 ducati, non essendosi voluto contentare di mille. E non bastava. S'era dovuto firmare un secondo trattato con la Francia solamente, cui si promettevano altri 50,000 ducati con l'obbligo del pi stretto segreto, che altrimenti la Spagna si sarebbe subito ingelosita, e avrebbe preteso altrettanto.(114) In sostanza la Citt doveva pagare 150,000 ducati ai suoi amici, perch le lasciassero quelli che sono i diritti naturali d'ogni Stato.
Intanto per essa spingeva innanzi la guerra, ed al Machiavelli che era sempre in campo, i Dieci scrivevano il 15 febbraio, che desse pure tutti gli ordini che occorrevano, "perch noi abbiamo posto in sulle spalle tue tutta cotesta cura."(115) Era una responsabilit immensa per chi, come lui, non era uomo di guerra; ma egli faceva miracoli, provvedendo a tutto con un ardore febbrile, e le cose procedevano assai bene. I Genovesi avevano ordinato al corsaro Bardella di ritirarsi, e subito i loro mercanti erano arrivati con navi cariche di grano, a portare per Arno soccorso ai Pisani. Il 18 febbraio furono per respinti, essendosi mandati in tempo alcuni uomini d'arme, 800 fanti dell'Ordinanza e qualche pezzo d'artiglieria a San Piero in Grado, per guardare la foce.(116) Un altro uguale drappello di uomini fu mandato nella valle del Serchio, a guardare la foce del Fiume Morto, come chiamavasi un canale, pel quale le barche, passando nell'Osole o Oseri, soccorrevano Pisa. Ed arrivava poi il celebre architetto Antonio dan San Gallo, con maestri d'ascia e con sufficiente quantit di legname, per fare una palafitta la quale, traversando l'Arno, lo chiudesse del tutto ai nuovi soccorsi. Un simile lavoro ordin subito il Machiavelli anche attraverso il Fiume Morto.
Per tutto ci egli corrispondeva direttamente coi Dieci, lasciando un po' troppo da parte il commissario generale Niccol Capponi, che se ne stava tranquillo, ma poco contento, a Cascina, tanto che il Soderini ne fece fare amichevole rimprovero al Machiavelli, affinch cercasse di salvare almeno le apparenze.(117) Ed egli scrisse subito al commissario, avvertendolo che trovavasi alle mulina di Quosi, "per vedere se nuovo barchereccio venissi per entrare, per impedirlo come si  fatto dell'altro."(118) Ma dopo ci continu come prima, mancandogli il tempo per pensare alle convenienze. Corse a Lucca per muovere lamento dei soccorsi che sempre partivano di l, e ne ebbe promessa di buona guardia.(119) Il 7 marzo aveva finito la palafitta nel Fiume Morto, con tre ordini di pali fasciati di ferro, al di sotto dell'acqua, e trovavasi al campo di Quosi, dove faceva porre attraverso il fiume Oseri tre navicelli tolti ai Pisani, acci i soldati fiorentini potessero passare. E lo stesso giorno scriveva ai Dieci, "che Iacopo Savelli era passato e ripassato due volte con otto cavalli; e quando dovessero passare le nostre genti e portassero seco 50 fascine, allora passerebbe anche l'esercito di Serse." E dimostrandosi sempre pi fiducioso, aggiungeva: Le compagnie dell'Ordinanza sono bellissime, e non danno una briga al mondo. Io credo ancora che i Lucchesi terranno questa volta la promessa di non mandare soccorso, e d'impedire che i privati li portino, o che i Pisani vengano a prenderli. Altrimenti, come io ho detto loro, sarebbe stato inutile fare il trattato coi Fiorentini, ai quali bastava in ogni caso una sola corazza all'una briga ed all'altra."(120) Cio potevano con la stessa guardia impedire che i soccorsi fossero mandati da Lucca, o che i Pisani fossero venuti a prenderli.
Arrivate le cose a questo punto, essendo l'esercito diviso, e varie le operazioni da compiersi, pareva strano assai che tutto il peso della guerra dovesse continuare a ricadere sulle spalle del Machiavelli, il quale non era n generale, n commissario, ma solo un uomo di fiducia del Soderini. Il Consiglio degli Ottanta elesse perci due nuovi commissari(121) nelle persone di Antonio da Filicaia e Alamanno Salviati, essendosi, a quanto pare, ricusato il Giacomini, che era malato e disgustato. Essi s'adunarono il 10 marzo a Cascina col Machiavelli e col Capponi, per deliberare sui provvedimenti da prendere, acci l'impresa fosse subito condotta a fine. Decisero di formare tre campi. Uno a San Piero in Grado, dove sarebbero restati il Machiavelli ed il Salviati, con Antonio Colonna, incaricati di guardare l'Arno ed il ponte, che era gi quasi finito, attraverso il Fiume Morto, col bastione per difenderlo. Il secondo campo doveva formarsi a Sant'Iacopo, a fin d'impedire che da Lucca venissero aiuti per Val di Serchio a Pisa, ed ivi doveva stare il commissario Antonio da Filicaia. Rimaneva per sempre la via dei monti, per la quale i Pisani potevano da Lucca portare roba in sulle spalle, e quindi il terzo campo venne formato a Mezzana, chiudendo cos tutte le altre strade ed ivi fu commissario il Capponi. In ciascuno di questi tre campi, coi quali era tolta a Pisa ogni speranza d'aiuto, dovevano stare mille uomini, due terzi dei quali dell'Ordinanza fiorentina.(122)
Prima per che siffatte deliberazioni fossero tutte recate ad effetto, il Machiavelli riceveva, con lettera del 10 marzo, ordine di recarsi a Piombino, dove arrivava con salvocondotto un'ambasceria pisana assai numerosa, per proporre le condizioni della resa.(123) Si temeva che volessero solamente pigliar tempo, e per i Dieci lo mandavano a scrutare le loro intenzioni, con incarico di chiedere resa incondizionata, e ritirarsi subito, quando fossero venuti senza facolt di concluderla.(124) La citt di Pisa era veramente ridotta agli estremi. I Fiorentini le avevano, con la formazione dei tre campi, chiuso la via ad ogni speranza di soccorso esterno, cos dalla parte di Lucca, come da quella del mare; e per le somme pagate alla Spagna ed alla Francia, avevano ora piena libert di operare. La grossa guerra che si apparecchiava, in conseguenza della lega di Cambray, teneva l'attenzione e le armi dei grandi potentati, non escluso il Papa, occupate nell'Italia superiore: non restava quindi, neppure da questo lato, speranza d'aiuto ai Pisani. Essi avevano fatto sinora una lunga, eroica, fortunata difesa, e l'avrebbero di certo continuata, se a tutti i pericoli esterni non si fossero uniti ora gravi e non pi evitabili disordini interni.
L'energia e l'ostinazione fortunata della loro difesa erano derivate principalmente dall'avere i Fiorentini finora combattuto quasi sempre con soldati mercenar o ausiliar, mentre essi avevano non solo armato tutti i propr cittadini, ma anche gli abitanti stessi del contado, chiamandoli anche a parte del governo. Questa unione, della citt e della campagna, nuova affatto nelle nostre repubbliche, aveva loro dato una forza grandissima, e fatto sorgere esemp di virt, di abnegazione, d'eroismo, insoliti nella storia italiana di quel tempo, tali che gli avversar stessi ne rimanevano ammirati, ed il Machiavelli ne traeva argomento a sperare sempre pi nell'ordinamento delle milizie nazionali. Ma dalla lunga guerra erano in Pisa risultate ancora altre conseguenze. I contadini, primi ad essere ogni giorno assaliti, costretti perci a fare i pi duri sacrifiz di sangue e d'averi, finirono col prendere necessariamente una parte sempre maggiore nel governo della citt, divenuto in sostanza un governo militare di pubblica difesa, nel quale era naturale che fossero pi potenti coloro che pi erano esposti a combattere il nemico. Ci non ostante, i cittadini, per la maggior pratica che avevano degli affari, e per la maggiore accortezza politica, riuscivano sempre a condurre le cose dove essi volevano. E cos poco a poco nasceva un conflitto d'interessi, cui era difficile trovare rimedio.
Il contado era tutto guasto ed esausto, ed i Fiorentini, come gi notammo, non dimostravano pi nessun desiderio di vendetta; volevano resa incondizionata, ma promettevano di trattar tutti umanamente, come loro propr e antichi sudditi. Queste condizioni convenivano agli abitanti del contado, i quali sapevano che, finita una volta la guerra, sarebbero stati trattati come sottoposti anche dai Pisani, secondo l'uso generale di tutte le repubbliche italiane; non convenivano per punto agli abitanti della citt, i quali avrebbero, con la resa incondizionata, perduto quella indipendenza che apprezzavano sopra ogni altra cosa al mondo. Cos incominci la discordia. I contadini dicevano, che le loro campagne erano ridotte a tale, che il prolungare la difesa era divenuto ormai impossibile, stretti com'erano dal nemico e dalla fame; volevano quindi arrendersi. I cittadini, invece, sempre ostinati, temporeggiavano in mille modi, pur di pigliare tempo a continuare la guerra. Ora proponevano di cedere il solo contado, ora cercavano invece di spaventare i contadini, dicendo che su di essi sarebbero cadute le vendette maggiori dei Fiorentini; ma questi in mille modi facevano capir chiaro di essere veramente decisi alla clemenza con tutti. L'idea di cedere il solo contado non era poi accettabile da nessuno, perch la guerra sarebbe continuata contro la citt, il che avrebbe reso inevitabile anche la devastazione delle campagne.(125)
L'ambasceria, in queste condizioni, mandata da Pisa a Piombino, era composta di contadini e di cittadini, i quali non potevano essere dello stesso animo, come il Machiavelli gi sapeva, e come ebbe subito a sperimentare. Il 15 marzo infatti egli scriveva, rendendo conto ai Dieci della sua commissione, che i Pisani, venuti in gran numero, s'erano doluti che, invece di due o tre autorevoli cittadini, si fosse mandato un semplice segretario, il quale neppur veniva direttamente da Firenze. In ogni modo chiedevano la pace, salve le vite, la roba e gli onori; non avevano per mandato di concludere. A questo il Machiavelli, assai poco contento, si era, dopo poche parole, rivolto al Signore di Piombino, dicendo, "che non rispondeva nulla, perch non avevano detto nulla. Se volevano qualche risposta, dicessero qualche cosa. Vostre Signorie volevano obbedienza, e non si curavano di lor vita, n di lor roba, n di loro onore, e avrebbero lasciato libert ragionevole." I Pisani fecero allora la proposta di cedere il contado, e di essere lasciati chiusi nelle mura della loro citt. "Non vedete," rispose il Machiavelli, rivolgendosi di nuovo al signor di Piombino, "che si ridono di voi? Se non si vuole rimettere Pisa in mano dei Signori fiorentini,  inutile di trattare; e quanto alla sicurt, se non si vuole stare alla loro fede, non c' altro rimedio." E ai contadini poi disse, "che gl'incresceva della loro semplicit, perch giocavano un giuoco in cui dovevano perdere in ogni modo. Se Pisa doveva essere sottomessa colla forza, essi avrebbero perduto la roba, la vita ed ogni cosa. Quando invece avessero vinto i Pisani allora i cittadini non li avrebbero voluti per compagni, ma per servi, e li avrebbero fatti tornare ad arare." A questo punto uno dei cittadini presenti cominci a gridare, che quelli non erano termini convenienti, perch si cercava dividerli; ma i contadini parevano invece consentire, e uno di essi, Giovanni da Vico, esclam ad alta voce: "Noi vogliamo la pace, noi vogliamo la pace, imbasciatore." Il Machiavelli non si occup d'altro, ed il giorno seguente part, sebbene due volte, anche quando era montato a cavallo, fossero tornati da lui per riannodare i discorsi.(126)
Egli dov subito recarsi a Firenze, dove i Dieci lo chiamavano allora in grandissima fretta,(127) con tutti gli uomini che poteva menar seco. Pare che fossero in grave pensiero, perch da ogni parte le genti del Papa e della Francia movevano gi contro Venezia. Ben presto per lo troviamo di nuovo nel campo a Mezzana, donde, avendo da essi ricevuto invito d'andare a Cascina, per ivi fermarsi, rispondeva il 16 aprile. Dopo avere minutamente ragguagliato sullo stato dell'esercito, dicendo che le fanterie erano cos buone come ogni altra che si potesse avere in Italia, concludeva raccomandandosi vivissimamente, che lo lasciassero dove si trovava, altrimenti non avrebbe potuto occuparsi n dei fanti n del campo, ed a Cascina bastava mandassero un uomo qualunque. Capiva bene che l'andare col sarebbe stato per lui meno faticoso e meno pericoloso; "ma se io non volessi n pericolo n fatica, non sarei uscito da Firenze; sicch mi lascino Vostre Signorie stare infra questi campi, e travagliare fra questi commissari delle cose che corrono, dove io potr essere buono a qualche cosa, perch io non sarei quivi buono a nulla, e morrei disperato; e per di nuovo le prego disegnino sopra qualche altro.(128)" I Dieci gli risposero, che stesse pure l dove credeva pi utile la sua presenza;(129) ed egli fu quindi in giro pei tre campi, a sorvegliare l'andamento delle cose, trovandosi sempre ov'era necessaria l'opera sua, perch nulla mancasse ai soldati. Ora distribuiva le paghe, ora mandava le vettovaglie, ora consigliava e dirigeva le operazioni necessarie ad impedire che entrassero aiuti nella citt.(130) Il 18 maggio era a Pistoia per sollecitare l'invio del pane che era stato ritardato, e dava ordini severi perch non seguissero pi simili inconvenienti.(131) E queste cure indefesse ebbero finalmente il desiderato effetto, perch i Pisani si trovarono cos stretti e vigilati da ogni lato, che dovettero ormai decidersi a cedere.
Il 20 di maggio, infatti, i tre commissari scrivevano ai Dieci,(132) annunziando che quattro Pisani erano venuti a chiedere salvocondotto, per mandare a Firenze ambasciatori che trattassero della resa. Ed il 24 questi ambasciatori, con cinque cittadini e quattro contadini(133) si presentarono al campo e partirono subito con Alamanno Salviati e Niccol Machiavelli, tanto che la sera stessa erano arrivati a San Miniato.(134) Il giorno 31 il Machiavelli si trovava di ritorno a Cascina, e gli ambasciatori, avendo concordato a Firenze i termini della resa, che in sostanza era incondizionata, con promessa per d'essere trattati con clemenza, rientrarono subito in Pisa. Non v'era tempo da perdere. Il 2 giugno erano uscite dalla misera citt trecento persone, correndo affamate al campo di Mezzana, per chiedere pane, che fu loro dato. Il giorno seguente uscivano a frotte da ogni porta, tanto che fu necessario rimandarne indietro parecchie, altrimenti avrebbero riempito e disordinato il campo intero.(135) Il 6 tutto era concluso, perch i Fiorentini entrassero il giorno seguente. I tre commissari s'adunarono a Mezzana col Machiavelli, che aveva ricevuto tremila ducati per le paghe. Venne anche l'ordine, che lasciassero scegliere a lui le genti che dovevano entrare in citt, alle quali doveva dar prima un terzo delle paghe, acci non vi fosse occasione o pretesto d'abbandonarsi al saccheggio o ad altri eccessi.(136) Si tard ancora un giorno, per entrare il d 8; non sappiamo il perch.  probabile che, per determinare non solo il giorno, ma anche l'ora, si consultassero, come allora usava, gli astrologi. Certo  che fra le molte lettere, mandate in quei giorni al Machiavelli, ne troviamo una dell'amico Lattanzio Tedaldi, il quale gli raccomandava vivamente di non cominciar l'entrata prima delle dodici e mezza, possibilmente qualche minuto poco dopo le tredici "che sar hora felicissima per noi."(137)
Secondo il giudizio concorde degli storici contemporanei, tutto procedette da questo momento con una grandissima umanit e benevolenza verso la infelice citt, che con tanta energia aveva combattuto e sofferto.(138) I Fiorentini non solamente non usarono violenza; non solo portarono grande quantit di vettovaglie che distribuirono largamente tra la popolazione affamata; ma resero ai Pisani tutti i beni stabili, che avevano loro confiscati, computando scrupolosamente a vantaggio degli antichi possessori anche i frutti di quell'anno sino al giorno della pace. I conti vennero affidati a Iacopo Nardi, lo storico, il quale dice che furono fatti talmente a favore dei Pisani, che pareva quasi avessero essi dettato e non subto le condizioni della pace.(139) Vennero confermati gli antichi privilegi, le antiche magistrature amministrative della citt; rese le franchigie commerciali gi godute in antico; concesso nelle liti un appello ai medesimi giudici che giudicavano i Fiorentini. Ma se tutto ci faceva onore ai vincitori, massime al Soderini ed al Machiavelli, che avevano avuto la parte principale nel dare ed eseguire questi ordini, non poteva certo bastare a soddisfare i vinti. La libert, l'indipendenza, i diritti politici erano perduti per sempre! Nessun Pisano poteva pi sperare di aver qualche parte nel decidere i destini della sua citt, e per le principali famiglie esularono a Palermo, a Lucca, in Sardegna, altrove. Molti s'arrolarono nell'esercito francese, che combatteva allora in Lombardia contro Venezia, per cercare poi nella Francia meridionale un'immagine del bel clima toscano.(140) In questa occasione esularono anche i Sismondi, da cui discese lo storico illustre delle repubbliche italiane.
Allora, osserva il Nardi, non pochi pensarono ad Antonio Giacomini, il primo che aveva dato alla guerra pisana un indirizzo tale da poterla condurre a buon fine, ed era stato poi, per invidia, lasciato da parte; sicch trovavasi vecchio, inabile, cieco e abbandonato. Per singolare capriccio della fortuna trionfava invece il Machiavelli, che non era uomo di guerra. Ma egli poteva avere la coscienza tranquilla, perch non era stato mai di quelli che avevano disprezzato il Giacomini, anzi ebbe sempre per lui un'ammirazione sincera, n tralasci occasione di manifestarla, biasimando coloro che lo avevano trascurato, riconoscendo d'essere stato dall'esempio e dai buoni successi militari di lui incoraggiato ad ordinare quella Milizia, cui ora si attribuiva la resa di Pisa.
Tutto gli era riuscito a buon fine; e la clemenza usata nel prender possesso della citt crebbe la reputazione della sua prudenza e l'autorit del suo nome. Da ogni parte gli arrivavano lettere di congratulazione. Una di Agostino Vespucci, suo coadiutore nella cancelleria di Firenze, gli diceva, in data appunto dell'8 giugno, che i fuochi s'erano accesi nella Citt sin dalle ore 21, n era possibile descrivere la letizia universale: "ogni uomo quodammodo impazza di esultazione.... Prosit vobis lo esservi trovato presente ad una gloria di questa natura, et non minima portio rei.... Nisi crederem te nimis superbire, oserei dire che voi con li vostri battaglioni tam bonam navastis operam, ita ut, non cunctando sed accelerando, restitueritis rem florentinam. Non so quello mi dica. Giuro Dio, tanta  la esultazione aviamo, che ti farei una Tulliana, avendo tempo, sed deest penitus."(141) Ed il 17 giugno, il commissario Filippo da Casavecchia, suo amico, gli scriveva da Barga: "Mille buon pro' vi faccia del grandissimo acquisto di cotesta nobile citt, che veramente si pu dire ne sia suto cagione la persona vostra in grandissima parte.... Ognind vi scopro el maggior profeta che avessino mai li Ebrei o altra generazione."(142)
Tutti questi trionfi non erano per senza qualche pericolo per l'avvenire del Machiavelli, ed anche della Repubblica. Da un lato era inevitabile che venisse fatto segno a nuove gelosie ed invidie un segretario, il quale aveva sorvegliato un assedio, con autorit quasi superiore a quella dei commissar di guerra, e per giunta era stato fortunato in modo da ottenere il trionfo, ponendo fine ad una lotta ostinata, che per tanti anni aveva esaurito le forze delle due citt. Da un altro lato questo fortunato successo fece a tutti concepire grandissima opinione della nuova Ordinanza. Infatti d'allora in poi il Machiavelli e gli altri riposero in essa una fiducia cos illimitata, che poteva essere, e pi tardi fu veramente, cagione di grandi e crudeli disinganni. Pareva che nessuno s'avvedesse, che in sostanza allora tutto s'era per essa ridotto a dare il guasto, senza incontrar mai nemici da combattere; a far buona guardia, perch non arrivassero soccorsi di vettovaglie ad una citt affamata ed esausta, che non era pi in grado di difendersi. Non si pensava, che assai diverso sarebbe stato il caso, quando si fosse trattato d'affrontare nemici agguerriti ed in forze. In fatti questa esperienza si dov fare pi tardi, ed allora a proprie spese s'impar quanto sia in guerra pericoloso il pascersi di vane illusioni.



CAPITOLO XII.

La lega di Cambray e la battaglia d'Agnadello. - Umiliazione di Venezia. - Legazione a Mantova. - Decennale Secondo. - Piccole contrariet del Machiavelli. - Il Papa alleato di Venezia, nemico della Francia. - Ricomincia la guerra - Terza legazione in Francia.

Il 10 dicembre 1508 s'era finalmente conclusa quella lega di Cambray, che Giulio II aveva con tante cure e tanto ardore promossa. L'Imperatore, la Spagna, la Francia ed il Papa s'univano, in apparenza a combattere il Turco, ma di fatto a vendetta, a sterminio di Venezia; ed erano gi d'accordo sul come dividersene il territorio. Il Papa avrebbe avuto le agognate terre di Romagna; l'Imperatore, Padova, Vicenza, Verona, il Friuli; la Spagna, le terre napoletane sull'Adriatico; la Francia, cui toccava nella guerra la parte principale, Bergamo, Brescia, Crema, Cremona, la Ghiara d'Adda ed il Milanese. Le ostilit cominciarono subito, e sino dal principio pareva che gli uomini e la natura cospirassero a danno di Venezia. Il magazzino delle polveri salt in aria; il fulmine colp la fortezza di Brescia; una barca, che portava a Ravenna 10,000 ducati, naufrag; alcuni degli Orsini e dei Colonna, che erano stati assoldati, con obbligo di condurre buon numero di fanti e cavalieri, e avevano gi ricevuto 15,000 ducati, ritennero il danaro e ruppero il contratto, per ordine del Papa. Ma la indomabile repubblica non si perd d'animo, e mise sull'Oglio un poderoso esercito di nazionali e stranieri, e sotto il comando di Niccol Orsini conte di Pitigliano e di Bartolommeo d'Alviano. Il Pitigliano per era tutto prudenza, l'Alviano tutto impeto, e non volendo nessuno dei due cedere all'altro il comando supremo, la direzione della guerra ne rimaneva incerta.
I nemici della repubblica andavano invece concordi e deliberati al loro scopo. Il 15 d'aprile Giulio II pubblic la bolla di scomunica contro i Veneziani e contro chiunque gli aiutasse, dando libera facolt ad ognuno di derubarli e venderli poi anche schiavi. Il 14 maggio l'avanguardia francese, comandata da G. G. Trivulzio, passato l'Adda, incontr la retroguardia dei Veneziani alla cui testa era l'Alviano. Questi, essendosi fermato, si trovava sempre pi lontano dal grosso dell'esercito, che proseguiva il suo cammino; il nemico era invece continuamente rinforzato dal sopraggiungere de' suoi. Avvistosi di ci l'Alviano, fece avvertire il conte di Pitigliano, perch gli venisse in aiuto; ma questi, con la solita prudenza, rispose che il Senato non voleva si desse allora battaglia, e per consigliava anche a lui di continuare il suo cammino. L'Alviano invece attacc il nemico e si condusse con valore; ma fu, come quasi sempre nella sua vita, sfortunato. Le fanterie italiane, specie quelle dei Brisighella, si condussero eroicamente, restando uccisi seimila dei loro uomini. Venti pezzi d'artiglieria furono perduti; l'Alviano stesso rimase ferito e prigioniero. La rotta fu generale, ma una parte della cavalleria si salv, ed il grosso dell'esercito veneziano, avendo continuato il suo cammino col Pitigliano, non prese parte alla mischia. Questa battaglia, nota col nome di Vail o d'Agnadello, fu la prima delle grandi e sanguinose lotte, che d'allora in poi seguirono in Italia senza tregua, nelle quali i nostri soldati e capitani combatterono con valore nei due campi avversi, rendendo la loro patria sempre pi serva dello straniero. I Francesi ebbero in loro potere Caravaggio, Bergamo, Brescia, Crema; presero anche Peschiera, e cos in 15 giorni Luigi XII, venuto in Italia alla testa del suo esercito, era gi padrone di tutte le terre che gli erano state promesse a Cambray; ed allora cominci subito a raffreddarsi nella guerra. Il conte di Pitigliano si chiuse in Verona.
Ma intanto l'esercito pontificio, forte di 400 uomini d'armi, 400 cavalli leggieri ed 800 fanti, cui s'unirono pi tardi 3000 Svizzeri, s'avanzava rapidamente in Romagna, senza pi incontrare ostacoli di sorta, sotto il comando di Francesco Maria della Rovere, nipote del Papa, e ora duca d'Urbino per l'adozione che di lui aveva fatta Guidobaldo da Montefeltro, morto senza figli. Il duca Alfonso d'Este, che finora era sembrato neutrale, all'annunzio della battaglia di Vail cacci da Ferrara il Visdomino veneziano, mand 32 de' suoi celebri cannoni all'esercito del Papa, e ripigli alcune terre state gi tolte agli Este dai Veneziani. Nemico si dichiar anche il marchese di Mantova; ed alcuni vassalli dell'Impero, aspettando l'arrivo di Massimiliano, attaccavano intanto nel Friuli e nell'Istria la bersagliata repubblica di S. Marco, alla quale restava adesso solo la speranza che, col cedere a qualcuno dei nemici tutto quello che voleva, potesse farselo amico e separarlo dagli altri, che cos avrebbe indeboliti.(143)
Alla Francia ormai non v'era pi nulla da cedere, perch essa aveva gi preso tutto quel che voleva. Alla Spagna i Veneziani resero le poche terre napoletane che avevano sull'Adriatico; ma ci era, nel presente momento, ben poca cosa. Occorreva fare assai di pi, per ottenere il desiderato intento. Gli storici dicono che la Repubblica veneta mand allora Antonio Giustinian all'Imperatore col foglio bianco, con la commissione cio di sottomettersi a lui, cedendo tutto quel che chiedeva. E si diffuse allora assai largamente una orazione latina. Ad divum Maximilianum Imperatorem, che il Giustinian avrebbe, dicevano, scritta e letta poi a quel sovrano. Essa  veramente una povera cosa, umile fino quasi all'abbiezione, indegna della Serenissima e del suo oratore, i cui dispacci eran sempre pieni di acume e di dignit. Pure fu dal Guicciardini tradotta nella sua Storia d'Italia; il Machiavelli ne conserv copia nelle sue carte,(144) e v'alluse nei Discorsi; il Ricci la trascrisse nel suo Priorista, ed il 7 luglio 1509 l'ambasciatore fiorentino Piero de' Pazzi, ne mandava da Roma copia ai Dieci, scrivendo che era "cosa miserabile vedere gli oratori veneti andar per la terra, tanto la loro superbia s'era mutata in umilt."(145)
Certo Venezia, dopo la disfatta subita, avendo contro di s Papa, Impero e Francia, era assai sgomenta; ma non si abbandon, non si avvil mai quanto farebbe credere quella orazione. Oltre di ci, noi abbiamo le istruzioni che la repubblica dette prima al Giustinian, poi ad altri suoi rappresentanti; sappiamo quindi con precisione quali proposte, nelle sue calamit, essa fece, e con quale scopo. Volendo far di tutto per indurre Massimiliano a venire in Italia a combattere la Francia e difendere Venezia, offriva di cedergli quelle terre che nello scorso anno essa aveva tolte all'Impero. E sebbene sembrasse assai pi restia per alcune altre citt, che l'Imperatore presumeva fossero sue, pure anche su queste sembrava disposta a riconoscerne l'autorit, pagandogli un censo. E quando fosse per loro venuto davvero in Italia, i Veneziani lo avrebbero con tutte le loro forze aiutato, dandogli in diverse rate 200,000 fiorini. Pi tardi, facendo altre minori proposte, si dichiaravano pronti a pagargli addirittura 50,000 fiorini l'anno per tutta la sua vita.(146) Ma l'Imperatore rispose di volere andare d'accordo con la Francia, di non voler trattare con chi era stato scomunicato dal Papa, e neg il salvocondotto al Giustinian, che non si pot quindi neppur presentare a lui. La sua pretesa orazione adunque, se non  un esercizio retorico di qualche nemico di Venezia, non fu di certo mai letta a Massimiliano, e quello che  pi, non risponde alle istruzioni che l'oratore aveva ricevute dal Senato Veneto.(147)
Se per l'Imperatore si dimostrava cos resto, pareva invece che fosse gi disposto a mutare animo il Papa, che era stato il promotore della lega. Avute le sue terre di Romagna, egli si dimostrava sempre sdegnato contro i Veneziani, dai quali richiedeva le entrate che essi avevano col riscosse in passato; nemico sempre degli stranieri in genere, era adesso anche pi sdegnato contro i Francesi, che, dopo aver preso per s tutto quello che volevano, non sembravano punto disposti a proseguire seriamente la guerra. Sembrava perci assai inclinato ad unirsi contro di loro con l'Imperatore. Se non che questi, quantunque ora non gli mancassero i danari, quantunque parecchie terre del Veneto sembrassero pronte ad arrendersi a lui, non si moveva. I suoi rappresentanti per s'avanzarono per prenderne possesso, e Venezia, che voleva evitare ogni conflitto con lui, ordin che si cedesse. Infatti il vescovo di Trento assai facilmente prese possesso di Verona e di Vicenza; anche Padova si arrese senza resistenza. A Treviso per le cose andarono assai diversamente. Col, se i nobili, sempre avversi a Venezia in tutte le citt da essa conquistate, si dimostravano pronti a sottomettersi senz'altro, il popolo invece, che dappertutto le era affezionatissimo, insorse al grido di Viva San Marco, saccheggi le loro case, e cacci i rappresentanti dell'Impero. E questa fu una scintilla, che s'and facilmente propagando per tutto, tanto pi che le forze di Massimiliano in Italia erano scarsissime. Si disse allora e si ripet poi dagli storici, che Venezia, dando prova d'una grande sapienza politica e d'una grandissima fiducia nell'affezione dei propri sudditi, sciolse le citt di terra ferma dal giuramento d'obbedienza, lasciandole libere d'arrendersi o difendersi, secondo che volevano, e che esse, per affezione a S. Marco, si difesero eroicamente. Tutto questo per , in parte almeno, una leggenda, di cui facilmente si spiega l'origine, se si guarda alla realt vera dei fatti.(148) Venezia voleva separare l'Imperatore dalla Francia, per attirarlo a s, a questo fine era disposta, come abbiam visto, ad ogni sacrifizio di uomini e di danaro, a cedere anche alcune delle sue citt, e aveva dato perci gli ordini opportuni. Ma quando vide che l'Imperatore non si moveva, e che il popolo insorgeva al grido di Viva San Marco, cominci ben presto a mutare condotta.
Infatti, sebbene avesse in sul principio mostrato di rassegnarsi a cedere perfino Padova, il 17 luglio 1509 mut improvvisamente, e rientr per sorpresa nella citt, che subito s'arrese insieme con la fortezza: il popolo intanto saccheggiava le case dei nobili. Tutto il territorio padovano segu l'esempio della citt, e Verona, dove l'arcivescovo di Trento si trovava con pochissime forze, era sul punto d'insorgere anch'essa, tanto pi che, avendo gl'imperiali invocato l'aiuto del marchese di Mantova, e questi essendosi mosso, fu per via fatto prigioniero dagli Stradioti di Venezia. Luigi XII, invece di ricominciare la guerra per aiutare gli alleati, se ne tornava in Francia, lasciando ai confini veronesi il La Palisse con 500 lance e 200 gentiluomini. E ci, dopo aver concluso col Papa un trattato a difesa comune dei propri Stati, abbandonando al loro destino i vassalli della Chiesa, fra i quali principalissimo il duca di Ferrara, suo alleato, che restava cos esposto all'odio ed agli assalti di Giulio II.
Finalmente per Massimiliano si decise a muoversi, per venire all'assedio di Padova, dove i Veneziani fecero subito entrare tutte le forze che avevano disponibili. V'entrarono anche i due figli del doge Loredano con 100 fanti tenuti a loro proprie spese; li seguirono altri 176 gentiluomini veneziani, e poi vennero gli abitanti della campagna colle loro raccolte di viveri. L'Imperatore comandava il pi poderoso esercito che da molti secoli si fosse visto in Italia. V'erano i Francesi del La Palisse, gli Spagnuoli educati alla guerra sotto Gonsalvo di Cordova, Italiani, Tedeschi, avventurieri d'ogni nazione, e 200 cannoni. In tutto da 80 a 100 mila uomini.(149) Presto cominciarono le operazioni d'assedio, e la breccia fu aperta; ma quando si venne all'assalto, i Veneziani fecero scoppiare le mine gi prima caricate, e la pi parte degli assalitori, fra cui alcuni capitani di grido, saltarono in aria. Cos l'assedio fu levato il 3 di ottobre, e ricominciarono le querele degli alleati, massime dell'Imperatore, che, trovandosi senza danari, ne cercava a tutti, e con pi insistenza che mai ai Fiorentini, ai quali ricordava le somme gi promesse per mezzo del Vettori, quando fosse venuto in Italia, dove ormai si trovava.
Essi dovettero quindi inviargli a Verona, dove sembrava che ora si recasse, sebbene tornasse poi indietro, due ambasciatori, Giovan Vittorio Soderini e Piero Guicciardini, il padre dello storico. Il Machiavelli, rimandandoli a ci che esso aveva gi scritto sulla Germania e sull'Imperatore, ricordava loro di essere accorti, perch questi "assai spesso disfaceva la sera quello che concludeva la mattina."(150) E gli ambasciatori arrivati a Verona, firmarono subito un trattato (24 ottobre 1509), col quale i Fiorentini s'obbligavano a pagare 40,000 ducati a Massimiliano, che prometteva loro amicizia e protezione.(151) Il pagamento doveva farsi in quattro rate: la prima subito, nel mese stesso d'ottobre, la seconda il 15 novembre,(152) la terza nel gennaio, e la quarta nel febbraio seguenti.
A portare la seconda rata fu, con deliberazione del 10 novembre, mandato il Machiavelli con ordine di trovarsi il 15 a Mantova, e, fatto il pagamento, recarsi a Verona o dove credesse pi opportuno, per raccogliere notizie. Ed il Machiavelli adempi la commissione, cominciando subito a cercar notizie in Mantova stessa, non senza avvertire, che quello era un "luogo dove nascono, anzi piovono le buge, e la Corte ne  pi piena che la piazza.(153) Il 22 era a Verona, donde scriveva il 26, notando subito, secondo il suo solito, i fatti essenziali ad avere una giusta cognizione dello stato delle cose e degli animi col. "I gentiluomini," egli diceva, "non amano Venezia, inclinano agli alleati; ma il popolo, la plebe, i contadini sono tutti marcheschi.(154) Il vescovo di Trento si trova a Verona con poche migliaia di fanti e cavalli, Vicenza s' gi ribellata e data ai Veneziani: l'Imperatore trovasi a Roveredo, e non vuol ricevere oratori; i nobili di Verona guardano alla Francia, che finalmente ha mandato solo 200 Guasconi e 200 uomini d'arme. Ma questi aiuti non giovano a niente, perch sono pochi, e intanto gli alleati devastano e rubano il paese in modo indescrivibile." "E cos negli animi di questi contadini  entrato un desiderio di morire e vendicarsi, che sono divenuti pi ostinati e arrabbiati contro a' nemici de' Veneziani, che non erano i Giudei contro a' Romani; e tuttod occorre che uno di loro, preso, si lascia ammazzare per non negare il nome veneziano. Eppure iersera ne fu uno innanzi a questo vescovo, che disse che era marchesco e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare, n promesse di camparlo, n d'altro bene, lo poterono trarre di questa opinione: di modo che, considerato tutto,  impossibile che questi re tenghino questi paesi con questi paesani vivi."(155) La resistenza energica e qualche volta eroica di quei contadini ricorda quella assai simile dei contadini pisani contro Firenze, e ci conferma nella opinione gi espressa sul vigore e l'energia morale ancora esistente negli ordini inferiori della societ italiana, dei quali allora si faceva troppo poco conto, e di cui generalmente non s'occuparono gli storici.
"Le cose," continuava il Machiavelli, "non possono in questi termini durare a lungo. Pi la guerra va lenta e pi crescer l'amore verso Venezia, perch le popolazioni sono in casa e fuori consumate dagli alleati, che le rubano e le rovinano, mentre i Veneziani, pur facendo continue scorrerie e prede, le rispettano e fanno trattare con ogni riguardo.(156) Intanto Luigi XII e Massimiliano non vanno punto d'accordo fra di loro, e si teme che alla fine questi si unir coi Veneziani. Sono due re, che uno pu fare la guerra ma non vuole, e quindi la va dondolando; l'altro vuole ma non pu. Se per mantengono con questi modi a' paesani la disperazione, e a' Veneziani la vita, credesi, come ho detto altre volte, che in un'ora possa nascere cosa che far pentire e re e papi e ciascuno di non aver fatto suo debito ne' debiti tempi.(157) I Veneziani in tutti questi luoghi dei quali s'insignoriscono, fanno dipingere un S. Marco che, in cambio di libro, ha una spada in mano; donde pare che si sieno avveduti a loro spese, che a tenere gli Stati non bastano gli stud e i libri"(158) Il 12 dicembre egli era a Mantova, di dove, essendo gi vicina la guerra intorno a Verona, mand una lunga ed esatta descrizione di questa citt;(159) e poco dopo, avutane licenza dai Dieci, se ne torn a Firenze.
Nella sua breve gita, che pure dur poco meno di due mesi, il Machiavelli non ebbe molto da fare, e gli rest qualche tempo libero, che pare dedicasse a cominciare il secondo de' suoi Decennali, che poi rest interrotto. Il brano, infatti, che di esso abbiamo, narra gli avvenimenti seguiti dal 1504 al 1509 per l'appunto. Ed in una lettera, che in quei giorni medesimi scrisse a Luigi Guicciardini, e sulla quale torneremo fra poco, troviamo una poscritta che dice: "Aspecto la risposta di Gualtieri a la mia cantafavola." Or questo era il nome che egli ed i suoi amici dettero pi volte al Decennale.
Nel secondo il Machiavelli incomincia col dire, che oser narrare i nuovi eventi, sebbene

Sia per dolor divenuto smarrito.(160)

Invocata la Musa, egli accenna alla rotta di Bartolommeo d'Alviano in Toscana, per opera principalmente del prode Antonio Giacomini, del quale fa grandi elogi. Dopo accennati pi brevemente ancora alcuni fatti generali d'Europa, rammenta come papa Giulio II, non potendo tenere "il feroce animo in freno," cominci la guerra contro i tiranni a Perugia, a Bologna. E cos finalmente arriva con grande rapidit alla lega di Cambray. Questa egli sembra attribuire, pi che altro, alle vittorie dei Veneziani contro l'Imperatore nel 1508, quando s'impadronirono d'alcune sue terre.

Le qual dipoi si furon quel pasto,
Quel rio boccon, quel venenoso cibo,
Che di San Marco ha lo stomaco guasto.

I Fiorentini allora, profittando dell'occasione, affamarono Pisa, circondandola in modo, che non vi poteva entrare "se non chi vola;" onde essa, che pur era stata assai ostinata nella difesa,

Torn piangendo alla catena antica.

Ma non si pot nulla concludere, senza prima aver contentato le bramose voglie dei potentati, che cercavano sempre nuovi pretesti per aver danari:

Bisogn a ciascuno empier la gola
E quella bocca che teneva aperta.

Gli alleati fiaccarono poi la potenza dei Veneziani a Vail, ed allora si vide chiaro quanto poco giovi la forza senza la prudenza, che a tempo prevede e ripara i mali.

Di quinci nasce che 'l voltar del cielo
Da quello a questo i vostri Stati volta
Pi spesso che non muta il caldo e 'l gelo.
Che se vostra prudenzia fusse volta
A conoscere il male e rimediarvi,
Tanta potenzia al ciel sarebbe tolta.

E dopo questi versi, certo non eleganti n armoniosi, ma nei quali si vede la fede illimitata che il Machiavelli ebbe sempre nell'accortezza politica e nell'arte di governo, che a tutto, secondo lui, poteva sempre riuscire. arriva al momento in cui Massimiliano, fallito nell'assalto di Padova,

Lev le genti, affaticato e stanco;
E dalla Lega sendo derelitto,
Di ritornarsi nella Magna vago,
Perd Vicenza per maggior despitto.(161)

E con questo fatto, seguto nei giorni stessi, in cui il Machiavelli era a Verona ed a Mantova, rimane in tronco il secondo Decennale, che  solo un breve frammento, e letterariamente vale anche meno del primo.
La lettera cui pi sopra abbiamo accennato, scritta dal Machiavelli in Verona, il d 8 dicembre, a Luigi Guicciardini in Mantova, dimostra che se veramente, come noi supponiamo, egli scrisse allora il brano del secondo Decennale, le sue ore d'ozio pur troppo non furono occupate solamente nello scrivere quei versi abbastanza mediocri. Pare che Luigi Guicciardini, fratello dello storico, gli avesse narrato una sua oscena avventura. Rispondendo, egli ne racconta un'altra cos ributtante, che noi vi alludiamo solo, perch la lettera che ne parla fu data alle stampe, ond' pur necessario dirne qualche cosa. Il Machiavelli adunque racconta d'essere a Verona entrato nello scuro tugurio d'una donna di mala vita, la quale era cos sudicia, puzzolente e brutta, che quando, nell'accomiatarsi da lei, pot vederla al lume della lucerna, fu tanto disgustato d'esserle stato vicino, che dette di stomaco. La pi fugace lettura di questo racconto, che del resto sarebbe preferibile ignorare affatto, dimostra chiaro che egli, per far ridere l'amico, esagerava anche pi del solito, in modo da oltrepassare non poco i confini del verosimile. L'esagerazione stessa per  tale da far deplorare che un uomo grave, il quale pur era padre di famiglia, non pi giovane, marito di moglie affezionata, potesse, quando anche non fosse che per celia, raccogliere cos disgustoso fango.(162) N qui basta a tutto giustificare la solita scusa dei tempi. Fortunatamente le molte faccende non gli lasciarono allora tempo da pensare e scrivere altre simili sconcezze.
I suoi amici, che spesso gareggiavano con lui nei pi osceni discorsi, in questi giorni gli mandavano da Firenze lettere che discorrevano anche di private ed assai poco grate faccende. Francesco del Nero, suo parente, accennava, in data del 22 novembre 1509, ad una lite di famiglia, che non determinava, ma che doveva essere di qualche gravit, perch egli diceva che molte persone autorevoli, tra cui lo stesso gonfaloniere Soderini e i fratelli di lui, erano stati consultati in proposito, e sembravano adoperarsi in favore del Machiavelli.(163) Di che cosa si tratti noi non sappiamo;  certo per che, in conseguenza di un accordo fatto col fratello Totto, il quale s'era dato alla vita ecclesiastica, e dovette perci avere i benefiz spettanti alla famiglia, Niccol era venuto in possesso di tutta l'eredit paterna, coi debiti non piccoli e le tasse che la gravavano. Nel 1511, infatti, gli ufficiali del Monte portarono a suo carico le Decime dovute, e fu poi obbligato anche a pagar grosse somme ai creditori.(164) Da tutto ci  facile supporre che sorgessero liti, e che ad una di esse il Del Nero accennasse. Poco dopo, altra e pi grave lettera, in data del 28 dicembre, gli veniva dal fido Biagio Buonaccorsi. "Sette giorni fa," egli scriveva, "un tale s' presentato turato,(165) con due testimon, al notaio dei Conservatori, con una protesta la quale diceva, che per essere voi nato di padre, ecc.,(166) non potete esercitare l'ufficio di segretario. E bench la legge, gi altre volte citata, sia quanto la pu in vostro favore, pure c' molti che strepitano, e se ne parla dovunque, perfino nei bordelli." E dopo avergli consigliato, in nome degli amici, a non tornare ancora in Firenze, concludeva: "Io qui prego e ringrazio per voi, cose alle quali non siete punto adatto. Meglio adunque che lasciate passar questa tempesta, per la quale da pi giorni non ho dormito, senza nulla tralasciare per voi, giacch non so donde venga, ma ci avete ben pochi che vogliano aiutarvi.(167)
A che cosa alluda questa seconda lettera,  anche meno facile indovinarlo. Si trattava certo di un divieto che i nemici del Machiavelli volevano dal padre far ricadere sul figlio.(168) Il Passerini, che pubblic la lettera del Buonaccorsi, dice che "Bernardo, padre del nostro Niccol, era nato illegittimo." Non d per nessuna prova della sua asserzione. Invece il Tommasini (II, 958-9) cita un manoscritto del Cerretani da lui posseduto, nel quale l'accusa di bastardo  ricordata. Nei Ricordi della famiglia Machiavelli, da noi gi citati, i figli naturali sono menzionati, ma tra di essi non c' Bernardo, del quale si dice solo che eredit il patrimonio della famiglia. N dagli Statuti risulta che al figlio legittimo di padre illegittimo fosse vietato il far parte della Cancelleria.(169) Non  facile quindi dare una sicura interpetrazione della lettera del Buonaccorsi. Fu supposto da altri, che Bernardo Machiavelli fosse messo, come dicevano, a specchio, per non aver pagato le imposte dovute, e che da ci risultasse il divieto anche al figlio. Infatti, secondo una deliberazione del 1402, quando il padre era a specchio, veniva ritenuto come tale anche il figlio(170). Ma nella Riforma della Cancelleria deliberata il 14 febbraio 1498,(171) fu data facolt al Consiglio dei Richiesti di nominare i cancellieri e coadiutori, senza tener conto alcuno dei divieti.(172) E questo farebbe comprendere le parole del Buonaccorsi, l dove nella sua lettera dice: "Sebbene la legge sia in favore quanto la pu."
Comunque sia di tutto ci, o che la lettera del Buonaccorsi trovasse il Machiavelli gi partito, o che egli, sicuro della benevolenza del Gonfaloniere e del favore della legge, non facesse gran caso delle tante paure degli amici, che gli consigliavano di non venire per ora a Firenze, certo  che il 2 gennaio egli era gi di ritorno, occupato nelle solite faccende d'ufficio.(173) Il 13 marzo lo troviamo a San Savino, per una questione di confine tra Senesi e Fiorentini;(174) nel maggio, in Val di Nievole, a far la mostra delle bandiere, e poi sempre pi occupato nell'ordinamento della Milizia a Firenze.(175)
Intanto i Veneziani, che erano rientrati in Vicenza, giunsero troppo tardi a Verona, dove gl'imperiali s'erano gi fortificati. Presero varie terre nel Friuli e nel Polesine; ma le loro navi, che erano entrate nel Po per assalire Ferrara, vennero, per inesperienza e vilt di Angelo Trevisan, che le comandava, vinte e quasi distrutte. Poco dipoi, cio al principio del 1510, moriva il conte di Pitigliano; ed essendo gi prigioniero l'Alviano, essi restavano addirittura senza un capitano di grido, che potesse comandare l'esercito, n riuscirono a trovare altri che Giovan Paolo Baglioni di Perugia. In questo momento per l'aiuto venne donde meno era aspettato.
Il Papa ogni giorno pi geloso della Francia, dopo avere, trascinato dalla sua natura irrequieta, chiamato in Italia un diluvio di stranieri per combattere Venezia, ora che questa s'era umiliata ai suoi piedi, cedendo a lui in ogni cosa, non solo inclinava manifestamente verso di essa; ma gi le aveva dato l'assoluzione, e secondo che scriveva da Roma l'ambasciatore veneto Trevisan, s'era lasciato dire, che "se quella terra non fosse, bisogneria farne un'altra."(176) Ed incominci adesso a levare il suo ben noto grido di Fuori i barbari. L'oratore fiorentino in Francia, messer Alessandro Nasi, che da un pezzo aveva scritto, alludendo al Papa ed al Re: potersi credere, "che la sospizione fra loro non sia poca, e la fede non sia molta," aggiungeva ora che lo sdegno dei Francesi era divenuto grandissimo.(177) Ma anche per Luigi XII era un assai grosso affare trovarsi in guerra col Papa, ed un Papa della tempra di Giulio II, che voleva essere, come scriveva il Trevisan, "il signore e maestro del giuoco del mondo."(178) S'aggiungeva inoltre che gli Svizzeri, tenuti allora la prima fanteria in Europa, sapendo d'esser sempre pi necessar alla Francia, aumentarono tanto le loro domande di denaro, che il Re ne fu irritato per modo, che si content di far solo qualche accordo separato coi Vallesi e coi Grigioni. Invece trovava fra tutti loro gran favore il cardinale Mattia Schinner, vescovo di Sitten o, come dicevano gl'Italiani, Sion, il quale girava, promettendo danari, per assoldar gente a servizio del Papa.
Ben presto la guerra ricominci, sebbene assai fiaccamente, tra i Francesi uniti all'Imperatore da un lato, i Veneziani uniti al Papa dall'altro. N i Veneziani sarebbero stati, con un debole esercito, comandato da un capitano come il Baglioni, in grado di resistere alle forze dei nemici; ma l'Imperatore era sempre incerto, ed in Francia moriva (25 maggio 1510) il cardinal d'Amboise, che aveva sinora guidato la politica di Luigi XII. E questi lasciava gli affari in mano del Rubertet, o, ci che era anche peggio, faceva di suo capo: tutti perci ne prevedevano guai. Lo Chaumont, che doveva il suo alto ufficio all'essere nipote e creatura del morto cardinale, ricevette ordine di retrocedere verso Milano, lasciando all'Imperatore 400 lance e 1500 fanti spagnuoli.(179) In Francia, al clero ed a tutto il paese pareva gran cosa trovarsi in guerra col capo della religione, e questi non se ne stava con le mani alla cintola, ma gi tentava di sollevare Genova, al qual fine Marcantonio Colonna, con finti pretesti, lasciava il servizio dei Fiorentini, partendo con 100 uomini d'arme e 700 fanti.(180) Di questa inaspettata impresa si parl molto, perch nessuno capiva in sul principio, che scopo avesse la mossa del Colonna, nulla sapendosi de' suoi segreti accordi col Papa. Essa per non ebbe conseguenze di sorta, perch rimase interrotta a mezzo. Ma l'esercito del Papa intanto s'avanzava, sotto il comando di Francesco Maria della Rovere, e gi minacciava il duca di Ferrara, per modo che questi avrebbe dovuto cedere, se lo Chaumont non gli avesse mandato in tempo 200 uomini d'arme. Ad accrescere poi tutta questa confusione d'imprese iniziate e subito abbandonate, 6000 Svizzeri discesero allora le Alpi, per venire in aiuto del Papa; ma ad un tratto tornavano repentinamente ai loro monti, senza che se ne potesse indovinar la ragione. Chi disse che tornavano, perch, non avendo n cavalleria n artiglieria, s'erano avvisti che non potevano sperarle dal Papa; chi disse invece che, avendo ricevuto da lui 70,000 scudi per questa spedizione, ne ebbero altrettanti dalla Francia per tornare indietro. La riputazione della loro lealt era ormai da un pezzo divenuta assai dubbia, essendo noto a tutti che essi combattevano solo per danaro.(181)
Le condizioni della repubblica fiorentina erano, fra queste nuove complicazioni, divenute difficilissime. Antica alleata dei Papi e della Francia, non poteva separarsi n da Luigi XII, n da Giulio II, che erano adesso fra di loro in guerra, e non volevano permetterle di restar neutrale. Dividersi dalla Francia, alla cui alleanza aveva fatto tanti e cos continui sacrifiz, ed alla quale il Soderini era affezionatissimo, significava restare isolata, ed in bala di chiunque vincesse nelle grosse guerre, che ormai erano inevitabili. Dividersi dal Papa gi in armi, col cui Stato confinava per cos lungo tratto, significava esporsi ad immediato assalto, senza forze per resistere. Intanto la Francia chiedeva con insistenza, che la Repubblica mandasse subito aiuti e pigliasse parte attiva nella guerra; il Papa era gi pronto ed armato ai confini. Il Soderini allora, come era il suo solito, quando non sapeva a quale partito appigliarsi, pens di mandare il Machiavelli in Francia, con lettere che lo incaricavano di raccogliere notizie, di far vaghe promesse al Re, assicurandolo che cos il Gonfaloniere come il cardinale suo fratello gli erano sempre fedeli, e desideravano che fosse mantenuto il predominio francese in Italia. Doveva inoltre il Machiavelli persuadergli, che a questo fine era necessario o battere i Veneziani con una guerra pronta e risoluta, o consumarli, temporeggiando; tenersi inoltre amico l'Imperatore, acci li assalisse di continuo, ed, occorrendo, dargli anche Verona; non inimicarsi per mai il Papa, che poteva riuscire assai pericoloso alla Francia.(182)
Il Machiavelli and lento nel suo viaggio, perch capiva che questi consigli non richiesti erano inutili, e perch come scriveva da Lione il 7 luglio ai Dieci, vedeva chiaro che la sua gita non poteva riuscire ad altro scopo che a "tenere bene avvisate le SS. VV. di quello che alla giornata si ritrarr, e ad occuparsi dei donativi da farsi al Rubertet ed allo Chaumont, i quali gi facevano capir chiaro di volere per s anche i diecimila ducati promessi al cardinale di Rouen, che era morto.(183) La prima notizia che egli mand da Blois il 18 luglio, fu che il Re si dichiarava pronto a difendere Firenze; ma che essa doveva decidersi ad essere amica o nemica, e nel primo caso mandar subito le sue genti in campo.(184) "Quanto al Papa," aggiungeva il Machiavelli, " facile immaginarsi quello che ne dicono, perch torgli l'obbedienza e fargli un Concilio addosso, rovinarlo nello stato temporale e spirituale,  la minor rovina di cui lo minaccino.(185) Qui dispiace assai questo suo moto, sembrando che S. S. minacci con esso l'Italia e la Cristianit; tuttavia sperano che, non essendogli riuscito di sollevare Genova, le cose si fermeranno. Ma siccome nessuna pi onesta cagione si pu avere contro un principe, che mostrare, attaccandolo, di voler difendere la Chiesa, cos Sua Maest potrebbe in questa guerra tirarsi addosso tutto il mondo.(186) Il Re si tiene assai offeso dal Papa, e ne  sdegnatissimo. Le persone della Corte per, ed anche l'oratore di Roma cercano ogni modo d'evitar la guerra, promovendo invece un accordo, tanto che han finito quasi col piegare anco l'animo suo. Esso, infatti, all'oratore di Roma che gliene parlava, disse che non avrebbe mai mosso il primo passo, perch era stato offeso: - ma, se il Papa far verso me dimostrazione quanto  un nero d'ugna, io ne far un braccio. -(187) Da ci animati, quelli della Corte e l'oratore di Roma s'adoperavano a tutt'uomo, e volevano che Firenze entrasse di mezzo nel promuovere l'accordo, anzi avevano a questo fine indotto a partire un Giovanni Girolamo fiorentino, che stava col per affari. Il Machiavelli secondava con ardore queste pratiche; anzi prese allora un'iniziativa insolita, nelle sue legazioni.(188) In parte ci poteva essere conseguenza della maggiore esperienza, che ora aveva acquistata, e della gravit del pericolo che minacciava Firenze e l'Italia; in parte ancora dell'incoraggiamento che riceveva personalmente e privatamente dalle lettere del Soderini.(189) Pure, scrivendo ai Dieci, egli quasi se ne scusava, dicendo che aveva operato nell'interesse "della Citt nostra, alla quale non potrebbe seguire il pi pauroso infortunio che l'inimicizia e la guerra di questi due principi. Ed il tentar di promuovere fra di essi un accordo, pu giovarci se riesce, e se non riesce, nessuno potr dolersi di noi. N v' tempo da perdere, perch qui gli apparecchi di guerra continuano senza interruzione. Il Re ha ordinato in Orlans un Concilio dei prelati del Regno; ha assoldato il duca di Vittemberga, per aver fanti tedeschi; raccoglie soldati nel regno; cerca d'unirsi all'Imperatore, che vuole accompagnare con 2500 lance e 3000 fanti; e ha giurato sopra la sua anima, che far di due cose l'una, o perdere il regno, o coronare l'Imperatore e fare un Papa a suo modo."(190) Il Papa dal suo lato s'apparecchiava del pari alla guerra, sicch in fondo tutti gli sforzi d'accordo erano vani.(191)
Il giorno 9 di agosto il Machiavelli scriveva, che essendo andato col Rubertet a vedere il Re, e ragionando in genere delle cose d'Italia, s'era avvisto che i Francesi non si fidavano dei Fiorentini, se non li vedevano con le armi in mano, e tanto meno se ne fidavano, quanto pi gli stimavano prudenti. E poi aggiungeva: "Credino le SS. VV. come le credono al Vangelo, che se fra il Papa e questa Maest sar guerra, quelle non potranno fare senza dichiararsi in favore d'una delle parti. E per si giudica da tutti coloro che vi amano, essere necessario che le SS. VV. considerino e decidano, senza aspettare che i tempi venghino loro addosso, e che la necessit gli stringa. Gl'Italiani che sono qui credono che bisogna cercare la pace; ma che, non potendola avere, sia necessario dimostrare al Re come, a volere tenere in freno un Papa, non occorrono tanti Imperatori, n tanti romori. E discorrendo col Rubertet questa materia, io gli mostrai tutti i modelli che vi erano dentro, e come, se fanno la guerra soli, sanno quel che si tirano addosso; ma se la fanno accompagnati, debbono dividersi l'Italia, e quindi venire tra loro ad una guerra pi grossa e pericolosa. N sarebbe da disperarsi di potere imprimer loro questi modelli nel capo, quando fosse qui pi d'un Italiano di autorit, che ci si affaticasse."(192)
Il 13 dello stesso mese, essendo il Re venuto a Blois, il cancelliere, con altri della Corte, fece chiamare il Machiavelli, e "dopo un grande esordio de' meriti di Francia verso Firenze, cominciando insino da Carlo Magno, e venendo al re Luigi presente, mi disse come il Re intendeva che el Papa, mosso da uno diabolico spirito che li  entrato addosso, vuole di nuovo tentare l'impresa di Genova." Volevano perci che la Repubblica tenesse in ordine le sue genti, le quali potevano da un momento all'altro essere richieste; dal che il Machiavelli invano cercava schermirsi.(193) Il 9 egli aggiungeva, che il Re aveva ordinato il Concilio in Orlans, per vedere se poteva levar l'obbedienza al Papa, e crearne un altro; il che, "se VV. SS. fussino poste altrove, sarebbe da desiderare, acciocch ancora a codesti preti toccasse di questo mondo qualche boccone amaro."(194) Ma il Papa era troppo vicino, e i Francesi insistevano ogni giorno pi nel volere che i Fiorentini pigliassero subito le armi senza esitare. Il Machiavelli tenne su di ci lungo discorso col Rubertet, per fargli capire come, trovandosi la Repubblica esausta, e dappertutto circondata dagli Stati del Papa o de' suoi amici, poteva, pigliando parte alla guerra, essere da un momento all'altro assalita da pi parti, nel qual caso il Re, invece di ricevere da essa aiuto, avrebbe dovuto mandar gente a difenderla,(195) quando gli era necessario provvedere anche a Genova, a Ferrara, al Friuli, alla Savoia.(196) E queste cose egli disse tante volte, ripetendole nel Consiglio stesso del Re, che finalmente lo Chaumont ebbe ordine di non pi insistere, il che tuttavia non imped che ben presto si tornasse da capo colla solita insolenza.(197)
Il Re s'era adesso rivolto tutto al pensiero della sua venuta in Italia, e pensando al futuro trascurava il presente. A Ferrara ed a Modena le cose andavan male per lui e per gli amici suoi. L'esercito del Papa era entrato nel Ferrarese, e Modena aveva aperto le porte al cardinal di Pavia; Reggio avrebbe fatto lo stesso, e met del Ducato di Ferrara sarebbe gi stata invasa, se lo Chaumont non avesse mandato 200 lance, che bastarono a fermar tutto.(198) E ci, osservava giustamente il Machiavelli, dimostrava che, pensandoci a tempo, la Francia avrebbe potuto, senza nessuna difficolt, tutelar l'interesse proprio anche col. Ma questo generale abbandono degli affari era, come vedemmo, la conseguenza, da ognuno gi preveduta, della morte del cardinale di Rouen, il quale s'era sempre occupato anche delle minori faccende, che ora restavano abbandonate al caso. "Cos," egli concludeva, "mentre che il Re non vi pensa, e i suoi le trascurano, il malato si muore.(199) Nondimeno qui sono tutti d'accordo che, venendo esso in Italia, gli sar necessario cercare di far potenti le SS. VV. E per se viene, ed esse si manterranno nel loro essere presente, quando pure abbiano da dubitare di stropiccio e spesa, potranno tuttavia sperare di molto bene."(200)
Sebbene in quei giorni il Machiavelli s'adoperasse a tutt'uomo, parlasse con tutti, di continuo scrivesse a Firenze, e ricevesse lettere dai Dieci, dagli amici, dal Soderini stesso, era pure urgente che la Repubblica mandasse in Francia un vero e proprio oratore, con proposte pi definite, o almeno con danari da diffondere nella Corte, cosa allora in Francia assai necessaria. E quindi gi era stato a questo fine eletto, e doveva fra poco arrivare Roberto Acciaiuoli.(201) Il Machiavelli, che s'apparecchiava perci a partire, trovavasi al solito senza danari, e ne chiedeva con insistenza,(202) avendone bisogno non solamente pel viaggio, ma anche per curarsi del suo malessere, venuto in conseguenza d'una tosse nervosa, che allora aveva fatto strage in Francia.(203) Il 10 di settembre trovavasi gi in cammino a Tours, donde scriveva che i Francesi s'adoperavano molto per radunare il Concilio, ed avevano gi fermi i capitoli, su cui volevano interrogarlo. Si voleva da esso sapere se il Papa aveva diritto di muover guerra al Cristianissimo, senza averlo neppure citato o interrogato; se questi aveva diritto di fargli guerra, per difendersi; se si doveva tener per vero Papa chi aveva comprato il papato, e commesso infiniti obbrobr.(204)
Nel suo ritorno il Machiavelli dovette pi volte fermarsi per via, giacch non lo troviamo a Firenze prima del 19 ottobre, e dagli stanziamenti coi quali gli vien pagato il salario, risulta che la sua assenza si prolung per 118 giorni.(205) Durante questo tempo, fra le molte lettere di amici che, secondo il solito, lo ragguagliavano delle cose d'Italia, ben poche ne troviamo del suo fido Buonaccorsi. Questi era allora desolato, per una lunga e grave malattia della moglie. Il 22 agosto, infatti, scusandosi del suo silenzio, concludeva: "E sono condocto ad tal termine, che io desideri pi la morte che la vita, non vedendo spiraglio alcuno alla salute mia, mancandomi lei."(206)



CAPITOLO XIII.

Gli avversar del Soderini prendono animo. - Il Cardinale de' Medici acquista favore. - Il Soderini rende conto della sua amministrazione. - Congiura di Prinzivalle della Stufa. - Presa della Mirandola. - Concilio di Pisa. - Commissione a Pisa. - Quarta legazione in Francia.

Ormai si vedeva chiaro che la tempesta s'addensava lentamente, ma inevitabilmente sulla repubblica fiorentina. Il Papa mirava, con un ardore e una tenacia irresistibile, ad isolare la Francia, unendosi, per combatterla, con la Spagna e con Venezia, possibilmente anche con l'Imperatore, il che non era facile. Gli eventi sembravano per secondarlo, e nulla di peggio poteva seguire alla Repubblica ed al gonfaloniere Soderini, la cui politica s'era fondata sempre sull'amicizia della Francia, dalla quale esso non voleva n poteva pi separarsi. Firenze correva quindi il pericolo di trovarsi da un momento all'altro circondata da nemici; ed un tale stato di cose faceva, com'era naturale, crescere rapidamente gli avversar del Gonfaloniere. Tutti coloro che erano scontenti o invidiosi, uniti al numero non piccolo di quelli che corrono sempre dietro alla buona fortuna, s'alienavano ogni giorno pi da lui. Non potevano biasimare n la sua rettitudine politica, n la sua severa amministrazione; ma ripetevano ora ad alta voce l'accusa tante volte gi fatta, che il suo era un governo personale, il quale allontanava gli uomini di maggior credito ed autorit, sollevando quelli di basso stato, per far tutto ci che egli ed il segretario Machiavelli volevano. E questo naturalmente indeboliva il governo per modo, che gli effetti se ne vedevano persino nella diminuita autorit dei magistrati, nella poca sicurezza delle vie la notte. Il cronista Giovanni Cambi osserva, che crebbe in quei giorni anche il mal costume, e le donne di mal affare erano venute in tanta insolenza che, contro le leggi, giravano e abitavano dove volevano nella Citt, e per mezzo dei loro aderenti facevano minacciar di ferite gli stessi Otto della Bala, che ne restavano atterriti.(207)
Ma v'era assai di peggio. Il partito dei Medici, favorito dal Papa, guadagnava ogni giorno terreno. Fino a che era vissuto Piero, i suoi modi villani, la sua vita dissipata, l'indole vendicativa e dispotica, i tentativi pi volte fatti di tornare in Firenze a mano armata, avevano alienato gli animi da lui e dalla sua famiglia. Ma quando, in sul finire del 1503, egli mor affogato nel Garigliano, le cose cominciarono subito a mutare aspetto, perch rest capo della famiglia suo fratello il cardinal Giovanni, che aveva residenza in Roma, ed era d'indole assai diversa. Culto e gentile nei modi, amantissimo delle arti e delle lettere, viveva sempre circondato da letterati e da artisti; seguiva in tutto le vecchie tradizioni di Cosimo e di Lorenzo, dei quali era, cos nel bene come nel male, degno discendente. Con grandissima cura serbava tutte le apparenze di modesto e privato cittadino, mostrandosi alieno da ogni ambizione di dominar Firenze, sicuro per l'esperienza dei propr antenati, che anche a lui ed ai suoi il potere sarebbe venuto tanto pi facilmente nelle mani, quanto pi avessero saputo serbar le apparenze di fuggirlo, pur cospirando in segreto per averlo. Chiunque ricorreva a lui, trovava pronto e generoso aiuto, in modo che ben presto egli divenne come il naturale rappresentante e protettore dei Fiorentini a Roma, dove s'adoperava per tutti, valendosi dell'autorit che aveva nella Curia, e del favore che godeva presso il Papa, il quale volentieri vedeva salire in alto un avversario del Soderini.(208) In questo modo il cardinale dei Medici, sebbene lontano, era in Firenze riconosciuto come il capo d'un partito, che ogni giorno s'ingrossava di tutti gli scontenti, di tutti i nemici del Gonfaloniere. E cos quando egli si sent forte abbastanza, cominci lentamente ad uscire dalla sua apparente riserva.
Se ne era visto nel 1508 un primo segno, avendo egli fatto concludere il matrimonio tra Filippo Strozzi e Clarice figlia di Piero de' Medici; matrimonio che dest in Firenze grandissimo rumore, perch si riteneva contrario alle leggi, trattandosi della figlia d'un ribelle, e perch vivamente avversato dal Soderini e da' suoi amici. Pure, dopo tutto il gran rumore che se ne fece, Filippo Strozzi ne usc con la condanna di 500 scudi d'oro, oltre ad essere confinato per tre anni nel regno di Napoli.(209) Questa pena sembr assai mite, trattandosi d'una violazione degli Statuti; ma par, nonostante, che fosse nella esecuzione attenuata di molto, giacch prima che i tre anni fossero trascorsi, noi ritroviamo lo Strozzi a Firenze. Cos il partito dei Medici s'agitava adesso, e diveniva sempre pi audace.
Il Soderini s'impensier di tutto ci a segno, che il 22 dicembre 1510 volle in Consiglio render conto esatto e minuto della sua amministrazione negli otto anni che aveva tenuto il governo, durante i quali, come egli dimostr, le uscite erano giunte alla somma totale di 908,300 scudi d'oro. Espose quali erano le economie fatte, quali le spese sostenute, mostrando i libri, che chiuse poi in una cassa di ferro.(210) Apparve a tutti evidente, che la Repubblica non aveva mai avuto un'amministrazione pi regolata ed economica. Eppure subito dopo si seppe d'una congiura tramata contro la vita del Gonfaloniere, e correva la voce che il Papa stesso vi avesse tenuto mano. Un tal Prinzivalle della Stufa, il 23 dicembre, cio il giorno seguente a quello in cui il Soderini aveva fatto il pubblico rendimento di conti, and da Filippo Strozzi proponendogli d'uccidere il Gonfaloniere, e mutare il governo della Citt, aggiungendo d'essere in ci d'accordo col Papa, che gli aveva promesso in aiuto alcuni uomini di Marcantonio Colonna. Sia che lo Strozzi fosse veramente alieno, come disse, dal mescolarsi allora nelle cose di Stato; sia che non avesse fede in chi gli parlava, o non volesse pigliar parte a un delitto, certo  che respinse sdegnoso la proposta di Prinzivalle, e dopo avergli dato tempo a fuggire, rivel la cosa al Gonfaloniere. Non si pot quindi fare altro che chiamare ed esaminare il padre del fuggiasco, confinandolo, dopo il processo, per cinque anni.
L'animo del Soderini ne rimase per assai conturbato, e la sera del 29, dovendosi nominare i Gonfalonieri delle Compagnie, venne in Consiglio, e narr come la congiura pareva che avesse molte radici nella Citt, e potesse facilmente esser di nuovo tentata. Se avevano deliberato di uccider lui, egli disse, ci era per poter subito dopo chiudere il Consiglio, e mutare il governo, convocando il popolo a Parlamento, contro le pi esplicite prescrizioni di legge. Si estese poi molto in questo suo discorso, esponendo di nuovo e lungamente la sua condotta politica, i modi di governo che aveva tenuti, la sua imparzialit e giustizia. Pi volte si commosse a segno che gli vennero le lacrime agli occhi, specialmente quando parl delle ingiuste accuse che gli si facevano, e dei pericoli da cui era minacciata la libert, la quale, egli concluse, sotto pretesto di odio a lui, i suoi nemici volevano in ogni modo distruggere.(211) Il Consiglio si dimostr deciso a sostenere il governo, e lo dimostr non solo con l'accoglienza fatta alle parole del Gonfaloniere, ma ancora col votare una legge intesa a difendere la libert, legge che gi pi volte da lui presentata e difesa in Consiglio, era stata fin allora sempre respinta. Con essa si provvedeva al caso che, per qualche congiura o per altra ragione qualsiasi, venisse improvvisamente a mancare il numero legale in uno o pi dei maggiori uffic (Signori, Gonfalonieri delle Compagnie e Buoni Uomini), e si fossero portate via le borse, per impedire una regolare estrazione di nomi, e cos pigliarne pretesto a radunare il popolo a Parlamento, per poi mutare la forma del governo. La nuova legge voleva perci che, se si potevano ritrovare le borse o almeno i registri dei nomi, coloro i quali restavano in ufficio facessero senz'altro procedere alla elezione, estraendo i nomi a sorte. Se invece le borse erano state distrutte o portate via insieme coi registri, allora si doveva adunare il Consiglio Grande, bastando nella seconda convocazione il numero dei presenti, qualunque esso fosse, per procedere all'immediata elezione. Quanto al Gonfaloniere, non si deliber nulla di nuovo, ma si richiamarono in vigore le disposizioni gi votate il 26 agosto dell'anno 1502, in cui l'ufficio era stato dichiarato perpetuo, e il modo dell'elezione minutamente determinato.(212)
Ma per quanto fosse cresciuto il numero degli scontenti in Firenze, essi restavano sempre una minoranza, alla quale non sarebbe riuscito mutare la forma del governo, se avesse dovuto fidar solamente in s stessa. Il vero pericolo della Repubblica veniva di fuori, e non c'era tempo da perdere. Il Machiavelli s'occupava perci a metterla in condizioni tali da potersi difendere, fidando solo nelle proprie armi. Persuaso sempre pi della utilit ed efficacia della sua Ordinanza a piedi, lavorava con grande energia a formare anche una a cavallo, armata di balestra, di lancia o scoppietto. Per ora l'ordinava in modo provvisorio, sotto forma quasi d'esperimento, per venir poi, quando le prime mostre fossero ben riuscite, alla legge che doveva costituirla definitivamente, come s'era gi proceduto coll'Ordinanza a piedi.
Nel novembre e nel dicembre del 1510 egli girava pel dominio a scrivere cavalli leggieri; and poi a Pisa(213) ed Arezzo, per visitare le due fortezze, e riferire in quale stato si trovavano; nel febbraio del 1511 lo vediamo a Poggio Imperiale, dove esaminava in che condizioni era quel luogo. Nel marzo, invece, andava nel Valdarno di sopra e nella Valdichiana, girando con danari per arrolare cento cavalleggieri, che nell'aprile in fatti condusse a Firenze. Nell'agosto fece un'altra escursione, per arrolarne altri cento.(214) In questo mezzo and anche due volte a Siena a disdir prima la tregua che scadeva il 1511,(215) e poi riconfermarla con un'altra di 25 anni, mediante per la resa di Montepulciano ai Fiorentini da una parte, e la promessa dall'altra di sostenere in Siena il governo del Petrucci. Questa lega, che fu solennemente bandita a Siena nell'agosto, venne conclusa con la mediazione del Papa, il quale voleva evitare che i Fiorentini chiamassero i Francesi in Toscana;(216) ed il Petrucci stesso s'era rivolto a lui, perch temeva il malcontento del popolo, cresciuto ora appunto, per la cessione che egli era costretto a fare di Montepulciano.(217) Il 5 maggio il Machiavelli partiva di nuovo, per andare presso Luciano Grimaldi signore di Monaco, che aveva sequestrato una nave fiorentina, e di l tornava il d 11 giugno, dopo averne felicemente ottenuta la liberazione.(218)
Il Concilio radunato a Tours dava intanto a Luigi XII la risposta desiderata, che egli cio sarebbe stato nel suo pieno diritto movendo guerra al Papa. Ma questi, senza aspettare n risposta n consiglio da alcuno, l'aveva gi cominciata e la proseguiva con l'ardore d'un giovane conquistatore. Il 22 settembre 1510, con un esercito di Italiani e Spagnuoli, comandati dal duca d'Urbino, da Marcantonio e Fabrizio Colonna, era entrato in Bologna, prima che lo Chaumont fosse stato in tempo a fare resistenza. N pot fermarlo il sopravvenire del verno, che anzi, pieno di sdegno contro il duca di Ferrara, s'avanz e prese Concordia; poi assal la Mirandola, tenuta dalla vedova di Luigi Pico, stato sino all'ultimo fedele alla Francia, quale aveva ora mandato col appena qualche debole rinforzo. Il vecchio Papa s'era fatto ai primi del 1511 portare in lettiga da Bologna, e se ne stava ora, durante l'assalto, sotto il tiro del cannone. La neve cadeva in gran copia, le acque erano gelate, una palla di cannone entr nel suo stesso alloggiamento, senza che egli se ne curasse punto. Essendosi una volta allontanato alquanto dal campo, fu per cadere in un'imboscata francese; sarebbe anzi rimasto certamente prigioniero, se le nevi non gli avessero impedito di tornare indietro all'ora stabilita. La Mirandola, sebbene validamente difesa da Alessandro nipote di G. G. Trivulzio, pure, non essendo stata, per gelosia, soccorsa dallo Chaumont, dovette il 20 gennaio 1511, appena fu aperta la breccia, arrendersi, pagando anche 6000 ducati, per evitare il sacco gi promesso ai soldati dal Santo Padre. Questi era dominato da tale e tanta impazienza, che per non aspettare, si fece tirar su in una cassa di legno, ed entr per la breccia; dette poi il possesso della terra a Giovanni Pico, che, sebbene cugino del defunto signore, era rimasto sempre nemico dei Francesi.
Per essi venne opportuna la morte del loro generale Chaumont, seguita il d 11 febbraio. Egli aveva infatti lasciato prender Modena dal nemico, non era arrivato in tempo a Bologna, non aveva soccorso la Mirandola, e cos tutto era per sua colpa andato in rovina. Ora che gli mancava la validissima protezione dello zio, non poteva sperare la medesima indulgenza che in passato, e quindi s'accor tanto della sua mala ventura, almeno cos si disse, che ne mor. Il comando dell'esercito fu allora affidato di nuovo al vecchio G. G. Trivulzio, cui s'aggiunse il giovane Gastone di Foix, destinato, nei pochi mesi che ancora gli restavano di vita, a rendersi immortale. La fortuna della guerra infatti ben presto mut. Nel maggio G. G. Trivulzio s'avvicinava coll'esercito a Bologna, ed il Papa, che prima aveva ricusato le offerte di pace, proposte da un congresso tenuto a Mantova, e raccomandate anche dall'Imperatore, se ne fugg quasi spaventato a Ravenna, sperando che i Bolognesi difenderebbero essi la loro citt. Col egli aveva lasciato il cardinale Francesco Alidosi, gi vescovo di Pavia, in qualit di legato della Romagna; e il duca d'Urbino era coll'esercito a poca distanza. Ma il Cardinale, gran protetto del Papa (su di che correvano allora strane dicerie, le quali non sarebbe possibile ripetere), era un uomo assai odiato, di cui nessuno si fidava.(219) E quindi appena giunse la notizia che il Trivulzio s'avvicinava coi Bentivoglio, i Bolognesi si sollevarono il 21 maggio; tirarono gi la statua di Giulio II, opera del Buonarroti, e la ridussero in pezzi, che il duca di Ferrara poi fuse, facendone un cannone. Il Cardinale fugg a Castel del Rio; i Bentivoglio ed i Francesi entrarono in citt; il duca d'Urbino, sorpreso dall'improvviso tumulto, inseguito dai Francesi, si ritir con tanta fretta, in tal disordine, che perdette le artiglierie e tutti i bagagli, che i nemici portaron via, caricandone molti asini; onde poi quella giornata fu detta degli asinai.(220) La Mirandola and di nuovo perduta, e il duca di Ferrara riprese tutte le terre che gli erano state tolte.
Il Papa ebbe a Ravenna la notizia di quanto era accaduto; e sebbene la voce pubblica accusasse di tradimento il Cardinale, che certo non aveva fatto la resistenza dovuta, n aveva di nulla avvertito il duca d'Urbino, pure solamente contro di questo si manifest allora il suo sdegno, esclamando: Se mi capita fra le mani, lo far squartare.(221) Preso animo da ci, il Cardinale corse da lui in Ravenna, ed inginocchiatosi ai suoi piedi, non contento d'aver perdono, cerc di gettar tutta la colpa sul Duca. Questi che, sebbene avesse solo ventun'anno, pure s'era gi insanguinate le mani nel delitto, fu adesso per lo sdegno del Papa, pel disonore della disfatta, sopra tutto per la condotta sleale del Cardinale, preso da tanta ira che, incontratolo per via in Ravenna, lo uccise colle proprie mani a colpi di stocco, sfondandogli il cranio, che cos forato conservasi ancora nel museo di quella citt. Paride de' Grassi, il quale continu il Diario del Burcardo, e odiava il Cardinale, che credeva traditore, ne lod l'uccisione esclamando: - O buon Dio, quanto sono giusti i tuoi giudiz! Noi ti dobbiam render grazie della morte del traditore; giacch, sebbene sia stato ucciso dalla mano d'un uomo, pure  opera tua, o almeno consentita da te, senza di cui non si muove foglia.(222) - Il Papa invece fu indicibilmente addolorato per questo nuovo delitto, commesso dal proprio nipote contro un cardinale di Santa Chiesa, da lui tanto amato e favorito. Minacci di dare un esempio di grande severit; ed infatti ben presto priv d'ufficio il Duca, sottoponendolo poi al giudizio di quattro cardinali.
Ma v'erano altri eventi che lo angustiavano sempre pi in questo anno per lui sfortunato. Lo tormentava la faccenda del Concilio, che sembravagli una continua minaccia alla sua autorit. E quantunque non vi fosse veramente da impensierirsene ancora, pure non era cosa che potesse disprezzarla affatto egli, che aveva tante volte minacciato di adoperar quell'arme contro Alessandro VI, e che, al pari de' suoi predecessori, da lui aspramente di ci biasimati, aveva mancato alla solenne promessa, fatta nell'assumere la tiara, di radunare il Concilio fra due anni. Nel settembre del 1510 egli aveva dimostrato grandissimo sdegno per la notizia giuntagli inaspettatamente in Bologna, che cinque de' suoi cardinali, mutando strada a un tratto, s'erano diretti a Firenze, per andar poi a Pisa, dove il Conciliabolo, come lo chiamava, era stato convocato dopo la riunione tenuta a Tours. Questo Concilio o Conciliabolo che fosse, era favorito anche da Massimiliano, il quale proponeva di tenerlo a Firenze, e ne pigliava occasione a chieder nuovo danaro alla Citt, per l'onore che, secondo lui, veniva cos a renderle.(223) Ma i Fiorentini erano invece tanto impensieriti di tutto ci, che Luigi XII aveva direttamente dovuto chieder loro, che dessero almeno una prova di fedelt alla Francia, consentendo la convocazione in Pisa. E la domanda del Re fu lungamente discussa nel Consiglio degli Ottanta, dove intervennero quel giorno pi di cento persone. Non si voleva offendere il Papa, ma non si voleva neppure perdere l'alleanza francese, e questo secondo pensiero fu quello che prevalse, perch favorito dal suffragio degli antichi seguaci del Savonarola, il quale era stato gi primo a mettere innanzi, sostenendola con molto calore, l'idea di un Concilio da radunarsi d'accordo con la Francia contro papa Alessandro VI. Cos fin dal maggio fu deliberato di consentire, ma fu del pari convenuto di tener segreta la deliberazione presa, il che valse a far s che il Papa, in apparenza almeno, si dimostrasse, per qualche tempo ancora, temperato e mite verso la Repubblica, contro la quale era per sempre deciso di vendicarsi a suo tempo.(224) Intanto l'invito di recarsi in Pisa, affisso alla porta di varie chiese in Italia e fuori, era stato gi fatto dai cardinali di Santa Croce, San Mal e Cosenza, i quali affermavano d'avere la rappresentanza d'altri colleghi, ed invitavano a presentarsi il Papa stesso, che il 28 maggio, con maraviglia e sdegno grandissimo, vide coi propri occhi la lettera attaccata alla chiesa principale di Rimini.
La cosa procedeva lentamente, ma non si fermava; laonde egli si persuase che era pur necessario pigliare un qualche provvedimento. Nel marzo del 1511 nomin otto nuovi cardinali, due dei quali, Matteo Lang e il vescovo di Sitten, per ragioni politiche; ma gli altri, che pagarono in media da 10 a 12 mila ducati ognuno, li nomin in parte per trovare il danaro allora assai necessario alla guerra; ma in parte ancora, per colmare con gente a lui fedele il vuoto lasciato da quelli che lo avevano disertato, andando a Pisa. Si decise inoltre a radunare in Laterano un Concilio da opporre a quello di Pisa, ed il 18 luglio 1511 lo intim pel 19 aprile 1512, minacciando di privare delle loro dignit i cardinali scismatici, se non si sottomettevano subito. Ci non ostante la faccenda del Conciliabolo andava innanzi, perch Luigi XII spingeva quanto pi poteva alla riunione di esso, e nel settembre pi che mai lo favoriva il sempre mutabile Massimiliano, il quale anzi, dopo averlo desiderato a Firenze, lo voleva ora anch'egli in Pisa: era tornato al suo fantastico sogno di farsi proclamare papa,(225) ed invitava, in nome dell'Impero, i vari Stati a mandar loro oratori col.(226) Giulio II invece spediva a Firenze il vescovo di Cortona, fiorentino, per dissuaderla dall'accogliere il Conciliabolo nel suo territorio, facendo prevedere le gravi calamit che altrimenti ne sarebbero ad essa seguite. Ma la Repubblica, che si trovava fra due fuochi, avendo gi promesso a Luigi XII, non osava ora n consentire n rifiutare, e sperava solo di potere, temporeggiando, mandare le cose in lungo.
Tutto questo aveva per in modo agitato ed irritato il vecchio Papa, che se n'era due volte ammalato, prima nel giugno e poi nell'agosto, quando fu addirittura creduto morto. Gi, secondo il costume, si cominciava a saccheggiar la sua abitazione, ed il duca d'Urbino, che si trovava a Roma, aspettando la sentenza dei quattro cardinali che dovevano giudicarlo, corse in Vaticano, dove con sua maraviglia trov che lo zio era sempre vivo. La citt s'era tutta levata a tumulto, e Pompeo nipote di Prospero Colonna, che i suoi parenti avevano costretto alla vita religiosa, quando si sentiva invece chiamato alle armi, assunse per un momento le parti di nuovo Stefano Porcari. Ma cominciava appena ad ordinar la forma del governo repubblicano, quando seppe che il terribile Papa era tornato nel suo pieno vigore; e cos tutto and in fumo.
Giulio II tornava ora ad operare con pi ardore che mai. Interdisse Pisa e Firenze, che avevano tollerato le prime formalit del Conciliabolo, iniziate il giorno 1 settembre. Assolv il duca d'Urbino, per valersene nella guerra, e concluse una lega, che chiam santa, con Venezia e la Spagna contro la Francia, lasciando libero all'Imperatore l'aderirvi. Egli assumeva con essa l'obbligo di mettere insieme 400 uomini d'arme, 500 cavalli leggieri, 6000 fanti; la Spagna doveva dare 1200 uomini d'arme, 1000 cavalli leggieri, 10,000 fanti; Venezia, 8000 uomini d'arme, 1000 cavalli leggieri, 800 fanti. Oltre di ci il Papa s'obbligava a pagare 20,000 ducati il mese, ed altrettanti Venezia, la quale doveva anche dare 14 galee sottili, e altre 12 ne doveva dare la Spagna.(227) Capitano generale fu nominato il vicer di Napoli, Raimondo di Cardona. Scopo di questa lega era: unione della Chiesa cattolica; soppressione del Conciliabolo; ricupero di Bologna, di Ferrara e di tutte le altre terre, che erano o si presumeva fossero del Papa; ricupero delle terre dei Veneziani nell'alta Italia; guerra a chi a ci s'opponeva, ossia alla Francia. Il 5 di ottobre questa nuova Lega Santa venne solennemente pubblicata in Santa Maria del Popolo a Roma. Il 24 furono privati di loro dignit e benefizi i cardinali scismatici di Santa Croce, Cosenza, San Mal e Bayeux. San Severino fu pel momento risparmiato; ma ben presto venne anch'egli colpito dall'ira del Papa,(228) il quale, a sempre meglio far conoscere l'animo suo avverso alla Repubblica, nomin il cardinal dei Medici, legato prima a Perugia, poi a Bologna.
I Fiorentini sentivano la tempesta addensarsi sul loro capo, e cercavano perci riparare come potevano. Erano riusciti a far partire da Pisa i tre procuratori, che avevano il 1 settembre eseguito gli atti iniziali del Concilio.(229) Con commissione del 10 settembre 1511 mandavano in giro il Machiavelli, perch cercasse d'incontrare i cardinali che erano in via per Pisa, e persuaderli d'attendere. Doveva poi correre a Milano, per parlare al luogotenente Gastone di Foix nel medesimo senso; recarsi finalmente in Francia, per esporre e far comprendere al Re lo stato vero delle cose. "Al Concilio," diceva la istruzione, "nessuno mostra voglia d'andare, e serve perci solamente ad irritare il Papa contro di noi: per queste ragioni chiediamo, che non si tenga in Pisa, o che si soprassegga per ora. Di Germania non si vede che venga nessun prelato, di Francia pochi e con gran lentezza. Ed  cosa di universale maraviglia il sentire un Concilio intimato da tre soli cardinali, quando i pochi altri, di cui essi dicono d'avere l'adesione, vanno dissimulando, e differiscono il venire. Ci non ostante, si parla di volere in mano la fortezza, e riempiere la citt d'uomini armati, per il che sono gi seguiti disordini in Pisa, che  stata interdetta dal Papa, e i capi delle religioni si sono in essa dichiarati contro il Concilio. Se dunque non c' modo di sperare accordo fra il Papa ed il Re, e se questi non s'induce a smettere, bisogna cercare d'indurlo almeno a soprassedere per due o tre mesi."(230)
Il 13 di settembre il Machiavelli scriveva da San Donnino, dove aveva trovato i cardinali San Mal, Santa Croce, Cosenza e San Severino, i quali gli dissero che andavano a Pisa per Pontremoli, senza toccar Firenze. Prima di muoversi aspettavano per ancora un dieci o dodici giorni l'arrivo dei prelati di Francia. Il 15 scriveva da Milano l'ambasciatore Francesco Pandolfini, che il Machiavelli, gi arrivato col, era stato presentato a Gastone di Foix, cui aveva esposto la sua commissione. Gli aveva dichiarato come i Fiorentini non negavano punto il salvocondotto ai cardinali, come questi avevano mandato a dire; ma solo pregavano si considerassero i pericoli cui andavano esposti, per gli apparecchi che faceva il Papa. E quel luogotenente, da soldato qual'era, aveva risposto che cinque o seicento lance sarebbero state il vero salvocondotto.(231) Da Milano il Machiavelli si recava subito in Francia. Ed il 24 dello stesso mese Roberto Acciaiuoli scriveva da Blois, ch'era andato con lui dal Re a leggergli una memoria concertata fra di loro. "Il Re," egli aggiungeva, "desidera molto la pace, sarebbe tenuto a chi gliela facesse concludere, ed ha intimato il Concilio per arrivare pi presto a questo fine. Non  stato possibile persuadergli che la paura del Concilio spinge il Papa alle armi e non all'accordo. Vuole cominciarlo l dove  stato convocato, aggiungendo che non si aduner fino a tutti i Santi, e che presto poi lo tramuter in altro luogo."(232) Dopo di ci il Machiavelli tornava subito a Firenze, dove era il 2 di novembre, e donde ripartiva per Pisa il giorno seguente.(233)
I Fiorentini con la loro incerta condotta non soddisfacevano la Francia, e scontentavano il Papa. Colpiti dall'interdetto, s'erano appellati al Concilio generale, senza dichiarare se con ci intendevano riferirsi a quello di Pisa o di Roma. Costringevano intanto i sacerdoti d'alcune chiese a celebrare i sacri riti, perch potessero assistervi i fedeli. N si fermarono a ci, che fu presentata e vinta una provvisione, validamente sostenuta in Consiglio dal Gonfaloniere, con la quale si dava facolt d'imporre sui preti un prestito, che poteva in pi volte arrivare fino a 120,000 fiorini, da riscuotersi per quando il Papa davvero movesse la guerra ai Fiorentini; da restituirsi dopo un anno, se guerra poi non vi fosse, ed in cinque, se vi fosse(234). Tutto questo dimostrava che in caso estremo si era deliberati a difendersi anche contro il Papa. Pandolfo Petrucci lo indusse perci a muovere con l'esercito verso Bologna, la quale non era apparecchiata alla difesa, evitando ora di passar per la Toscana, dove avrebbe trovato un terreno montuoso, e sarebbe stato costretto ad affrontare nello stesso tempo i Fiorentini ed i Francesi. Egli insisteva assai vivamente in queste sue pratiche, non solo perch una guerra in Toscana era, in ogni caso, dannosa a lui che in essa aveva il proprio Stato; ma anche perch egli avrebbe allora dovuto, secondo la lega gi fatta, prestare aiuto ai Fiorentini.(235) Faceva quindi notare al Papa, come essi di gran mala voglia si lasciassero tirare al Concilio, e ci solamente per paura della Francia, nelle cui braccia si sarebbero certo dovuti gettare, se venivano da lui assaliti.(236) Ed era vero, com'era anche verissimo che il volere i Fiorentini sempre temporeggiare e destreggiarsi, in un momento nel quale un grande conflitto rapidamente s'avvicinava, poteva mettere a pericolo l'esistenza stessa della Repubblica. In questa via nondimeno li tenevano il sentimento della propria debolezza, le discordie interne, ed anche l'incertezza dei ragguagli che venivano dai vari ambasciatori. Il Pandolfini che si trovava presso Gastone di Foix, scriveva nell'ottobre da Brescia: "I disegni del re dei Romani pigliano tanto tempo a colorirsi, che spesso, quando sono appena finiti di colorire, bisogna mutarli, per essere mutate le condizioni e i presupposti che li fecero immaginare. Quanto a lui bisogna dunque rimettersene a quello che seguir.(237) Le cose dei Francesi poi sono qui governate per modo, che da un momento all'altro possono seguire sinistri effetti, perch a lungo andare i cattivi governi degli uomini non partorirono mai nulla di buono. Il Re  assai caldo nel Concilio; ma se le SS. VV. potessero differirlo ancora un mese, saria facile fuggirlo, dovendo il fuoco inevitabilmente appiccarsi altrove. Anticipando, si tirerebbero forse il fuoco in casa, senza poternelo cavare, quando anche ne cavassero il Concilio."(238)
I Fiorentini lo accolsero ma ponendovi ostacoli d'ogni sorta, e permettendo che fosse dileggiato. Quando infatti i cardinali volevano andare a Pisa, accompagnati da 300 o 400 lance francesi, sotto il comando di Odetto di Foix signore di Lautrech, essi mandarono subito Francesco Vettori, il quale disse chiaro al cardinale di San Mal, che se si avanzavano con le genti d'arme, sarebbero stati trattati da nemici. Ed i cardinali allora andarono accompagnati solo da Odetto e dallo Chtillon con pochi arcieri. Furono presi tutti i provvedimenti necessar a mantenere la sicurezza e l'ordine tanto in Pisa, quanto nelle vicine citt, ed il Papa se ne dimostr soddisfatto in modo che sospese l'interdetto fino alla met di novembre.(239)
Il giorno 3 di questo mese il Machiavelli era, come dicemmo, partito da Firenze per Pisa, dove si trovavano gi altri inviati fiorentini, e dove egli condusse alcuni soldati a guardia del Concilio, che il giorno 1 aveva tenuto la sua riunione preparatoria, alla quale assistevano solo quattro cardinali ed una quindicina di prelati. Era stato dai preti della cattedrale negato loro l'uso dei paramenti, e la facolt d'ufficiare nella chiesa, di cui erano state addirittura chiuse le porte. I Fiorentini ordinarono che fosse concesso l'uso della chiesa e dei paramenti, senza per fare obbligo alcuno ai preti della citt d'assistere al Concilio, se non volevano.(240) Cos finalmente si pot tenere nella cattedrale la prima riunione il giorno 5 di novembre, e dopo la messa solenne, celebrata dal Santa Croce alla presenza degli altri tre cardinali, furono pubblicati quattro decreti. Con questi si dichiarava valido il Concilio di Pisa, nulle le censure del Papa contro di esso, nullo il Concilio lateranense, perch non libero e non sicuro; e finalmente si decretava che sarebbero condannati e puniti tutti coloro che, essendo invitati a comparire, non si presentavano.(241) Il giorno seguente il Machiavelli scriveva d'aver parlato col cardinale di Santa Croce, per indurlo, come di suo, a trasferire altrove il Concilio. "Portandolo in Francia o in Germania," gli aveva detto, "farebbero il Papa pi freddo a combatterlo, e troverebbero anche maggior seguito ed obbedienza, cosa da considerarla molto in una faccenda come questa, nella quale uno che andasse volontario varrebbe pi che venti tirati per forza."(242) La seconda sessione fu tenuta il 7 di novembre, e la terza, fissata pel 14, venne anticipata il 12, dopo di che fu deliberato tenere la quarta il 13 dicembre a Milano. La indifferenza, anzi la palese malavoglia della Repubblica; l'ostilit della popolazione; ed un grave tumulto seguto, in conseguenza di ci, fra il popolo pisano ed i soldati fiorentini da una parte, i Francesi e i servi dei cardinali dall'altra, tumulto a fatica fermato da Odetto di Foix e dallo Chtillon, che rimasero feriti, furono le cagioni che indussero a trasferire cos presto il Concilio a Milano.
Ivi i cardinali sparlavano dei Fiorentini per ogni verso, cercando irritare contro di essi l'animo degli uffiziali francesi. Ma anche a Milano trovarono la stessa universale indifferenza, la stessa avversione del clero, che al loro arrivo non voleva pi celebrare le messe. A mala pena i preti minori si piegarono agli ordini del Senato; i canonici e gli altri resisterono fino a che non vennero minacciati d'esilio, o non furono loro mandati Francesi in casa.(243) La verit era, osserv giustamente il Guicciardini, che tutti capivano come questi cardinali erano solo ambiziosi, mossi da interessi personali, e non avevano "minore bisogno d'essere riformati, che avessero coloro i quali si trattava di riformare."(244) Il Concilio si usava come un'arme di guerra nella grande contesa che doveva fra poco risolversi colle armi, e per solo a questa veniva adesso rivolta l'attenzione universale. Ma i Fiorentini, sebbene liberi adesso dalle noie del Concilio, non ne risentivano alcun sollievo, perch ormai si trattava di vedere se, nella vicina catastrofe, poteva salvarsi l'esistenza stessa della Repubblica.



CAPITOLO XIV.

La battaglia di Ravenna. - I Francesi si ritirano. - Pericoli della Repubblica. - Il Machiavelli provvede alla difesa. - Ordinanza a cavallo. - Gli Spagnuoli prendono e saccheggiano Prato. - Tumulto in Firenze a favore dei Medici. - Il gonfaloniere Soderini  deposto, e lascia la Citt.

I Francesi ingrossavano in Italia, e li comandava G. G. Trivulzio che, sebbene vecchio, era sempre capitano assai reputato, e Gastone di Foix. Questi, che aveva appena 23 anni, era figlio d'una sorella del Re, e fratello della moglie di Ferdinando il Cattolico, trovavasi a Milano come governatore, e doveva ora far maravigliare il mondo pel suo coraggio, pel suo genio militare. Il Trivulzio aveva cacciato i papalini dal Ferrarese, e rimesso i Bentivoglio in Bologna; ma l'esercito non era ancora in grado d'uscire in campagna, e per egli aspettava rinforzi dalla Francia, dove gli apparecchi di guerra andavano lenti. Il Re, sempre stretto nello spendere, ricusava d'aumentare la paga agli Svizzeri, che ora gli domandavano 40 invece di 30 mila ducati l'anno, e non avendoli avuti, si disponevano a scendere in Italia per aiutare invece il Papa. Questi infatti da un pezzo lavorava a tale scopo, per mezzo de' suoi agenti, e fin dall'ottobre del 1511, sentendo che il Re vantavasi ancora d'aver seco gli Svizzeri, aveva risposto che "mentiva per la gola, che non li ara mai."(245) Luigi XII s'era illuso, perch, sapendo che gli Svizzeri non avevano n cavalleria, n artiglieria, supponeva che non avrebbero osato separarsi da lui, ed operare per proprio conto. Ma essi, che si tenevano la prima fanteria del mondo, s'erano invece persuasi che la Francia, debole appunto nelle sue fanterie, non avrebbe potuto far nulla senza di loro, molto meno poi affrontarli in campo aperto.
Scesero adunque in numero di 10,000, ed aspettavano l'arrivo d'altri compagni per andar contro ai Francesi. La cosa fece grandissimo senso in Italia, tanto che il cardinal Soderini, il quale s'era finto ammalato per non obbedire al Papa, che lo chiamava in Roma, corse ora subito a lui, che esclam: "Svizzeri essere buoni medici del mal francese, perch hanno s bene guarito monsignor di Volterra."(246) Ma Gastone di Foix seppe tenerli a bada, temporeggiando; ed essi, quando erano gi arrivati al numero di 16,000, si ritirarono senza aver fatto nulla, e senza che nessuno ne capisse il perch. Forse erano stati anche ora riguadagnati dal danaro francese. I Fiorentini, in questo mezzo, s'adoperavano a tutt'uomo per mantenersi neutrali. Alla Francia che li richiedeva d'aiuto, rispondevano d'avere gi mandato i 300 uomini d'arme cui erano tenuti, e non potere altro. E nella Spagna mandavano ambasciatore messer Francesco Guicciardini, che, sebbene non avesse ancora l'et legale di 30 anni, era gi noto pel suo ingegno. Non gli dettero per nessuna commissione determinata, che potesse in qualche modo valere a calmare i confederati. E cos correvano sempre il grave pericolo di rimanere ugualmente invisi a tutti.(247)
Restavano adunque da una parte i Francesi, che erano assai aumentati di numero, ed avevano molti fanti tedeschi; dall'altra la Spagna, Venezia, il Papa, il quale scriveva lettere di fuoco al cardinal de' Medici, dicendo di non capire perch non venissero alle mani, e non avessero gi assalito Bologna. I confederati erano presso Imola con un esercito, tra Spagnuoli e papalini, di 16,000 fanti e 2400 cavalli, comandati dal vicer Raimondo di Cardona, da Pietro Navarro, da Prospero e Marcantonio Colonna, ed altri. I Francesi avevano in Bologna 2000 fanti tedeschi e 200 lance solamente; sicch i nemici cominciarono ad assalirla, e colle mine dirette dal Navarro, che era famosissimo ingegnere, mandarono in aria un pezzo di muro. Questo per, ricadendo, chiuse di nuovo la breccia, che parve un miracolo. E quasi nello stesso tempo Gastone di Foix, che aveva gi introdotto nella citt altri 1000 fanti e 180 lance, vi entr il 4 febbraio con tutto l'esercito, che il Guicciardini fa ascendere a 1300 lance e 14,000 fanti, fra Italiani, Francesi e Tedeschi.(248) A questa notizia i confederati levarono l'assedio e s'allontanarono; ma non furono inseguiti, perch Gastone, saputo che i Veneziani s'erano impadroniti di Brescia, part immediatamente a quella volta il 9 di febbraio, lasciando in Bologna solo 300 lance e 4000 fanti.(249)
Per via incontr un distaccamento dell'esercito veneziano e lo ruppe; assal poi Brescia, dove il castello si teneva sempre per lui. Il 19 egli era padrone della citt, dopo un feroce assalto ed una difesa ostinatissima fatta dall'esercito veneziano, forte di 8000 fanti, 500 uomini d'arme e 800 cavalli leggieri, che perirono quasi tutti, parlandosi da alcuni di 8000, da altri perfino di 14,000 morti, fra soldati e cittadini. La povera Brescia ebbe a sopportare un saccheggio di circa sette giorni continui, avendo Gastone, che era tanto crudele quanto valoroso, lasciato libero ogni freno ai suoi. Dopo di ci egli richiam sotto le armi l'esercito, che aveva sofferto assai poco, era ricco di preda, pieno di baldanza, e s'avviarono di nuovo in Romagna. In un tempo nel quale le mosse degli eserciti erano lentissime, egli riusc veramente a fare prodigi. Aveva in quindici giorni liberato Bologna dall'assedio, respinto per via un distaccamento nemico, assalito e preso Brescia; era pronto adesso a maggiori imprese. Arrivato al Finale, trov nuovi rinforzi, coi quali port l'esercito a 1500 lance, 1000 arcieri, 19,000 fanti tra Francesi, Italiani e Tedeschi, senza contar le artiglierie, che erano principalmente quelle del duca di Ferrara. Gli Spagnuoli avevano 1400 tra lance ed uomini d'arme, 1500 giannettieri, 13,500 fanti, oltre le artiglierie, e 50 carri falcati di nuova invenzione.(250)
I due eserciti campeggiarono un pezzo, non volendo i confederati venire alle mani con un nemico superiore di numero. Ma Gastone di Foix non aveva tempo da perdere, perch gl'inglesi minacciavano d'assalire la Francia, e l'Imperatore, poco sicuro alleato di Luigi XII, minacciava di richiamare i suoi 6000 Tedeschi. Per costringere adunque a battaglia il nemico che si ritirava, egli, dopo aver preso alcuni castelli, assal Ravenna, citt troppo importante perch gliela lasciassero prendere senza opporsi con tutte le forze. Ivi infatti era entrato a difenderla Marcantonio Colonna, avendo avuto promessa solenne, che l'intero esercito dei confederati sarebbe venuto in suo aiuto, quando egli si fosse trovato in pericolo. Gastone di Foix venne a mettersi tra i due fiumi, Ronco e Montone, che si avvicinano sempre pi fra di loro presso le mura della citt. Piantate le artiglierie, apr la breccia e diede l'assalto; ma la difesa fu cos gagliarda che, dopo aver perduto 300 fanti ed alcuni uomini d'arme, con altrettanti feriti, dov tornare agli alloggiamenti. Il giorno dipoi i cittadini mandarono al campo francese per trattare la resa, all'insaputa di Marcantonio Colonna, che, sicuro degli aiuti, s'apparecchiava a difendersi.(251) Ben presto infatti l'esercito dei confederati fu in vista, il duca di Nemours e Gastone diedero subito gli ordini per la battaglia, tanto pi ardentemente da essi desiderata ora che giungeva una lettera, con la quale l'Imperatore richiamava le sue genti, e si fu appena in tempo a tenerla in quel momento celata.
L'esercito dei confederati entr anch'esso fra i due fiumi, presso Forl: ma poi, traversato il Ronco, si ferm a tre miglia da Ravenna. Ivi, avendo a sinistra il fiume, lavorarono il giorno e la notte per cavare, secondo il disegno di Pietro Navarro, un fosso che li circondasse dall'altro lato e di fronte, lasciando per libero uno spazio di venti braccia, percui potesse uscir prima la cavalleria, e poi, occorrendo, tutto l'esercito, alla testa del quale posero le artiglierie e i 50 carri falcati cui accennammo. Erano questi un'imitazione dell'antico, immaginata dal Navarro: piccoli e bassi, con uno spiede che "co' rampi suoi apriva circa tre braccia, ed in ciascun carro era un lancione, messo nella stessa direzione, il quale feriva prima dello spiede:" n mancava su di essi qualche piccola artiglieria. Si movevano facilmente, e parvero una grande invenzione; ma riuscirono poi nel fatto assai poco utili, perch subito messi fuori d'uso dai cannoni nemici.(252) I Francesi lasciarono Yves d'Algre con 400 lance presso Ravenna, e gettato un ponte sul Ronco, lo passarono anch'essi. Questo segu l'11 di aprile 1512, giorno della Pasqua di Resurrezione e della grande battaglia. Si schierarono in forma di mezza luna, con le artiglierie comandate dal duca di Ferrara all'ala destra, in modo che ferivano la cavalleria spagnuola, la quale, sotto il comando di Fabrizio Colonna, era posta verso il fiume, a sinistra del proprio esercito.
Cominciato il fuoco, quando il Colonna s'avvide che le sue genti d'arme erano condannate all'immobilit, mentre venivano decimate dall'artiglieria nemica, and in furore contro il Navarro, che gli aveva cos rinchiusi nel campo, e lo accus di tradimento per gelosia contro di lui. Finalmente, non potendo pi stare alle mosse, dette ordine ai suoi, ed usc fuori del campo. E cos, seguendolo tutto l'esercito, cominci una battaglia, che fu la pi sanguinosa di quante allora s'avesse memoria, la prima grande battaglia moderna. La cavalleria dei confederati, gi prima di muoversi fieramente battuta dalle artiglierie, male potette resistere all'impeto ed al notissimo valore degli uomini d'arme francesi, dai quali fu ben presto messa in fuga, restando prigionieri lo stesso Fabrizio Colonna ed il Marchese di Pescara. La fanteria spagnuola si mostr degna del suo gran nome, e con un'energia indomabile resistette agli assalti nemici; ma finalmente anch'essa dov cedere agli uomini d'arme dei Francesi, al genio militare del loro capitano, ed in parte ancora al numero preponderante. Poco dopo, tutto l'esercito spagnuolo batteva in ritirata; ma con tale ordine, con tanta fermezza, che Gastone, mosso a grandissimo sdegno nel vedere il vinto nemico ritirarsi quasi come un vincitore, volle in persona dare un ultimo e pi fiero assalto con la sua cavalleria. Sfortunatamente per gli cadde sotto ferito il cavallo, ed egli stesso mor con 14 o 15 ferite tutte nel viso e nel petto, essendosi, in tre mesi e cos giovane, reso immortale, prima quasi generale che soldato. Ma perci appunto la sua morte, seguta nel momento stesso della vittoria, fu alla Francia una calamit irreparabile. I confederati si ritirarono allora con vera baldanza, quantunque la disfatta subta fosse stata davvero generale e grandissima. Lasciarono infatti nelle mani del nemico carri, bandiere, artiglierie e moltissimi prigionieri, fra i quali Fabrizio Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto, di Pescara, ed il cardinal de' Medici, che era legato del Papa. Il numero dei morti fu, come suole, assai diversamente valutato, portandolo alcuni a 10,000, altri fino a 20,000. Tutto computato, par che morissero 12,000 dei confederati, e solo 4000 dei Francesi, i quali per, oltre la perdita d'alcuni capitani, come Yves d'Algre ed il figlio, ebbero quella di Gastone, che fu per essi pi che una disfatta, come ben presto dovettero avvedersene.(253) Per qualche giorno ancora continuarono per le conseguenze della loro vittoria. Ravenna fu presa e saccheggiata da essi, e subito s'arresero anche Imola, Forl e Cesena.
All'annunzio della vittoria francese e delle citt che si arrendevano, il Papa cadde in una grandissima costernazione, e voleva a qualunque costo fare la pace. Ma, fermato a tempo dagli Spagnuoli, ed avvistosi della piega assai diversa che stavano allora per pigliare le cose, finse di continuare a voler la pace, per meglio ingannare i nemici, che presto si trovarono a pessimo partito. L'Imperatore rinnov ai suoi soldati l'ordine di ritirarsi; gli Svizzeri si mossero per venir davvero in aiuto dei confederati, e subito furono in Italia in numero di 20,000; l'Inghilterra mandava nella Spagna, soldati per assalire la Francia. In breve la pubblica opinione s'era mutata in modo che il nome dell'Impero veniva da tutti esaltato, ed il cardinal de' Medici, menato dai soldati francesi prigione in Lombardia, si trovava ogni giorno circondato da molti di essi, che gli chiedevano l'assoluzione. Poco dipoi venne per sorpresa liberato. I confederati, uniti agli Svizzeri, inseguivano i Francesi che fuggivano, secondo l'espressione d'un contemporaneo, "come fugge la nebbia dal vento."(254) Ed in poco tempo questi non avevano in Italia altro che Brescia, Crema, Legnago, il castello e la Lanterna di Genova, il castello di Milano. Contemporaneamente Parma, Piacenza, Bologna ed altre terre in Romagna s'arrendevano al Papa, che ne pigliava possesso, pieno ormai d'orgoglio e di grandi speranze. Pareva un sogno.
Male assai si trovavano i Fiorentini. Fedeli sino all'ultimo all'amicizia francese, quando fu scaduto il trattato che gli obbligava a dare 300 lance, lo rinnovarono per altri cinque anni, con l'obbligo di darne 400. Ma intanto le 300 che gi erano coi Francesi, venivano svaligiate. La loro condotta non aveva punto contentato Luigi XII, il quale dicevasi tradito da essi, dichiarati invece suoi fidatissimi amici dai confederati, che discordi fra di loro in molte cose, si trovavano unanimi solamente nel non volere pi tollerare il governo del Soderini a Firenze. E cos la Repubblica, venendo da ogni parte tirata in opposte direzioni, non sapeva pi a qual partito appigliarsi. Il Papa inviava ad essa il datario Lorenzo Pucci, perch la invitasse ad entrare nella Lega, con obbligo di dar genti per aiutare la cacciata dei Francesi dall'Italia. Il rappresentante dell'Imperatore, cardinal Gurgense, presso cui era stato nel luglio 1502 inviato Giovan Vittorio Soderini, invitavali invece a mandar danari al suo signore, per averne amicizia e protezione. Ma da lui e dagli Spagnuoli in Mantova, dove l'ambasciatore si rec poco dopo, cap chiaramente che i collegati volevano ad ogni costo rimettere i Medici, e volevano danari. Il Papa era pi di tutti avverso al governo del gonfaloniere Soderini. Sarebbe quindi stato necessario da parte dei Fiorentini che, senza lesinare sulle somme da pagare, fossero nello stesso tempo corsi risolutamente alle armi, dimostrandosi pronti ad una disperata difesa; ma di ci appunto essi parevano allora del tutto incapaci. Nelle Consulte e Pratiche tenute nel luglio ed agosto, non si proponeva infatti altro che andare temporeggiando. Uno diceva: "Non far nulla, ma intractenere." Un altro ripeteva che "anderebbe differendo, mostrando la impossibilit di dar denari, tenendo el filo appiccato fino a tanto si vedesse le cose dei confederati ferme...; e cos acquistare tempo." Tutti ripetevano pi o meno i medesimi discorsi, senza quasi accorgersi che erano gi coll'acqua alla gola.(255)
Nella Dieta di Mantova intanto fu ben presto deliberato che Massimiliano Sforza, figlio di Lodovico il Moro, dovesse andare a governare Milano; che a Firenze si dovesse deporre il Soderini, e rimettere i Medici, i quali, senza punto farsi pregare, dettero subito 10,000 ducati, promettendo dar somme molto maggiori all'esercito che li avesse ricondotti nella loro nativa citt. Giuliano de' Medici che trattava in nome suo e del cardinal Giovanni, era da tutti ascoltato, come se gi fosse il rappresentante di una potenza; all'oratore della repubblica fiorentina nessuno invece dava ascolto, e cercavano solo pascerlo di parole, quasi deridendolo. Il vicer spagnuolo era gi andato a raggiungere il suo esercito in Bologna; ed a Firenze si discorreva ancora senza concludere nulla.
Il Soderini sentiva per che il terreno gli mancava sotto i piedi. E questo lo indusse allora a fare il suo testamento, nel quale si ricordava degli amici pi cari, lasciando fra gli altri a ciascuno dei due cancellieri, l'Adriani ed il Machiavelli, quindici fiorini d'oro in oro.(256) Egli si vedeva ora abbandonato dagli uomini pi autorevoli, che gi manifestamente trattavano coi Medici, i quali ripetevano a tutti, che volevano solo cacciare il Gonfaloniere, e vivere poi come privati cittadini, rispettando la libert. Contro di lui si scatenavano adesso tutti gli odii, tutte le gelosie di coloro che credevano d'essere stati a torto lasciati in disparte. Questi speravano ora di poter pigliare una rivincita, assumendo di fatto nelle proprie mani il governo, quasi pigliando sotto tutela i Medici, tenendoli a freno coll'aiuto del popolo, che era sempre fautore del libero reggimento. Se per il Soderini non aveva la forza di fare una energica e disperata difesa, neppure si sgomentava del tutto. In parte s'illudeva nella fiducia che l'Ordinanza sarebbe stata capace di resistere con energia, in parte dava ascolto alle voci di coloro che volevano addormentarlo. Gli Spagnuoli gli facevano dire che il loro re non avrebbe mai voluto dar troppa forza al Papa, e molto meno lasciare il governo di Firenze in mano di un cardinale come Giovanni de' Medici, che era allora il capo della famiglia. Il Papa gli dava ad intendere che odiava gli Spagnuoli, e che neppur egli voleva render potente il Cardinale, il quale dipendeva da loro. Cos veniva da ogni parte aggirato, e restava in sospeso.(257)
Solo il Machiavelli gi da un pezzo non si faceva pi nessuna illusione, anzi la sua attivit cresceva a misura che il pericolo s'avvicinava. Il 22 di novembre 1511, egli aveva fatto il suo primo testamento, il che fa credere, che vedesse davvero assai buio l'avvenire.(258) Nel maggio dello stesso anno aveva scritto un Consulto per l'elezione del Comandante delle fanterie, nel quale raccomandava di fare eleggere dagli Ottanta un buon capitano, senza di che l'Ordinanza non avrebbe retto alla prova, e suggeriva Iacopo Savelli come uomo assai stimato da A. Giacomini, da Niccol Capponi,(259) e superiore a tutte le gelosie. Ma pur troppo non pare che i suoi consigli fossero ascoltati, e quindi l'Ordinanza rest, nel momento decisivo, senza un capo di reputazione. Nel dicembre del 1511 egli era stato in giro nella Romagna toscana a far leve di uomini per la cavalleria, che si doveva allora istituire;(260) poi torn a Firenze, ed and altrove, lavorando sempre allo stesso scopo.(261) Finalmente, nel marzo del 1512, venne prima negli Ottanta e poi nel Consiglio Maggiore deliberata l'Ordinanza a cavallo, con una provvisione da lui medesimo scritta. "Visto," cos presso a poco essa diceva, "come sia riuscita utile l'Ordinanza delle fanterie, volendo rendere sempre pi sicuro il nostro dominio e la presente libert nei pericoli che corrono, si concede ai Nove facolt di scrivere sotto le bandiere, per tutto il 1512, non meno di 500 cavalli leggieri, con balestra o scoppietto, a volont dei descritti: il dieci per cento di essi potranno portare la lancia." A questi uomini era data, per mantenere il cavallo in tempo di pace, una paga, la quale doveva poi essere scontata su quella assai maggiore che in tempo di guerra avrebbero avuta, come s'usava cogli altri cavalli leggieri che erano stipendiati.(262) Anche la nuova Ordinanza doveva essere formata di uomini scelti nel territorio della Repubblica, senza che neppure adesso che la patria era in pericolo, si osasse chiamare a farne parte gli abitanti delle grandi citt, molto meno poi quelli di Firenze. Ed in verit chi avrebbe potuto consigliarlo quando si vedeva che tanti autorevoli cittadini cospiravano ora apertamente pel ritorno dei Medici?
Vinta la provvisione, il Machiavelli scrisse subito nell'aprile le lettere e gli ordini necessari a costituire la cavalleria.(263) Nel maggio and a Pisa per fornire di uomini quella cittadella, poi a Fucecchio ed altrove per far nuove leve. Nei primi di giugno fu a Siena, dove era morto Pandolfo Petrucci, e la trov sempre ben disposta verso Firenze; poi di nuovo a Pisa, ed il 20 giugno era a Firenze, donde spingeva innanzi i provvedimenti per la difesa.(264) E di nuovo correva in giro pel territorio ad infondere animo, a sorvegliare l'esecuzione degli ordini dati. Il 27 dello stesso mese Giovan Battista Ridolfi potest e capitano di Montepulciano scriveva, che il Machiavelli era giunto col molto a proposito, perch, introdotto nel Consiglio radunato da quei Priori, era riuscito a mettere coraggio nei cittadini, i quali aveva trovati pieni di spavento, e lasciava invece fiduciosi nella protezione di Firenze. La lettera continuava dicendo, che da pi parti si vedevano correre alcune centinaia di cavalli pontifici, i quali poi scomparivano a un tratto, senza che si potesse capire che intenzione avevano. E diceva pure che il Machiavelli "era andato a Valiano, per vedere quel riparo; dipoi al Monte San Savino, perch si potesse far testa fra l e Foiano."(265) Nel luglio tornava a Firenze;(266) ma nell'agosto, avvicinandosi il nemico, andava a Scarperia, poi a Firenzuola, ove dava un terzo di paga ai fanti, per tenerli ben disposti alla difesa. Di l Baldassare Carducci, che era in cerca del Vicer, presso cui l'avevano inviato, scriveva che il nemico si avvicinava rapidamente, ma che si era pronti a resistere, avendo il Machiavelli ivi raccolto altri 2000 uomini, e si adoperava intanto per le artiglierie. Se non che a Barberino, altra via per la quale il nemico poteva venire, tutto era invece abbandonato, ed il commissario Tosinghi scriveva di non avere uomo da mandare da luogo a luogo; sperava che il Machiavelli avesse fornito bene Firenzuola, perch almeno da quel lato i nemici venissero pi lenti.(267) E da Appiano, il 23 e 24 agosto 1512, dopo aver parlato col Vicer e col De Luca, scriveva(268) che ormai non c'era pi nulla da sperare; che il nemico s'avanzava; che tutta la lega era d'accordo, e pi di tutti il Papa, a voler mutare il Governo in Firenze, rimettendovi i Medici.
Mentre infatti si raccoglievano forze a Firenzuola, il vicer Raimondo di Cardona s'era da Bologna avviato per la via dello Stale a Barberino, insieme col cardinal de' Medici, che aveva portato due cannoni, altri non avendone l'esercito. Arrivati al confine, i rappresentanti della Repubblica chiesero loro, che cosa venissero a fare. Risposero che venivano ad eseguire le deliberazioni dei confederati, le quali erano: che fosse deposto il Soderini, stato sempre amico della Francia, istituito un nuovo governo a loro non sospetto, rimessi i Medici come privati cittadini. Il Vicer chiedeva inoltre danari: 100,000 ducati, secondo il Buonaccorsi. Le stesse domande e risposte erano ripetute a Barberino. Certo, dando danari ed accogliendo i Medici, c'era anche in quel momento da venire ad un qualche accordo circa la forma del governo. Ma il Gonfaloniere capiva bene, che ritornando i Medici, egli sarebbe stato inevitabilmente cacciato, e pi tardi sarebbe stata di certo distrutta la Repubblica. E per, non ostante la sua indole irresoluta, non voleva in nessun modo sottomettersi o venire a patti, tanto pi che non gli pareva difficile resistere ad un esercito cos poco numeroso com'era quello del Vicer. E questa sua illusione era tenuta viva dal Machiavelli, il quale, sempre pieno di fiducia nell'Ordinanza, continuava ad apparecchiar la difesa, n si sgomentava vedendo che, mentre egli fortificava un punto, i nemici passavano tranquillamente da un altro. S'era intanto deliberato di tener loro testa a Prato; ma giustamente osservava il Guicciardini a questo proposito, che i Fiorentini "avevano poche genti d'arme; non fanterie, se non o fatte tumultuosamente, o raccolte dalle loro Ordinanze, la maggior parte delle quali non era esperimentata alla guerra: non alcun capitano eccellente, nella virt o autorit del quale potessero riposarsi; gli altri condottieri tali che mai alla memoria degli uomini erano stati di minore espettazione agli stipend loro."(269)
Il Gonfaloniere sembrava per che si fosse ora finalmente deciso davvero a far prova di qualche energia. Infatti egli mise in prigione venticinque dei pi sospetti cittadini; e poi, raccolto il Consiglio Maggiore, espose in un lungo discorso lo stato vero delle cose, dichiarandosi pronto a deporre il suo ufficio, se i cittadini lo credevano opportuno. Faceva per loro considerare che ai nemici non sarebbe bastato il cacciar lui, perch volevano distruggere la libert, ed i Medici avrebbero ben presto mutato il governo e fatto le loro vendette. Che se la Citt voleva essere unita con lui e sostenerlo, egli si sarebbe apparecchiato a difenderla energicamente, purch si fosse disposti a fare i necessari sacrifiz. Il suo discorso riusc assai efficace, e riunitisi secondo il costume, i cittadini, nelle pancate, si dichiararono concordi a voler mantenuto il governo popolare e difesa la libert(270). Questa era infatti l'opinione di gran lunga prevalente; giacch solo i pi ambiziosi combattevano per gelosia il Soderini, e neppure essi osavano ancora farlo apertamente in pubblico. Furono quindi votate senza indugio le somme domandate per la difesa, circa 50,000 ducati, e tutti parvero in quel momento d'un animo solo. Ben presto si vide per, che questa concordia era solo apparente.
Tenuto un Consiglio di condottieri, si raccolsero in sei giorni 9000 fanti e 300 uomini d'arme, fra i quali erano compresi anche i pochi cavalli leggieri dell'Ordinanza; e fu deliberato di accamparli tutti fuori delle mura.(271) A Prato, dove s'aspettava il primo assalto, erano gi 3000 fanti, in massima parte dell'Ordinanza, gli altri, raccolti in fretta dalla pi bassa plebe. V'erano anche alcuni uomini d'arme,(272) ma di quelli stati poco prima svaligiati in Lombardia dai nemici, e li comandava Luca Savelli, vecchio e non esperto capitano. Poche erano le artiglierie, poche le munizioni e le vettovaglie; ma, quello che  peggio, gi per tutto serpeggiava il tradimento, tanto che alcuni facevano a studio cadere per terra la polvere da sparo, che avrebbero dovuto portare a Prato,(273) dove gli scoppiettieri ne mancavano, ed erano costretti a portar via lamine di piombo dal tetto d'una chiesa, per farne palle.(274) Eppure il Soderini pareva pieno di speranza, affermando che, quando i nemici avessero tutti oltrepassato Barberino, egli avrebbe potuto mandare a Prato 18,000 uomini con le artiglierie. Ma intanto v'arrivava il Vicer con 5000 fanti Spagnuoli e 200 uomini d'arme. E sebbene non avesse altri cannoni che i due del cardinal de' Medici, il quale seguiva il campo; e sebbene l'esercito fosse affamato, senza paghe, sprovvisto di tutto, pure erano uomini stati alla battaglia di Ravenna, e si trovavano di fronte l'Ordinanza del Machiavelli, la quale ancora non aveva visto il fuoco. Il momento della prova era quindi per essa venuto.
Il primo assalto degli Spagnuoli fall per mancanza di artiglierie, ed il Vicer, che mancava anche di vettovaglie, si dichiar allora pronto agli accordi, purch s'accogliessero i Medici in Firenze, ed a lui si mandassero subito 3000 ducati, e 100 some di pane, per sfamare i suoi soldati. Sincere o no che fossero queste proposte, molti volevano accettarle; ma il Soderini le respinse sdegnosamente, ed il Vicer allora, entrato per tradimento in Campi, dove trov le necessarie vettovaglie, torn a battere le mura di Prato da un altro lato. Dei due cannoni che aveva, il primo scoppi, ed anche il secondo valeva poco, ma pur finalmente si riusc con esso ad aprire una breccia,(275) ed allora si dette l'assalto. Da due porte si fece una qualche resistenza; ma l'Ordinanza che avrebbe dovuto difendere la breccia, abbandon invece assai vilmente il suo posto. Cos il 29 di agosto 1512 ad ore 16 gli Spagnuoli poterono facilmente entrare in Prato, e senza trovare altra resistenza cominciarono il sacco.(276)
Il numero dei morti nel saccheggio  diversamente valutato. Iacopo Guicciardini li porta a 4000, in gran parte soldati dell'Ordinanza, i quali, egli dice, vennero quasi tutti uccisi; furono inoltre "vituperate le donne e taglieggiate, mandando a bordello tutti i munisteri." Altri scrittori, come il Modesti ed il Cambi, fanno salire i morti a 5000, ma Francesco Guicciardini li fa discendere a 2000. Questi per evidentemente attenua ogni cosa a vantaggio dei Medici, modificando le notizie che trae dal Buonaccorsi e dalle lettere ricevute da Firenze, le quali noi oggi possiamo leggere, perch pubblicate nelle sue Opere inedite. Egli pretende, fra le altre cose, che il Cardinal Giovanni facesse fermare la strage, e salvare le donne, il che non  detto neppure dallo stesso Cardinale nella lettera da lui scritta allora al Papa. Secondo il Modesti, sembra invece che solo alcuni giorni dopo cominciato il sacco, egli facesse salvare quelle donne che si ridussero nel suo palazzo, "tali quali si possono immaginare."(277) La strage fu in ogni modo grandissima, come affermano tutti gli scrittori contemporanei, come conferma nella sua lettera il Cardinale, ed alla strage s'unirono anche molte violenze all'onor delle donne.

Qui ogni monasterio  saccheggiato,
Qui ogni chiesa s'usa per bordello
Di meretrice che loro han menato.
Qui non giova a sirocchie aver fratello.(278)

Cos dice ne' suoi cattivi versi un narratore contemporaneo, e cos ripetono tutti. Il Nardi parla d'una giovinetta che si gett dalla finestra per salvare il proprio onore, e d'una donna portata via da uno Spagnuolo, che la tenne seco alcuni anni, fino a che ella non riusc a segargli la gola ed a fuggirsene, tornando al suo marito in Prato, dove venne accolta trionfalmente, paragonata alle pi illustri matrone di Roma, ed a Giuditta.(279) Si disse che fra i pochi cadaveri dei soldati nemici ne furono trovati alcuni circoncisi, il che fece affermare che nell'esercito spagnuolo vi fossero anche dei Musulmani, volendosi con ci spiegare non solo le immani crudelt, ma anche il grande disprezzo e le ingiurie alle chiese ed ai monasteri cristiani.(280)
Non v' certo da maravigliarsi che il Vicer crescesse ora le sue pretese. Se prima s'era indotto a far vaghe promesse di rispettare la libert, e di far entrare i Medici come privati cittadini; ora dichiarava aperto non solo di volerli senz'altro rimettere, ma di volere anche mutare il governo, chiedendo inoltre che gli venissero subito pagati 150,000 ducati.(281) La Citt da un altro lato non poteva pi nulla negare, ed era perci disposta a tutto; ma il disordine e la confusione eran tali, che essa non sapeva ormai venire a nessuna deliberazione. Temeva perfino degli stessi suoi soldati, i quali si dimostravano cos avidi di preda e di saccheggio, che, sebbene alloggiassero fuori delle mura, le donne avevano subito cominciato a ricoverarsi nei monasteri.(282)
Il governo della Repubblica intanto pareva che gi fosse venuto in mano dei Medici. Il cardinal Giovanni era dal campo in continua corrispondenza coi principali cittadini; Giulio suo cugino, bastardo, era andato a tener segreto colloquio con Anton Francesco degli Albizzi in una costui villa, per concertare il modo di mutar subito il governo. Ed il giorno ultimo d'agosto l'Albizzi, Paolo Vettori, Gino Capponi, i figli di Bernardo Rucellai e Bartolommeo Valori, parente del Soderini, tutti giovani e audaci, irruppero nel Palazzo, dove insieme con la vecchia Signoria sedeva la nuova, che doveva entrare in ufficio il primo di luglio; penetrarono nelle stanze del Gonfaloniere, e subito gli chiesero con violenza che liberasse i venticinque amici de' Medici, da lui fatti imprigionare nei decorsi giorni; poi lo minacciarono nella vita, se non abbandonava il suo ufficio, promettendo invece di salvarlo, se tranquillamente se ne andava.(283) Il Soderini, convinto ormai che ogni resistenza sarebbe stata inutile, si dichiar pronto a partire, e chiamato a s il Machiavelli, di cui solo poteva in quell'ora di grave pericolo fidarsi, lo mand a casa di Francesco Vettori, fratello di Paolo, per essere, sulla sua fede, accolto nelle loro case, dove egli credeva d'essere pi sicuro che nella propria. Francesco consent, dopo essersi prima dai suoi assicurato, che non avrebbero usato violenza.(284) Ed intanto anch'egli, sebbene amico del Soderini e del Machiavelli, lavorava insieme cogli altri al trionfo dei Medici. And alla nuova Signoria, per indurla a radunare i magistrati, ed a dare una qualche ipocrita apparenza di legalit al mutamento di governo, che gi s'andava di fatto compiendo. Raccolto che fu alla meglio il numero legale dei magistrati e dei consiglieri, essi non volevano consentire alla deposizione del Gonfaloniere; ma il Vettori, che faceva allora una doppia parte in commedia, supplic con le braccia in croce, che si risolvessero subito, altrimenti quei giovani che gi lo avevano deposto, sarebbero corsi ad ammazzarlo. E cos fu ottenuto l'intento.(285) Dopo di che egli e Bartolommeo Valori con quaranta cavalli accompagnarono il Soderini fino a Siena. Questi disse d'andare a Loreto; ma, saputo dal fratello cardinale, che avrebbe corso pericolo per via, se ne and invece a Ragusa; e neppure col sentendosi sicuro, ripar a Castelnuovo, terra sottoposta al Turco.
Cos caddero la potenza ed il governo di Piero Soderini da tutti gl'imparziali giudicato uomo politicamente onesto, ma assai debole. Lo stesso Francesco Vettori che, come abbiam visto, contribu col proprio fratello a farlo cadere, dice che fu "certo buono e prudente ed utile; n si lasci mai trasportare fuora del giusto, n da ambizione, n da avarizia; ma la mala fortuna (non voglio dir sua, ma della misera Citt) non permesse che egli o che altri vedesse il modo di ovviare alli insulti de' collegati."(286) Questo  un linguaggio veramente singolare nella bocca di chi s'era adoperato al ritorno dei Medici; ma appunto perci  assai credibile. Pi sincero nell'esprimere il suo avviso  per lo storico Filippo dei Nerli, partigiano anch'egli zelantissimo dei Medici. Dopo d'aver biasimato il Soderini, perch non tenne abbastanza conto dei potenti che lo avevano aiutato a salire, conchiude che, "non seppe mai esser principe n cattivo n buono, e credette troppo colla pazienza, godendo, come si dice, il benefizio del tempo, superare tutte le difficolt."(287) In sostanza  questo un giudizio non molto diverso da quello che ne fece il Machiavelli stesso, quando osserv nei Discorsi, che il Soderini sperava "con la pazienza e con la bont sua estinguere i mali umori; n mai os spegnerli colla forza, come i nemici gliene diedero occasione. Di ci scusavasi col dire, che sarebbe stato necessario violare le leggi, il che avrebbe seminato od, e dopo la sua morte messo a pericolo il governo d'un Gonfaloniere a vita, il quale egli credeva utile alla Citt. Nondimeno e' non si debbe mai lasciar scorrere un male rispetto ad un bene, quando quel bene facilmente possa essere da quel male oppressato."(288)
Intanto quei giovani che avevano cacciato il Soderini, insieme con altri "tutti di mal affare,"(289) si posero a guardia del Palazzo, e furono subito eletti venti cittadini, per deliberare quello che s'avesse a fare. Alcuni speravano ancora trovar modo di salvare la libert;(290) ma ormai gli avvenimenti seguivano il loro corso inevitabile. Gli oratori inviati al Vicer ed al Cardinale furono da questo ricevuti cortesemente e modestamente. A lui bastava, egli disse, d'essere, insieme coi suoi, accolti in Firenze come privati cittadini, con facolt di ricuperare i loro averi, pagandoli. E veramente nessuna pi onesta domanda poteva immaginarsi da parte di chi aveva appunto allora trionfato colle armi. Ma il Cardinale, a guarentigia delle modeste domande, della persona sua e de' suoi, chiedeva anche assicurazioni, le quali giustamente facevano osservare allo storico Nardi, che "chi domanda sicurt di non essere offeso (volendo vivere civilmente nella Repubblica), e se ne vuole assicurare, chiede in patto e vuole infatti la libert di offendere altrui."(291) Intanto i Fiorentini furono costretti ad entrare nella lega, obbligandosi a pagare 40,000 ducati all'Imperatore, 80,000 all'esercito che gli aveva vinti, e 20,000 al Vicer in proprio, somme che coi donativi da fare, ascesero a 150,000 ducati. Si dovettero anche obbligare a prendere dalla Spagna 200 uomini d'arme.(292)



CAPITOLO XV.

Ritorno dei Medici in Firenze. - Nuova forma di governo. - Persecuzioni. - Scritti del Machiavelli ai Medici. -  deposto da tutti gli uffic. - Morte di Giulio II. - Elezione di Leone X. - Congiura e morte di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino Capponi. - Il Machiavelli  accusato d'aver preso parte alla congiura. - Messo in carcere dove riceve alcuni tratti di fune,  poi liberato. - Suoi sonetti.

La famiglia dei Medici si trovava adesso rappresentata dal cardinale Giovanni (1475-1521), che n'era capo ed anima, notissimo pi tardi col nome di papa Leone X, e da Giuliano (1479-1516), fratelli di Piero affogato nel Garigliano, e figli di Lorenzo il Magnifico. Questi soleva dire che aveva tre figli, di cui il primo (Piero) era pazzo; il secondo (Giovanni) savio, ed il terzo (Giuliano) buono. Abbiamo infatti veduto quanto era stato vano, puerile ed ambizioso Piero; quanto il Cardinale era accorto ed esperto negli affari, intelligente e fedele seguace della vecchia politica de' Medici; come finalmente Giuliano fosse fantastico, ambizioso e mite nello stesso tempo. Era poi un altro assai autorevole membro della famiglia, Giulio (1478-1534) cavaliere di Rodi, priore di Capua, pi tardi vescovo, cardinale, e papa Clemente VII, figlio naturale di quel Giuliano, che fu fratello minore di Lorenzo il Magnifico, e rest nel 1478 vittima della congiura de' Pazzi. Seguivano ancora due giovanetti: un figlio di Piero per nome Lorenzo (1492-1519), che fu poi duca d'Urbino; un figlio naturale di Giuliano, per nome Ippolito (1511-1535), che fu poi cardinale. E con questi ultimi s'estinse il ramo principale dei Medici. Per ora si trovano in prima linea, sulla scena politica, il cardinal Giovanni, suo fratello Giuliano ed il cugino bastardo Giulio.
Francesco degli Albizzi and a Prato, ed il primo di settembre condusse Giuliano nella sua casa in Firenze, dove senza indugio vennero a trovarlo i pi fidi amici, fra i quali erano anche i figli di Piero Guicciardini, fratelli dello storico, che allora si trovava nella Spagna, ambasciatore della ormai caduta Repubblica. Subito una gran folla fu per le vie, al grido di palle! palle! correndo a casa Medici. Bernardo da Bibbiena, segretario del Cardinale, era in quel medesimo giorno partito in fretta da Prato per recarsi a Firenze, e non sapendo che Giuliano era andato a casa Albizzi, lo cerc con altri nell'antico palazzo dei Medici, in via Larga. Ivi, cos racconta egli stesso, appena che fu arrivato, si trov da tutti circondato, abbracciato, baciato, e non cessavano mai d'interrogarlo.(293) Giuliano, dimostrando subito in Firenze "animo civilissimo," secondo l'espressione del Pitti, usc per le vie in lucco senza alcun famiglio, come privato cittadino, e per secondare sempre pi il gusto dei Fiorentini si rase anche la barba.(294)
Arrivava poi subito il Vicer, che fu da Paolo Vettori menato in Consiglio e fatto sedere nel luogo del Gonfaloniere, donde parl e raccomand i Medici. Dopo di che fu raccolta una Pratica, in cui venne chiamato anche Giuliano, per decidere sul modo di riformare il governo, e si fecero proposte per quei momenti abbastanza temperate, alle quali egli subito consent. Erano queste: il nuovo Gonfaloniere verrebbe eletto per un anno, verrebbe aumentato il numero degli Ottanta, si darebbe pi largo stipendio ai magistrati;(295) e quanto al resto pareva che restassero le antiche forme repubblicane. Intanto, perch s'arrivasse al termine della Signoria gi in ufficio, fu sino a tutto ottobre eletto Gonfaloniere Giovan Battista Ridolfi. Questi era parente dei Medici, e da molti tenuto capo degli Ottimati; pure si dimostr non solo savio ed animoso, ma ancora non punto nemico della libert, che anzi pareva volesse salvare. In Firenze non poteva di certo essere a un tratto spento ogni amore per la Repubblica, n scomparsa del tutto l'avversione ai Medici, che lo sapevano, e perci volevano e dovevano procedere molto cauti. Ma essi avevano ora in mano la forza, e gli eventi piegavano sempre pi in loro favore; la paura faceva sottomettere ognuno, sicch non era a lungo andare possibile, anche volendo, il fermarsi sulla china, di che s'avvide ben presto lo stesso Ridolfi. Soldati e condottieri spadroneggiavano minacciosi per le vie; si sentivano ogni giorno discorsi di nuovi mutamenti di governo, proposti dal Cardinale e dagli Spagnuoli. Di ci alcuni cittadini andarono allora ad interrogare il nuovo Gonfaloniere, il quale rispose: "Che volete che facciamo? Non vedete che i nemici ci hanno messi in una botte rifondata, e agevolmente ci possono offendere pel cocchiume?"(296)
Il disordine cresceva d'ora in ora, ed in piazza si vendevano le spoglie sanguinose dei Pratesi, il che aumentava lo sgomento di coloro che ancora amavano la libert. Il 14 del mese entrava finalmente il Cardinale con 400 lance; seguivano con 1000 fanti Ranieri della Sassetta, Ramazzotto ed altri ben noti capi di bande, stati sempre fedeli ai Medici.(297) Ed il Cardinale venne accolto con cos gran festa che, scrivendone a Pietro da Bibbiena in Venezia, gli diceva: "In questa parte la nostra opinione fuit re ipsa longe superata."(298) Subito gli furono intorno i pi decisi Palleschi, e si lamentarono che la troppa bont di Giuliano facesse passare il tempo opportuno a un radicale mutamento, lasciando le cose a mezzo. N era appena entrato in Palazzo, dove Giuliano sedeva a consiglio con gli amici, che subito irruppe una moltitudine di cittadini e di soldati, i quali, saccheggiando gli argenti, al solito grido di palle! palle! chiesero che si radunasse il Parlamento, stato sempre mezzo sicuro per ottenere, sotto apparenza di libert, tutto quello che si voleva con la forza.
Il 16, infatti, esso fu convocato in Piazza, dove vennero insieme col popolo i soldati ed i capitani cos dei Medici come della Repubblica, essendo questi ultimi gi quasi tutti passati ai nuovi padroni, per le grandi promesse avute. Fu creata una Bala di 45 persone, portate poi a 65, e designate tutte dal Cardinale, alla quale venne dato l'incarico, con l'autorit stessa del popolo, di riformare il governo. E la riforma doveva consistere nel rimettere le cose allo stato medesimo in cui erano prima del 1494, restaurando cio l'apparenza degli antichi ordini repubblicani; ma restringendo il governo effettivo e reale nelle mani della Bala, che doveva dipendere dai Medici. Questo era stato il modo tenuto da Cosimo il Vecchio e da Lorenzo il Magnifico, quando, sotto nome di privati cittadini, s'erano fatti padroni della Repubblica; questa era la via che si voleva seguire adesso. La Bala infatti, nonostante tutte le altre riforme che si fecero, e le vecchie istituzioni repubblicane che si finse di lasciare in vita, fu anche ora quella che veramente govern sino al 1527. "In tal modo,"  lo stesso Guicciardini che lo dice, "fu oppressa con le armi la libert dei Fiorentini."(299) E Francesco Vettori, che non era meno ardente partigiano dei Medici, scriveva: "Si ridusse la Citt che non si facea se non quanto volea il cardinal de' Medici.  chiamato questo modo di vera tirannide."(300)
Piero Soderini fu subito confinato per cinque anni in Ragusa, e il suo ritratto venne tolto dalla SS. Annunziata; Giovan Vittorio fu confinato per tre anni a Perugia; tutti gli altri Soderini, ad eccezione del Cardinale, vennero per due anni confinati a Napoli, a Roma, a Milano. Non fu perdonato neppure a Francesco Vettori l'avere accompagnato l'ex-gonfaloniere, e contribuito cos a salvargli la vita. Sebbene si fosse tanto adoperato pei Medici, sebbene suo fratello Paolo fosse stato uno dei pi audaci promotori del tumulto che li richiam, pure fu ritenuto qualche tempo in carcere, ed ebbe parecchi tratti di corda. Egli se ne stette ritirato alcuni giorni fuori di Firenze, esclamando: "Or questo per amor s'acquista!"(301) Ma ben presto torn in grazia dei nuovi padroni. Anche un Antonio Segni, che il cardinal Soderini aveva mandato in gran fretta a raggiungere per via il fratello Piero, ad avvertirlo che correva pericolo della vita, se capitava nelle mani del Papa, ebbe in Roma la fune, e tanta che ne mor.(302) Vennero licenziati e mutati alcuni ufficiali delle cancellerie, con altri ancora, che avevano avuto parte nel governo; l'Ordinanza fu sciolta, ristabilendone pi tardi una vana e ridicola apparenza; s'impose ai cittadini un prestito di 80,000 ducati per pagare gli Spagnuoli. Intanto il Vicer, riscosse le prime paghe, e sicuro omai del resto, aveva gi fin dal 18 settembre lasciato Firenze e Prato. E qui finisce il primo periodo della rivoluzione fiorentina.
Se si riflette che era stato distrutto un governo per costituirne un altro; che i Medici erano tornati dopo l'esilio, la confisca e le persecuzioni di 18 anni, con l'aiuto delle armi straniere, deve convenirsi che, fatta eccezione del crudele ed iniquo saccheggio di Prato, opera dell'esercito spagnuolo, essi furono d'una grande mitezza. Sapevano che non si sarebbero potuti mantenere a lungo in Firenze con le vendette e col sangue; cominciarono perci subito a cercare di farsi amici coi favori, di guadagnarsi il popolo colle feste. Ed a questo fine istituirono due compagnie, una delle quali chiamarono del Diamante, insegna di Giuliano, che ne fu il capo, e l'altra del Broncone,(303) insegna di Piero de' Medici, il padre del giovane Lorenzo, futuro duca d'Urbino, che fu capo della seconda compagnia. Cos l'una come l'altra si posero subito all'opera, e cominciarono nel carnevale a rappresentar vari trionfi, fra cui quello del Secol d'oro. I versi che in questa occasione vennero cantati per le vie, si leggono nei Canti Carnascialeschi, e li compose Iacopo Nardi.(304) Il che merita di essere ricordato, perch questi fu anche nei tempi pi difficili e pericolosi, un costante, schietto, immutabile repubblicano; uno dei pochi allora sul cui carattere politico non cadde mai dubbio di sorta. E per il suo prender parte alle feste iniziate dai Medici nei primi mesi del loro ritorno, dimostra che questo ritorno fu accettato con maggior favore e assai pi universalmente che non si crederebbe. I Medici erano adesso potenti in Italia, e si aspettava di vederli potentissimi, per la probabile elezione del Cardinale a papa, elezione che di fatto segu dopo pochi mesi. Non si poteva negare che essi amavano Firenze, la quale cominciava perci ad essere orgogliosa della loro crescente fortuna. Si sperava che un'ombra pi o meno visibile di repubblica restasse, che i pi autorevoli cittadini fossero chiamati a partecipare al governo, che tornassero i tempi di Lorenzo il Magnifico. Ed  un fatto che, partiti gli Spagnuoli, il nuovo governo non incontr difficolt di sorta a reggersi, non facendogli aperta opposizione neppure coloro che pi erano stati amici del Soderini. Non vi furono che pochi giovani inesperti ed entusiasti, i quali, illusi nella speranza di trovar seguito, cospirarono e furon lasciati soli, abbandonati da tutti. Che pi? Lo stesso ex-gonfaloniere Soderini venne, come vedremo fra poco, a patti co' Medici, con i quali si tratt anche d'imparentarsi, e pot poi tornare a Roma, dove visse tranquillo fino alla morte.
Ma che cosa pensava, e che cosa faceva il Machiavelli in questi difficili momenti? Restato sino all'ultimo fedele al Soderini, egli lo difendeva ancora; per, a dirlo subito in brevi parole, desiderava e sperava anche conservare il proprio ufficio. Il suo posto di Segretario nella Cancelleria non era certo politico; ma tale lo avevano reso l'incarico avuto presso i Nove della Milizia, le commissioni diplomatiche, la parte grandissima da lui presa nel costituire l'Ordinanza e nell'indirizzo dato al governo. Nondimeno, al pari di quasi tutti gli altri che quel governo avevano sostenuto, egli era rassegnato e disposto ad accomodarsi ai nuovi tempi coi nuovi padroni; pensava che si potesse escogitare una qualche forma di repubblica popolare sotto la protezione dei Medici, ed era pronto a servirli fedelmente, come dichiar apertamente sin dal principio. Abbiamo infatti la copia d'una sua lettera senza data, ma che fu scritta certo poco dopo il 16 settembre, indirizzata ad una signora, di cui resta ignoto il nome, amica per, se non addirittura parente dei Medici. Secondo alcuni  la stessa Alfonsina Orsini,(305) vedova di Piero, secondo altri, invece, la figlia Clarice, moglie di Filippo Strozzi. Ma non se ne sa nulla di sicuro, e potrebbe anche essere la minuta d'una lettera non mai spedita al suo indirizzo.
In essa il Machiavelli comincia col dire che narrer tutto quello che  seguito recentemente, per rispondere alla domanda che gli venne fatta, e perch gli eventi hanno "onorato gli amici di Vostra Signoria Illustrissima e padroni miei, le quali due cagioni cancellano tutti gli altri dispiaceri avuti, che sono infiniti." E qui accenna brevemente l'avanzarsi degli Spagnuoli, l'incertezze delle trattative e la condotta del Gonfaloniere, di cui parla con deferenza. Quando gli Spagnuoli mandarono a proporgli che si dimettesse, rispose, "che non era venuto a quel segno n con inganno n con forza, ma che vi era stato messo dal popolo; e per se tutti i re del mondo accozzati insieme gli comandassero che lo deponesse, mai lo deporrebbe. Se per il popolo voleva, avrebbe subito deposto il suo ufficio. Partito infatti che fu l'ambasciatore, egli radun il Consiglio per consultarlo, e ciascuno s'offerse allora pronto a mettere la vita per difenderlo." Accenna poi alla presa ed al sacco di Prato, che non si ferma a descrivere, per "non le dare questa molestia di animo." Dice che vi morirono pi di 4000 persone, "non perdonando n alle vergini, n ai luoghi sacri, che gli Spagnuoli empirono di sacrilegi e di stragi. E neppure allora il Gonfaloniere si sbigott, ma si mostr disposto ad ogni accordo cogli Spagnuoli, salvo l'entrata dei Medici, che quelli dissero di volere in ogni modo. Allora tutto and a rovina, e si cominci a temere del sacco anche in Firenze, per la vilt che si era veduta in Prato ne' soldati nostri," parole queste ultime che molto dovette costare al Machiavelli di pronunziare, dopo che aveva riposto in essi tante speranze. Prosegue, narrando brevemente e senza molta precisione i fatti, sino al Parlamento, che reintegr i Medici in tutti quanti gli averi e gradi dei loro antenati. "E questa Citt," egli conclude, "resta quietissima, e spera non vivere meno onorata con l'aiuto loro, che si vivesse nei tempi passati, quando la felicissima memoria di Lorenzo loro padre governava."(306)
Bisogna, nel leggere questa lettera, ricordarsi bene quale era il linguaggio tenuto allora coi potenti in genere, e quale fu il linguaggio tenuto da quasi tutti i repubblicani fiorentini, che ebbero in quei giorni occasione di scrivere ai Medici, o anche solo ragionar di loro. Se per tutto questo ci persuader che la lettera del Machiavelli non aveva pei tempi che correvano nulla di strano o d'insolito, riman sempre da essa, come anche da altri documenti, provato, che egli voleva salvare il suo ufficio, ed era pronto a servirli. Ma di ci nessuno allora gli fece n poteva far carico, quando lo stesso ex-gonfaloniere s'accomodava con essi. Nulla infatti perd nella stima dei cittadini Marcello Virgilio, che teneva nella cancelleria un ufficio superiore a quello del Machiavelli, e non lo lasci, restando anzi in buonissimi termini coi nuovi padroni.
 certo per che, per la parte avuta, se non altro, nella difesa della Citt, il Machiavelli sapeva bene di trovarsi in assai pi difficili condizioni, e quindi s'adoperava a scongiurar la tempesta, che non senza ragione temeva. In questi medesimi giorni egli scrisse anche al cardinal de' Medici una lettera, di cui ci resta solamente un brano. "Pensando," egli dice, "che la presunzione sia escusata dall'affezione, oser darle un consiglio. Gi sono stati nominati gli uffiziali per ritrovare le possessioni dei Medici, e restituirle ad essi. Questi beni sono ora in mano di chi li ha comperati e legittimamente li possiede; il riprenderli partorir un odio inestinguibile, perch gli uomini si dolgono pi di un podere che sia loro tolto, che d'un fratello o padre che fosse loro morto, ognuno sapendo che per la mutazione d'uno Stato un fratello non pu risuscitare, ma che e' pu bene riavere il podere. Molto meglio sarebbe perci farsi votar dalla Bala, per qualche tempo, un sussidio annuo a risarcimento dei danni patiti. Io ricordo tutto con fede," cos conchiude la lettera, "la S.V.R. secondo la sua prudenza ne deliberi."(307) Ed anche un altro scritto si crede che egli indirizzasse in questi medesimi giorni ai Medici, o piuttosto ai loro fautori, dando consigli di un'indole pi generale, e indirettamente pigliando di nuovo le difese del Soderini. Coloro che erano stati gelosi di lui per non averli egli chiamati a parte del governo, e avevano perci cospirato a favore dei Medici, ora lo accusavano e calunniavano in mille modi. Il Machiavelli faceva quindi osservare, che quelle erano arti maligne, per acquistar grazia appresso i nuovi padroni ed il popolo, al quale volevano far credere d'essere stati indotti a mutare il governo solo per odio al Soderini, che dicevano perci autore d'ogni male seguito alla Citt. "Cos cercano, acquistando il favore del popolo, rendersi necessari ai nuovi governanti, cui potrebbero, ad un momento dato, fare uno rimbocco addosso di tutto questo universale.(308) Il Soderini ormai  fuori d'Italia, e non pu quindi fare n bene n male; restano di fronte il nuovo ed il passato governo, irreconciliabili fra di loro. Quelli che si sono messi ad adulare il popolo ed i Medici, non potrebbero vivere col Soderini, di cui sono naturali nemici; ma possono bene accomodarsi cos con l'uno come con l'altro governo, pur d'essere potenti. Perci s'adoperano, facendosi forti col popolo, a divenir come protettori dei Medici, i quali dovrebbero invece cercare di separarli dal popolo, perch si gettassero, senz'altra speranza di salute, a servirli."(309)
Quali occasioni il Machiavelli avesse veramente a comporre questi tre suoi scritti, noi non sappiamo. Non ci  possibile dire se fu davvero invitato, come egli afferma nel primo di essi, o se, profittando dell'ufficio che ancora teneva, mettesse le mani avanti per non perderlo, o finalmente se li componesse, come allora usava assai spesso, a sfogo del proprio animo, e come una specie d'esercizio retorico, pel caso che si presentasse l'occasione di valersene. Quest'ultima ipotesi acquista un maggior grado di credibilit pel fatto, che del primo di tali scritti abbiamo solo una copia senza data, senza indirizzo e senza firma; del secondo e del terzo abbiamo gli autografi, ma sono pi che altro abbozzi o frammenti. Comunque sia di ci, lo scopo di cos premurosi consigli, in qualunque modo li desse o cercasse darli, resta assai chiaro, com' chiaro che la via da lui scelta era di molto difficile riuscita. Il Machiavelli ebbe sempre, come provano molte delle sue opere, tutta la sua vita, una gran fede nel popolo, grande diffidenza e antipata contro l'aristocrazia e contro ogni governo retto da un piccolo numero di potenti. E questi sentimenti manifest anche quando trionfavano i Medici, i quali egli avrebbe voluto vedere appoggiarsi al popolo, e non cadere in bala dei nemici del Soderini. Ma gli eventi erano, per ora almeno, in mano di chi li aveva apparecchiati, e i Medici non potevano affidarsi al popolo che non li voleva, allontanandosi da coloro che li avevano richiamati. Or questi erano appunto i nemici del Soderini, non meno che a lui avversi al Machiavelli, cui non potevano in nessun modo permettere che restasse in ufficio. Il combatterli adunque poteva riuscir solo a farseli sempre pi nemici.
I Nove della Milizia, presso i quali il Machiavelli aveva avuto cos gran parte, erano stati subito soppressi, licenziando tutti i conestabili dell'Ordinanza fin dal 19 settembre.(310) Restavano ancora i Dieci e la Signoria con la loro cancelleria, nella quale egli si trovava cogli altri alla dipendenza di Marcello Virgilio. Ma questi, sebbene fosse il primo segretario, non si era mai personalmente impacciato di politica, e nessuno pens quindi a rimuoverlo d'ufficio. Il Machiavelli invece, intimo del Soderini, anima per qualche tempo della Repubblica, venne, con deliberazione presa alla unanimit dai Signori, il 7 novembre 1512, privato di ogni ufficio: cassaverunt, privaverunt et totaliter amoverunt.(311) Il suo amico Buonaccorsi sub nel medesimo giorno la stessa sorte.(312) N ci bastava. Infatti una nuova deliberazione confinava il Machiavelli per un anno nel territorio della Repubblica, senza che ne potesse uscire, con l'obbligo ancora di dare, come sicurt d'obbedienza alla condanna, fideiussori per la somma di mille lire. Il 17 novembre veniva inoltre a lui ed al Buonaccorsi proibito di mettere per un anno piede in Palazzo, ordine per che, quanto al Machiavelli, fu pi volte temporaneamente revocato,(313) dovendo egli rendere i conti della sua amministrazione, dare tutti i necessar schiarimenti. E questo pot fare con tale e tanta regolarit da non lasciare pretesto alcuno a muovergli accusa di sorte. In suo luogo venne eletto segretario Niccol Michelozzi, noto partigiano dei Medici, il quale, non essendovi ora pi i Nove n l'Ordinanza, ebbe solo l'incarico di scriver lettere d'ufficio per la cancelleria.(314)
Ed ora le pretese riforme (ch cos le chiamavano) vennero bruscamente sospese da avvenimenti esterni ed interni, i quali ultimi peggiorarono anche pi le gi tristi condizioni del Machiavelli. Per la ritirata dei Francesi, Parma, Piacenza, Modena e Reggio s'erano date al Papa; Brescia era venuta nelle mani del Vicer; Peschiera e Legnago s'erano arrese al Lang, vescovo di Gurk, che era una specie di alter ego dell'Imperatore in Italia. Di tutto ci molti, al solito, restarono allora scontenti e gli alleati sarebbero venuti fra di loro a contesa, se il Papa, facendo al Lang le pi benevole accoglienze, e dandogli anche il cappello cardinalizio, non lo avesse guadagnato a s. Questo port subito ad una nuova alleanza, proclamata nel novembre in Santa Maria del Popolo, fra il Papa e l'Imperatore, che con la solita sua volubilit aderiva ora al Concilio vaticano. E cos Massimiliano Sforza fu condotto a prender possesso del ducato di Milano, che era molto impiccolito, avendone pi d'uno dei confederati preso qualche brano. Gli Spagnuoli aderirono ai nuovi accordi; vi si opponevano invece i Veneziani, perch fieramente avversi alla cessione di Vicenza e Verona all'Imperatore; ma ci valse a rendere ancora pi salda l'alleanza di questo col Papa, il quale si poteva chiamar finalmente contento. Non aveva certo liberato dai barbari l'Italia, che invece, per opera sua, era occupata, calpestata da Tedeschi, Spagnuoli e Svizzeri; pure aveva cacciato i Francesi, sventato il Conciliabolo, radunato il Concilio lateranense, esteso e rafforzato il dominio temporale della Chiesa, data reputazione alle sue armi, fatto di Roma il centro principale degli affari d'Italia e del mondo. Ma allora appunto egli si ammalava, ed il 20 di febbraio 1513 moriva. Degno di molta gloria lo dice il Guicciardini, se invece di Papa fosse stato un principe secolare. Certo fu uomo di gran forza d'animo, di grande volont, di grandi disegni pei quali mise a soqquadro l'Italia e il mondo. Tutti perci erano stanchi adesso, e desideravano tempi pi tranquilli.
Con questi intendimenti s'adunava il Conclave, nel quale il 6 marzo arriv in lettiga il cardinal de' Medici, ammalato d'una fistola incurabile, che rendeva assai penoso lo stargli accanto. Avverso ai Francesi, stati la rovina di sua casa, levato a grande altezza dal Papa defunto, egli era largo del suo fino alla prodigalit, abilissimo nel rendersi accetto a tutti, educato alle buone lettere, grande ammiratore delle arti belle, un vero mecenate di artisti e letterati; e sebbene all'occorrenza fosse pronto anche ad atti violenti, si dimostrava, nei casi ordinari, sempre e con tutti temperato e gentile nei modi, in ogni occasione prudentissimo. Queste qualit lo indicavano come l'uomo adatto ora al papato, salvo la sua et, non essendo egli ancora giunto ai quarant'anni. V'era per nel Conclave un partito di giovani cardinali, che molto lo favorivano. Avversario deciso si dimostrava invece il Cardinal Soderini; ma fu ben presto guadagnato il suo voto con la promessa di far tornare dall'esilio l'ex-gonfaloniere, di liberare dal confine gli altri della famiglia, e di dare la figlia di Giovan Vittorio Soderini in moglie a Lorenzo de' Medici.(315) Stipulati questi accordi, il cardinal Giovanni riusc con grande maggioranza di voti eletto il giorno 11 marzo. Non essendo egli ancora prete, ma semplice diacono, bisogn ordinarlo prima, per consacrarlo poi. Il 15 ebbe gli ordini sacri, il 17 fu papa col nome di Leone X, il 19 venne coronato. La cerimonia e le feste superarono quanto s'era mai visto di splendore e di lusso, in un secolo tanto celebre pel suo splendore e pel suo lusso: si spesero in un sol giorno 100,000 ducati.(316) Vi furono archi, iscrizioni, processioni, statue di Deit pagane, profusione di danaro ovunque, in ogni modo: parevano tornati i tempi di Roma imperiale.
A Firenze questa elezione venne salutata con gioia universale, perch dal nuovo Papa mecenate e fiorentino, tutti s'aspettavano grandi favori. Nessuno pensava che cos i Medici mettevano in Italia sempre pi profonde radici, divenivano pi potenti e prepotenti, ed il cacciarli di Firenze sarebbe stato sempre pi difficile. La Citt pareva invece orgogliosa di quello che seguiva. Ma un Genovese che si trovava presente a questa grande allegria dei Fiorentini, disse loro un giorno: "Voi vi rallegrate d'avere un papa fiorentino; prima per che ne abbiate quanti ne ebbe Genova, imparerete a vostre spese quello che pu fare la grandezza dei papi nelle citt libere."(317) E non solo i fatti che seguirono pi tardi gli dettero ragione; ma la gioia era stata gi turbata da ci che era avvenuto in quei giorni medesimi.
Poco prima che arrivasse a Firenze la nuova della infermit di Giulio II, un tal Bernardino Coccio, senese, trov in casa dei Lenzi, parenti dei Soderini, un foglio caduto di tasca ad un giovane per nome Pietro Paolo Boscoli, notissimo avversario de' Medici. Raccoltolo e visto che v'erano scritti 18 o 20 nomi, fra cui quello di Niccol Machiavelli, lo port subito agli Otto, i quali, sospettando di congiura, imprigionarono il Boscoli insieme col suo intimo compagno Agostino di Luca Capponi. Sottoposti alla tortura, essi dichiararono francamente d'avere avuto in animo di rivendicare la patria in libert; ma di non aver fatto congiura, n comunicato ad altri i loro disegni: i nomi scritti sul foglio eran solo di persone nelle quali speravano di trovar favore, supponendole amiche del libero reggimento. La pi parte di esse vennero nonostante, insieme con altre, condotte in prigione: e sebbene apparisse chiaro che la cosa non aveva avuto molta gravit, perch senza seguito alcuno nei cittadini, pure il Boscoli ed il Capponi, dopo essere stati in carcere dal 18 al 22 febbraio, furono la sera decapitati. Il cardinal de' Medici era partito il giorno innanzi,(318) non prima per d'essersi assicurato dell'esito finale. Questo caso fu molto pietoso, perch il Boscoli ed il Capponi erano giovani inesperti ed entusiasti, ma culti e di nobili sentimenti. Ambedue affrontarono la morte con gran coraggio, il Capponi quasi con sdegnosa indifferenza, pur dichiarandosi innocente; il Boscoli di 32 anni, biondo, bello e di gentile aspetto, sebbene ugualmente intrepido, pareva nondimeno agitato da pensieri diversi. Un suo amico, Luca della Robbia, della famiglia stessa del grande scultore di cui portava il nome, venne ad assisterlo nelle ultime ore, e trascrisse, parola per parola, il colloquio avuto con lui. Noi gi altra volta v'accennammo; ma dobbiamo ora riparlarne, perch si tratta d'un documento singolarissimo, che  assai importante a conoscere le condizioni dello spirito italiano in quel tempo.
Quando, verso sera, arriv la notizia della prossima esecuzione, il Boscoli fu assai agitato. Prese il Vangelo e lo leggeva, invocando lo spirito del Savonarola per interpetrarlo; chiese poi un confessore del convento di San Marco. Al Capponi che, quasi rimproverandolo, gli diceva: - O Pietro Paolo, voi dunque non morite contento! - non fece neppure attenzione. Egli non temeva la morte; ma gli pareva di trovar la forza di morire solamente nello stoicismo e nelle reminiscenze degli eroi pagani, che esaltavano le congiure ed ispiravano l'odio alla tirannide: non si sentiva perci la coscienza tranquilla. Volgendosi al suo consolatore della Robbia, esclam a un tratto: - Deh! Luca, cavatemi dalla testa Bruto, acci che io faccia questo passo da buon cristiano. - E si disperava in un'angoscia tormentosa. Arrivato il confessore, il della Robbia, che aveva ancor egli i suoi scrupoli, gli and subito incontro, chiedendo in segreto: -  proprio vero che San Tommaso condanna le congiure? - Ed alla risposta affermativa del frate, soggiunse: - Ebbene, diteglielo acci non muoia in inganno. - Il confessore, vedendo la grande agitazione del misero giovane, si prov a fargli coraggio, perch affrontasse la morte con animo risoluto; ma il Boscoli gli rispose subito con vivacit: - Padre, non perdete tempo, che a ci mi bastano i filosofi. Aiutatemi piuttosto a morire per amor di Cristo. - Quando fu condotto al luogo del supplizio, il carnefice, con singolare e toscana cortesia, gli chiese scusa nel bendarlo, e si offerse di pregare Dio per lui, - Fai pure il tuo ufficio, - disse il Boscoli; - messo per che m'avrai sul ceppo, lasciami stare un poco, e poi mi spaccia. Accetto che tu preghi Dio per me. - Voleva in quell'ultima ora fare l'estremo sforzo per unirsi a Dio. Il confessore rest ammirato del Boscoli, ed avendo pi tardi incontrato a Prato il della Robbia, gli and subito incontro, dicendo d'aver pianto otto giorni continui, tanto s'era affezionato all'animoso giovane. - Io lo credo un beato e martire, andato diritto in Paradiso senza fermarsi in Purgatorio. Quanto poi alle congiure, di cui tu mi chiedesti, debbo dirti che ho riscontrato San Tommaso, e trovo che fa una distinzione. Se i tiranni sono eletti dal popolo, non  lecito congiurar contro di essi; ma se invece s'impongono con la forza, il congiurare  anzi un merito. Non ripetere per le mie parole a nessuno, altrimenti diranno: questi frati tiran sempre le cose secondo gli affetti loro. - Il della Robbia aggiunge che, tornato a casa, riscontr anch'egli le opere di San Tommaso, e vi trov quello che aveva detto il frate.(319)
Da questa narrazione si vede chiaro come le idee cristiane e le pagane venissero allora assai spesso in conflitto. Ed in vero, quanto alla vita privata ed alla morale individuale, il Cristianesimo, massime dopo l'opera del Ficino, del Pico e del nuovo Platonismo, poteva pi facilmente mettersi d'accordo colla risorta filosofia pagana. Ma la vita pubblica costituiva un mondo a parte, le cui leggi, in continua opposizione con la morale evangelica, sembravano trovare il loro ideale solamente nell'antichit greca e romana. Certo i cospiratori, i patriotti, i politici, i capitani italiani del Rinascimento s'ispiravano a Bruto, a Cesare, a Licurgo, a Solone, ad Epaminonda, non mai al Vangelo. E ci faceva nascere nel loro spirito un contrasto, di cui moltissimi sono gli esempi; ma nessuno forse cos evidente, come  la confessione del Boscoli.
La condanna di quei due giovani, ed il trovarsi nella congiura mescolato il nome del Machiavelli, fecero dare ad essa un'importanza politica che veramente non ebbe, come si vede dalle lettere di Giuliano de' Medici. In fatti il 19 febbraio, cio il giorno che segu alle prime carcerazioni, egli scriveva a Pietro Dovizi da Bibbiena, in Venezia, dicendogli, che s'era scoperta "una congiura di far violenza a me ed a qualche cosa nostra; ma non s' trovato che una mala intenzione senza fondamento o seguito."(320) Aggiungeva poi una lista di 12 cittadini pi o meno caduti in sospetto, fra i quali si legge anche il nome del Machiavelli. Un qualche spavento vi fu per di certo in quei primi momenti, perch, oltre le condanne gi menzionate, venne pubblicato un bando, col quale si ordinava a tutti i cittadini di consegnare le armi. Ed essi non solamente le consegnarono; ma s'affrettarono a correre alla casa di Giuliano, per dargli testimonianza della loro fedelt, andandovi perfino alcuni parenti degli accusati a chiedere che si facesse giustizia.(321) Il 7 di marzo, quando i due giovani congiurati erano gi morti, e gli altri processi condotti a termine, Giuliano scriveva di nuovo al Bibbiena, dicendogli che la Citt s'era mostrata affezionatissima ai Medici, ed aggiungeva: "Il Boscoli ed il Capponi giovani di buone famiglie, ma senza seguito, sono stati i capi della congiura. Volevano levarci la terra; avevano deputato il luogo e fatto una lista di persone in cui credevano incontrar favore; avevano parlato e trovato ascolto in Niccol Valori e Giovanni Folchi. Per questa ragione i primi sono stati condannati a morte, i secondi chiusi per due anni nel forte di Volterra. Alcuni furono confinati nel contado, per avere avuto qualche partecipazione nella congiura; tutti gli altri accusati ed imprigionati sono stati messi in libert come innocenti, dopo aver dato buon sodamento.(322)" E in tutto ci neppure una parola del Machiavelli.
Questi sembra che, scoppiata la tempesta, avesse cercato di mettersi in salvo. Troviamo infatti un bando degli Otto di Guardia e Bala, i quali, il giorno 19 febbraio, ordinavano che chiunque "sapessi o havessi o sapessi chi havessi o tenessi Nicol di messer Bernardo Machiavelli," dovesse fra un'ora denunziarlo, "sotto pena di bando di rubello et confiscatione."(323) Certo  che egli venne subito imprigionato e messo alla tortura insieme cogli altri, per vedere se poteva cavarsene qualche cosa. Il suo nome s'era trovato nella lista portata agli Otto; il suo passato lo rendeva sospetto. Poco avevano a lui giovato le proteste d'ossequio ai Medici, e molto avevano invece nociuto le cose dette e scritte contro gli accusatori e calunniatori del Soderini. Certo se si fosse in lui scoperta vera colpa, non lo avrebbero risparmiato; ma dopo alcuni tratti di corda,(324) e dopo le confessioni degli altri accusati, essendosi convinti che non v'era da cavarne nulla, lo lasciarono libero.(325) S'aggiunse che il Papa, essendo state gi fatte le prime vendette, aveva subito dopo la sua elezione, dimostrato di volere che si usasse indulgenza; e per con deliberazione del 4 aprile, la Bala fece grazia non solo a tutti coloro che eran sospetti d'aver preso parte nella congiura, senza che si fosse potuto provarlo; ma liber dal confine anche i Soderini, compreso lo stesso ex-gonfaloniere.(326)  facile per capire, che il sospetto, la prigionia e la tortura affliggessero molto il Machiavelli, levandogli, per ora almeno, ogni speranza di conciliazione coi Medici. Il 13 marzo infatti egli scriveva a Francesco Vettori, ambasciatore in Roma, ed annunziandogli la sua liberazione, aggiungeva che tutto in questa occasione aveva cospirato a suo danno. Sperava per di non capitarci di nuovo, "s perch sar pi cauto, s perch i tempi saranno pi liberali e non tanto sospettosi." Avendo poi il Vettori risposto con proteste d'amicizia, facendogli coraggio, il Machiavelli gli aggiungeva d'aver saputo volgere il viso alla fortuna, portando la sua sventura con tanta fermezza, "che io stesso me ne voglio bene, e parmi d'essere da pi che io non credetti."(327) Ed anche allora, con le mani ancor dolenti per la fune patita, esprimeva il desiderio d'essere adoperato dai Medici. Ma su di ci torneremo pi oltre.
Dinanzi alla realt di questi fatti, scompariscono tutte le fantastiche considerazioni intorno all'avere il Machiavelli cospirato allora a favore della libert, contro la vita di Giuliano de' Medici, e perci sopportato la carcere e la tortura. Solo giovani inesperti potevano pensare ad una congiura, quando tutta la Citt si mostrava cos favorevole ai nuovi padroni, ed era orgogliosa di vedere uno di essi eletto papa. Il Machiavelli perci pensava invece a mettersi in salvo, ed al suo solito andava escogitando disegni complicati, coi quali ottenere il proprio intento, che era sempre di guadagnarsi il favore dei Medici. Ma che cosa dobbiamo noi pensare dei tre sonetti, che furono da lui scritti appunto in questi giorni, e, come parrebbe, indirizzati anche a Giuliano de' Medici? Due di essi sarebbero anzi stati composti nella prigione stessa, per chieder grazia. Il primo ci descrive la Musa, che viene a trovare il poeta, e non lo riconosce, vedendolo trasfigurato in modo, che lo piglia per pazzo; ond'egli si raccomanda a Giuliano che faccia fede della sua identit. dell'altro descrive la carcere in cui si trova, dopo aver ricevuto sei(328) tratti di corda. Il puzzo  orrendo, le pareti "menano pidocchi"

Grossi e paffuti che paion farfalle.

Si sente un rumore d'inferno. Uno  incatenato, un altro  sciolto, un terzo grida che  tenuto alla corda troppo alto da terra.

Quel che mi fe' pi guerra
Fu che, dormendo, presso all'aurora,
Cantando sentii dire: Per voi s'ra.
Or vadano in malora,
Purch vostra piet ver' me si voglia,
Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia

 possibile che il Machiavelli abbia dalla carcere scritto questi versi a Giuliano? Che egli fosse capace di spingere il sarcasmo e la satira fino al cinismo, ridendo di cose e di persone che per lui stesso erano sacre, noi lo sappiamo.  noto l' epigramma da lui scritto pi tardi sulla morte di Pier Soderini, che pure aveva sempre amato, ed a cui rimase sino all'ultimo fidato amico,

La notte che mor Pier Soderini,
L'alma n'and dell'Inferno alla bocca;
E Pluto le grid: Anima sciocca,
Che Inferno! va' nel Limbo dei bambini.

 ben vero che si volle dubitare dell'autore di questo epigramma; esso per non solo si trova da lungo tempo pubblicato ed attribuito al Machiavelli; ma anche il nipote Giuliano de' Ricci, nel Priorista pi volte citato, lo attribuisce a lui senza punto dubitarne, scusandolo col dire che lo scrisse da poeta, avendo sempre avuto grande stima pel Soderini.(329) In sostanza per qui si tratta d'uno scherzo di cattivo genere, se si vuole; ma v' pure un fondo di verit, avendo egli sempre biasimato la troppa mitezza del Gonfaloniere, accusandolo d'avere anche nell'ora del pericolo fidato nelle vie di mezzo, senza mai osare di por mano alla forza, per assicurarsi dei nemici suoi e della Repubblica.
Ben diverso  il caso dei due sonetti. Che cosa mai bisognerebbe pensare del Machiavelli, se veramente avesse scritto a Giuliano, che egli, nel sentire le ultime preghiere che accompagnavano al patibolo gli amici della libert, aveva esclamato: "Vadano pure in malora, purch Vostra Magnificenza mi faccia grazia"? Sarebbe stato cinismo cos basso da disgustare lo stesso Giuliano, che nelle sue lettere al Bibbiena discorreva con dignitoso riserbo de' due giovani condannati a morte. N  presumibile che i molti nemici del Machiavelli, i quali tante accuse false inventarono per calunniarlo, avessero poi serbato silenzio cos generale sopra un fatto che sarebbe stato di certo assai poco onorevole. E se veramente fosse andato tant'oltre, egli non lo avrebbe taciuto affatto nelle sue lettere a Francesco Vettori, cui narr tutto quello che fece e che disse in quei giorni, ed al quale si raccomandava per aver favore dai Medici. Da queste lettere invece si cava che egli allora nulla chiese, che sopport con coraggio la tortura, e che non aveva con Giuliano relazioni tali da osare d'indirizzargli versi burleschi per ottenerne favore. A lui ed a Paolo Vettori egli dovette d'esser presto liberato dal carcere. E se veramente fosse disceso tanto basso da deridere i compagni che subivano l'estremo supplizio, chi creder mai che avrebbe appunto allora avuto l'impudenza di scrivere ad un amico de' Medici, e suo, d'essersi condotto con tanta fermezza da acquistare maggiore stima di s stesso!
 poi molto singolare che i due sonetti restarono ignoti affatto sino al principio del secolo XIX. Il Ricci che con tanta diligenza copi e raccolse notizie d'ogni genere, onorevoli e biasimevoli, intorno agli scritti dello zio, non ne fa cenno. Essi compariscono a un tratto, in un romanzo del Rosini, l'anno 1828, e poco dipoi in una biografia del Machiavelli pubblicata a Parigi l'anno 1833 dal francese Artaud.(330) Ambedue dicono che n'ebbero solo una copia dal signor Aiazzi di Firenze, che li trov autografi su due fogli messi come segno in un libro, nel quale furono dimenticati per secoli. L'Aiazzi, che pur si fece pi volte editore di cose antiche, non li illustr, non li dette alla luce; ma ne ritenne copia per gli amici. Gli originali, cos almeno si dice, sarebbero stati venduti ad un Inglese. La cosa par molto strana davvero, tanto che farebbe quasi dubitare dell'autenticit dei sonetti. Essi per non solo son dati come autentici dal Rosini e dall'Artaud, ma nelle Carte del Machiavelli si trovano copiati con una dichiarazione di Tommaso Gelli, gi bibliotecario della Magliabechiana, il quale dice di averne veduto gli autografi.(331)  Anche la lingua e lo stile furono da tutti giudicati, ed appaion veramente propr del Machiavelli.(332) Si pu, volendo, sofisticare su qualche verso;(333) ma prove intrinseche e sicure per mettere in dubbio l'autore dei sonetti non ve ne sono.(334) La conclusione, adunque, cui bisogna, secondo noi, venire,  che essi non sono una vera domanda di grazia, n furono mandati a Giuliano; ma sono invece uno scherzo, uno sfogo capriccioso, ironico, cinico, se si vuole, che il Machiavelli gett sulla carta in un momento di cattivo umore, ridendo, esagerando, facendosi peggiore che non era; e poi li dimentic, non pensando che, dopo molti secoli, sarebbero stati ritrovati, ed egli chiamato a render conto di parole usate, senza troppo riflettere, forse qualche volta solo per obbedire alla rima. Che i due sonetti siano poi da tenersi veramente per uno scherzo e non altro, ce lo farebbe credere anche un terzo, che fu trovato pi tardi, e venne pubblicato dal Trucchi nel 1847.(335) Con esso il Machiavelli manda a Giuliano un dono di tordi, pregandolo che li dia a mordere ai suoi nemici, onde non lo addentino pi, come fanno, ferocemente. - Che se son magri, dir che magro sono anch'io,

E spiccan pur di me de' buon bocconi.

Ora nessuno vorr credere che il Machiavelli mandasse veramente un dono di tordi a Giuliano de' Medici. In un momento d'ira e di mal umore, adunque, egli che non aveva preso parte alla congiura, n era cos inesperto da sperarne allora nulla di bene, sfog in segreto la sua bile contro l'avversit del fato, e contro chi lo aveva leggermente messo a cos duro cimento. Nel ci fare pass i limiti, ed il suo sarcasmo arriv fino al cinismo; n questo fu un caso unico nella sua vita, i suoi scritti dandocene pur troppo altri esempi; ma non giustificherebbe in modo alcuno il sospetto d'assai bassa vilt, in un momento nel quale il Machiavelli dette invece prova di coraggio.



CAPITOLO XVI.

Governo dei Medici in Firenze. - Strettezze del Machiavelli. Sua corrispondenza epistolare con Francesco Vettori.

La fortuna dei Medici aumentava con una maravigliosa rapidit non solo in Firenze, ma in tutta Italia. Gi da ogni parte accorrevano gli uomini di lettere a Roma, per circondare il novello Papa, da cui speravano il ritorno del secol d'oro. Fra di essi egli scelse subito a suoi segretari il Bembo ed il Sadoleto, letterati allora celebratissimi. I suoi primi atti annunziavano tolleranza e pace. A Firenze, come abbiam visto, furono per sua volont assoluti i sospetti d'aver partecipato alla congiura. Il matrimonio patteggiato coi Soderini tra la figlia di Gian Vittorio e Lorenzo dei Medici, non si pot mandare ad effetto, per l'opposizione assai viva che fece l'Alfonsina, madre di questo. Il Papa credette per d'avere aggiustato la cosa, facendo s che la fanciulla Soderini sposasse invece Luigi Bidolfi, suo nipote per parte di sorella.(336) Con ci egli non riusc nel suo intento pacifico, come pur troppo si vide pi tardi; ma per allora nulla fu turbato, ed in apparenza tutti furono contenti. L'ex-gonfaloniere pot tornare in Italia, prender casa in Roma, ed anche i suoi parenti tornarono dal confine. I cardinali di San Mal, Santa Croce, San Severino furono reintegrati. Da Firenze, oltre i due oratori Iacopo Salviati e Francesco Vettori, gi residenti in Roma, partiva un'ambascieria solenne di dodici cittadini per rallegrarsi della nuova elezione. Si moltiplicava poi ogni giorno il numero dei cittadini, che per conto loro andavano a rallegrarsi ed a chiedere favori, tanto che Leone X ebbe ad esclamare, che in cos gran moltitudine ne aveva trovato due soli, uno dei quali, il Soderini, sommamente savio, l'altro, un tal Carafulla, sommamente pazzo, che gli avevano raccomandato la Citt e non i loro personali interessi.(337)
Fra gli accorsi, com' ben da credere, non mancarono i parenti del Papa. Giulio de' Medici, che arriv tra i primi, fu fatto arcivescovo di Firenze, essendo morto Cosimo de' Pazzi, e pi tardi, sebbene da tutti ritenuto figlio illegittimo, fu cardinale. Giuliano venne eletto capitano e gonfaloniere di Santa Chiesa; feste grandi e solenni si fecero a Roma in suo onore; spos poi Filiberta di Savoia, e fu cos duca di Nemours, il che lo alien sempre pi dal governo di Firenze, al quale non parve mai molto inclinato. Dato oltre misura ai piaceri dei sensi, che lo avevano fisicamente indebolito, aveva un'indole fantastica, che gli faceva perdere gran tempo nella investigazione del futuro: non mancavano per in lui vaghe, qualche volta anche grandi ambizioni, e neppure impulsi generosi. Di questi s'ebbe una prova quando il Papa voleva dargli il ducato d'Urbino, levandolo colla forza a Francesco Maria della Rovere. Giuliano ricus l'offerta, perch nell'avversa fortuna era stato col ospitato, pi tardi anche beneficato dal Della Rovere, e non voleva pagarlo ora d'ingratitudine. A Lorenzo invece piaceva il governare Firenze; ma avrebbe voluto farla da padrone assoluto, il che non era possibile, onde anch'egli ben presto se ne stanc. Era stato qualche tempo a Roma, in compagnia di Iacopo Salviati suo parente, mandato col ambasciatore per allontanarlo da Firenze, dove era tenuto troppo amico degli ordini liberi. Tuttavia non si os contraddirgli, quando decisamente non volle pi restare lontano, e cos tornossene ora insieme con Lorenzo.(338) A questo il Papa credette opportuno dare alcune istruzioni, scritte di propria mano, sul modo di governare la Citt con prudenza. "Tu devi," gli diceva in esse, "introdurre in tutte le principali magistrature, quanto pi potrai, uomini tuoi. Cerca di essere bene informato come vanno fra loro d'accordo i Signori, al che sar buono strumento Niccol Michelozzi." Questi, che era il successore del Machiavelli, doveva dunque far quasi da confidente e da spia. "Quando ti sia necessario, per cedere alle raccomandazioni, adoperare persone di cui tu non ti creda sicuro, fa' che almeno non sieno n di molto animo, n di molto ingegno. Sopra tutto poi devi assicurarti degli Otto e della Bala, ed avere fra essi, come facevo io, chi ti riferisca ogni cosa minutamente." Infatti agli Otto erano deferite le cause di Stato, e la Bala era adesso come in passato lo strumento fidato e principalissimo con cui i Medici avevano potuto governar da padroni la Repubblica. "Bisogna," cos concludeva il Papa, "disarmare la Citt; aver cura delle spie; soddisfare coi minori uffici le ambizioni di coloro che non possono essere dei Signori; usare molta giustizia ai poveri ed ai contadini; non impacciarsi d'alcuna causa civile di dare e avere. Importa molto eleggere negli uffici del Monte uomini sottili, segreti e fidati, che sieno tuoi, perch esso  il cuore della Citt."(339) Pi volte i Medici avevano nei casi di bisogno, senza scrupolo alcuno, messo le mani nel pubblico danaro, e quindi Leone X indicava e raccomandava il modo d'assicurarsi del Monte, in queste istruzioni che compendiano mirabilmente la politica tradizionale della famiglia.
La conseguenza ultima degli accorti consigli era sempre la stessa. Lorenzo doveva cercar di rimettere le cose come stavano prima del 1494, cio con tutte le apparenze d'una forma repubblicana efimera, ma con una Bala che gli desse modo di fare entrar nei magistrati chi egli voleva. Per ora lo squittinio generale degli eleggibili era gi fatto e non occorreva rinnovarlo. Venne ricostituito il Consiglio dei Settanta, gi ordinato nel 1482 da Lorenzo il Magnifico, come pure il vecchio Consiglio dei Cento, che si rinnovava di sei in sei mesi, e nel quale si deliberavano imposte, provvisioni di denaro ed altre leggi pi gravi, cose tutte che dovevano prima essere approvate dai Settanta. Per dare poi esca a tutte le ambizioni, si trassero di tanto in tanto dalle borse anche coloro che dovevano formare i Consigli del Popolo e del Comune, ai quali venivano portate le petizioni dei privati cittadini, sempre per dopo che le avevano discusse i Settanta. E finalmente, per sempre pi tornare in tutto alla forma anteriore al 1494, si sostituirono gli Otto di Pratica ai Dieci della guerra. In sostanza per tutte queste non erano adesso, come segu sempre sotto i Medici, altro che semplici lustre. Di fatto governarono la Bala ed i Settanta.
Bisognava per navigare di continuo fra scogli infidi, ed essere molto cauti, massime perch, dopo che fu eletto Papa il cardinal Giovanni, nessuno dei Medici restati in Firenze aveva l'autorit personale necessaria a mantenersi sicuro in condizioni cos difficili ed incerte; e neppure avevano la voglia di darsi gran pena per riuscirvi. L'arcivescovo Giulio pensava ormai a grandezza ecclesiastica, e sognava anch'egli il papato, cui pi tardi arriv; Giuliano fantasticava grandi e nuovi disegni, ed i suoi cortigiani discorrevano persino di volerlo vedere, nelle prossime complicazioni politiche, re di Napoli. Lorenzo, assai giovane, era di natura ambizioso e prepotente; ma da una parte il Papa gl'imponeva prudenza, e dall'altra, quando appena mostr qualche voglia di farla da vero padrone, fu subito da diverse parti, specialmente da Iacopo Salviati, avvertito che stesse attento, perch quella non era via da potere, a lungo andare, riuscire in Firenze. Tutto ci gli faceva preferire il tornarsene a fare il nipote del Papa, piuttosto che avere la sola apparenza del comando, con l'obbligo di usare a tutti ed in tutto mille rispetti, quando in Roma non "ne aveva uno al mondo."(340) Leone X per voleva, che il dominio della Toscana rimanesse in mano de' suoi, perch cos cresceva di molto la sua autorit appresso i principi italiani e stranieri. Quindi le cose continuarono in Firenze a dondolarsi un pezzo fra la repubblica e il dispotismo.
Questo era uno stato di cose attissimo a solleticare le speranze del Machiavelli, ed a porre in moto la sua fantasia. Una volta che i Medici, di buona o di mala voglia, accettavano il potere sotto forma d'un alto protettorato della Repubblica, e che ci soddisfaceva il desiderio universale della Citt, a lui pareva facile cosa escogitar combinazioni nuove, con le quali, contentando l'ambizione dei padroni, si potesse anche salvare la libert per l'avvenire. Anzi, la maravigliosa fortuna del Papa poteva dar modo d'aggiustare una volta per sempre le cose d'Italia. E si sentiva quindi disposto a dar mille consigli opportuni; quasi anzi gli pareva strano che non si fosse gi pensato di ricorrere a lui, il quale aveva a tempo del Soderini dimostrato quanto poteva e sapeva essere utile agli altri, quanta fede si poteva in lui riporre. Non vedeva come, appunto per essere egli l'uomo del caduto governo, non era facile che lo cercassero e lo accettassero coloro che quel governo avevano abbattuto. Se coi Soderini, ricchi e potenti, che avevano fra loro un cardinale, si doveva desiderare accordo, non c'era nessuna ragione da temere di un segretario ed usargli riguardo alcuno. Infatti il vuoto si faceva ora rapidamente intorno a lui, ed egli, a suo grande sconforto, si trovava abbandonato, costretto a marcire nell'ozio e nella miseria. Povero addirittura non possiam dire che fosse; ma il modesto patrimonio avito, che nel 1511(341) era, per accordo col fratello Totto, venuto a lui, non gli fu dato certo senza compenso, n, come vedemmo, era libero da debiti. Nell'ottobre 1513 troviamo infatti la quietanza(342) d'un pagamento, fatto in pi rate, per la grossa somma di fiorini mille, data in nome suo e di Totto. In sostanza egli rimaneva appena col necessario alle primissime necessit d'una famiglia ormai non piccola, avendo allora moglie, una figlia e tre figli maschi: un altro ne ebbe nel settembre del 1514. "Povero e carico di figlioli," lo dice anche suo nipote Giuliano de' Ricci.(343)
Usato a spendere piuttosto con larghezza, la improvvisa mancanza dello stipendio, ed il grosso pagamento che, come vedemmo, aveva quasi nello stesso tempo dovuto fare, lo costringevano a misurare ogni soldo, a molte privazioni, mancando qualche volta addirittura del necessario. Ci gli era insopportabile; ma anche pi duro riusciva a lui, uomo attivissimo, la forzata inerzia cui si vedeva condannato. Non aveva mai fatto la professione e la vita d'uomo di lettere; non aveva tutta quella dignitosa energia e morale fierezza di carattere, che fa quasi con gioia affrontare le avversit immeritate della fortuna. Quale speranza poteva avere per l'avvenire? Il suo stato era davvero infelice. Egli si dibatteva angosciosamente contro la sventura, e cercava invano un ufficio che gli desse guadagno ed occupazione. Ritiratosi nella sua villa a S. Casciano, sentiva da lontano le nuove dei grandi avvenimenti che seguivano in Italia, e la sua mente si esaltava febbrilmente a formulare audaci, profonde, strane meditazioni su quello che si faceva, che si sarebbe dovuto e potuto fare da veri uomini di Stato. Ma essendo tutto ci un vano speculare, egli ricadeva poi subito nel suo abbandono desolato. S'immergeva allora nelle passioni dei sensi; rideva di tutto e di tutti; invocava il suo pungente, mordace spirito satirico, per attutire il dolore della sua umiliazione; scriveva versi che manifestavano un freddo, ironico cinismo; immaginava commedie oscene. A un tratto ricorreva invece ai poeti, agli storici antichi; passeggiava leggendo, meditando sul passato e sul presente, nel solitario bosco della sua villa. Poi si chiudeva nello studio, dimenticava la sua miseria, e scriveva alcune di quelle pagine di scienza politica, che resero per tutti i secoli immortale il suo nome. Ma di nuovo il rumore degli avvenimenti esterni richiamava la sua attenzione; di nuovo si ridestavano inutilmente il desiderio e la speranza di migliore fortuna, di pratica attivit. E cos la sua vita si consumava sempre fra le stesse alternative.
In questo momento il Machiavelli ebbe la sorte di trovare un amico, o per meglio dire un confidente, cui aprire tutto l'animo suo; e noi abbiamo nelle sue lettere un'esatta, fedele, eloquentissima descrizione dello stato morale in cui si trovava. Esse sono davvero un monumento di grande importanza nella letteratura del secolo XVI; giacch vi troviamo il primo esempio di un'analisi psicologica, intima, minuta, quasi una confessione ed un esame di coscienza che i due amici fanno l'uno all'altro. Il corrispondente del Machiavelli  dall'esempio trascinato per modo ad imitarlo, che qualche volta le lettere dell'uno si confonderebbero con quelle dell'altro.(344) Nelle lettere del Guicciardini e di molti altri contemporanei, lo spirito dello scrittore ci apparisce ancora come circondato da un denso velo; essi esaminano e descrivono solo quello che fanno, non mai quello che sentono. Il Machiavelli dimostra invece una piena coscienza di s, un pi vivo bisogno di aprire tutto l'animo suo; e quindi in lui, che pur tanto di rado nelle sue opere parl di s stesso, troviamo la prima veramente chiara manifestazione dello spirito moderno. Tanto pi strano apparisce perci il vedere come, in queste sue espansioni, non s'incontri mai una sola parola sulla moglie e sui figli.  questo un vincolo che lo lega ancora ai suoi tempi, nei quali gli scrittori sembravano non ammetter giammai il lettore a guardare nella pi profonda intimit della loro coscienza.
Il confidente del Machiavelli era, com' noto, l'ambasciatore Francesco Vettori, che, sebbene per la partenza del Salviati fosse restato solo a Roma, pure aveva ben poco da fare, volendo il Papa dirigere egli il governo di Firenze. Scriveva di tanto in tanto lettere alla Signoria ed agli Otto di Pratica, cercava guadagnarsi la protezione dei Medici per s ed anche per gli amici, fra cui era il Machiavelli; ma senza affaticarsi troppo, senza mai mettere a rischio il suo interesse personale. Uomo colto e d'ingegno, di costumi assai liberi, passava ora il suo tempo in parte leggendo i classici, in parte dandosi ai piaceri dei sensi, quantunque non fosse pi giovane ed avesse moglie e figlie da marito. N la dignit del suo ufficio lo tratteneva dal parlare e scrivere liberamente d'ogni oscenit, anzi pareva che in ci trovasse speciale diletto. Quello che pi di tutto lo legava al Machiavelli, oltre l'antica consuetudine, era la stima che faceva dell'ingegno di lui, e un ardente bisogno che aveva perci di sentirlo ragionare sui grandi avvenimenti che seguivano alla giornata, o che si prevedevano vicini, per aver poi occasione di parlarne col Papa. Ed il Machiavelli, che assai volentieri discorreva di politica, gli rispondeva lungamente, sia per ammazzare il tempo, sia per guadagnarsi sempre pi l'animo e la stima dell'ambasciatore, sperandone favore presso i potenti.
Cos ebbe origine questa corrispondenza, che continu non interrotta, specialmente negli anni 1513 e 14. Gli argomenti principali su cui essa versa, sono innanzi tutto la politica del giorno; di tanto in tanto il desiderio espresso dal Machiavelli d'avere un qualche ufficio, e le pratiche, non mai troppo calde, del Vettori per secondarlo; finalmente il racconto dei loro amori. Questo racconto, in verit,  spesso, troppo spesso, cos volgarmente osceno da promuovere sdegnoso disgusto. Bisogna tuttavia ricordarsi, che i tempi erano specialmente in ci assai diversi dai nostri. In fatto di costumi, oggi si fanno molte cose che non si dicono, ed allora se ne dicevano anche di quelle che non si facevano. Il fermarsi a parlare o scrivere d'ogni oscenit pi scandalosa, massime da parte di coloro che, come il Vettori ed il Machiavelli, avevano passata la giovent e ricevuta l'educazione fra gli eruditi, era poco meno che un lodevole esercizio letterario, un imitare gli antichi, un secondare la natura stessa. Giuliano de' Ricci, uomo timorato e vissuto pi tardi, alla cui diligenza dobbiamo molte di queste lettere, dopo averle copiate, aggiungeva d'essersi con tal fatica voluto dimostrare "grato alle ossa di questi due uomini dabbene miei parenti."(345)
Leggendole con moltissima attenzione, e paragonando quelle del Machiavelli con le edite e le inedite del Vettori, ci siamo persuasi che in questi suoi discorsi, il secondo  molto preciso e determinato, narrando fatti a lui veramente seguti, con una cinica franchezza che non lascia dubbio di sorta. Il Machiavelli, invece, sia per capriccio di fantasia, sia per imitare l'amico, esagera assai fatti che solo in parte son veri. Ogni volta che abbiamo potuto, con qualche sicurezza, seguire lo svolgimento delle sue pretese avventure amorose, le abbiamo vedute ridursi in proporzioni sempre minori e quasi sfumare, riuscendo in fine molto pi innocenti che non parevano in sul principio. Ci non toglie che vi resti un fondo di verit; giacch egli non fu, n pretese mai essere di costumi incorrotti. In quei giorni, all'Italia cos infausti, pare che molti anche dei pi autorevoli, cercassero, ubbriacandosi nei piaceri dei sensi, soffocare il dolore delle perdute speranze, delle illusioni svanite e delle maggiori calamit che prevedevano. Pur troppo il Machiavelli era fra questi, e cerc pi d'una volta sollievo in una vita che lo degradava ai suoi, e lo degrada ai nostri occhi.
La corrispondenza incomincia il 13 marzo 1513, con la lettera in cui egli annunzia al Vettori la sua liberazione, e subito dopo, avendo ancora i segni della fune patita, aggiunge: "Tenetemi, se  possibile, nella memoria di Nostro Signore, che, se possibil fosse, mi cominciasse a adoperare o lui o i suoi a qualche cosa, perch io crederei fare onore a voi e utile a me."(346)
E dopo cinque giorni, ringraziato l'amico della buona disposizione mostrata in occasione della sua prigionia, e detto che doveva la propria salvezza al magnifico Giuliano ed a Paolo Vettori, si raccomanda, di nuovo, perch, "questi miei padroni non mi lascino in terra. E quando cos non paia, io mi vivr come ci venni, che nacqui povero ed imparai prima a stentare che a godere." Intanto egli se la passa cogli amici da una ad un'altra donna, "e cos andiamo temporeggiando in su queste universali felicit, godendoci questo resto della vita che me la pare sognare."(347) Ed il Vettori in risposta, senza dargli mai troppo a sperare, lo invitava a casa sua, in Roma, "dove vedremo di poter tanto ciurmare che ci riesca qualcosa; altrimenti non mancher una fanciulla che ho vicino a casa, per passar tempo con essa."(348) Ma per quanto il Machiavelli cercasse di farsi animo, e si sforzasse di ridere con l'amico, non poteva nascondere il suo sgomento. La notizia ricevuta allora, che le pratiche tentate non riuscivano, lo aveva "sbigottito pi che la fune." Pure, egli aggiungeva, "se non si pu rotolare, voltolisi, che io non ne piglier passione alcuna."(349) Ma non  appena il magnifico Giuliano arrivato a Roma, che egli si raccomanda di nuovo al Vettori, perch o direttamente o per mezzo del Cardinal Soderini s'adoperi a suo favore. "L'occasione  ottima, e se la cosa vien condotta con destrezza, non  possibile che non si riesca a farmi adoperare, se non in Firenze, almeno per conto di Roma e del pontificato, nel qual caso io dovrei esser meno sospetto." E nella stessa lettera d ragguaglio della poco onesta brigata in mezzo a cui vive, la quale radunasi nella bottega di Donato del Corno, di cui parla in modo da far credere che tenesse un ridotto d'ogni vizio. Ad un tratto egli non sa pi frenarsi, e come disperato esclama:

Per se alcuna volta io rido o canto,
Facciol, perch non ho se non quest'una
Via da sfogare il mio angoscioso pianto.(350)

E di nuovo muta discorso.
Qui noi dobbiamo notare, che ci deve essere grande esagerazione anche nel modo in cui parla di questo Donato del Corno e della sua bottega. Il Ricci dice semplicemente, che era "uomo piacevole e facoltoso, e nella sua bottega si riducevano molte persone, e particolarmente Niccol Machiavelli, di cui egli era amicissimo."(351) Doveva infatti essere ricco ed ambizioso, giacch pot fare un prestito di 500 ducati allo stesso Giuliano de' Medici, quando venne in Firenze; e pi tardi faceva, per mezzo del Machiavelli, sapere al Vettori, che avrebbe dato 100 ducati a chi lo avesse fatto eleggere dei Signori. Il Vettori non riusc a nulla, ma il del Corno fu nel 1522 eletto, "forse," osserva il Ricci, "con minor procaccio e spesa."(352) Ora se tutto ci prova che egli era anche un intrigante,  chiaro che, per riuscire ad essere dei Signori, doveva goder di qualche reputazione, e non poteva nella sua bottega tenere un ridotto dei pi bassi viz.
Dall'aprile sin quasi alla fine dell'anno, le lettere del Machiavelli sono assai pi serie e gravi, perch, salvo poche eccezioni, versano principalmente sulla politica. Egli s'era allora tutto immerso nello studio; scriveva, come vedremo, il Principe; lavorava anche ai Discorsi, e per non dava pi ascolto al Vettori, che lo chiamava e lo spronava sempre agli osceni e burleschi racconti. Il 23 di novembre l'ambasciatore, narrandogli la vita che faceva in Roma, lo invitava da capo ad andare col. "Ho fatto una raccolta di storici, Livio, Floro, Tacito, Svetonio ed altri molti, coi quali mi passo tempo. Considero che imperatori ha sopportato questa misera Roma, che gi fece tremare il mondo, e non mi fa pi maraviglia che abbia sopportato due pontefici come sono stati i passati. Ho qui nove servitori, e vedo pochissima gente; scrivo qualche lettera ai Dieci,(353) pi per parere che altro, non essendovi affari. Ho vissuto nella state molto sobrio, temendo della febbre; ma ho pur sempre avuto d'intorno alcune donne. A questa vita adunque io v'invito. Voi non avreste altra faccenda che girare e vedere, tornare a casa e darvi bel tempo."(354) Il Machiavelli pare che non gli desse molta retta; ma il Vettori tornava alla carica, ed il 24 dicembre gli fece una lunga storia de' suoi amorazzi, delle tresche, delle scene segute in casa sua, che a lui parevan comiche, sebbene facesse le viste di vergognarsene, come sconvenienti al suo grado, alla sua et, e volesse aver l'aria di chiedere consiglio al Machiavelli.(355) Questi finalmente, dopo essere stato in tanti modi stuzzicato, s'abbandon, e in due lettere del 5 gennaio e del 4 febbraio 1514, sciolse ogni freno alla lingua. Noi non possiam certo qui ripetere le sue parole. Egli ritorna sulle scene descritte dal Vettori; le vede dinanzi a s; fa muovere, gestire e parlare tutti i personaggi con una vivacit veramente comica, degna proprio del Boccaccio, che qualche volta riesce a superare. Poi conchiude: "E poich chiedete il mio avviso, come colui che attendo a femmine, e ho sofferto dalle frecce d'amore, io vi consiglio di levargli ogni freno, ed abbandonarvi a lui senza pensare a quel che dicono, come ho fatto io, che l'ho seguitato per valli, boschi, balze e campagne, ed ho trovato che mi ha fatto pi vezzi, che se io lo avessi stranato."(356) E cos continuarono ancora.(357)
Ma le strettezze economiche in cui il Machiavelli si trovava, gli fecero di nuovo passare la voglia di ridere. "Io ho a capitare sotto gli uffiziali del Monte," scriveva egli il 16 aprile 1514, "con nove fiorini di decima e quattro e mezzo d'arbitrio.(358) M'arrabatto il meglio che posso, e se voi potete scrivere una lettera, che faccia fede della impossibilit mia, me ne rimetto a voi."(359) Ed il Vettori scrisse in favore dell'amico, affermando che esso era "povero e buono, e dica chi vuole altrimenti, ch in fatto  cos, ed io ne posso far fede. Lui ed io abbiamo fatto in modo che ci siamo aggirati assai, senza metter mai un soldo in avanzo. Trovasi con grande gravezza, con poca entrata e senza un quattrino e carico di famiglia."(360) E queste condizioni non migliorarono punto, giacch il 10 giugno dello stesso anno il Machiavelli scriveva disperato al Vettori: "Starommi dunque cos tra i miei cenci, senza trovare uomo che della mia servit si ricordi, o che creda che io possa essere buono a nulla. Ma egli  impossibile che io possa star molto cos, perch io mi logoro, e veggo che sar costretto, se Dio non mi aiuta, a pormi per ripetitore, o ficcarmi in qualche terra deserta a insegnare a leggere ai fanciulli, lasciando la mia brigata come se fossi morto, perch essa star meglio senza di me, che le sono d'aggravio, essendo avvezzo a spendere e non potendo far senza spendere. Spero che non vi scriver pi di questa materia, come odiosa quanto ella pu."(361) Pure vi torn ancora, e torn anche a parlare di qualche altro suo amore.(362) Ma ora lasciamo l'ingrato tema per venire a quello che  il soggetto principale di queste lettere, cio alle considerazioni e discussioni sugli avvenimenti politici del giorno.
Ferdinando il Cattolico, dopo la morte d'Isabella, non era restato senza inquietudini nella Spagna, dove egli manteneva l'ordine colla forza e coll'occupare di continuo i sudditi in imprese esterne. Recentemente aveva fatto uno de' suoi soliti colpi astuti ed arditi. Profittando dell'arrivo di 10,000 Inglesi, venuti per combattere insieme con lui la Francia, egli chiese il passaggio per la Navarra, col temporaneo possesso delle fortezze; e non essendo stata favorevolmente accolta una cos strana domanda, s'impadron addirittura del paese. Gl'Inglesi allora si ritirarono sdegnati; i Francesi volevano vendicare lo spodestato principe, ma poi finirono col ritirarsi anch'essi. Nell'aprile del 1513 questi conclusero colla Spagna una tregua, che doveva durare un anno, nei paesi al di l delle Alpi. Di siffatta tregua nessuno sembrava allora capire lo scopo, e nessuno era contento. Con essa Luigi XII abbandonava la Navarra, e lasciava a Ferdinando il tempo per consolidarne la conquista; ma nello stesso tempo restava libero a continuare la guerra in Italia, senza pericolo d'essere assalito alle spalle. E per gli alleati si dicevano traditi dalla Spagna; ed i loro malumori crebbero a dismisura quando, poco dopo l'elezione di Leone X, si seppe che la Francia s'era accordata con Venezia (21 marzo) per ricominciare la guerra in Lombardia. I Veneziani, i quali volevano ripigliare le terre che loro erano state tolte col, misero l'esercito sotto il comando di Bartolommeo d'Alviano, liberato allora dalla sua prigionia in Francia, e questa che voleva riprendere la Lombardia, mand un esercito sotto il comando del La Trmoille e del Trivulzio. Il Papa, scontentissimo della Spagna, era anche pi scontento della Francia, che aveva fatto alleanza con Venezia, senza prima interrogar lui, che delle cose d'Italia voleva essere tenuto Signore.(363) L'esercito francese pass subito le Alpi, e rapidamente s'impadron del ducato di Milano; ma nello stesso tempo scendevano gli Svizzeri che, col favore del Papa, erano stati assoldati pel Duca dal suo accorto segretario Girolamo Morone. A Novara (6 giugno), con maraviglia universale, essi dettero una solenne disfatta ai Francesi, che, fuggendo, si ritirarono dall'Italia. E cos gli Svizzeri, che erano venuti a difesa del Duca, di fatto si trovarono ora come padroni di Milano. La Spagna, l'Imperatore ed il Papa furono allora addosso a Venezia, di cui disfecero l'esercito, arrivando fino a Mestre; e la Francia fu, nello stesso tempo, assalita nel suo proprio territorio da Tedeschi, Inglesi e Svizzeri, che la ridussero a mal partito. Finalmente Luigi XII, trovandosi costretto a pi miti consigli, accett la pace che gli fu offerta dal Papa, disdisse il Conciliabolo, e si sottomise al Concilio laterano.
Questo fu il momento, in cui Leone X entr a capofitto nei garbugli politici, e cominci a far conoscere davvero il suo falso carattere. Eletto papa in et di 37 anni appena, aveva pei suoi modi cortesi, per la fama con molta accortezza guadagnata di bont e d'ingegno, destato in tutti le pi liete speranze. Quando per si vide che incominciava anch'egli, senza scrupoli, anzi in modo veramente scandaloso, a crear nuovi cardinali (ne cre allora quattro, fra i quali due suoi parenti ed il Bibbiena; pi tardi, trentuno in una sola volta); che seguiva con tutti una politica d'altalena e di malafede; che non solo voleva ingrandire il territorio e l'autorit della Chiesa, ma anche formare in qualche parte d'Italia uno Stato nuovo per Giuliano, ed un altro per Lorenzo, allora l'opinione che di lui s'era formata, and rapidamente mutando. E quando lo videro trattar contemporaneamente con Francesi, Svizzeri, Spagnuoli e Tedeschi, pronto sempre ad ingannar tutti, ed allearsi con uno Stato nel tempo stesso che cercava d'allearsi con altri contro di esso, cominci a manifestarsi una generale diffidenza. "Vedendosi," cos osserva il Vettori, "che il Papa rompeva i giuramenti, e faceva oggi una costituzione e domani vi derogava, cominci a perdere il nome di buono; e bench facesse molte orazioni e digiunasse spesso, non gli credevano pi. E certo  gran fatica volere essere signore temporale e uomo di religione, perch chi considera bene la legge evangelica, vedr che i pontefici, pure tenendo il nome di vicari di Cristo, hanno indotto una nuova religione, che di Cristo ha solo il nome; perch egli comand la povert e loro vogliono le ricchezze, comand la umilt e loro seguitano la superbia, comand la ubbidienza e loro vogliono comandare a ciascuno."(364) Si pu bene immaginare che cosa dovessero pensare gli altri, se questo era il linguaggio dell'ambasciator fiorentino a Roma, dell'amico, del fautore dei Medici, che con tanta premura consultava il Machiavelli, sulle condizioni politiche dell'Europa, per poter poi, valendosi delle considerazioni che egli faceva, entrare sempre pi in grazia di Leone X.
Gli avvenimenti ai quali abbiamo qui sopra accennato, erano tali veramente da far girare ogni pi fermo cervello. Il Vettori ed il Machiavelli li seguivano nelle loro lettere di passo in passo, e ne ragionavano minutamente. Il primo cominciava col dire di non volere pi discorrere di politica, vedendo come tutto era ornai guidato dal caso e non dalla ragione. Ma il Machiavelli rispondevagli il 9 aprile 1513: "Lo stesso  avvenuto a me; pure se vi potessi parlare, non farei altro che empirvi la testa di castellucci, perch la fortuna ha fatto che, non sapendo ragionare dell'arte della seta, n dell'arte della lana, n de' guadagni, n delle perdite, e' mi conviene o star cheto o ragionare dello Stato."(365) Fu sopra tutto la notizia della tregua inaspettata fra la Spagna e la Francia, quella che faceva almanaccare il Vettori, il quale scriveva d'essere una mattina restato a letto due ore pi del solito, cercando e non trovando le ragioni che potevano avere indotto la Spagna a concluderla. Esponeva poi al Machiavelli i propri dubbi, chiedendo il giudizio di lui, "perch a dirvi il vero, senza adulazione, l'ho trovato in queste cose pi saldo che di altro uomo col quale abbia parlato. Se la tregua  vera, bisogna dire che il re di Spagna non  quel savio che si predica, o che gatta ci cova, o che vogliono dividersi fra loro questa povera Italia. Pi io entro in questa girandola, e meno posso assettarmela in testa. Vorrei proprio che potessimo andare insieme dal Ponte Vecchio per la via dei Bardi insino a Castello, e discorrere che fantasia sia quella di Spagna. Ora appunto che ha avuto vantaggio sopra i Francesi, li lascia liberi di far la guerra in Italia, donde vorrebbe cacciarli. Se si sentiva troppo debole, era meglio cedere loro addirittura Milano, piuttosto che metterli in grado di prendersela colle proprie armi."(366)
Il Machiavelli era di diverso avviso, sebbene la lettera del Vettori gli fosse tanto piaciuta, da fargli, come egli scriveva, dimenticare le sue infelici condizioni. "Parmi esser tornato in quelli maneggi, dove ho invano tante fatiche durato e speso tanto tempo. Io penso che il re di Spagna sia stato sempre pi astuto e fortunato che prudente. E come non voglio senza ragione lasciarmi muovere da nessuna autorit, e non bevo paesi, cos non credo che nella tregua ci sia altro che quello ci si vede, e penso che la Spagna potrebbe avere errato, intesala male e conclusala peggio.(367) Ma nel caso presente la tregua si spiega anche ritenendo che il Re sia stato savio. Egli ha fatto l'accordo, perch vide assai deboli in suo aiuto gli alleati, perch il suo paese  stracco ed esausto, e i suoi migliori soldati si trovano in Italia. Se cedeva Milano, avrebbe reso potentissima la Francia sempre sua nemica, e irritato assai pi gli alleati. Con la tregua, invece, apre loro gli occhi, si leva la guerra di casa, e mette in disputa ed in garbuglio le cose d'Italia, dove egli vede materia da disfare e osso da rodere; e spera che il mangiare insegni bere ad ognuno. I confederati, costretti alla guerra, basteranno di certo, se non ad impedire la conquista di Milano, a fermare la Francia. E secondo me, il fine che il re di Spagna s' proposto,  stato appunto di costringere con la tregua l'Inghilterra e l'Imperatore a far guerra davvero, o almeno ad aiutarlo efficacemente. Egli ha sempre comandato Stati nuovi e sudditi altrui. Ora uno dei mezzi coi quali questi Stati si tengono, e gli animi dubbi di questi sudditi si guadagnano o si lasciano almeno sospesi,  appunto il dare grande aspettazione di s circa il fine cui mirano le nuove imprese. Cos fece il Re nelle imprese di Granata, di Africa e di Napoli; giacch il suo vero scopo non fu mai questa o quella vittoria, ma il darsi reputazione appresso ai popoli, e tenerli sospesi nella moltiplicit delle faccende. E per  animoso datore di principii, a' quali d poi quel fine che gli mette innanzi la sorte, e che la necessit gl'insegna; e finora non s' potuto dolere n della sorte n dell'animo."(368)
Gli eventi dimostrarono che il Machiavelli aveva avuto ragione, e inteso mirabilmente quale scopo re Ferdinando s'era proposto colla tregua.(369) Il Vettori stesso lo riconobbe ben presto, scrivendogli che la lettera gli era molto piaciuta nel riceverla; ma assai pi quando essa aveva dai fatti ricevuto sicura conferma. Non ostante ci, egli non era anche tranquillo, n vedeva chiaro a quale cammino andassero le cose. "Vinca pure chi vuole, o Francesi o Svizzeri, e se non basta questo, venga il Turco con tutta l'Asia, e colminsi a un tratto le profezie, che, a dirvi il vero, io vorrei che quello ha a essere fosse presto, e oltre a quello che ho visto vedrei volentieri pi l. N mi maraviglierei se tra un anno il Turco avesse dato a questa Italia una gran bastonata, e facesse uscire di passo questi preti, sopra di che non voglio dir altro per ora."(370)
Il 12 luglio egli tornava da capo alla politica generale. "Vorrei proprio essere con voi, per vedere se potessimo nella nostra fantasia assettare questo mondo, il che mi pare assai difficile. Il Papa vuol mantenere la Chiesa e non diminuire lo Stato suo, salvo il caso di dar grandezza ai nipoti. E ci si conferma osservando quanto poco essi pensino a Firenze, il che  segno che mirano a Stati che siano pi fermi, e dove non abbino a pensare continuo a dondolare uomini. L'Imperatore non ha mai dimostrato molta forza; ma  pur sempre tanto stimato dai principi, che mi converrebbe dare il cervello a pigione per giudicare di lui come fanno gli altri. Egli muta di guerra in guerra, d'accordo in accordo, per arrivare al suo fine, che  di posseder Roma e tutto il territorio della Chiesa, come vero e legittimo Imperatore. Questo lo giudico dalle parole sue, le quali egli disse in mia presenza e di altri.(371) La Spagna vuol tenere Castiglia e Napoli; l'Inghilterra  gelosa della Francia; gli Svizzeri che io stimo pi di tutti i re, vogliono avere Milano a posta loro. Stando cos le cose, vorrei che voi mi assestassi colla penna una pace, dicendo chi e come dovrebbe cedere parte de' suoi desideri; giacch ora la maggior faccenda che io abbia  lo starmi, essendomi venuto a noia anche il leggere."(372)
Noi non abbiamo la risposta del Machiavelli a questa lettera; ma il 20 giugno egli aveva gi scritto quale era il suo avviso sul quesito che ora gli veniva fatto. Se fossi il Papa, egli diceva, avrei stretto accordo con Francia, Spagna e Venezia, dando alla prima il reame di Napoli, alla seconda il ducato di Milano, ed alla terza Vicenza, Verona, Padova e Treviso. "Cos si leverebbe da Milano un duca posticcio, e resterebbero scontenti solo l'Imperatore e gli Svizzeri; ma questa comune paura dei Tedeschi sarebbe la mastice che terrebbe uniti gli alleati."(373) Il Vettori voleva invece lasciare lo Sforza a Milano, per non far troppo potente la Francia, di cui era meno fautore che non fosse il Machiavelli, e restituire ai Veneziani le loro terre. Cos, egli diceva, l'Italia sarebbe tutta unita contro gli Svizzeri, dei quali non temeva poi troppo la potenza, perch non credeva come lui che volessero, a similitudine degli antichi Romani, far colonie e conquistare: "a loro basta dare una rastrellata, toccar danari e ritornarsi a casa. Se la Francia lascia la Lombardia, io veggo l'Italia in pace, ed alla morte del re Cattolico il reame andare ad un figlio del re Federigo,(374) e tutto tornare nei termini antichi. Altrimenti c' il caso che per la discordia dei Cristiani ci venga addosso il Turco per terra e per mare, e faccia uscire questi preti di lez, e gli altri uomini di delizie: e quanto pi presto fosse, tanto meglio, che non potresti credere quanto mal volentieri mi accomodo alla sazievolezza di questi preti, non dico del Papa, il quale, se non fosse prete, sarebbe un gran principe."(375)
Il Vettori aveva l'ubba del Turco, come il Machiavelli aveva quella degli Svizzeri, oltre di che questi non credeva punto che, allontanandosi la Francia, gl'Italiani s'unirebbero mai fra di loro. "Quanto all'unione degl'Italiani," egli scriveva, "voi mi fate ridere, primo perch non ci fia mai unione veruna a fare bene veruno; e sebbene fossino uniti i capi, non sono per bastare, s per non ci essere armi che vagliano un quattrino, dalle spagnuole in fuori, e quelle per esser poche non possono essere bastanti; secondo, per non essere le code unite coi capi.... Quanto al bastare agli Svizzeri dare rastrellata e andar via, vi dico che voi non vi riposiate, n confortiate altri che si riposi in simili opinioni." "Agli uomini, massime nelle repubbliche, basta prima difendersi; poi si sale all'offendere ed al voler dominare gli altri. Cos agli Svizzeri bast prima difendersi da chi voleva opprimerli; poi andarono agli stipendi, il che ha messo loro nell'animo uno spirito ambizioso di dominare per proprio conto. Ora sono entrati in Lombardia sotto colore di rimettervi il Duca, ed in fatto sono loro il Duca. Alla prima occasione saranno in sulle picche e faranno da padroni, e poi scorreranno l'Italia. Io so bene che gli uomini vogliono vivere d per d, e non credono che possa seguire quello che non  mai stato, e vogliono sempre far conto di uno a un modo. Pure, compare mio, questo fiume tedesco  s grosso che ha bisogno di un argine grosso a tenerlo. Bisogna provvedere prima che s'abbarbichino, e comincino a gustare la dolcezza del dominare, che allora tutta Italia sar spacciata."(376)
Il Vettori gli rispondeva il 20 agosto, facendogli un quadro generale dello stato delle cose, per tornare a sostenere di nuovo la sua tesi: "L'Imperatore va, come suole, di guerra in guerra, e di pratica in pratica; il duca di Milano si lascia portare da quella sua fortuna a balzelloni, ed  come i re delle nostre feste, che pensano di dover la sera tornare quel che erano poco prima. Quanto alla Francia, io ne fui pel passato seguace, credendola utile all'Italia ed a Firenze, che amo sopra ogni altra cosa al mondo: ne amo le case, le mura, le leggi, i costumi, tutto. I fatti poi mi hanno persuaso che il suo trionfo era a nostro danno, e quindi ho mutato opinione. Non credo che gl'Italiani siano da mettere addirittura, come voi fate, per ferri rotti, n che gli Svizzeri possano mai divenire come i Romani, perch se voi leggete bene la Politica, e considerate le repubbliche che sono state in passato, non troverete mai che una repubblica divulsa come quella degli Svizzeri possa fare progresso."(377)
Ma su questo punto il Machiavelli non voleva cedere. Pieno com'era del suo entusiasmo per le repubbliche armate, convinto sempre che l'alleanza francese fosse anche ora necessaria all'Italia, non si lasciava certo imporre dall'autorit di Aristotele. "Noi abbiamo," egli scriveva il 26 agosto, "un Papa savio, e questo grave e rispettato; un Imperatore instabile e vario, un re di Francia sdegnoso e pauroso; un re di Spagna taccagno e avaro; un re d'Inghilterra ricco, feroce e cupido di gloria; gli Svizzeri bestiali, vittoriosi e insolenti; noi altri d'Italia poveri, ambiziosi e vili: per gli altri re io non li conosco. In modo che, considerate queste qualit, con le cose che di presente covano, io credo al frate che diceva pax, pax, et non erit pax, e vedovi che ogni pace  difficile cos la vostra come la mia...." Ma io dubito che "facciate questo re di Francia troppo presto un nulla, e questo re d'Inghilterra una gran cosa. E non posso assettarmi nel capo come questo Imperatore sia s poco considerato, il resto della Magna cos trascurato, che possan patire che gli Svizzeri vengano in tanta reputazione. E quando io veggo che gli  in fatto, io tremo a giudicare una cosa, perch questo interviene contro ogni giudizio che pu fare un uomo." Se per dubito, egli continuava, del vostro giudizio sulla Francia, son certo che v'ingannate nel giudicare gli Svizzeri. "N so quello che si dica Aristotele delle repubbliche divulse; ma io penso bene quello che ragionevolmente potrebbe essere, quello che , e quello che  stato; e mi ricordo aver letto che i Lucomoni tennero tutta Italia insino all'Alpi, e insino che furono cacciati di Lombardia da' Galli." "N vi fidate che gl'Italiani possano fare qualche cosa, perch avrebbero sempre pi capi e fra loro disuniti. Molto meno poi possono di fronte agli Svizzeri, perch avete a intendere questo, che i migliori eserciti son quelli delle popolazioni armate, n ad essi possono tener testa se non eserciti simili a loro. Io non credo gi che gli Svizzeri possano fare un impero come i Romani, ma credo che possano diventare arbitri d'Italia, e perch questo mi spaventa, ci vorrei rimediare." "E se Francia non basta, io non ci veggo altro rimedio, e voglio cominciare ora a piangere con voi la rovina e servit nostra, la quale se non sar oggi n domani, sar a' nostri d; e l'Italia avr quest'obbligo con papa Giulio, e con quelli che non ci rimediano, se ora ci si pu rimediare."(378)
Queste considerazioni del Machiavelli piacquero tanto al Vettori che, sebbene fosse di diverso avviso, pure il 3 dicembre 1514 gli espose alcuni quesiti sulla politica contemporanea, facendo chiaramente capire, che sperava riuscirgli utile, ponendo le risposte sotto gli occhi del Papa o di chi gli era pi vicino. "Supponete," egli diceva, "che la Francia voglia riprendere Milano, e s'unisca perci, come nello scorso anno, coi Veneziani; che dall'altro lato s'uniscano Imperatore, Spagna e Svizzeri. Che cosa dovrebbe, secondo voi, fare il Papa? Discorrete e giudicate i var partiti e le loro conseguenze. Io vi conosco di tale ingegno che, sebbene sien corsi due anni che vi levaste da bottega, non credo abbiate dimenticato l'arte."(379) La risposta del Machiavelli, che nelle stampe  senza data, fu quale si pu facilmente immaginare dalle lettere precedenti. "Nello stato presente delle cose," egli diceva, "io credo che la Francia pu vincere, anzi vincer dicerto, se ad essa s'unisce il Papa, il quale avrebbe tutto da perdere, nulla da guadagnare, quando preferisse accordarsi colla Spagna e cogli Svizzeri. Se questi vincessero, egli resterebbe a discrezione di loro, che vogliono dominare l'Italia, e lo terrebbero schiavo: avrebbe dall'altro lato gli Spagnuoli in Napoli. Se poi, invece, perdessero, dovrebbe andare o in Svizzera a morirsi di fame, o in Alemagna a essere deriso, o in Spagna a essere espilato. Se finalmente il Papa si unisse alla Francia, e questa vincesse, io non credo che lo taglieggerebbe, perch essa dovrebbe pensare a Svizzeri e Inglesi, sempre vivi e sempre nemici. E quando pure i Francesi perdessero, il Papa se ne potrebbe andare nel loro paese, dove ha sempre uno Stato, nel quale furono gi molti de' suoi predecessori. Lo star neutrale sarebbe in ogni caso il peggior partito, perch lo porrebbe a disposizione d'ognuno che vincesse."(380) A questa lettera il Machiavelli ne aggiunge un'altra il 20 dicembre, dilucidando meglio qualche punto,(381) e poi, quasi in forma di poscritti, una terza, lo stesso giorno, ricordando che questo era momento opportuno a tentare di farlo adoperare dal Papa in Firenze o fuori.(382) Le prime due furono dal Vettori messe sotto gli occhi di Leone X, dei cardinali Medici e Bibbiena, i quali le ammirarono; ma altro non se ne cav.(383)
Tutto questo non valse a togliere il Machiavelli d'ogni speranza, anzi egli torn di nuovo a chiedere, ma per allora sempre invano. Nei primi del 1515 la sua corrispondenza epistolare col Vettori sembra affatto sospesa, non restandoci che pochissime lettere degli anni posteriori. Si dovette forse stancare delle promesse d'un amico, che per lui aveva sempre avuto pi parole che fatti. E da un altro lato le opere letterarie, cui nell'ozio forzato s'era finalmente dato, lo tenevano ormai molto occupato. Noi dobbiamo perci chiudere adesso la prima parte di questa biografia per cominciare nella seconda a prendere in esame le dottrine e gli scritti del nostro autore. In essi  d'ora in poi quasi esclusivamente circoscritta la sua vita. Dopo avere conosciuto l'uomo d'azione, ci resta a conoscere pi da vicino il pensatore e lo scrittore, che nei precedenti capitoli abbiam visto quasi di sfuggita e da lontano.
 LIBRO SECONDO.
DAL RITORNO ALLA VITA PRIVATA ED AGLI STUDI
SINO ALLA MORTE DEL MACHIAVELLI.

(1513-1527)
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CAPITOLO I.

Gli Scrittori politici nel Medio Evo. - Scuola guelfa e scuola ghibellina. - San Tommaso d'Aquino ed Egidio Colonna. - Dante Alighieri e Marsilio da Padova. - Il secolo XV. - Il Savonarola e il suo libro sul governo di Firenze. - Gli eruditi ed i loro scritti politici. - Gli ambasciatori italiani e le loro legazioni. - Francesco Guicciardini. - Sua legazione nella Spagna, suoi discorsi politici, suo trattato Del Reggimento di Firenze.

Prima di cominciare a prendere in esame le opere del Machiavelli, quelle specialmente che iniziarono, com' noto, un nuovo periodo nella storia della scienza politica, e furono soggetto di tante e cos prolungate controversie, dobbiamo gettare uno sguardo, sia pure rapidissimo, alle condizioni in cui questa scienza era stata nel Medio Evo, ed a quelle in cui si trovava nei secoli XV e XVI. Cos risulter chiaro il profondo mutamento che era gi seguto nelle idee e nei principi politici, quando il Machiavelli comparve sulla scena, e potremo assai meglio determinare le originalit ed il valore delle sue dottrine.
Il Medio Evo aveva avuto due grandi scuole di politici, la scuola guelfa e la scuola ghibellina, i sostenitori della Chiesa ed i sostenitori dell'Impero. Fra i primi risuonano pi chiari i nomi di San Tommaso d'Aquino e di Egidio Colonna, fra i secondi quelli di Dante Alighieri e di Marsilio da Padova, che vennero dopo. E come allora la scienza, esposta in lingua latina ed in forma scolastica, non aveva divisioni nazionali, cos tutta l'Europa fu per lungo tempo dominata dalle medesime dottrine, e prima da quelle di San Tommaso(384), nel suo libro De Regimine principum, poi da quelle del suo discepolo Egidio Colonna,(385) nel libro De Ecclesiastica potestate. Essi sostennero che tutto deve essere sottoposto alla Chiesa ed ai suoi sacerdoti, ai quali debbono obbedire, e dai quali debbono dipendere l'autorit e la societ laica. Ci che si fa dall'uomo su questa terra non ha valore alcuno, se non in quanto apparecchia alla vita futura, di cui il segreto ed il mistero sono confidati alla Chiesa. La Citt terrena deve essere sottoposta, sacrificata alla Citt di Dio. La storia come la natura  opera di Dio, la cui mano guida, conduce i popoli al trionfo o alla rovina, senza che la volont umana possa in nulla fermare o deviare il corso predestinato degli avvenimenti. Ci che il corpo  verso l'anima, ci che la materia  verso lo spirito, il potere temporale  di fronte allo spirituale. In sostanza le due spade, che simboleggiavano allora i due diversi poteri, dovevano essere impugnate dal vicario di Cristo, la cui autorit veniva direttamente da Dio, ed a cui doveva obbedire anche l'Imperatore, che era il rappresentante del diritto, della legge, della forza puramente umana e terrena. Questi somiglia, essi dicevano, alla luna, che non ha luce propria, ma la riceve dal sole, a cui invece pu essere paragonato il Papa. Ed in tutti gli scrittori del Medio Evo troviamo ripetuto questo singolar paragone, cui s'attribuiva quasi la forza d'un valido argomento, di una rigorosa dimostrazione.
In questa dottrina politica la morale ha di necessit un luogo principalissimo, e tutte le virt sono esaltate e raccomandate, giacch tutto deve mirare al trionfo della religione. Manca per ogni metodo, ogni carattere scientifico, n  possibile introdurvelo. Lo scrittore sa gi fin dalla prima pagina, il termine cui vuole arrivare; i suoi ragionamenti son sempre astratti, a priori, metafisici; le sue conclusioni non derivano mai da un esame dei fatti sociali e storici, dei quali egli fa poco o nessun conto. Ed  naturale, perch qui ogni elemento umano  come soppresso. In Dio solo, nell'arcano della sua mente e della sua volont bisogna cercare la causa di tutti gli avvenimenti storici, di tutte le trasformazioni sociali. Or quale  mai il metodo scientifico, con cui noi possiamo sottomettere ad analisi diretta la volont divina? Il filosofo politico si trovava quindi nelle condizioni stesse di un naturatista, il quale, riconoscendo che Dio  l'autore del mondo, volesse cercare le leggi della natura, non gi studiandone i fenomeni, ma solo contemplando e scrutando la mente divina. Questa scuola  poi logicamente costretta ad avere un profondo disprezzo, non solo per la societ laica, ma ancora per tutta quanta la storia dell'antichit pagana, nelle cui religioni non sa, non pu vedere altro che una moltitudine di favole, di errori da combattere.
Non  dunque da maravigliarsi, se contro di essa vediamo sorgere pi tardi una anzi diverse scuole che la combattono. L'Impero si andava decomponendo, le nazionalit cominciavano a formarsi ed a staccarsene. Se ne era separata la Francia, il cui re, Filippo il Bello, lo avversava, dimostrando una sconfinata ambizione. Pareva che volesse estendere la propria autorit oltre i confini francesi, in una parte della Germania, dell'Italia, perfino nello Stato della Chiesa. Era perci venuto in fierissima lotta con Bonifazio VIII, non meno ambizioso, audace. Intorno a lui s'era formata una scuola di scrittori politici, difensori della societ laica e del potere regio contro il Papa e contro l'Imperatore. Guglielmo di Nogaret, Pietro Dubois, Giovanni da Parigi, anche parecchi scrittori di opere anonime, secondavano l'ambizione del Re, proponendo in suo favore disegni che spesso erano fantastici. L'autorit laica, essi dicevano, esisteva prima ancora che sorgesse quella del Papa. Alcuni di questi combattevano l'unit dell'Impero, difendevano i diritti diversi delle diverse nazionalit, altri, ora che esso era vacante, suggerivano che il Re, come successore di Carlo Magno vi aspirasse, si facesse eleggere imperatore. In sostanza, pi che veri uomini di Stato o di scienza politica, erano opportunisti, che secondavano l'ambizione della Francia e del suo sovrano. Dante Alighieri si presenta invece, col De Monarchia, come autore di un'opera veramente scientifica, come rappresentante della scuola ghibellina, opposta alla guelfa. Avverso alle ambiziose pretese della Francia, conscio dei pericoli cui l'Italia si trovava perci esposta, ci d un trattato organico e logico sull'Impero, nella cui utilit, necessit e permanente durata ha piena fede. Egli non  un opportunista; scrive con sincera, profonda convinzione. Un'autorit suprema, universale, che mantenga nel mondo la concordia, e sostenga la giustizia , secondo lui, necessaria. Questa autorit  quella dell'Imperatore, erede di Roma, dove  la sua sede naturale.
Con vera e grande originalit egli pone il fondamento della societ umana nel diritto, cui d un valore proprio, indipendente, divino anch'esso, perch la giustizia  voluta da Dio,  suo attributo. Cos da Dio deriva anche il potere dell'Imperatore, indipendente affatto da quello del Papa, che deve pensar solo alla religione, e solo nelle cose spirituali pu comandare. Il carattere, l'autorit, la forza dell'Impero, che rappresenta l'indipendenza della societ laica, son dimostrati chiaramente da tutta quanta la storia dell'antica Roma, che, invece di sprezzarla, come faceva la scuola teologica, Dante ammirava con entusiamo. Egli, anzi la dichiara un miracolo perenne, operato da Dio per far trionfare sulla terra una specie di nuovo popolo eletto. In tutto ci si vede gi da lontano il prossimo trionfo dell'erudizione classica, e la trasformazione che essa dovr inevitabilmente portare nelle idee del Medio Evo. Se non che questi nuovi concetti, quantunque originali ed arditi, assai spesso si fondano ancora sopra argomenti affatto scolastici. - Non si pu paragonare il Papa al sole, e l'Imperatore alla luna, dice Dante, perch l'Impero e la Chiesa sono due fatti accidentali del genere umano, di cui perci suppongono l'esistenza. Or siccome il sole e la luna furono creati nel quarto giorno, e l'uomo invece fu creato nel sesto, cos, secondo quel paragone, Dio avrebbe nella creazione seguito un ordine illogico, contrario alla natura delle cose, provvedendo prima all'accidentale e poi al sostanziale. Ci sarebbe assurdo. - Simile a questo sono molti degli altri argomenti, di cui l'autore si vale per combattere i suoi avversar. Anzi assai spesso egli non fa che ripigliare uno ad uno tutti i loro sillogismi o sofismi scolastici, per ritorcerli con lo stesso metodo contro di loro, senza accorgersi che se i medesimi ragionamenti possono sostenere del pari il pro ed il contra, questo dimostra che non hanno alcun valore.
Ma oltre di ci, quello che Dante vagheggia  sempre l'Impero universale del Medio Evo. L'Imperatore, secondo lui, rappresenta l'unit del genere umano, il diritto e la giustizia universale; deve essere padrone del mondo intero, perch cos, non potendo pi nulla desiderare o ambire sulla terra, non avr n ragione n tentazione alcuna d'allontanarsi mai dalla giustizia verso tutti. Come fu osservato da un moderno, il De Monarchia che voleva essere una profezia dell'Impero, ne fu invece l'epitaffio. Infatti ci che di pi notevole la posterit pot trovare in essa furono appunto quei nuovi princip e quelle nuove tendenze, che, con la emancipazione della societ laica, promuovevano, senza che l'autore se ne rendesse conto, la distruzione dell'Impero universale, la formazione dello Stato nazionale moderno. Arrigo VII, in cui favore egli scriveva, e nel quale tanto sperava, pu dirsi veramente l'ultimo degl'Imperatori medioevali.(386)
Assai al disopra della stessa Monarchia dell'Alighieri s'innalza l'ardito spirito di Marsilio da Padova col suo Defensor Pacis, seguendo la medesima via, ma andando assai pi oltre. Sembra quasi impossibile che un libro, scritto da un ecclesiastico, e gi compiuto nel 1327, potesse contenere idee tanto ardite, che solo molti secoli dopo riuscirono ad essere intese ed attuate. Fattosi difensore di Lodovico il Bavaro, Marsilio entr nella lotta con un ardore qualche volta eccessivo. A lui non basta assicurare l'indipendenza dell'Impero di fronte alla Chiesa, ma vuole addirittura sottomettere questa a quello. L'Imperatore deve, secondo lui, avere il diritto di radunare il Concilio, di deporre vescovi e papi, che da lui debbono giuridicamente dipendere.(387) Tutto questo si potrebbe, fino ad un certo segno, supporre che fosse conseguenza dello spirito di parte, piuttosto che di profonde convinzioni scientifiche. Ma quando Marsilio, cominciando dall'esaminare i vari ordini dell'attivit umana, cerca di determinare le diverse funzioni degli organi sociali; quando distingue chiaramente il potere legislativo dall'esecutivo, allontanandosi non poco dalle idee di Aristotele, che pure gli sta sempre dinanzi, e tenta d'innalzarsi fino quasi ad un concetto organico della societ e dello Stato, la sua originalit risplende allora in modo incontrastabile.(388) Inoltre il potere legislativo risiede per lui unicamente nel popolo; giacch, se a formulare le leggi occorre la sapienza dei pochi, l'opera di questi deve essere sanzionata dal suffragio universale, che  la base vera cos dell'Impero come della Chiesa. La Monarchia di Marsilio non  in sostanza che una repubblica, quasi rappresentativa, con presidente eletto dal popolo, che pu anche deporlo. L'autorit suprema della Chiesa risiede nella universalit dei credenti e nelle Sacre Scritture; ed ogni potere coercitivo, non solo verso i rappresentanti dello Stato, ma anche verso gli eretici, le  assolutamente negato. A questi essa pu, con giusta autorit, dir solo, che saranno nell'altra vita dannati alle pene eterne dell'Inferno, se professano dottrine erronee.  ufficio del Monarca, o sia della suprema autorit laica, il punirli, quando riescano dannosi alla societ.
N solo per queste idee ardite, ma anche per la chiarezza, l'ordine e la precisione del suo pensiero, egli s'innalza assai al di sopra di tutti i contemporanei, non escluso lo stesso Alighieri. Il suo linguaggio  ancora confuso e medioevale; ma i sillogismi ed i sofismi scolastici gi cominciano per lui a perder valore; il paragone col sole e con la luna, e gli altri simili, quando non sono affatto scomparsi dalle sue pagine, non riescono a confondere la sua intelligenza, n ad alterare l'ordine logico del suo ragionamento. In lui si vede gi chiaro il passaggio dalla Scolastica ad una scienza politica indipendente, promossa da una visibile tendenza umanistica del suo spirito. Pi di una volta egli ci apparisce come colui, il quale apre la via che conduce dalla scienza politica del Medio Evo a quella del Machiavelli.
Nonostante tutto ci, noi non possiamo nelle lodi arrivare al segno cui son giunti alcuni critici tedeschi, del resto autorevolissimi. A loro non  bastato di dichiarare che Marsilio da Padova, per le sue idee intorno alla Chiesa, fu un precursore della Riforma; pel suo concetto, che ripone la sorgente prima di ogni potere nel popolo, fu un precursore del secolo XVIII; e per l'assoluto predominio che volle dare allo Stato sulla Chiesa, fu il precursore di principii, pei quali combatte ancora la societ moderna.(389) Si volle ancora trovare nel suo Defensor Pacis chiaramente espresso il concetto dello Stato moderno, non pi universale, ma nazionale.  ben vero che egli domanda a s stesso se la Monarchia deve essere universale o debbono esservi invece Stati diversi, secondo le varie condizioni geografiche ed etnografiche dei popoli. Ed in ci si pu ritenere che Marsilio abbia gi una chiara visione del problema che si pone. Ma il fatto  che egli risponde semplicemente, che questa disputa  estranea al soggetto del suo libro. Ora non si pu, a noi pare, in una reticenza trovare la scoperta di un nuovo principio. N bisogna dimenticare, che il libro fu scritto per sostenere le pretese di Lodovico il Bavaro, che veniva in Italia a far l'ultimo tentativo di ricostituire l'Impero medioevale.
In sostanza, sebbene Marsilio sia stato a giusta ragione chiamato profeta dei diritti del nuovo Stato, non credo si possa dire che egli abbia rotto ogni legame col Medio Evo. Non solo la lotta a cui piglia parte col suo libro  ancora medioevale, ma il suo metodo  sempre quello di un idealismo astratto, arido e metafisico. Le cognizioni che egli ha della storia non sono mai superiori, spesso sono anzi inferiori a quelle del suo tempo. A lui manca affatto il senso storico, il concetto della evoluzione naturale delle istituzioni, che nel suo libro sembrano messe fuori dello spazio e del tempo. La fonte principale della sua sapienza  Aristotele, coll'aiuto del quale e di altri greci o latini cerca di emanciparsi dalla Scolastica. Pi che ricorrere alla storia, egli cerca di mettere in armonia Aristotele con le Sacre Carte, che sono le due autorit su cui anche la Scolastica si fondava. Le repubbliche italiane, gi divenute piccoli Stati indipendenti dall'Impero, la cultura cui esse dettero origine, ebbero una gran parte nella formazione del suo pensiero. Ma tutto questo non bast a fargli trovare un nuovo metodo scientifico, n a condurlo ad un esame storico dei fatti. La sua  una Monarchia buona, necessaria in tutti i tempi, in tutti i luoghi; , quasi direi, il trionfo astratto del diritto e della giustizia universale. Sebbene essa trovi la propria base nella coscienza popolare, nel che  di certo il pensiero originale dell'autore, pur tuttavia il popolo ed il monarca di Marsilio sono ancora due astrazioni. Non si sa mai se il popolo di cui ragiona,  quello di una citt, di uno Stato o dell'Impero universale.
Per la scuola guelfa lo Stato  sottoposto alla Chiesa, per Marsilio invece la Chiesa divien quasi una funzione dello Stato, che riman sempre universale ed astratto, non ostante le sue reticenze. E cos anche la scuola ghibellina, con tutta l'audacia e l'originalit dei propri sostenitori, and sempre alla ricerca d'un governo ideale, metafisico; non si occup mai di studiare nessuna societ in particolare, per vedere ci che nel caso concreto fosse preferibile e pratico.(390)
Questo  appunto quello, a cui incominciarono a pensare gli scrittori politici italiani nel secolo XV.  singolare vedere come allora fosse sostanzialmente scomparsa quasi tutta quanta la scienza politica del Medio Evo, e ne fosse sorta un'altra, nella forma e nella sostanza, affatto diversa. Pure non c' molto da maravigliarsi se si considera che erano mutate non solamente le idee degli uomini, ma la societ stessa. Alla Scolastica era successa la erudizione; l'autorit politica d'una Chiesa e di un Impero universali sembrava divenuta appena una memoria del passato; le repubbliche italiane, per opera dei capi di parte, si andavano rapidamente alterando. Formate in origine da molte associazioni mal collegate fra di loro, esse che erano state sotto la dipendenza della Chiesa o dell'Impero, a poco a poco s'andavano, in tutta la penisola, rendendo indipendenti. Pi tardi sorsero i signori o tiranni, che, commettendo delitti d'ogni sorta, vi spensero la libert. Ed in ci si vedeva pur troppo assai chiaramente la mano dell'uomo, l'effetto dell'astuzia, dell'inganno e dell'audacia. Questi tiranni crearono anche il primo modello degli Stati moderni, che si vennero poi formando in Europa, cui l'Italia insegn cos la nuova politica, divenuta un fatto reale prima assai che la scienza riuscisse a formularla. Nello stesso tempo lo studio degli antichi poneva dinanzi alla mente degli uomini l'immagine dello Stato pagano, che, massime a Roma, sottoponeva a s l'individuo, la religione, ogni cosa. E cos l'esempio dell'antichit risorta aiutava a meglio comprendere ed attuare il concetto che dalla realt delle cose naturalmente sorgeva, manifestandosi come una necessit storica e sociale.
Ci nonostante la vecchia scienza medioevale non scomparve tutta ad un tratto; essa rest ancora lungamente nascosta nei chiostri, ed alcune delle sue idee si vedevano di tanto in tanto filtrare anche nelle opere pi recenti. Cos, ad esempio, troviamo quasi per tutto sopravvivere l'idea dell'ottimo principe, la quale, appoggiata all'autorit degli antichi e degli scolastici, arriv, pi o meno trasformata, quasi fino a noi. - Il governo di un solo, quando  buono,  l'ottimo dei governi, com' il pessimo, quando  cattivo. - Questo, nel secolo XV, pareva ancora a molti un assioma incontrastabile. La perfezione sta nell'unit, aveva detto la Scolastica, e lo stesso ripeteva anche con maggiore enfasi il neo-platonismo del Ficino. Come vi  un Dio unico nel mondo, un sole unico nel sistema planetario, una testa sola nell'organismo umano ed animale, cos la societ ha bisogno di unit, e ritrova la sua perfezione nell'ottimo monarca, che  quasi l'immagine di Dio, e solo pu darle l'ottimo governo.
Chi volesse mettere a contrasto queste idee, nella loro pura forma medioevale, con le altre che, accanto ad esse, sorgevano allora per tutto, e s'imponevano a tutti, dovrebbe leggere il trattato Del Reggimento del Governo della citt di Firenze, che scrisse il Savonarola, quando dirigeva la formazione della nuova repubblica. Egli espone il concetto dell'ottimo principe con tutte quante le forme scolastiche, e descrive la felicit umana sotto il suo governo. Passa poi a descrivere questo governo quando il principe  cattivo, e fa un eloquentissimo ritratto del tiranno; cerca di renderlo odioso quanto pu, seguendo Aristotele e San Tommaso. Ma poi osserva a un tratto, che a Firenze, per essere gl'ingegni sottili, il tiranno sarebbe peggiore che altrove, e quindi solo la repubblica pu essere adatta alla natura di quel popolo, e dar buoni frutti: essa  perci voluta da Dio. Dinanzi ad una tal questione di pratica opportunit, svanisce la forza d'ogni teoria, d'ogni astratto ragionamento, e lo scrittore passa senz'altro a parlare del modo come fondare in Firenze la repubblica col Gonfaloniere, con la Signoria, con un Consiglio degli Ottanta, e soprattutto con un Consiglio Grande, simile a quello di Venezia, dove aveva dato cos buoni frutti. Qui noi vediamo dunque una politica pratica, che risulta solo dall'esame delle condizioni reali in cui trovavasi la Citt, e dall'indole del suo popolo; la vediamo messa accanto, quasi a contrasto colla politica astratta del Medio Evo, dalla quale resta affatto indipendente, anzi  in contradizione con essa. Questo avveniva per nel Savonarola, che era frate, e nel quale si trovavano in continua lotta il Medio Evo ed il Rinascimento. I suoi contemporanei procedevano invece pi spediti nella nuova via, cercando quello che poteva praticamente effettuarsi, senza occuparsi d'altro.
Chi voglia davvero esaminare il passaggio naturale dall'una all'altra scuola, viene perci necessariamente condotto a studiare gli scritti politici degli eruditi; ma  subito costretto a giudicarli inferiori cos a quelli degli scolastici, da cui furono preceduti, come a quelli dei cinquecentisti, da cui furono seguiti. Di certo la letteratura degli umanisti form, coll'esempio degli antichi, una nuova educazione intellettuale, e condusse di necessit ad esaminare i fatti sociali come puramente umani e naturali. Nelle loro lettere, nei loro viaggi noi troviamo spesso mirabilmente descritti i costumi dei popoli e le loro istituzioni, come vi troviamo preziose osservazioni sulle cause della loro decadenza e del loro risorgimento. Non s'incontra pi la eterna spiegazione della mano di Dio, che conduce i popoli come un abile cocchiere guida focosi cavalli, perch lo scrittore cerca invece e trova la spiegazione dei fatti che osserva, nell'indole degli uomini, nei loro viz e nelle loro virt. Questa nuova tendenza del loro spirito pu anzi dirsi il solo lato veramente originale degli eruditi, come scrittori politici. Se infatti noi leggiamo i pochi trattati che essi ci lasciarono in tale disciplina, sembrano piuttosto florilegi di classiche frasi intorno alle virt ed ai viz degli uomini in generale, e dei principi in particolare, che veri e propr trattati scientifici. Tali sono alcuni lavori del Panormita, del Platina e di molti altri.
Gioviano Pontano era non solo un grande erudito ed un grande scrittore di versi latini; ma anche un politico ed un diplomatico accortissimo, uno dei principali ministri nella corte napoletana di Ferdinando d'Aragona, e s'era perci trovato lungamente a condurre grandi affari. Eppure che cosa ci dice nel suo libro De Principe? Che il principe deve amar la giustizia e rispettare gli Dei: essere liberale, affabile, clemente, nemico degli adulatori, osservatore della fede, forte, prudente; esercitarsi alla caccia, alle armi; soprattutto poi essere amico e protettore dei letterati. E chi non s'avvede che si tratta proprio d'esercizio rettorico, quando egli ci racconta sul serio, che papa Calisto III, minacciato da Iacopo Piccinini, disse che non aveva nulla a temere, perch v'erano in Roma da tremila letterati, con i consigli e la prudenza dei quali poteva respingere qualunque pi poderoso esercito? Che cosa ci insegna Poggio Bracciolini nel suo dialogo De infelicitate Principum? Che il potere e tutte le condizioni esteriori non possono dare all'uomo la vera felicit, la quale invece viene solamente dalla virt; e per bisogna cercar questa, non la ricchezza n la potenza. Egli percorre la storia, cercando esemp a provare come i pi grandi monarchi non poterono evitare d'essere infelici. Se un principe  cattivo, non pu certo esser felice; se  buono, deve essere infelice per la grande responsabilit, le cure, i fastid infiniti che l'opprimono. La felicit adunque trovasi solo nelle case dei privati cittadini, che sanno avere il culto della vera filosofia. Chi vorr supporre che tutto questo sia scienza politica? Eppure nei viaggi del Bracciolini appunto noi troviamo mirabili osservazioni sui costumi, le istituzioni inglesi e tedesche, e molte se ne trovano anche negli scritti del Piccolomini e di moltissimi altri eruditi. Nelle lettere diplomatiche del Pontano poi ognuno pu riconoscere un gran senno pratico, una vera sapienza politica. Non si direbbe che siano scritte dall'autore del trattato.
Tale  nondimeno la via per la quale s'and formando la nuova scienza politica. L'erudizione dette solo l'educazione intellettuale, necessaria a crearla; ma essa comparve davvero la prima volta nelle lettere e nelle relazioni degli ambasciatori e dei diplomatici, i quali negli ultimi decenni del secolo XV e nei primi del XVI s'andarono moltiplicando in modo veramente singolare. Nei dispacci di Ferdinando d'Aragona, che portano la firma del Pontano; in quelli degli ambasciatori fiorentini al tempo della venuta di Carlo VIII; in quelli dei Veneziani e nelle loro celebri relazioni, come pi o meno in tutti gli scritti diplomatici dei governi e degli ambasciatori italiani, noi ci troviamo addirittura in un mondo nuovo. Hanno abbandonato la lingua latina; non sanno pi che cosa sia la Scolastica; osservano, studiano gli uomini, le istituzioni politiche con un acume meraviglioso, con la pi consumata esperienza; indagano le cagioni degli avvenimenti e della condotta degli uomini di Stato con un vero metodo induttivo, sperimentale, che a un tratto si riscontra in tutti, senza che possa dirsi chi lo abbia primo inventato, perch fu in realt trovato da tutta la nazione. Di tanto in tanto incontriamo alcune considerazioni generali, che sono sempre d'una mirabile evidenza e penetrazione; ma si torna subito alla narrazione dei fatti presenti, alla discussione delle notizie pi riposte, e tutto ci forma costantemente il pensiero dominante di tali scritti. In sostanza pu dirsi veramente che in queste legazioni gi si trovi non solo la forma, ma anche il metodo della nuova scienza, sebbene tutto ci apparisca a brani staccati, che sembrano invocare chi venga finalmente a riunirli. Era quindi impossibile che non si cominciassero a fare tentativi per raccogliere le fronde sparse d'una dottrina, la quale, nata gi in mezzo agli affari ed alla realt della vita, come conseguenza inevitabile delle nuove condizioni sociali, del nuovo modo di osservare e di conoscere il mondo, aspettava solo, per apparir visibile ad ognuno, e manifestar tutto quanto il suo valore, di essere scientificamente ordinata ed esposta. Cos sembr che sorgesse ad un tratto, gi formata, e come Minerva uscita inaspettatamente dalla testa di Giove, quando invece s'era andata lungamente e laboriosamente preparando.
Chi voglia con precisione conoscere questa scuola e le sue dottrine, deve attentamente studiare le opere politiche di Francesco Guicciardini. In esse la vediamo meglio ancora che in quelle del Machiavelli, perch questi, con la originalit creatrice del suo genio, v'introduce un elemento personale, le d una propria impronta, quando invece la originalit, pure grandissima, del Guicciardini, si manifesta nel dare una forma singolarmente limpida e precisa alle dottrine prevalenti al suo tempo, le quali egli svolge, ordina, arricchisce coi resultati della sua prodigiosa esperienza, con la sua grande conoscenza degli uomini e degli affari, con una esattezza nell'osservare, ricordare e ritrarre i fatti, alla quale non giunse neppure lo stesso Machiavelli, troppo occupato nella ricerca delle sue teorie, nel correr dietro ai suoi ideali.
Il Guicciardini, che era contemporaneo, ma pi giovane del Machiavelli, cominci, al pari di questo, i suoi scritti politici con le legazioni, e prima fu quella di Spagna, dove s'inizi veramente alla pratica dei pubblici affari, e dove compose qualche altro brevissimo lavoro. Ivi and nel 1511, quando ancora non aveva trent'anni; ma aveva gi fatto buoni e lunghi studi, dato prova del suo mirabile ingegno nella Storia fiorentina, che fu pubblicata solo ai nostri giorni. La sua legazione ebbe poca importanza, perch, come vedemmo, egli fu mandato solo a dissipare i sospetti del Re con proteste d'amicizia, n pot fare altro che osservare, raccogliere e riferire notizie. A ci s'aggiungeva che egli, accorto com'era, gi presentiva i mutamenti che poco dopo seguirono in Firenze, e non voleva in nessun modo esporsi a qualche rischio, e perci cercava di restar sempre sulle generali. Annunzi sin dal principio che Ferdinando il Cattolico era deciso a non operar nulla contro il Papa; descrisse i disegni iniziati e poi abbandonati di rimandare in Italia il Gran Capitano, quando le cose parevano disperate per la Spagna; narr le venuta degl'inglesi e il loro scontento, quando il Re s'impadron, a tradimento e per conto proprio, della Navarra; dette sul paese e sul governo molte notizie utili, chiare, precise, che dimostrarono subito qual maraviglioso osservatore egli fosse.(391) Queste notizie restano per quasi sempre slegate, perch raccolte alla rinfusa, di tempo in tempo, secondo l'occasione, senza che mai egli si sforzi di coordinarle per modo da dare un concetto generale e chiaro sull'insieme delle cose, sul carattere del popolo e del principe, il che era invece quello a cui il Machiavelli mirava costantemente nelle sue legazioni. E ci fa subito distinguere l'indole dei due scrittori.
Il Guicciardini scrisse allora per proprio conto anche una Relazione di Spagna, nella quale volle riunire le principali osservazioni, che gli era occorso di fare nella sua dimora col, seguendo per sempre il suo metodo analitico. Trova il paese poco popolato, senza terre, borghi o castelli fra una citt grossa e l'altra, ma solo campagne deserte. Ha un'assai cattiva opinione degli Spagnuoli, che dice superbi di loro nazione, avidi del danaro, avari, poco amanti del lavoro, senza industria, senza cultura letteraria, e soprattutto astuti e falsi. "Sono," egli dice, "per essere astuti, buoni ladri....  proprio di questa nazione la simulazione,... e da questa simulazione nascono le cerimonie e ipocrisia grande." Singolare deve certo parere una cos acerba accusa di astuzia e simulazione, fatta da un politico italiano del secolo dei Borgia, il quale confessa d'essersi in tutta la vita, sopra ogni altra cosa, occupato del suo particolare, e che pi tardi fu dai suoi concittadini accusato d'aver tradito la patria. Egli riconosce le grandi qualit militari degli Spagnuoli, che trova agilissimi e fieri; non ha grande opinione dei loro uomini d'arme, ma loda i loro cavalli leggieri, e dice eccellentissimi i fanti, che di fatto poi nella battaglia di Ravenna provarono d'essere uguali agli Svizzeri, giudicati sino allora i primi del mondo. Ma questo grande valore militare della Spagna non desta in lui verun entusiasmo, e non lo induce neppure a trarne conclusioni generali sullo stato presente e sull'avvenire probabile di quella nazione, sulla sua forza, sul suo inevitabile destino nel mondo. Un giorno egli interrog re Ferdinando: - Come mai un popolo cos armigero era stato sempre conquistato in tutto o in parte "dai Galli, dai Romani, dai Cartaginesi, dai Vandali, dai Mori?" - La nazione, rispose il Re,  assai atta alle armi, ma disordinata(392), laonde pu farne gran cosa solo chi sappia tenerla unita ed in ordine. - E questo  infatti, osserva giustamente il Guicciardini, ci che fecero Ferdinando ed Isabella: abbassarono i grandi, spensero le rivoluzioni, s'impadronirono dello straordinario potere che avevano col i tre Ordini dei cavalieri, e cos poterono spingere la Spagna alle grandi imprese militari. In esse Ferdinando ebbe la singolare fortuna di cominciar la guerra sempre con apparenza di giustizia, fatta solo eccezione della iniqua ripartizione del reame di Napoli, alla quale non vi fu mai scusa o pretesto di sorta.
Qui  chiaro che si fa strada, come da s stesso, un concetto generale sulla forza reale che aveva allora la Spagna, e sul valore della politica nazionale di Ferdinando ed Isabella. Ma il Guicciardini non vi si ferma; anzi dopo avere mirabilmente osservato i fatti speciali, attribuisce i grandi successi ottenuti dal Re pi alla fortuna che alla sua prudenza ed alle qualit militari del suo popolo.(393) Cos anche qui tutto riman diviso in osservazioni slegate, al che contribuisce la forma stessa della Relazione, che  composta di paragrafi staccati. Qualche volta troviamo confinate nei Ricordi, che sono addirittura pensieri staccati, alcune considerazioni generali che, se fossero nella Relazione, avrebbero potuto darle maggiore unit, facendo veder chiaro come il governo di Ferdinando d'Aragona ebbe non solo fortuna, ma ancora prudenza grande. Infatti il Guicciardini qui nota, che il Re, quando voleva intraprendere una guerra, la faceva prima desiderare da tutto il suo popolo, in modo da parer come forzato a farla,(394) e cos persuadeva poi ognuno, che egli era mosso unicamente dal pubblico bene, anche quando operava per interesse suo personale, per sola ambizione di principe.(395) Ma questa e simili osservazioni, restando isolate e quasi abbandonate a s stesse, perdono gran parte del valore scientifico e pi generale che potrebbero avere. Cos ad ogni passo noi abbiamo occasione di riconoscere la grande differenza che corre fra l'ingegno del Guicciardini e quello del Machiavelli, i quali pur sotto alcuni aspetti si somigliano tanto. Questi  un osservatore meno paziente, meno preciso, meno sicuro; ma ha il dono singolarissimo di ritrovare subito, tra mille fatti che gli cadono sotto gli occhi, quello che  veramente principale, e su di esso si ferma. Abbiamo gi visto come, appena che si trov fra gli Svizzeri, la loro "libera libert" e il popolo armato e i costumi semplici furono subito il suo punto di partenza per misurare la forza e predire la fortuna di quelle piccole repubbliche. E quando ci parl della Francia e della Germania, lo abbiamo veduto del pari cercar sempre nell'esame dei fatti principali, quasi diremmo, il peso specifico, cos politico come militare, delle due nazioni, e nello studio del presente indagar le probabilit dell'avvenire. A queste ricerche, a queste predizioni il Guicciardini non si sentiva punto inclinato; le reputava anzi poco meno che oziose.
Il problema che egli proponeva costantemente a s stesso, nella vita pubblica e nella privata, era l'utile immediato e la pratica soluzione delle difficolt che via via gli si presentavano, senza punto occuparsi d'un prima o d'un poi troppo lontani. I precetti, le massime lungamente meditate della sua scienza e della sua esperienza, li aveva cercati, e li metteva in pratica sopra tutto per ottenere i suoi fini personali. Nella Spagna seguiva da lontano con occhio vigile gli avvenimenti d'Italia, massime di Firenze, donde i parenti e gli amici con lettere lo ragguagliavano d'ogni cosa. Quando poi mut il governo in Firenze, e coloro che avevano abbattuto la Repubblica, che egli era stato mandato col a difendere, gli confermarono la legazione, egli con lieto animo accett subito il nuovo incarico, e cerc dal padre e dal fratello di conoscere il nome dei nuovi potenti, per guadagnarsi il loro favore, come fece scrivendo a tutti i Medici, e pi specialmente a Leone X, non appena questi fu eletto papa. Maestro singolare nell'arte di accomodarsi ai tempi, egli ci reca non poca maraviglia, quando lo vediamo, finito che ebbe il trentesimo anno, rivolgere a s stesso, nelle sue Memorie (che non voleva fossero pubblicate) una specie di religioso sermone, col quale s'incitava a migliorare i propri costumi; a far buon uso dei doni ricevuti dalla Provvidenza, e degli alti uffici avuti da' suoi concittadini; a condursi nelle cose spirituali in modo, "che Dio per sua benignit ti abbi a dare quella parte in Paradiso, che tu medesimo desideri nel mondo."(396) In sostanza il problema che egli costantemente si propone,  di condursi in modo e con tanta prudenza, da riuscire a godersi questa vita e l'altra, senza mai nulla sacrificare de' suoi interessi e de' suoi comodi.
Della sua facile mutabilit abbiamo una prova in due dei vari Discorsi, che scrisse nella Spagna. In uno di essi, che fu composto poco innanzi alla battaglia di Ravenna, egli discute il modo di riordinare e rafforzare il governo popolare in Firenze; nell'altro, che scrisse subito dopo la battaglia, quando sapeva gi tornati i Medici, consiglia invece i modi di rafforzare ed assicurare il loro potere. Incomincia nel primo(397) dall'osservare, che l'indole ed il vivere corrotto dei Fiorentini eran poco adatti ad una buona repubblica; e che a ridurli quale avrebbero dovuti essere, "bisognerebbe fare un cumulo d'ogni cosa, dando loro una forma affatto nuova, come si fa quando si lavorano cose da mangiare di pasta."(398) Nondimeno, date le cose quali sono, egli cerca i provvedimenti pi adatti. Vuole prima di tutto aver buona milizia, migliorando quell'Ordinanza che, dopo molte opposizioni, era stata deliberata e veniva universalmente lodata, ma sulla quale egli non ebbe mai le grandi illusioni del Machiavelli. "Il governo," secondo lui, " fondato sulla forza, e volerne uno senza armi, sarebbe come volere un esercizio senza il suo proprio strumento; giacch non  altro lo Stato e lo imperio, che una violenza sopra i sudditi, palliata in alcuni con qualche titulo di onest."(399) La libert non  altro che "un prevalere delle leggi e degli ordini pubblici sullo appetito degli uomini particolari;" e per deve esserne base il Consiglio Grande, in cui i cittadini riuniti approvino le leggi, ed eleggano agli uffici. Questa era allora per i politici italiani la vera ed unica salvaguardia d'ogni libero governo. Tutto si riduceva per essi a fare in modo che le elezioni dei magistrati fossero garantite a vantaggio del pubblico contro ogni possibile corruzione; che gli uffici politici girassero di continuo, affinch il lungo esercizio del potere non facesse nascer la voglia e l'opportunit di farsi tiranno. E quindi si studiavano mille congegni, pi o meno artificiosi, per ottenere l'intento. Il Guicciardini proponeva, che s'ammettessero nel Consiglio anche alcuni di coloro ai quali, per l'et o per altra ragione, era dalle leggi vietato di occupare gli uffic. Non potendo essi patteggiare per conto proprio, sarebbero stati, egli diceva, pi disinteressati, e avrebbero votato, imparzialmente.(400)
Un altro principale fondamento della libert si credeva allora che fosse la uguaglianza di tutti i cittadini nel pigliar parte al governo. Anche perci, osservava il Guicciardini e con lui tutti i politici italiani del tempo,  necessario che gli uffici girino sempre e, salvo qualche rara eccezione, non siano mai perpetui. Varie essendo poi le faccende e varie le ambizioni, cui bisogna soddisfare, se si vuole che la Citt resti tranquilla, vari ancora debbono essere gli uffici, la loro durata e la loro autorit. E prima di tutto egli vuole a capo del governo un Gonfaloniere a vita; "giacch si vede anche nelle cose naturali, che il numero di uno ha perfezione."(401) Qui noi abbiamo,  vero, un accenno alle vecchie teorie filosofiche ed astratte; ma il Guicciardini ne rifugge poi subito. Egli non conosce la scolastica; non ama la filosofia;  stato educato con la giurisprudenza, della quale per non parla mai nelle sue opere politiche, tornando invece di continuo alla questione pratica. Il momento che passa, l'ora che fugge, quello che  possibile, son le cose cui la sua attenzione  sempre rivolta. Vuole che il Gonfaloniere perpetuo abbia un freno nella Signoria, cui d molta autorit, e nel Senato, che compone di 160 o 180 cittadini, parte a vita, parte a tempo: i primi perch acquistino lunga esperienza, i secondi per impedire ogni eccesso di potere, e per far girare in molti anche la dignit di Senatore. E qui aggiunge una proposta, che s'innalza al di sopra dei pregiudizi e delle tradizioni pi inveterate del suo tempo.  noto che nei Consigli della repubblica fiorentina era severamente proibito il parlare contro le proposte di leggi, che venivan sempre fatte dalla Signoria. Si poteva votar contro, si poteva parlare e votare in favore; ma il parlar contro una legge era allora vietato persino colle pene d'esilio o di prigionia. Il Guicciardini invece afferma saviamente, che se era pericoloso ammettere una libera discussione nel Consiglio Grande, dove la moltitudine avrebbe potuto portar confusione; essa era necessaria non che utile nel Senato, e l'averla vietata in Firenze fu tirannia, non libert. La discussione farebbe pi maturamente deliberare, farebbe conoscere gli uomini esperti, e darebbe loro una meritata autorit. "E che cosa," egli esclamava, abbandonandosi finalmente una volta all'entusiasmo, "che cosa pu un animo generoso desiderare di meglio, che trovarsi a capo d'una citt libera, portatovi solo dall'essere riconosciuto prudente e amatore della patria? Felici le repubbliche, che sono piene di queste ambizioni, perch  necessario che in esse fioriscano quelle arti, che conducono a questi gradi, cio la virt e le opere buone."(402)
In sostanza questo governo del Guicciardini non  altro che un meccanismo, col quale si cerca di fare in modo che tutte le ambizioni si bilancino, e i pregi della monarchia, dell'aristocrazia e della democrazia si contemperino a vicenda, mediante il Gonfaloniere, il Senato ed il Consiglio Grande.  il concetto del governo misto, che troviamo in tutti gli scrittori politici italiani, tramandato ad essi dall'antichit, massime coi frammenti del sesto libro di Polibio, allora gi tradotti e molto diffusi tra noi. Questi scrittori per, specialmente in Firenze, s'ingegnavano di modificare un tale concetto, per adattarlo alle condizioni speciali della loro repubblica. Sebbene essi cercassero sempre nell'antichit un sostegno autorevole a tutte le loro teorie politiche, anche a quelle suggerite dalla propria esperienza, era nondimeno divenuta una convinzione assai generale, che il governo dovesse adattarsi alla natura del popolo, cui si voleva dare. Ancora per non si vedeva che esso deve nascere spontaneo dalla storia e dalla coscienza popolare; che non basta averlo prima armonicamente formato nella testa dei pensatori, per presumere poi d'imporlo alla societ. E neppure si capiva che era un concetto assai errato il ritenere la vita politica d'una nazione ed il suo governo, come un semplice gioco di passioni e d'interessi personali da frenare o soddisfare. Donato Giannotti, uno dei pi intemerati patriotti fiorentini, uno degli ultimi rappresentanti di quella scuola, pass tutta la sua vita studiando il governo veneziano, per migliorare con tale esempio quello di Firenze, dandoci dell'uno e dell'altro una descrizione minutissima. Ma il suo costante criterio nello scegliere e nel correggere  sempre lo stesso: formare, ordinare le istituzioni in modo che soddisfino tutte le ambizioni, tutte le passioni dei cittadini, le quali sono per lui sempre e solo politiche. Alcuni, egli dice, vogliono primeggiare; altri, in maggior numero, sono contenti d'aver qualche parte al governo, per potere anch'essi comandare; i pi vogliono uguaglianza, libert e giustizia. Quindi il bisogno di temperare la democrazia con l'aristocrazia e con la monarchia, il che lo portava sempre a proporre un Gonfaloniere con la Signoria, il Senato ed il Consiglio Grande.(403) E questi erano i ragionamenti che di continuo si ripetevano allora da tutti in Firenze.
Ma il Guicciardini aveva una vista assai pi lunga, una mente assai pi larga del Giannotti e di molti altri; e per non poteva sfuggirgli del tutto il lato debole di queste teorie, la insufficienza di questo metodo artificioso. Di tanto in tanto egli rompeva perci l'involucro della scuola; ed abbiamo allora idee pi elevate ed ardite, che sono lampi di luce inaspettata. Se non che, la sua indifferenza, il suo disgusto e quasi disprezzo per tutte le teorie, lo fanno sempre tornar nella via da lui sin dai primi anni battuta, che di rado assai egli abbandona, raccogliendo per sempre per via osservazioni vere e profonde sugli uomini e sulle istituzioni. Alla fine del suo Discorso egli ricorda di nuovo, che in sostanza tutto dipende dalla natura, dal carattere del popolo, e che perci in Firenze ogni riforma riuscir vana, se non sar possibile migliorar prima radicalmente il popolo. Con i provvedimenti che propone, si far, egli dice, una repubblica appena tollerabile; "a volerla far buona davvero, ci vorrebbe, il coltello di Licurgo, che estirpasse dalla radice la nostra mollezza, la nostra avidit di guadagno, la nostra vanagloria, come egli fece a Sparta. Ma questa  cosa che possiamo ammirare o desiderare, non mai sperare fra noi." E torna di nuovo ai piccoli temperamenti, concludendo col proporre una legge contro il lusso delle donne, ed un'altra che diminuisca le doti, leggi tante volte e tanto inutilmente proposte e sanzionate nella repubblica fiorentina.(404)
Il secondo Discorso, da lui scritto nell'ottobre del 1512, ragiona sulle condizioni dei partiti in Firenze, e sul modo d'assicurare il governo dei Medici, che gi avevano trionfato.(405) Questi, egli osserva, non possono ormai sperare di farsi amico il popolo, da lungo tempo affezionato alla libert; debbono quindi pensar solo a formarsi un circolo ristretto d'amici sicuri e fidati, fra i quali dividere i principali uffici, favorendoli in ogni modo, per renderne la sorte inseparabile da quella del nuovo governo. Il Soderini era caduto, perch aveva voluto condurre una repubblica coi mezzi e modi che sono contrari alla libert, restringendo cio il governo nelle mani di pochi amici; lo stesso seguirebbe ai Medici, quando s'ostinassero a voler governare coi modi propr della libert, cio allargando il governo nelle mani di molti, sperando cos di trovar favore e sostegno nella universalit dei cittadini.
Nel leggere e paragonare questi due Discorsi vien fatto di chiedere: il Guicciardini era dunque repubblicano o amico dei Medici, fautore della libert o della tirannide? Ma questa sarebbe stata per lui una domanda oziosa. La sua politica consisteva principalmente nel saper risolvere, secondo i propr interessi, il problema che di giorno in giorno si presentava, qualunque esso fosse. Egli mirava a farsi strada sotto qualsivoglia governo, a trovare il modo pi rapido e sicuro di salire in alto, e lo dice di continuo, senza ambagi. Di certo quando, chiuso nel suo studio, con la penna in mano, scriveva per sola soddisfazione del suo animo, allora, levandosi assai pi in alto, dichiarava aperto, che la libert era di gran lunga preferibile al dispotismo, e naturalmente desiderata dagli uomini. In Firenze, egli lo riconosceva, non era possibile, senza violenza, altro che una repubblica popolare; ma appunto perci egli diceva ai Medici che, se volevano assicurarsi del potere, era loro necessario ricorrere alla forza. Per indole sua propria, per inclinazione e per educazione della sua mente, non aveva nessuna fiducia nel popolo: anche alla repubblica voleva perci dare una forma ristretta, ponendola in mano di pochi ottimati. Ed  questo un altro punto, nel quale si allontanava assai dal Machiavelli, che era invece fautore del popolo.
Queste medesime tendenze del suo spirito si trovano nel suo trattato Del Reggimento di Firenze, che  d'indole assai pi generale.(406) Ma il titolo del libro non deve farci supporre, che l'autore voglia in esso svolgere una teoria scientifica di governo; egli d solo una maggiore ampiezza, un ordine pi logico a tutto ci che abbiamo trovato nel primo dei Discorsi gi menzionati.  un dialogo, che sebbene composto molto pi tardi, si suppone tenuto nell'anno 1494, dopo la cacciata dei Medici, fra Bernardo del Nero loro ardente partigiano, Piero Guicciardini padre dello scrittore, Paolo Antonio Soderini e Piero Capponi. Nella prefazione l'autore comincia con lo scusarsi di scrivere in favore del governo libero, dopo aver servito Leone X e Clemente VII, dai quali era stato beneficato. Ma le volont e i desider degli uomini sono, egli dice, diversi dalle considerazioni sulla natura delle cose; la verit sta per s stessa, e gli obblighi verso la patria sono in ogni caso maggiori di quelli verso i privati. Anche quest'opera  una di quelle che restarono inedite sino ai nostri giorni. Ed  singolare davvero il vedere come in un uomo interessato ed ambizioso, quale era il Guicciardini, l'amor delle lettere potesse essere cos vivo e disinteressato da fargli comporre tante opere, senza altro scopo che il proprio soddisfacimento. E questo d ad esse un maggior valore, e fa conoscere con maggiore sicurezza le opinioni e convinzioni vere dello scrittore.
Il dialogo, adunque, incomincia col dire che il miglior governo  quello d'un solo, quando il principe  buono; ma poi si allontana subito da questa teoria, osservando qualcuno degl'interlocutori, che a Firenze non ci sarebbero che i Medici, nei quali non si poteva riporre speranza di bene, perch essi si erano impadroniti del governo con l'inganno e la forza, contro la volont popolare. A tal punto Bernardo del Nero, lo stesso che nel 1497 fu condannato a morte, per aver cospirato in loro favore, piglia le difese di essi e del principato in genere. Dice che a lui non importa sapere n disputare di quale specie sia un governo; ma vuol sapere piuttosto che effetti porta l dove  introdotto, perch i giovani sono destinati al bene dei cittadini, non a soddisfare le ambizioni di chi comanda o vuol comandare. Le citt furono istituite a comune utilit, ed il maggior vincolo sta nella mutua benevolenza dei cittadini, il cui primo e principale bisogno  la giustizia. Gli uomini sono per natura portati al bene, quando l'interesse non li faccia deviare, e se alcuni vanno al male senza ragione, meritano d'essere chiamati pi presto bestie che uomini. Ora il governo popolare, continua Bernardo del Nero, non pu essere il meglio adatto al sopra indicato fine, perch  sempre debole, incerto e mutabile; il principato invece  pi forte, pi pronto, pi segreto nel condurre i suoi affari, e anche pi intelligente, trovandosi la prudenza nei pochi, non gi nei molti. Altri interlocutori lo combattono, dicendo che cos si riduce il governo al solo utile ed interesse privato; la giustizia, essi aggiungono, non basta, bisogna cercare anche l'onore e la gloria.
Ma su di ci e sopra altri argomenti teorici si fermano poco, per ritornare invece a biasimare la condotta dei Medici, i molti mali che essi fecero a Firenze, e i maggiori che farebbero, quando vi tornassero dopo esserne stati cacciati. Ed in tale questione di opportunit la sola in cui veramente si riscaldino, vengono finalmente tutti d'accordo. Bernardo del Nero, infatti, conchiude dicendo: "Ormai i Medici sono cacciati, e non si pu desiderarli, perch se furono buoni, tornerebbero tristi. Si cerchi adunque la miglior forma di governo libero, il solo che sia ora opportuno e possibile in Firenze." Dopo di che incomincia ad esporre e sostenere, con qualche lieve modificazione, la stessa forma di repubblica che vedemmo proposta nel primo dei Discorsi da noi esaminati. Ci che principalmente bisogna aver di mira, egli dice, sono tre cose: giustizia per tutti, difesa della libert, matura deliberazione nelle cose pi importanti. E per un Consiglio Grande, che elegga ai principali uffic,  quello che sopra tutto si richiede. E ad evitare poi che i pi ambiziosi cerchino, con ogni mezzo onesto o disonesto, il favore del popolo, non si lasci al Consiglio la elezione del Gonfaloniere; ma solo il diritto di proporre una terna al Senato, che far la scelta definitiva. Questo sar composto di 150 senatori sav e prudenti, i quali discuteranno con ogni libert e maturamente tutte le deliberazioni. E cos continua la esposizione, che noi non riferiamo, per non ripetere il gi detto.
Seguono alcuni ragionamenti sulla storia di Roma e delle sue guerre civili, dai quali apparisce che il Guicciardini aveva lungamente e acutamente meditato l'arduo soggetto. In fine del dialogo troviamo di nuovo considerazioni, le quali tornano a farci vedere, ed anche pi chiaramente, come nel fondo del suo animo restassero sempre gravi dubb sulla base stessa su cui tutta la sua dottrina politica riposava, e come su questi dubb egli non volesse fermarsi punto, perch non vedeva nessuna pratica utilit nel discuterli, non sapendo scientificamente trovarvi un'uscita. Bernardo del Nero, entrando infatti a parlare con Piero Capponi della guerra di Pisa, osserva che ai Fiorentini non riuscir mai di farsi amici i Pisani, e per dovrebbero, per indebolirli, uccidere tutti i prigionieri, o almeno tenerli in carcere sino a guerra finita, non spaventandosi punto se, per rappresaglia, la medesima sorte toccasse ai loro soldati. Questo consiglio, egli dice, pu sembrare crudele e senza coscienza, anzi tale  veramente. Ma "chi vuole tenere oggid i domn e gli Stati, debbe, dove si pu, usare la piet e la bont; e dove non si pu, fare altrimenti,  necessario che usi la crudelt e la poca coscienza. E per scrisse Gino tuo bisavolo in quegli suoi ultimi Ricordi: che bisognava fare dei Dieci della guerra persone che amassero pi la patria che la anima,(407) perch  impossibile regolare i governi e gli Stati, volendo tenerli nel modo che si tengono oggi, secondo i precetti della legge cristiana." Certo, egli continua, non si pu allegare qualche buona ragione "perch nell'uno caso si abbia a osservare la coscienza, nell'altro non si abbia a tenerne conto. Il che io ho voluto dire, non per dare sentenza in queste difficult, che sono grandissime, poich chi vuol vivere totalmente secondo Dio, pu mal fare di non si allontanare dal vivere del mondo, e male si pu vivere secondo il mondo, senza offendere Dio; ma per parlare secondo che ricerca la natura delle cose in verit, poich la occasione ci ha tirati in questo ragionamento, il quale si pu comportare tra noi, ma non sarebbe per da usarlo con altri, n dove fussino pi persone."(408)
Noi dunque siamo partiti dal Medio Evo, in cui tutto era in teoria sottomesso alla morale, alla giustizia ed alla religione; ma si restava nell'astratto, senza tener conto n dei fatti reali, n della storia, n della natura dell'uomo e della societ; e siamo arrivati ad un altro tempo, in cui la scienza politica si fonda invece sull'esame razionale dei fatti, ma si trova in contradizione colla religione e colla morale, lasciando un profondo dissidio nell'animo dell'uomo, il quale ha una coscienza e non pu averne due. Questo dissidio, cominciato nel secolo XV,  continuato fino a' nostri giorni, n siamo oggi riusciti a sopprimerlo del tutto nella pratica e neppure nella teora. Il Medio Evo aveva risoluto il problema, sacrificando la patria terrena alla celeste; ma la sua dottrina era un'astrazione, che non ebbe mai nessuna pratica efficacia a guidare la condotta degli uomini e dei governi, i quali restavano infatti feroci e crudeli, quando i libri predicavano la mansuetudine ed il misticismo teologico. Il secolo XV volle invece seguire l'esperienza, e lasciarsi guidare dalla ragione, la quale allora pareva rappresentata dalla filosofia antica. Ma cos il dissidio tra la politica ed il Cristianesimo diveniva sempre maggiore. L'antichit presentava l'idea dello Stato laico; esaltava la patria e la libert; lodava lo sterminio, anche feroce, dei nemici di quella, e l'uccisione dei tiranni. Il Vangelo insegnava invece una religione universale; non parlava n di Stato, n di patria; inculcava una morale di carit, di modestia, di abnegazione, che nessuno seguiva nella vita pubblica, e che anzi, secondo la natura delle cose, cos almeno diceva il Guicciardini, sarebbe riuscita pericolosissima alla patria ed a chi avesse voluto scrupolosamente adottarla nel governo degli Stati. Questo conflitto era sorto da lungo tempo, ed in mille modi si manifest, non solo nella letteratura e nella scienza, ma anche nella vita. L'abbiamo visto in Girolamo Olgiati, quando eccitato dalla lettura dei classici all'odio contro l'oppressore di Milano, chiedeva perdono a Sant'Ambrogio, se fra poco avrebbe macchiato di sangue il suo altare, e lo pregava che non lasciasse fallire il colpo che doveva spegnere l'iniquit. Condotto a morte, egli invocava la Madonna, ed esaltava in distici latini gli uccisori dei tiranni. Lo abbiam visto in Pietro Paolo Boscoli, che si dichiarava pronto ad affrontare coraggiosamente la morte per amore della libert, se s'ispirava ai filosofi greci e romani; ma incapace di morire per essa da buon cristiano. Sulle rovine del Medio Evo s'andava ricostituendo l'idea dello Stato e della patria coi frammenti dell'antichit risorta, e quest'idea pareva allora inevitabilmente destinata a mettersi in opposizione colla morale cristiana.
Il Guicciardini, trovando il conflitto, lo notava come un fatto, senza pretendere di spiegarlo, anzi dicendo che era meglio parlarne tra pochi ed a bassa voce. E per i suoi consigli, le sue massime politiche, per quanto accorte e pratiche, si riducevano a semplici osservazioni staccate, a temperamenti, a ripieghi per condurre innanzi le cose pi o meno destramente, senza poter mai arrivare a proporre una radicale riforma, senza poter creare un nuovo sistema di scienza politica, molto meno poi aprire la via a formare un nuovo Stato o un nuovo popolo. Ma egli non mirava cos alto. I sistemi non li cercava, le ardite ipotesi non gli piacevano: raccoglieva il frutto della esperienza quotidiana sua e degli altri, registrando di volta in volta le proprie idee, non cercando mai di coordinarle in unit organica, sotto qualche principio o anche massima pi generale. Tutto ci, se da un lato era un difetto, gli dava dall'altro il grandissimo vantaggio di poter esporre agli altri le sue osservazioni nella loro forma originale, genuina e pratica, colla stessa spontaneit con cui si presentavano a lui, senza portarvi alcuna alterazione, per coordinarle sistematicamente. E per nei Ricordi politici e civili, le qualit del suo ingegno risplendono con una invidiabile ed inarrivabile chiarezza. Difficilmente infatti si troverebbe nelle letterature moderne un'altra serie di massime e sentenze, che rivelino con uguale precisione il pensiero politico e morale di un uomo, di un secolo intero.
In questi suoi Ricordi l'autore ripete di continuo, che  un grande errore "il voler parlare delle cose del mondo in termini generali e per regole; giacch quasi tutte le regole hanno eccezioni, le quali si possono scrivere solo nel libro della discrezione.(409) La teoria  assai diversa dalla pratica, e molti che intendono quella non sanno poi metterla in atto.(410) N giova il discorrere per esempi, perch ogni piccola variet nel caso particolare, porta grandissima variazione nell'effetto.(411) S'ingannano quindi assai coloro (e qui evidentemente allude al Machiavelli) che allegano sempre i Romani. Bisognerebbe avere una citt condizionata com'era la loro, e poi governarsi secondo quello esempio."(412) Ma altrove afferma, senza pensare che imita appunto una di quelle sentenze generali, da lui tanto rimproverate al Machiavelli: "Che le cose passate fanno lume alle future, perch il mondo fu sempre di una medesima sorte, e tutto quello che  e sar,  stato in altro tempo, e le cose medesime ritornano, ma sotto diversi nomi e colori; per ognuno non le ricognosce, ma solo chi  savio le osserva e considera diligentemente."(413) E ripete un'altra sentenza del Machiavelli quando, discorrendo del potere che ha la fortuna sulle cose umane, conclude che ognuno deve desiderare di "abbattersi in tempi nei quali le proprie qualit riescano opportune ed utili, siano intese e tenute in pregio universalmente. Chi potesse variare la sua natura secondo i tempi, il che  molto difficile, se non impossibile, sarebbe assai meno dominato dalla fortuna.(414)" Ma su queste osservazioni, suggerite in parte dagli antichi, in parte dall'esperienza propria, il Machiavelli si ferma e cerca una legge e costruisce norme generali, che servono di base ad una scienza nuova, il Guicciardini invece nota e passa oltre.
Anche in questi Ricordi egli ripete che "non si possono tenere gli Stati secondo coscienza, perch, salvo le repubbliche nella patria loro (o sia nella citt dominante), sono tutti violenti, non escluso l'Imperatore, e pi ancora i preti, la violenza dei quali  doppia, perch ci sforzano con le armi temporali e con le spirituali."(415) I sudditi d'una repubblica poi, cio quelli che non sono cittadini della dominante, stanno peggio che quelli d'un principe, "perch la repubblica non fa parte alcuna della sua grandezza, se non a' suoi cittadini, opprimendo gli altri; il principe  pi comune a tutti, e ha ugualmente per suddito l'uno come l'altro; per ognuno pu sperare d'essere beneficato e adoperato da lui."(416) Qui noi abbiamo un'osservazione che  assai notevole, perch ci scopre la debolezza delle repubbliche medioevali, la causa della loro inevitabile decadenza, e pone in chiaro la ragione per la quale non si poteva riescire a fondare lo Stato moderno, senza che prima esse fossero distrutte dal dispotismo. Ma l'autore, senza punto fermarsi ad esaminare, senza quasi accorgersi di tutto il valore di ci che dice, passa subito ad altro argomento. Egli torna assai spesso a manifestare la sua poca, anzi nessuna simpatia per il popolo: "Chi disse popolo, disse veramente uno pazzo, perch  uno mostro pieno di confusione e di errori, e le sue vane opinioni sono tanto lontane dalla verit, quanto , secondo Tolomeo, la Spagna dalla India."(417) Ma ci non gl'impedisce punto di dir male del dispotismo, di cui fu poi coi fatti pi volte sostenitore. "La calcina con cui si murano gli Stati dei tiranni,  il sangue de' cittadini; per dovrebbe sforzarsi ognuno che nella citt sua non s'avessero a murare tali palazzi."(418)
N si creda per questo di coglierlo in contradizione. Il Guicciardini non pretende di fare altro che descrivere la societ, sotto i mille e mutabili aspetti, in cui gli si presenta; i suoi stud sono principalmente diretti a conoscere la varia natura dell'uomo ed a trovare l'arte di dominarlo. Ma in sostanza qual' quest'uomo che egli studia tanto, com', come dovrebbe, secondo lui, esser fatto? Il Guicciardini lo vuole virtuoso, perch la virt  bella, d gloria, e tutti vi sono per natura inclinati, fino a che (bene inteso) non entra in gioco l'interesse personale, a cui ognuno necessariamente cede. "Piace ed  lodata la schiettezza,  biasimata e odiata la simulazione; la prima giova per pi agli altri che a s, e quindi io loderei chi ordinariamente avesse il traino del suo vivere libero e schietto, usando la simulazione solamente in alcune cose molto importanti, il che riesce tanto meglio, quanto pi uno s' saputo acquistare la reputazione di buono."(419) Raccomanda il sentimento dell'amor proprio e dell'onore, che dice d'aver sempre vivamente sentito, dichiarando "morte le azioni che non hanno quello stimolo."(420) Ma con la stessa calma osserva poi, che il vendicarsi  qualche volta raccomandabile, anche se non si ha rancore; "perch con l'esempio gli altri imparino a non ti offendere; e sta molto bene questo, che uno si vendichi, e tanto non abbia rancore di animo contro colui di cui fa vendetta."(421) Consiglia anche di "negare con persistenza quello che non si vuole far sapere, ed affermare quello che si vuole far credere, perch si finisce quasi sempre col riuscire, nonostante ogni prova in contrario."(422) La sua  quindi una virt di tornaconto, che serve solo a meglio nascondere il profondo egoismo. N il Guicciardini usa arte veruna per ingannare il lettore: anzi  difficile trovare chi ne' suoi scritti parli pi chiaro di lui, o come lui si mostri davvero nella sua pi schietta nudit: "Io non so a chi dispiaccia pi che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie de' preti.... Nondimeno il grado che ho sempre avuto con pi Pontefici, m'ha necessitato a amare per il particolare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, avrei amato Martino Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana, come  interpetrata e intesa comunemente; ma per vedere ridurre questa caterva di scellerati ai termini debiti, cio a restare o senza viz o senza autorit."(423) Lo stesso pensiero ed altri simili egli ripete pi e pi volte con uguale franchezza.(424)
Che cosa dunque si poteva fare con questo, che il De Sanctis chiam giustamente l'uomo del Guicciardini, che era anche l'uomo del Rinascimento italiano, e pigliava per centro dell'universo il suo particolare?(425)
Quale societ, quale Stato si pu con esso formare? Solamente una societ, in cui gl'interessi individuali s'equilibrino fra di loro, limitandosi a vicenda, e le varie ambizioni vengano, nel miglior modo possibile e con giusta moderazione, soddisfatte. Da ci lo studio di meccanismi e congegni sempre pi complicati, ed occorrendo, sostenuti anche con l'inganno o con la forza. Il concetto di un alto scopo sociale, di un vivente organismo dello Stato, non  possibile, come non  possibile quello di una vera virt pubblica. Ma, ci che  peggio, tutto questo doveva reagire e reagiva anche nella vita privata, e gli effetti gi da un pezzo se ne vedevano nella coscienza, nei costumi, nella letteratura italiana, e c'era da prevedere d'andar per questo verso di male in peggio. A ricostruire sopra pi solida base il mondo politico ed il mondo morale, sarebbe stato necessario innanzi tutto poter migliorare gli uomini, dando loro altra natura, altro carattere, "a uso di chi fa cose da mangiare di pasta, che d ad esse quella forma che vuole." Ma a ci sarebbe stato necessario "il coltello di Licurgo che estirpasse la nostra mollizie, avidit e vanagloria." Questo coltello di Licurgo per redimere stabilmente la patria, non poteva, secondo il Guicciardini, essere allora altro che un vano sogno, e fu invece la speranza continua, costante del Machiavelli, quella a cui, come ora vedremo, egli dedic le sue pi profonde meditazioni, gli stud migliori, tutta la sua vita letteraria.



CAPITOLO II.

Il Principe e i Discorsi. - La Riforma religiosa ed il nuovo Stato. - Paganesimo del Machiavelli. - Sua fede repubblicana. - Il Machiavelli ed Aristotele. - Lo Stato secondo il Machiavelli. - Suo metodo. - La Scienza politica in Grecia e nel Rinascimento. - I Discorsi.

L'anno 1513 il Machiavelli, per evitare sospetti e noie, di rado assai scendeva dalla sua villa in Citt. Stanco della solitudine, dell'ozio forzato cui era condannato, del vano aspettare un ufficio che mai non veniva, si diede ben presto con grandissimo ardore allo studio. Questo fu infatti l'anno, in cui pose mano alle due opere sulle quali principalmente riposa la sua fama di scrittore politico: Il Principe, e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. La prima era anzi gi condotta a termine nel dicembre, quando lavorava a darvi l'ultima mano.(426) Ai Discorsi invece attese per molto tempo ancora, e poi li lasci incompiuti.(427) Tuttavia, anche nello stato in cui sono, formano un trattato generale di politica, diviso in tre libri. E si pu dire, che unendoli al Principe, farebbero con esso come un'opera sola, in questo discorrendosi del principato, in quelli delle repubbliche. L'averle volute alcuni critici credere due opere senza relazione fra di loro, scritte anzi con intendimenti non solo diversi, ma anche opposti, fu causa di molti errori nel giudicarle. Ma basta un'attenta lettura per venire subito ad assai diversa conclusione. Infatti, non solamente esse rimandano pi volte l'una all'altra;(428) ma il loro concetto fondamentale  siffattamente identico, che se il Principe si fosse perduto, e se ne conoscessero solo il soggetto, lo scopo ed i limiti, sarebbe assai facile ricostruirlo quasi per intero, dando maggiore svolgimento ad alcune massime, che nei Discorsi sono appena accennate, ed in esso vengono invece largamente esposte.
Noi cominceremo dai Discorsi, sebbene il Principe fosse finito assai prima,(429) perch questo, come dicemmo, si trova in germe gi contenuto in quelli, dove si presenta come parte di tutto il sistema politico dell'autore. Del sistema, o per dir meglio, dei concetti fondamentali e dell'indirizzo generale che il Machiavelli segue, dobbiamo ora dir qualche cosa. Fin dalle prime pagine dei Discorsi si vede chiarissimo, che egli entra in una via assai diversa da quella che seguirono il Guicciardini, il Giannotti e gli altri. Infatti non domanda a s stesso: Qual' la forma di governo pi adatta a Firenze? Che attribuzioni debbono avere, come debbono essere eletti il Gonfaloniere, i Signori, i Dieci? Come debbono essere composti il Senato ed il Consiglio Grande; come si debbono queste istituzioni equilibrare in modo da soddisfare a tutte le ambizioni irrequiete dei Fiorentini? Il Machiavelli vuole invece sapere per quali ragioni sorgono e prosperano, per quali si corrompono e decadono le nazioni, come si debbono governare, e soprattutto come si fonda uno Stato forte e duraturo. Perfino nel linguaggio che adopera, vediamo chiarissima la grande distanza che lo separa dal Guicciardini. Negli scritti del Machiavelli noi incontriamo di continuo le parole: e debbesi questo avere per una regola generale; il Guicciardini, invece, come abbiam visto, ripete con altrettanta insistenza, che nelle umane faccende non vi sono regole generali che valgano; che esse son buone a scriversi nei libri, ma nella pratica giovano solo la lunga esperienza e la buona discrezione. Il Machiavelli mirava a creare una scienza nuova, ed aveva la fede necessaria a tentare l'ardua impresa, la quale era suggerita, quasi resa necessaria dalle condizioni in cui si trovavano allora lo spirito umano e la societ. Il Guicciardini invece osservava mirabilmente, registrando le sue osservazioni senza occuparsi d'altro, e quanto a s, pensava soprattutto a profittare degli eventi, a farsi strada nel mondo.
L'uomo del Rinascimento italiano, dominato com'era da un profondo egoismo, senza la guida morale d'un interesse generale, fra lo sfasciarsi di tutte le istituzioni medioevali, occupato sempre e solo del suo particolare, avrebbe ricondotto ogni cosa all'anarchia ed alla rovina, se il suo ingegno, la grande cultura, l'amore dell'arte e della scienza, lo studio obiettivo della realt non lo avessero, in parte almeno, salvato insieme con la societ di cui faceva parte. Ma un tale stato di cose non poteva durare a lungo, se non si trovava un'uscita. Ed allora appunto due grandi avvenimenti seguirono nella storia del mondo: la Riforma religiosa da un lato, la costituzione degli Stati moderni e delle nazionalit dall'altro. Questi due avvenimenti, a prima vista, sembrano non avere fra di loro relazione di sorta; ma in verit partivano ambedue da un concetto comune, che l'individuo cio sia di sua natura impotente al bene;(430) movevano ambedue dal bisogno di ricostituire il mondo morale, che minacciava rovina, e cercavano riuscirvi richiamando in vita interessi pi generali, fini pi ideali. La Riforma, iniziata da Martino Lutero in Germania, fece sentire il suo benefico effetto anche sul Cattolicesimo, trionfante nei paesi latini, obbligandolo a correggersi. Essa, ritenendo che l'uomo, senza un aiuto soprannaturale, sia atto solo al male, riponeva in Dio l'unica speranza di salute. Questa si ottiene dal credente solo in virt della fede, infusa per grazia divina, non per merito alcuno di buone opere, delle quali l'uomo  per s medesimo affatto incapace, essendo esse conseguenza necessaria, esclusiva della grazia e della fede. L'altro grande avvenimento, del quale lungamente s'occup il Machiavelli, che alle questioni religiose non pens mai, era la formazione dello Stato moderno. Esso, cominciato assai prima, veniva a ricostituire l'unit sociale, per far trionfare il pubblico bene al disopra del privato egoismo. Credevano allora molti, che questa unit sociale potesse, a cagione dell'umana malvagit, essere attuata solamente con la forza. Non pareva che si potesse svolgere dalle antiche istituzioni, che essa veniva invece a distruggere; non dalla coscienza individuale, corrotta dall'egoismo; n dalla coscienza nazionale, la quale esisteva allora appena in germe, e doveva invece dal nuovo Stato essere formata. Questa unit sociale, questo Stato apparivano quindi come l'opera personale del sovrano, del tiranno, il quale, credendo di non far trionfare altro che il suo privato interesse, vi riesciva solo facendo trionfare anche il pubblico. Fu una rivoluzione che, iniziata dai Signori e tiranni italiani, venne compiuta in Francia da Luigi XI e da' suoi successori; nella Spagna da Ferdinando ed Isabella; altrove da altri, i quali tutti, calpestando senza scrupoli interessi locali e personali, fondarono colla loro potenza, quella delle nazioni cui dettero unit e forza.
Ora, sebbene il concetto dello Stato nazionale venisse in realt prodotto da cause che non eran senza relazione con quelle che promovevano la Riforma, e sebbene non fosse ne' suoi effetti in contradizione con essa, giacch l'uno veniva a scomporre l'unit universale dell'Impero, l'altra, l'unit universale della Chiesa, pure sembrava sorgere in opposizione col pensiero religioso del secolo. Esso era infatti comparso nella letteratura degli eruditi sotto molte forme diverse, ma sempre, fin dai tempi del Petrarca, come il rinascimento d'una idea pagana, l'idea di Roma antica, che si trovava in tutti gli scrittori latini, e si ripresentava risorta, vivente nella sua solenne maest di Repubblica o d'Impero, ispiratrice perenne di gloria e di libert politica, sopra tutto d'amore alla patria. E ne seguiva che, mentre la Riforma ridestava lo spirito religioso, di esso i nostri politici a mala pena parlavano di sfuggita; sembravano anzi affatto pagani, risguardando il Cristianesimo qual guida della sola morale privata, via di salute all'individuo nell'altro mondo, non in questo, del quale unicamente s'occupavano; indifferente verso la patria, che essi tenevano, come  di fatto, superiore ad ogni privato interesse.
E se i contemporanei del Machiavelli erano in politica pagani, egli era paganissimo, come trasparisce con grande evidenza in ogni pagina delle sue opere. Ne son prova la sua sconfinata ammirazione per l'antichit; la sua indifferenza religiosa; l'odio al Papato; il modo con cui discorre del Cristianesimo, specialmente quando lo paragona al Paganesimo; il bisogno ch'egli sente continuo di fondare ogni sua dottrina sull'autorit di qualche antico scrittore, su qualche esempio cavato dalla storia greca o romana, e finalmente un linguaggio nel quale si trova come scolpito questo suo proprio modo di sentire. Per citare un solo esempio, la parola virt significa per lui quasi sempre coraggio, energia, abilmente adoperata cos nel bene come nel male ad un fine determinato. Alla virt cristiana, nel pi comune significato, d piuttosto il nome di bont,(431) ed ha per essa un'ammirazione assai minore che per la virt pagana, la quale  sempre apportatrice di gloria, e questa, secondo lui, gli uomini pregiano sopra ogni altra cosa al mondo, perch essa sola li rende immortali e simili agli Dei. Preferiscono, egli dice, l'infamia all'oblo, pur che il loro nome venga tramandato ai posteri. A lui era molto piaciuta, e ripeteva con entusiasmo quella frase, con cui Gino Capponi aveva lodato coloro i quali amano "pi la patria, che la salute dell'anima," parole che ebbero allora in Italia grande fortuna. Questo modo di sentire e di esprimersi, cominciato cogli eruditi del secolo XV, fra i quali il Machiavelli era stato educato, doveva molto modificarsi nel secolo XVI, e lo troviamo gi in parte modificato nel Guicciardini, sempre pi temperato e prudente. Nel Machiavelli invece sopravvive e conserva tutto il suo primo vigore, che apparisce anche maggiore pel singolare contrasto in cui si trova con idee le quali sono un portato della societ e cultura cristiana, con alcuni concetti politici suoi propri e pi moderni, con la forma stessa del suo scrivere italiano. Quei sentimenti, infatti, ci appariscono assai pi tollerabili nella lingua latina degli antichi o anche degli eruditi, che si sforzavano, scrivendo, di ricondursi alla societ romana, allontanandosi da quella in mezzo a cui vivevano, alla quale invece il Machiavelli dedicava i suoi continui pensieri, per essa operando e scrivendo.
N bisogna dimenticare, se si voglion conoscere tutte le pi generali tendenze e qualit del suo spirito, che essendo egli stato per quindici anni segretario della repubblica fiorentina, da lui servita con grandissimo zelo e costanza, era rimasto sempre pi fermo in quella fede repubblicana, che la grande ammirazione per gli scrittori greci e romani, gli aveva sin dall'infanzia ispirato. Anche nelle lettere che scriveva al Vettori, per essere adoperato dal Papa o dai Medici, noi lo abbiam visto, quando appena s'accennava per caso agli Svizzeri, non potere n volere contenere il suo grande entusiasmo per quel popolo armato, che nella purit e modestia de' suoi costumi, si godeva una sicura libert. Il suo primo e supremo ideale era sempre Roma repubblicana, al di sopra della quale nulla sapeva immaginare di pi grande, di pi glorioso. In che modo tutte queste idee, tendenze e sentimenti diversi si coordinassero nel suo spirito, nelle sue opere; fino a che punto riuscissero a formare un sol corpo di dottrine,  quello che dovremo vedere in appresso. Ci resta per ancora un'altra grave questione preliminare da prendere in esame.
Vi furono scrittori, i quali vollero nei Discorsi del Machiavelli, ma pi specialmente nel Principe, vedere una imitazione della Politica di Aristotele. I tentativi fatti per dimostrare la verit di questa asserzione, riuscirono di certo, come era del resto naturale, a provare che molte idee, molte espressioni erano da Aristotele e da altri autori greci o romani trapassate nelle opere del Machiavelli. L'antichit era allora nell'aria stessa che si respirava. Non solamente tutti leggevano i classici latini,(432) molte e molto diffuse erano le traduzioni degli scrittori greci, molte le compilazioni in cui si trovavano raccolti brani degli uni e degli altri; ma spesso le epistole, le orazioni degli eruditi non erano altro che centoni d'antichi storici, filosofi o poeti sopra un soggetto determinato. Facile assai riusciva quindi il ripetere idee o frasi di classici, che non s'erano neppur letti, o solo a brani.(433) Ma non bisogna dimenticare che, coi rottami dell'antichit, il Rinascimento italiano costruiva un mondo nuovo. E per, anche quando troviamo tracce dell'antico in ogni pietra dell'edifizio che noi andiamo esaminando, esso pu essere affatto moderno, animato cio da un concetto, da uno spirito, che ha la sua vera sorgente non in Grecia n in Roma, ma nell'Italia dei secoli XV e XVI. Fu perci assai giustamente osservato dal Ranke,(434) che se importa ricercar nelle opere del Machiavelli le tracce dell'antichit classica, importa molto pi il ricercare quello che v'ha in esse di nuovo ed originale. Continuamente infatti egli, per dare autorit ad una osservazione sua propria, ispirata da avvenimenti contemporanei, la poggia sopra citazioni di antichi autori o sopra esempi cavati dalla storia greca e romana. Spesso ancora piglia un'antica dottrina, e senza quasi avvedersene, la trasforma in una affatto nuova. E ci spiega come sia avvenuto che su questo argomento le opinioni dei critici differiscano a segno tale, che mentre alcuni vorrebbero nel Principe trovar quasi una continua imitazione della Politica d'Aristotele, altri invece sostengono che egli allora non poteva averla neppur letta.(435) Ma su di ci noi avremo occasione di tornare. Per ora importa sopra tutto osservare che, guardando alla sostanza delle cose, dobbiamo subito accorgerci che il concetto dello Stato, quale lo troviamo nell'opere del Machiavelli,  evidentemente ispirato dai bisogni del suo tempo e dalla storia romana, non dalla greca, n da Aristotele.
Per i Greci lo Stato abbracciava la societ intera, tutta quanta l'attivit individuale, e la Politica di Aristotele, che  certo uno dei pi grandi monumenti della sapienza umana, tanto grande infatti che da essa bisogna arrivare sino al Machiavelli, per poter dare un altro passo innanzi, ci parla non solo di governi, ma d'istruzione, di educazione, di musica, ginnastica, poesia, religione, arte militare, economia politica, di tutta quanta l'umana attivit. L'individuo secondo lui esisteva pel governo; ma questo doveva renderlo migliore in tutto, e quindi circondarlo da ogni lato.(436) I Romani, invece, sebbene nella scienza politica ripetessero le idee dei Greci, determinando poi nella pratica il concetto del diritto, che distinsero dalla morale, resero lo Stato anche pi forte di fronte all'individuo, ma ne limitarono e circoscrissero i confini. Esso aument cos la sua forza, divenendo sempre pi rigorosamente giuridico e politico.(437) E chi da Aristotele passa al Machiavelli, si trova subito costretto a notare una differenza enorme e sostanziale in questo appunto, che cio pel secondo non sembra esistere altro che l'idea politica. Egli sacrifica, come gli antichi, l'individuo allo Stato; ma lo Stato  per lui indifferente ad ogni altra attivit che non sia politica o militare, ed  occupato solo a mantener sicura la propria esistenza, a crescere la propria forza. Perfino nelle sue Storie, gli uomini del Machiavelli sembrano incapaci d'ogni altra ambizione o passione che non sia politica: di lettere, di arti, di cultura, di religione quasi non si parla. Tutto ci  in opposizione coll'idea pi vasta, pi varia, pi filosofica della cultura greca, la quale per, in questa sua maggiore larghezza, non riusc mai a determinare con sicuro criterio i limiti del diritto e dello Stato. Gli eroi del Machiavelli sono quindi sul Campidoglio, la sua patria ideale  sempre Roma.
Sotto un altro aspetto ancora si  tentato collegarlo con Aristotele: il metodo dell'uno e dell'altro, si  detto,  lo stesso. Ed in vero anche qui il genio di Aristotele si dimostra gigante.(438) Egli  senza dubbio il fondatore del metodo induttivo nelle scienze naturali, e del metodo storico nelle scienze politiche. Secondo lui, ci che i fenomeni della natura sono per le prime, i fatti storici e sociali sono per le seconde. Questo fu anzi uno dei pi grandi avvenimenti nella storia del pensiero umano, e forma una delle glorie maggiori, non solo di Aristotele, ma del genio immortale della Grecia. Ma quando si giunge fino a dire, che quella che parve l'opera propria del Rinascimento italiano, era stata gi compiuta molti secoli prima dai Greci, allora si cade in manifesto errore. L'osservazione della natura ed il metodo induttivo erano stati trovati da Aristotele; ma questo metodo, risorto e assai pi largamente diffuso nel Rinascimento, fu tra di noi, da Leonardo da Vinci a Galileo, sostanzialmente trasformato, e divenne il metodo sperimentale, causa vera dei grandi progressi delle scienze naturali, nelle quali oper una profonda rivoluzione. Esso  affatto moderno, e non si restringe all'osservazione della natura, alla induzione e deduzione, che ne sono invece il punto di partenza e la base, gi nota agli antichi. Il suo nuovo e vero carattere sta in ci, che i resultati dell'osservazione e della induzione sono accertati, riscontrandoli con la natura, la quale viene costretta a rispondere; ed essa, come diceva Aristotele, non mentisce mai. N basta. Il fenomeno studiato e spiegato  spesso artificialmente riprodotto, ed anche questa  una riprova affatto ignota agli antichi.
Naturalmente tutto ci non era possibile nelle scienze politiche, nelle quali si dovette quindi ricorrere al metodo storico. Ma anche qui la differenza tra Aristotele ed il Machiavelli  immensa. Il problema che Aristotele si propone nella Politica  sempre, in sostanza, la ricerca dell'ottimo governo. Egli fa uno studio maraviglioso di tutti i governi della Grecia, per trovarvi come le sparse membra dell'ideale di cui va in traccia, e che vuol ricostruire. Lo Stato deve fondarsi sul diritto e sulla giustizia. Una repubblica, una monarchia realmente esistite, non hanno, secondo lui, un valore diverso da quello di altre, che siano state solo immaginate dai filosofi. Critica infatti nello stesso modo la repubblica di Platone e quella di Sparta.(439) Tutta la differenza sta sempre e solo nell'avvicinarsi o allontanarsi pi o meno dal suo ideale. Il valersi della storia per ritrovare e determinare questo ideale,  gi un gran passo; ma lo scopo del Machiavelli  un altro. Per lui i governi immaginati dai filosofi non hanno valore alcuno. Se il sovrano riesce con l'inganno ad impadronirsi del potere, ed a spegnere la libert, questo per Aristotele non  che un fatto; pel Machiavelli diviene invece un precetto a fondare la tirannide. Aristotele cerca in sostanza quali gli uomini ed i governi dovrebbero essere; il Machiavelli dichiara inutile questa ricerca, e vuole indagar solamente quali essi sono e quali in realt possono essere. La storia antica e la storia contemporanea non sono per lui un semplice sussidio, ma la base unica, quasi la sostanza stessa della sua scienza, che indaga non quello che si dovrebbe fare, ma quello che si fa o che si pu fare.
C' per un aspetto secondo cui il paragone con Aristotele  possibile, senza molto allontanarsi dal vero. Lo Stato greco era in origine immedesimato con la religione, e quindi anche l'esistenza di esso era sacra e divina. Aristotele fu il primo ad esaminarlo come un fatto naturale, dichiarando che l'uomo  un essere essenzialmente politico. In ci egli si trova pienamente d'accordo col Machiavelli e col Rinascimento italiano, il quale, svincolandosi dalla scuola teologica, cominci anch'esso a considerare la storia e la societ come fatti puramente umani e naturali. Se non che questa rivoluzione ebbe allora a lottare contro difficolt ignote al mondo antico, in cui lo Stato non trov contro di s la forte costituzione della Chiesa universale. Ridurre la religione ad un puro strumento di governo, come assai spesso aveva fatto l'antichit greca e romana, non era facile, quando s'aveva di fronte una Chiesa di cui era forza riconoscere l'indipendenza: in questo caso le conseguenze dovevano di necessit essere assai diverse. Ma anche lasciando da parte un tale aspetto della questione,  certo che la emancipazione della societ laica e della ragione fu raggiunta nel Rinascimento italiano, con l'aiuto di tutta quanta l'antichit, e non del solo Aristotele. Egli anzi dov prima essere combattuto, perch era stato nel Medio Evo mal compreso, alterato e ridotto a docile strumento della teologia. Quello infatti che venne chiamato il vero Aristotele, rest lungamente assai poco conosciuto; e la Politica, che Palla Strozzi fece venire da Costantinopoli, che Francesco Filelfo dalla medesima citt port in Italia l'anno 1427, cominci ad esser letta e largamente diffusa nella sua forma genuina, molto pi tardi. Infatti la prima traduzione fedele e chiara fu compiuta da Leonardo Bruni d'Arezzo nel 1437, ma venne stampata solo nella seconda met del secolo. Due edizioni se ne videro tra il 1470 e il 1480, dopo del quale anno molte altre ne vennero alla luce. Allora solamente gl'Italiani si trovarono apparecchiati a comprenderne tutto l'immenso valore, e la lessero perci con una straordinaria avidit. Nondimeno il concetto politico del Rinascimento era assai diverso, ed aveva un'altra origine.(440)
Ma torniamo ora ai Discorsi. Essi sono divisi in tre libri, il primo dei quali ragiona dei modi con cui si fondano gli Stati, e dell'interno loro ordinamento; il secondo dei modi d'ingrandirli e delle conquiste; il terzo espone considerazioni generali sul loro crescere e decadere, sul modo di trasformarli, sulle congiure, ecc. La distribuzione delle materie nei diversi libri non  sempre fatta con rigore scientifico, anzi di continuo avviene che uno tratti il soggetto proprio d'un altro. Noi invece esamineremo tutta l'opera, seguendo l'ordine logico dei var argomenti in essa trattati. Lasceremo solo da parte ci che l'autore dice, specialmente nel secondo libro, sul modo di fare la guerra, perch questa  materia che egli espone assai pi largamente in un trattato speciale, di cui dovremo a suo luogo occuparci.
I Discorsi sono dedicati a Zanobi Buondelmonti ed a Cosimo Rucellai, dei quali il Machiavelli fu intimo, e da essi venne, come vedremo, anche beneficato. "Io vi mando," egli dice, "il dono che posso farvi maggiore, perch qui ho raccolto quello che ho imparato da una lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo."(441) E nel proemio, che vien dopo questa lettera, egli aggiunge che sa bene d'esporsi a molte critiche, per la grande novit dell'impresa cui si accinge; nondimeno, mosso dal desiderio che ha sempre avuto di rendersi utile agli altri, entra senza esitare "nella via da nessun altro percorsa."(442) Quale  dunque questa via? "In ogni cosa noi vogliamo imitare gli antichi. I nostri giureconsulti imparano a giudicare collo studio delle antiche leggi, altro infatti non essendo la giurisprudenza; e cos la medicina non  altro che esperienza fatta dagli antichi, sulla quale i moderni si fondano e la continuano. Pure, nell'ordinare e mantenere le repubbliche, i regni, gli eserciti; nell'arte di accrescere gl'imperi e governare i sudditi, nessuno ricorre all'esempio degli antichi. E questo nasce da mancanza di vera conoscenza della storia, la quale tutti leggono pel solo piacere di udire la variet dei casi in essa narrati, e non che pensare d'imitarli, credono impossibile ogni imitazione, quasi che il cielo, il sole, gli elementi, gli uomini non fossero sempre gli stessi. E per questi Discorsi sono scritti a dimostrare principalmente l'utilit che si pu nell'arte dello Stato cavare dalla storia."(443) Adunque, sin dal principio, apparisce assai chiaro che si tratta di fondare una nuova scienza politica sulla esperienza delle cose umane e sulla storia.
Il Machiavelli entra subito in materia colla scorta di Tito Livio, e dopo aver parlato dei vari modi di fondare le citt, viene a ragionare delle origini e delle forme diverse dei governi. "Gli uomini incominciarono prima a vivere come bruti; pensarono poi a scegliersi un capo per meglio difendersi, ed elessero il pi forte. Cos sorsero le prime societ; cominci a nascere il sentimento del giusto e dell'onesto; si fecero le prime leggi, e s'imposero pene ai colpevoli. Allora non si scelse il pi forte, ma il pi savio e prudente, per affidargli il comando, che esso trasmise agli eredi, e si ebbe cos la monarchia, che fu la prima forma di governo. Se non che, per la innata inclinazione degli uomini ad abusare di tutto, appena il monarca fu sicuro del potere, si trasform prima o poi in tiranno. Allora sorsero a difesa propria e del popolo, di cui si fecero capi, gli ottimati, e ne segu il governo aristocratico, che a sua volta, eccedendo, si trasform in oligarchico. Si lev finalmente il popolo, e fond il governo democratico, che, anch'esso, per le medesime ragioni, eccedendo, cadde nella demagogia. Questa rese di nuovo necessario il principato, e l'umana societ ripercorse allora da capo la medesima via, rigirandosi in essa all'infinito, quando, come pure avviene, non fu a mezzo del cammino fermata, divenendo preda degli Stati vicini. Ad evitare i pericoli di queste continue mutazioni e rivoluzioni, i prudenti trovarono il governo misto, che partecipa di tutte e tre le forme ad un tempo, giudicandolo pi fermo e sicuro, perch, essendo riuniti il principato, gli ottimati ed il governo popolare, l'uno sta a guardia dell'altro.  ci che Licurgo fece a Sparta con resultato eccellente. Romolo, invece, fond una monarchia; ma quello che a Roma non volle fare il legislatore, segu per forza naturale delle cose e per buona fortuna. L'insolenza dei re fece sorgere il governo dei Consoli e degli ottimati, l'insolenza di questi ultimi fece sorgere il popolo, che, senza abbattere n i Consoli n gli ottimati, ebbe parte al potere. E cos si form naturalmente un governo misto, nel quale la forma monarchica, per mezzo dei Consoli, si contemper con l'aristocrazia e col popolo."(444)
Questa teoria della successione dei governi e dei loro ricorsi ricorda quella esposta pi tardi dal Vico, e potrebbe dar luogo a molte considerazioni, se una sola non dovesse qui prevalere su tutte le altre.(445) Il brano di cui abbiamo dato un sunto, salvo qualche nuovo ma fugace accenno alla storia di Roma, non  altro che una imitazione, e pi spesso anche traduzione d'un frammento ben noto del sesto libro delle Storie di Polibio, sebbene il Machiavelli, che cos spesso cita tanti altri, non faccia alcuna menzione di questo scrittore, di cui pur tanto si giov. Noi esponemmo altrove le ragioni, per le quali egli pot conoscerlo solo in qualche versione latina; ma che nel luogo qui sopra citato, pi che imitare lo copiasse addirittura, non vi pu esser dubbio di sorta(446). Tutto il secondo capitolo dei Discorsi  infatti uno di quei brani dell'antichit, dei quali egli si valse nel costruire il suo sistema politico. N ci fermeremo pi oltre su di ci, perch la legge storica, che  qui da lui esposta, e par quasi un tentativo di filosofia della storia, pu avere qualche originalit solamente nelle applicazioni che ne fa altrove. E quanto all'idea del governo misto, abbiamo gi veduto che anch'essa s'era da lungo tempo molto diffusa in Italia, per mezzo dell'antichit, specialmente di Polibio.(447)
Il Machiavelli continua le sue considerazioni sopra Roma. "Di certo," egli dice, "se i Romani avessero mirato solo ad assicurare la loro interna tranquillit, avrebbero potuto fondare un'aristocrazia, escludendo il popolo dal governo. Ma, oltre al pericolo di sopra accennato, di cadere cio nell'anarchia, avrebbero reso impossibili le loro conquiste, per le quali era necessario dare le armi al popolo, il quale, una volta armato, non si pu escludere. Cos essi arrivarono al governo misto, passando attraverso le guerre civili.(448) Appena infatti che furono morti i Tarquin, i nobili cominciarono a sputare veleno contro il popolo, e sarebbero andati pi oltre, se non li fermavano la violenza dei tumulti e le nuove leggi, perch gli uomini non fanno mai nulla bene, se non per necessit. E per si dice che la fame e la povert li rendono industriosi, e le leggi li rendono buoni. Dove infatti una cosa opera bene per s, non occorre la legge, la quale invece  necessaria dove manca la buona consuetudine.(449)
La triste natura degli uomini rende ad un tempo necessaria e difficile, ma appunto perci pi degna di gloria, l'impresa di colui che si accinge a fondare uno Stato, istituzione trovata per rendere migliori gli uomini. Questa  l'opera del genio politico, del savio ordinatore e datore di leggi, il quale deve aver per fine il bene generale, non il suo proprio, e quindi, senza alcuno scrupolo o piet, rimuovere ogni ostacolo che incontri per via. "Molti giudicheranno di pessimo esempio, che il fondatore d'un vivere civile quale fu Romolo, ammazzasse prima il proprio fratello e poi consentisse alla morte di Tito Tazio Sabino, che si era scelto a compagno." "La quale opinione sarebbe vera, quando non si considerasse qual fine l'avesse indotto a fare tale omicidio." "E debbesi pigliare per una regola generale, che a fondare e riordinare uno Stato bisogna esser solo; tutto deve esser l'opera e la creazione d'una mente ordinatrice, senza di che non si avr mai vera unit, n si fonder nulla di stabile. Per un prudente ordinatore, che voglia giovare non a s o alla sua successione, ma alla patria ed al bene comune, deve ingegnarsi di aver esso solo l'autorit; n sar mai dai savi ripreso d'alcuna azione straordinaria, fatta per ordinare un regno o fondare una repubblica." "Converr bene che, accusandolo il fatto, l'effetto lo scusi, e quando sia buono come quello di Romolo, sempre lo scuser; perch colui che  violento per guastare, non quello che  per racconciare, si debbe riprendere." "Fondato poi che sar lo Stato, bisogna affidarlo alla cura ed alla guardia di molti, per mantenerlo lungamente in vita; giacch se un solo  necessario a fondarlo, occorrono gl'interessi e le volont riunite di molti a conservarlo. E questo fece Romolo, il quale lo affid alle cure del Senato, dimostrando cos col fatto, che non era stato mosso da ambizione di potere. E veramente se in sul principio egli non fosse stato solo, gli sarebbe seguto come ad Agide, che, volendo ricondurre gli Spartani alle leggi di Licurgo, fu invece ammazzato dagli Efori. Pi accorto di lui fu Cleomene, il quale, avendo capito che bisognava esser solo, presa occasione conveniente, fece ammazzare tutti gli Efori, dopo di che pot rimettere in vigore le leggi di Licurgo; e sarebbe riuscito a mantenerle, se non era la potenza dei Macedoni, e la debolezza delle altre repubbliche greche."(450)
Qui noi vediamo gi apparire la ben nota immagine del Principe. E sebbene la sua fisonomia sia in verit tutta propria del Rinascimento, pure esso incomincia a farsi strada, direi quasi violentemente, attraverso le prime considerazioni sulle origini di Roma. Si vede perci quanto  falsa  l'opinione di coloro, i quali sostennero che solo nel libro del Principe si trovino esposte e difese certe massime contrarie ad ogni umanit, ad ogni principio di morale cristiana, e che di ci non vi sia traccia nei Discorsi.(451)  chiaro invece, che sin dai primi capitoli di essi, l'autore non solo assolve, ma loda Romolo d'avere, per pi sicuramente fondare lo Stato, ucciso il proprio fratello, e lasciato uccidere il compagno di sua elezione; loda Cleomene d'avere, pigliando conveniente occasione, fatto ammazzare gli Efori. Avrebbe anzi biasimato l'uno e l'altro, se cos non avessero operato. E proclama altamente e chiaramente anche l'altra dottrina, tanto combattuta come propria del Principe, che cio il fine giustifica i mezzi. I savi, egli dice, scuseranno Romolo d'ogni pi malvagia azione, pel fine che ebbe e per l'effetto che ottenne. E perch Romolo rassomigli in tutto al suo Principe, il Machiavelli ci fa osservare che, dopo essersi crudelmente insanguinato, per fondare lo Stato, egli in fine si redime, affidandone la cura al Senato, che seppe assicurarne la prosperit.
Ma, a proposito di storia romana, dobbiamo osservare, una volta per sempre, che il Machiavelli la prende quale la trova in Livio, senza nessuna critica sua personale, senza nessun nuovo esame dei fatti che ivi sono narrati. Accetta anzi, e senza far tra di essi distinzione di sorta, cos i fatti storici come le tradizioni leggendarie, massime intorno alle origini di Roma. Sulla lotta dei partiti, sulle cause di alcune riforme politiche espone di certo osservazioni profonde ed originali; ma non  men vero, n sarebbe stato allora possibile fare altrimenti, che spesso ancora fonda le sue teorie sopra presunti fatti di storia romana o greca, che mai non avvennero, o avvennero in modo assai diverso da quel che egli poteva allora supporre.(452) Questo per non toglie (come potrebbe sembrare) a quelle sue teorie il loro fondamento, perch esse, massime le pi importanti, non sono fondate sopra un solo fatto; ma, pi volte e in diversi modi esposte, vengono dimostrate con molti esempi tratti cos della storia antica come della moderna, spesso anche dalla esperienza sua personale. Qualche volta piglia addirittura le favole mitologiche, come quella, per esempio, di Achille educato dal centauro Chirone, per dare autorit ad una sua propria sentenza, giacch nella favola, egli dice, noi troviamo ci che vollero significare quelli che la inventarono. E se un fondamento di verit si trova per lui nella favola, non potr certo esservene meno nelle primitive tradizioni dei popoli. Quanto poi alla sua teoria prediletta, che abbiamo visto gi fondata sulla vita di Romolo, di cui tanto poco sappiamo di certo,  una di quelle appunto che trovansi pi spesso ripetute dal Machiavelli, che la poggia sopra tradizioni e sopra fatti storici diversissimi.
N solamente i fondatori dei regni o delle repubbliche; ma, per le medesime ragioni, debbono, egli dice, essere soli anche i fondatori delle religioni, che sono destinate del pari a frenare le malvage passioni degli uomini, a mantenere in vigore le buone leggi. "Il popolo romano fu assai fortunato nell'avere avuto, dopo un re legislatore e guerriero come Romolo, un re come Numa, il quale fond la religione, necessaria sempre a tener salda una societ, massime in un popolo feroce come erano allora i Romani. E per guadagnare maggiore autorit, egli simul d'avere congresso con una ninfa, mezzo a cui Romolo non dovette ricorrere, ma del quale hanno fatto uso altri datori di leggi, e molto pi i fondatori delle religioni, per essere meglio creduti dal popolo. La religione dei Romani fu causa precipua della loro grandezza, perch fece osservare le leggi e mantenere i buoni costumi. Il savio politico rispetter sempre la religione, quando anche non vi creda, perch pi volte s' visto che inculcandola, sia pure con astuzia, se n' ottenuto valorosa difesa della patria.(453) Il console Papirio, volendo attaccare la giornata coi Sanniti, ordin gli auspic, ed il capo dei Pollar, vedendo l'esercito pronto alla zuffa, disse che i polli avevano beccato, sebbene ci non fosse vero, come poi si seppe. Nondimeno il Console attacc la giornata, dicendo che se v'era buga, sarebbe stata punita dagli Dei, e fece intanto mettere i Pollar nella fronte dell'esercito. Cos, quando il loro capo fu ferito e morto, egli esclam subito, che tutto andava bene, perch la punizione era venuta. Sempre i Romani, o con fede o con astuzia, fecero rispettar la religione, e se ne trovarono bene."(454) Ed anche questo concetto della religione, adoperata come mezzo di governo, assai diffuso nel secolo XV, e parte integrante nella dottrina del Machiavelli, trova un singolare riscontro nei Frammenti del VI libro di Polibio.
Invece sono affatto sue proprie le osservazioni che fa sul Cristianesimo e sulla Chiesa romana. "Se la religione cristiana si fosse mantenuta quale venne istituita dal suo fondatore, le cose sarebbero procedute altrimenti, e pi felici assai sarebbero stati gli uomini. Ma quanto essa siasi invece alterata e corrotta pu vedersi da questo, che i popoli i quali si trovano pi vicini a Roma, sono quelli appunto che meno ci credono. E chi considerasse che uso fa della religione la Chiesa romana, e quali sono i suoi costumi, dovrebbe giudicare vicina la rovina ed il flagello. Tuttavia perch vi sono alcuni, i quali credono che il benessere d'Italia dipenda dalla Chiesa di Roma, voglio addurre contro di essa due ragioni principalissime." "La prima  che per gli esemp rei di quella Corte, questa provincia ha perduto ogni divozione ed ogni religione.... Abbiamo, dunque, con la Chiesa e coi preti, noi Italiani questo primo obbligo d'esser diventati senza religione e cattivi; ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale  cagione della rovina nostra. Questo  che la Chiesa ha tenuto e tiene questa nostra provincia divisa. E veramente alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta alla ubbidienza d'una repubblica o d'un principe, come  avvenuto alla Francia ed alla Spagna." "Solo la Chiesa ha impedito siffatta unione in Italia, perch avendoci abitato e tenuto il potere temporale, non  stata abbastanza forte per occuparla tutta, n abbastanza debole da non potere, per paura di perdere il dominio temporale, chiamare in Italia un nuovo potente che la difendesse contro chi minacciava occuparla. Cos essa  stata la vera cagione, per la quale l'Italia non si  mai potuta riunire sotto un capo, ma  restata sotto pi principi e signori, dal che ne  nata tanta debolezza, che si  condotta ad essere preda del primo che l'assalta. E di ci noi Italiani abbiamo obbligo con la Chiesa e non con altri. Chi volesse poi vedere di che cosa essa  veramente capace, dovrebbe portarla fra gli Svizzeri, i soli che vivono ancora come gli antichi; e vedrebbe che in poco tempo farebbero pi disordine i costumi tristi di quella Corte, che ogni altro accidente che potesse seguire."(455)
Che negli scritti del Machiavelli si veda per la prima volta chiarissima la necessit di riunire l'Italia, e sia con una profondit maravigliosa d'osservazione da lui notato il grande ostacolo, che la Chiesa ed il suo potere temporale vi avevano sempre posto e vi ponevano,  stato gi da molti riconosciuto. La sua acrimonia contro i Papi fu sempre grandissima, appunto perch, occupato com'era sopra ogni cosa del pensiero di costituire l'unit dello Stato, scopo supremo della politica e della societ al suo tempo, egli avrebbe voluto distruggere o remuovere tutto ci che vi si opponeva. E per sentiva un grandissimo disprezzo per quelle istituzioni medievali, che avevano rotto o impedito l'unit sociale, massime quando al suo tempo ritenevano ancora forza sufficiente per resistere. Infatti non si ferm mai dal biasimare le compagnie di ventura, e ci non solo perch avevano corrotto l'arte della guerra, impedendo la formazione degli eserciti nazionali; ma anche perch formavano come un potere indipendente dentro lo Stato o di fronte ad esso. Voleva estirpare il feudalismo, perch rendeva impossibile la civile uguaglianza, secondo lui e secondo le tradizioni fiorentine, necessaria alle repubbliche, e perch nella monarchia s'opponeva alla forza ed alla unit del potere regio. Delle associazioni di arti e mestieri, che avevano diviso e suddiviso la societ medievale, taceva come se non esistessero, avendo esse al suo tempo perduto l'antico vigore. Pi grande che mai doveva essere ed era la sua avversione alla Chiesa, che col suo potere temporale aveva formato uno Stato, il quale a lui pareva contrario ad ogni principio di buon governo; ed aiutata dall'autorit religiosa, seminava disordine e confusione per tutto, impediva in Italia, e rendeva assai difficile in Europa la costituzione delle nazionalit.
A ci s'aggiungeva quello che pu veramente chiamarsi lo spirito pagano del Machiavelli, che lo rendeva poco ammiratore, se non addirittura avverso alla religione cristiana, non per s medesima, ma per tutto ci che si riferisce all'azione politica e sociale di essa. Indagando, infatti, come mai nell'antichit vi fosse stato un cos gran numero di popoli liberi, tanta maggiore libert che ai suoi tempi, egli credeva di trovarne la causa nella diversit che corre fra la religione pagana e la cristiana. "Questa ci fa poco stimare l'amore del mondo, e ci rende perci pi miti. Gli antichi invece ponevano in esso il sommo bene, ed erano nelle loro azioni e nei loro sacrifizi pi feroci. La religione antica beatificava solo gli uomini pieni di mondana gloria, come capitani di eserciti, fondatori di repubbliche; la nostra invece ha glorificato sempre pi gli uomini umili e contemplativi che gli attivi. Essa ha posto il sommo bene nella umilt e nell'abiezione, nel disprezzo delle cose mondane, quando l'altra lo poneva nella grandezza d'animo, nella forza del corpo, ed in ci che rende audaci gli uomini. La nostra li vuol forti nel patire pi che nel fare una cosa forte. Cos il mondo  venuto in preda agli scellerati, che han trovato gli uomini disposti, per andare in Paradiso, pi a sopportare le battiture che a vendicarle. Ma," e qui egli cerca temperare alquanto il suo giudizio troppo assoluto, "se cos si  effeminato il mondo e disarmato il cielo, ci dipende pi dalla vilt di coloro che hanno interpetrato la religione, che da essa, la quale in sostanza vuole la difesa della patria, il che porterebbe a rendersi capaci di difenderla."(456) In generale per il difetto del Machiavelli non era mai quello di temperare e raddolcir troppo i suoi giudiz, che anzi soleva andar sempre diritto, inesorabile al fine propostosi. Nella lotta fra la Chiesa e lo Stato, egli si schier senza punto esitare in favore di questo. E quando alla sua mente si presentava il conflitto tra le necessit politiche e la morale privata e cristiana, egli non diceva come il Guicciardini, che bisognava parlarne a bassa voce e fra amici, per non scandalizzare; ma scriveva invece parole come queste: "Dove si delibera al tutto della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione n di giusto, n d'ingiusto, n di pietoso, n di crudele, n di laudabile, n d'ignominioso; anzi posposto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito che gli salvi la vita e mantengale la libert."(457)
Supporre che il Machiavelli sia nemico o indifferente alla virt, alla libert, lo abbiamo gi notato,  un errore grandissimo. Nessuno anzi le esalta con pi ardore di lui; ma al di sopra di tutto egli pone la virt pubblica, la sola di cui si occupi di continuo; ad essa sottomette ed, occorrendo, sacrifica la privata. Pi e pi volte ripete che vanno lodati prima i fondatori di religioni, poi quelli di regni o di repubbliche, poi i capitani, finalmente gli scrittori. Diverso anche in ci da tutti gli eruditi, e pi di loro fedele non solo all'antichit, ma alla verit, pone sempre l'operare al di sopra del pensare e del dire. "Sono invece," egli prosegue, "infami e detestabili i distruttori di religioni, di regni, di repubbliche; i nemici delle virt, delle lettere e di ci che reca utile a tutti. N vi sar mai alcuno che, postagli la scelta delle due qualit di uomini, non lodi i primi e non biasimi i secondi. Pure molti preferiscono nel fatto essere tiranni, piuttosto che legislatori e fondatori di repubbliche o di regni, ingannati da false apparenze e da male intesa avidit di comando. Altrimenti capirebbero che gli Agesilai ed i Timoleoni non ebbero meno potere dei Dionis e dei Falaridi, ma furono pi grandi ed onorati. N vi sia alcuno che s'inganni per la gloria di Cesare, sentendolo lodare dagli scrittori che non potevano biasimarlo;(458) legga invece come essi esaltano Bruto. Pongasi innanzi i tempi di Tito, Nerva, Traiano, e conferiscali con quelli in cui governavano imperatori tristi. Da una parte vedr sicuri i cittadini, autorevoli i magistrati; la pace, la giustizia, la virt esaltate; ogni rancore, licenza e corruzione spenti; vedr i tempi aurei, dove ciascuno pu tenere e difendere quella opinione che vuole. E se considera dall'altro lato i tempi governati dagl'imperatori tristi, li vedr crudeli, discordi e sediziosi." "Vedr Roma arsa, il Campidoglio dai suoi cittadini disfatto, desolati gli antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le citt di adulterii; vedr il mare pieno di esil, gli scogli pieni di sangue. Vedr in Roma seguire innumerabili crudeltadi, e la nobilt, le ricchezze, gli onori e sopra tutto la virt essere imputata a peccato capitale.... E senza dubbio, se e' sar nato d'uomo, si sbigottir d'ogni imitazione de' tempi cattivi, e accenderassi d'uno immenso desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando un principe la gloria del mondo, dovrebbe desiderare di possedere una citt corrotta, non per guastarla in tutto come Cesare, ma per riordinarla come Romolo."(459) - Quel Romolo che aveva fatto bene ad ammazzare il fratello Remo, ed a lasciare ammazzare il suo compagno Tizio Tazio Sabino!
Il Machiavelli, procedendo per la sua via si trova qui costretto ad entrare in un nuovo ordine d'idee. Finora ha ragionato, egli dice, supponendo sempre uomini che non sieno interamente corrotti. Quando per la corruzione diviene generale, come era allora in Italia, le difficolt da superare sono assai maggiori, occorrendo esaminare la infinita variet delle condizioni, in cui i popoli e gli Stati si possono in questi casi trovare, e le diverse norme da seguire nel volerli guidare e governare. Ma a risolvere siffatto problema, sembrava opporsi un concetto, assai diffuso ai tempi del Machiavelli e comune anche all'antichit, del quale egli fece una teora fondamentale, che non abbandon mai, anzi prese addirittura come punto di partenza per le sue ricerche. Gli uomini, esso dice, sono in sostanza sempre gli stessi, e i medesimi accidenti si ripetono perci di continuo.(460) Questa  la ragione per la quale  possibile, con l'esame della storia, trovare nel passato la guida o la norma per il presente e per l'avvenire.(461) Ci egli afferma nei Discorsi; ripete nel Principe, nelle commedie, nelle poesie,(462) in tutti i suoi scritti. Ma come dunque si spiega allora la continua variet delle vicende nella storia e nelle societ umane? Non vediamo noi, che gli uomini lodan sempre il passato al disopra del presente, il che prova dicerto che essi vedono tra l'uno e l'altro grande differenza? Veramente, risponde il Machiavelli, assai spesso si loda il passato, perch non desta invidia, ed anche perch lo troviamo esaltato dai grandi scrittori dell'antichit. " certo per che le cose umane sono in continuo moto, e che o le salgono o le scendono; onde chi vive quando discendono, ha ben ragione di lodare il passato. Io credo che il mondo sia stato sempre ad un modo, e che abbia sempre avuto tanto di buono, quanto di tristo, ma distribuito diversamente secondo i tempi.(463) La virt pass dall'Assiria nella Media, di qui and a Roma, e dopo la caduta dell'Impero non  rimasta pi concentrata in un sol paese, ma si  diffusa in var: nei Franchi, nei Turchi, oggi nella Magna, e prima in quella setta saracina che fece s gran cose, e distrusse l'Impero orientale.(464) Onde ne segue, che chi  nato in Grecia o in Italia deve lodare il passato e biasimare i tempi presenti, nei quali non  cosa alcuna che li ricomperi d'ogni estrema miseria, infamia e vituperio; dove non  osservanza di religione, non di leggi, non di milizia. La cosa  pi chiara che il sole; e io dir manifestamente quello che ne intendo, acciocch gli animi dei giovani possano fuggire questi tempi, e prepararsi ad imitare gli antichi, perch gli  ufficio d'uomo buono quel bene che, per la malignit de' tempi e della fortuna, tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri."(465) E cos egli spiega la immutabilit dell'umana natura, il continuo ripetersi della storia, e la continua mutazione delle umane vicende.
Di qui poi nasce la necessit, che vedemmo osservata anche dal Guicciardini, di adattare ai tempi in cui si vive, i mezzi e l'ingegno proprio, altrimenti si va incontro a sicura rovina. "Manlio Capitolino, che pure aveva tanti meriti verso la patria, appena che si lasci tirare dall'ambizione, ebbe tutti contro di s, e dovette rovinare, perch non s'avvide che i tempi erano per la libert, essendo buoni i costumi e la repubblica bene costituita. E per Tito Livio dice: Hunc exitum habuit vir, nisi in libera civitate natus esset, memorabilis. Egli sarebbe stato di certo non solo un uomo fortunato, ma raro e memorabile, se fosse nato in una citt corrotta, come era Roma ai tempi di Mario e di Silla; e questi invece sarebbero rovinati subito, se fossero nati al suo tempo. Il sapersi, adunque, adattare alle condizioni diverse dei tempi e dei luoghi  necessario, perch un uomo solo non riuscir mai a mutare la natura di un popolo.(466) Siccome per egli non pu neppure aver la forza di mutare s stesso, cos ne segue che la fortuna ha un grandissimo potere nelle cose umane, facendoti nascere in tempi adatti o contrar alle tue qualit. Fabio Massimo, per natura temporeggiatore, fu fortunato nel trovarsi a comandare quando i Romani erano esausti, e quindi incapaci di risoluzioni ardite e pronte. Invece egli si oppose a torto, quando pi tardi Scipione voleva andare in Africa, perch allora erano mutati i tempi, non la sua indole; laonde se fosse dipeso da lui, Annibale starebbe ancora in Italia. Ma gli uomini sono cos fatti che quando riuscirono per una certa via nei loro fini, non sanno persuadersi che, mutati i tempi, si possa riuscire, mutando i modi, e che le antiche vie non giovano pi. Certo se sapessero adattarsi, variando a tempo, potrebbero anche riuscir sempre nelle loro imprese; ma non sapendo, o non volendo, ne aumenta sempre pi il potere inevitabile della fortuna.(467) E contro questo suo potere  inutile ribellarsi, perch tutte le istorie provano chiaro che gli uomini possono secondarla, ma non opporsi ad essa; possono tessere gli orditi suoi, ma non romperli. Debbono tuttavia non abbandonarsi mai, perch, non conoscendosi il suo fine, e percorrendo essa vie traverse ed ignote, hanno sempre da sperare in qualunque travaglio si trovino."(468)
Queste idee portano finalmente il Machiavelli ad esaminare quale deve essere la condotta dell'uomo di Stato, quali mezzi deve adoperare, quando si trovi a governare un popolo universalmente corrotto, e massime se si tratti di mutare sostanzialmente la forma di governo, dalla tirannide passando alla libert o viceversa. I mezzi da adoperare in simili casi debbono di necessit essere violenti. "Un popolo uso a vivere sotto la tirannide, con difficolt grandissima si riduce a vivere in libert, perch esso  come un animale bruto e feroce, nutrito sempre in carcere; e il nuovo governo libero avr nemici tutti i partigiani della tirannide." "Non ci  allora pi potente rimedio, n pi valido, n pi sano, n pi necessario, che ammazzare i figliuoli di Bruto."(469) Per queste medesime ragioni "un principe che prenda nelle sue mani il governo, deve fondarsi sul popolo, senza il favore del quale non si potr mai reggere a lungo. Quanto per agli ambiziosi che voglion comandare, egli deve o subito contentarli o spegnerli, come fece Clearco tiranno di Eraclea, il quale, messo tra il malumore del popolo e quello dei grandi odiati dal popolo, ammazzando questi, content quello.(470) Ed  una regola generale, che chi piglia la tirannide e non ammazza Bruto, e chi fa uno Stato libero e non ammazza i figliuoli di Bruto, si mantiene poco tempo, come avvenne a Piero Soderini che rovin, perch credette colla pazienza vincere i figli di Bruto.(471) Ma, anche ammazzati che sieno i figli di Bruto, un popolo usato a vivere in servit non diviene per questo libero, se gi non vi sia un uomo che lo mantenga tale, il che durer solo finch egli  vivo. Dove la materia non  corrotta, non nuocciono i tumulti; dove  corrotta, non giovano le buone leggi, se non sorge uno che con forza estrema le faccia osservare tanto, che gli uomini diventino buoni, il che non so se sia mai intervenuto, e se  possibile che intervenga."(472)
"Discorrere questi casi poco probabili," dice il Machiavelli, "pu parere superfluo; pure, dovendosi d'ogni cosa ragionare, presupporr una citt corrottissima, donde verr ad accrescere pi tali difficolt, perch non si trovano n leggi n ordini che bastino a frenare una universale corruzione. Infatti, come i buoni costumi per mantenersi hanno bisogno delle leggi, cos queste per essere osservate hanno bisogno di quelli. E se le leggi si possono mutare con facilit, non cos gli ordini politici, e molto meno i costumi e l'ordinamento sociale di un popolo. La libert suppone sempre uguaglianza, ed il principato, invece, disuguaglianza. Come dunque si potrebbe, per esempio, fondare la libert in Milano o Napoli, dove manca ogni uguaglianza di cittadini; chi potrebbe sperar mai di mutar facilmente con le leggi un tale ordine di cose? A fare una lenta mutazione occorrerebbe un savio, che vedesse le cose assai di lontano; ma questi son sempre pochi, e non trovano quasi mai favore nella moltitudine. Per mutar le cose ad un tratto, bisognerebbe ricorrere alle armi, alla violenza, e innanzi tutto farsi principe della citt, per disporne poi a suo modo." "E perch il riordinare una citt al vivere politico presuppone un uomo buono, e il diventare per violenza principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo, per questo si trover che radissime volte accaggia, che un uomo buono voglia diventare principe per vie cattive, ancora che il fine suo fusse buono, e che uno reo, divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nell'animo usare quella autorit bene, che egli ha male acquistata. Da tutte le soprascritte cose nasce la difficolt o impossibilit, che  nelle citt corrotte, a mantenervi una repubblica o a crearvela di nuovo. E quando pure la vi si avesse a creare o mantenere, sarebbe necessario ridurla pi verso lo stato regio, che verso lo stato popolare; acciocch quelli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenza, non possono essere corretti, fussero da una potest quasi regia in qualche modo frenati."(473)
"Da queste considerazioni generali passando ad esaminare le condizioni in cui trovasi l'Italia, si vedr chiaro che in essa, a causa della sua corruzione, c' poco o nulla da sperare, salvo la forza e la violenza di qualche uomo grande, che sappia e voglia renderla migliore. In Italia tutto  corrotto, come in parte sono corrotte la Spagna e la Francia; ma in queste due nazioni le cose vanno meglio assai, perch vi sono gi regni ordinati. Nella Germania invece sono repubbliche ben governate, e costumi incorrotti che fanno andar bene le cose." E qui il Machiavelli s'esalta a farci di nuovo una pittura ideale delle repubbliche armate della Germania e della Svizzera, "dove la libert  grande ed i costumi sono aurei. La quale bont," egli dice, " tanto pi da ammirare in questi tempi, quanto  pi rara; anzi  rimasta solo in quella provincia, perch essa non ha avuto molto commercio coi vicini, e cos pot mantenersi semplice nel vivere, e non lasci entrare fra i suoi abitanti i costumi francesi, spagnuoli e italiani, le quali nazioni tutte insieme sono la corruttela del mondo. Nelle repubbliche tedesche si ha inoltre il vantaggio grandissimo, che i nobili vengono cacciati o spenti, e cos  mantenuta quella uguaglianza civile che  base necessaria della libert."
"Di questi nobili," prosegue il Machiavelli, "sono piene Napoli, Roma, la Romagna e la Lombardia; onde nasce che ivi non  mai stata alcuna vera repubblica, n alcun vivere politico; perch tali generazioni d'uomini sono al tutto nemiche d'ogni civilt; ed a volerle riordinare, se alcuno ne fosse arbitro, non avrebbe altra via che farvi un regno, perch solo la forza della mano regia, ed una potenza assoluta ed eccessiva possono metter freno alla eccessiva ambizione e corruttela dei potenti. In Toscana, invece, si hanno le repubbliche di Firenze, Siena e Lucca, e si vede che le altre citt, se non l'hanno, vorrebbero avere la libert. E tutto questo segue perch non vi sono in esse signori di castella, ma tanta eguaglianza, che facilmente un uomo prudente e che delle antiche civilt avesse cognizione, v'introdurrebbe un vivere libero. L'infortunio loro  stato per cos grande, che insino a questi ultimi tempi non  sorto alcuno che abbia voluto o saputo farlo."(474)
Si potrebbe addurre in contrario, continua il Machiavelli, l'esempio di Venezia, dove solo i gentiluomini hanno autorit; ma essi sono nobili solo di nome, perch le loro ricchezze sono nella mercatanzia, e non hanno n grandi possessi immobili, n castelli, n giurisdizione sugli uomini. E cos la conclusione  sempre, che la libert si fonda sulla civile uguaglianza, e che il feudalismo  assolutamente contrario ad ogni vera forma repubblicana. Dove esso esiste o bisogna istituire una monarchia, o addirittura soffocarlo nel sangue, ed estirparlo prima di potervi ordinare una repubblica. L'Italia si trovava allora in condizioni diversissime nelle sue varie provincie, alcune essendo adatte solo a formare un regno, altre solo una repubblica. E siccome senza riunirla, essa non avrebbe mai potuto formare uno Stato forte e felice, cos queste sue condizioni erano quasi disperate, riuscendo difficilissimo del pari il fondarvi per tutto una repubblica o una monarchia.
Chi vuole riformare uno Stato, sia con una repubblica, sia con un regno libero, deve, secondo il Machiavelli, conservare in esse almeno l'ombra dei modi antichi, tanto che nulla appaia mutato.(475) Chi invece vuol fondarvi un regno dispotico, deve tutto mutare: nuove leggi, nuovi modi, nuovi uomini; fare ricchi i poveri; edificare citt nuove; disfare le vecchie, perch tutto sia riconosciuto dal principe. Bisogna fare come Filippo di Macedonia, del quale si dice, "che tramutava gli uomini di provincia in provincia, come i mandriani tramutano le mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi e nimici d'ogni vivere non solamente cristiano, ma umano, e debbegli qualunque uomo fuggire, e vivere piuttosto privato che re con tanta rovina degli uomini." "Ma chi non vuol seguire la via del bene, deve, per mantenersi, entrare nel male, e non pigliar mai quelle vie del mezzo, che senza renderti buono, non sono utili n a te n agli altri."(476)
Il Machiavelli combatteva con molta insistenza queste vie di mezzo, le quali esso diceva che gli uomini del suo tempo seguivano, incerti sempre fra i precetti della morale cristiana e le necessit della politica, senza obbedire del tutto n all'una, n all'altra. "I Romani le fuggirono come perniciosissime, perch un governo altro non  che un tenere i sudditi in guisa che non ti possano offendere; e quindi bisogna o beneficarli in modo che ti siano amici, o assicurartene in modo che sia loro impossibile il nuocerti.(477) A governare adunque una citt sottomessa e divisa non ci sono che tre modi: ammazzare i capi dei tumulti, rimuoverli, o costringerli a fare la pace. L'ultimo modo  il pi pericoloso, il primo  il pi sicuro. Ma perch siffatte esecuzioni hanno in s il grande ed il generoso, una repubblica debole non le sa fare, e ne  tanto discosta, che a fatica la si conduce al rimedio secondo. Questi sono gli errori in cui cadono sempre i principi dei nostri tempi, per la debolezza dei presenti uomini, causata dalla fiacca educazione loro, e dalla poca notizia che hanno delle storie, il che fa giudicare i modi antichi parte inumani e parte impossibili. Essi hanno certe loro moderne opinioni assai discoste dal vero, come quella dei sav della nostra citt, i quali dicevano: Che bisognava tener Pistoia con le parti e Pisa con le fortezze. Non si avvedevano che le fortezze non giovano, e che il governare con le parti  sempre pericoloso. Infatti, se con tali modi governa un principe, avr sempre nemica una parte, la quale cercher aiuto di fuori; e cos, alla prima occasione, egli trover nemici nella citt e fuori di essa. Se poi governa una repubblica, non c' il pi bel modo a dividere s stessa, come segu ai Fiorentini, i quali, volendo con le parti riunire Pistoia, divisero invece la loro citt."(478)
"Pure, nonostante la esperienza presente e la passata, gli uomini de' nostri tempi preferiscono sempre le vie di mezzo. Se ne  visto un esempio recente e chiaro, quando Giulio II, solo e senza l'esercito, entr in Perugia, per cacciarne Giovan Paolo Baglioni. Non capirono allora i prudenti, come mai questi non si fosse impadronito del Papa, dei cardinali e di tutte le loro delizie." "Non pot essere per bont o per coscienza che lo ritenesse, perch in un petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, ch'aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcuno pietoso rispetto; ma si conchiuse che gli uomini non sanno essere onorevolmente tristi o perfettamente buoni, e come una tristizia ha in s grandezza, o  in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Cos Giovanpagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non seppe o, a dir meglio, non ard, avendone giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di s lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro ai prelati quanto sia da estimare poco chi vive e regna come loro, ed avesse fatto una cosa la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo che da quella potesse dipendere."(479)
E tuttavia, osserva il Machiavelli, la forza, il coraggio e la violenza non sempre bastano, specialmente per salire da piccola a grande fortuna. "Ci vogliono spesso anche la frode e l'inganno; anzi la sola frode pu qualche volta bastare, ma non la sola forza. Mostra Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessit d'ingannare; giacch la prima spedizione che gli fa fare contro il re d'Armenia,  piena di frode, e riesce con l'inganno, non con la forza. Ed il tener questa via  necessario non solo ai principi, ma anche alle repubbliche, almeno fino a che esse non sono divenute potenti, come ne danno esempio i Romani."(480) Altrove cerca spiegare, com'egli non intenda lodare la frode, incondizionatamente. "Sebbene, egli dice, la fraude sia per sua natura sempre detestabile, pure l'usarla pu qualche volta essere necessario, ed anche, come per esempio nella guerra, glorioso. Infatti  parimente lodato colui che con fraude supera il nimico, come quello che lo supera con la forza. Di che, per leggersi assai esemp, non ne replicher alcuno." "Dir solo questo, che io non intendo quella fraude esser gloriosa, che ti fa romper la fede data ed i patti fatti, perch questa, ancora che la ti acquisti qualche volta Stato e regno, come di sopra si discorse, la non ti acquister mai gloria. Ma parlo di quella fraude che si usa col nimico che non si fida di te, e che consiste proprio nel maneggiare la guerra."(481)
Da quanto abbiamo sinora esposto,  ben chiaro che il concetto del Principe apparisce e ricomparisce di continuo, quantunque solo abbozzato, nei Discorsi, e che il Machiavelli non giudica in modo alcuno il valore morale delle azioni individuali, ma l'effetto reale di esse come azioni politiche. Questo  anzi il carattere che predomina sempre ne' suoi scritti, e ne abbiamo un altro esempio chiarissimo nel lungo capitolo Delle congiure.(482) Qui par di vedere proprio un fisiologo che faccia esperimenti di vivisezione, e cerchi col suo coltello anatomico distinguere gli organi, scoprirne le funzioni diverse. Le congiure si fanno contro quei principi che sono pi generalmente odiati. Allora sogliono dare animo alla vendetta le ingiurie private, le quali possono essere nel sangue, nella roba, nell'onore. Quanto al sangue sono assai pi pericolose le minacce che le esecuzioni, perch chi  morto non pu pensare alla vendetta, e quelli che restano vivi ne lasciano spesso il pensiero al morto. Pericolosissime sono poi le ingiurie nella roba e nell'onore, perch il principe "non pu mai spogliare uno tanto che non gli resti un coltello da vendicarsi; non pu mai tanto disonorare uno che non gli resti un animo ostinato alla vendetta."(483) Si congiura anche per solo desiderio di liberare la patria; ma allora i principi non hanno altro scampo che deporre la tirannide, il che non fanno, e per spesso capitano male.
I congiurati corrono pericolo in sul fatto, prima e dopo. Prima possono essere scoperti per denunzia, per congetture o per imprudenza. Unico rimedio sicuro , in simili casi, comunicare la cosa ai compagni solo in sul fatto, costringendoli ad operare pi presto che si pu. Qualche volta questa sollecitudine  imposta dalla necessit, in cui ti trovi di fare al principe quello che egli sta per fare a te ed ai tuoi. Essa caccia allora gli uomini in modo che li fa riuscire, e per i principi debbono guardarsi dal far minacce, che sono sempre pericolosissime. I pericoli in sul fatto stesso della congiura, nascono o dal variar l'ordine gi stabilito, o dal mancar l'animo, o da errore per imprudenza, o da lasciar parte della impresa incompiuta, quando si tratti di uccidere pi persone. Una volta che s' fermato il pensiero a un modo,  pericolosissimo mutarlo a un tratto;  meglio assai eseguire il primo disegno con qualche inconveniente o pericolo. Manca poi l'animo in sul fatto, per reverenza al principe o per vilt. Bisogna quindi scegliere sempre gente provata, "perch dell'animo nelle cose grandi, senza aver fatto esperienza, non sia alcuno che se ne prometta cosa alcuna.(484) Possono anche sopravvenire pericoli improvvisi ed inaspettati; ma di questi si pu solo ragionare con esemp, per fare gli uomini pi cauti, e non altro. Di tutti i pericoli poi, quello da cui i congiurati non si salvano mai,  quando il popolo  amico del principe." E cos, distinguendo ed esaminando, continua sino alla fine questo capitolo singolare davvero per chiarezza, penetrazione e conoscenza del cuore umano.
Ma non dobbiamo dimenticare che l'argomento principale dell'opera, quello intorno a cui tutte le teorie del Machiavelli s'aggirano, riman sempre la fondazione dello Stato, la formazione stabile e duratura della sua unit organica per opera del legislatore, sia che questi voglia o si trovi costretto a fondare una monarchia; sia che, pi fortunato o pi magnanimo, elegga, invece, fondare una repubblica, e fare in modo che, dopo la sua morte, essa possa reggersi da s, affidata al popolo, che  sempre pi atto a mantenerla che a fondarla. E qui si pu chiedere: in che modo il Machiavelli pensava di costituire in Italia questa unit, e specialmente unit repubblicana, quando al suo tempo la libert delle repubbliche era ristretta alla citt dominante, che opprimeva le altre? Abbiamo visto come un tal fatto fosse stato gi osservato dal Guicciardini, senza che egli ne cavasse altra conseguenza che l'affermare: essere in sostanza assai meglio cadere sotto una monarchia, che sotto una repubblica, perch la prima tratta i sudditi suoi tutti allo stesso modo, mentre invece la seconda vuole i benefizi della libert solo per i suoi propr cittadini. Ed il Machiavelli aveva gi fatto la stessa osservazione, quando scrisse che "di tutte le servit pi grave  quella che ti sottomette ad una repubblica, perch pi durevole, e perch il fine della repubblica  di snervare e indebolire, per accrescere il corpo suo, tutti gli altri, il che non fa un principe, che non sia un barbaro distruttore di paesi, e dissipatore di tutte le civilt degli uomini, come sono i principi orientali. Quando per egli abbia in s ordini umani e normali, amer del pari tutte le citt a lui soggette."(485)
Se non che il Machiavelli non si contenta, come il Guicciardini, di notare il fatto e passar oltre. Egli afferma ancora, che questo modo tenuto dalle repubbliche del Medio Evo era pessimo, pericoloso e rovinoso. "Le repubbliche," egli dice, "hanno tre vie d'ampliare il loro Stato: 1a Una confederazione fra di loro, come fecero gli Etruschi e gli Svizzeri. 2a Farsi compagni i conquistati, in modo per da ritenere per s il grado del comandare, la sedia dell'imperio ed il titolo delle imprese, che  il modo tenuto dai Romani. 3a Farsi sudditi e non compagni, come fecero gli Spartani e gli Ateniesi. Questo terzo modo  il peggiore di tutti, perch pigliar cura d'avere a governare le citt con violenza, massime quelle che sono consuete a viver libere,  una cosa difficile e faticosa. Bisogna per riuscirvi essere assai forte di armi, ed ingrossare le citt, aumentandone la popolazione con forestieri. Questo non fecero Sparta ed Atene, e per rovinarono. Lo fecero invece i Romani, che in altri tempi presero anche la seconda via, e furono potenti. Essi dapprima si resero compagni i popoli italiani, unendoli a loro con leggi comuni, ma tenendo sempre l'imperio ed il comando per s. Dipoi, con l'aiuto di questi compagni, fecero sudditi gli stranieri, i quali, essendo stati sotto i re, non erano usi a libert. Cos quando gl'Italiani si vollero ribellare, i Romani erano gi assai forti, e poterono sottometterli, avendo saputo prima ingrossare la propria citt coi forestieri, giacch capivano che bisogna imitare la natura, e che mai un pedale sottile non sosterr un albero grosso. Il primo modo poi, cio della confederazione,  quello tenuto dagli Etruschi, i quali, mediante l'unione di dodici citt, che si reggevano per via di lega, furono potentissimi nel commercio e nelle armi, e rispettati dal Tevere sino alle Alpi."
"Queste confederazioni non fanno,  vero, grande imperio; mantengono per quello che acquistano, e non si tirano guerra addosso. La ragione per la quale non arrivano a grande potenza,  chiara. Una repubblica disgiunta e posta in varie sedi, non pu con prontezza deliberare; non  ambiziosa di un dominio che deve esser diviso fra molti. E il fatto dimostra, che queste confederazioni non passano mai le dodici repubbliche, come quella degli Etruschi, o le quattordici, come quella degli Svizzeri, e cos hanno quasi un termine fisso.(486) Quando non si pu o non si vuole seguire questa via, l'ingrandirsi col sottomettere ed opprimere i sudditi  un sistema che, se fu dannoso a repubbliche armate come Sparta ed Atene, sar sempre rovinoso a quelle disarmate come le nostre. Il vero e miglior modo, adunque, riman sempre quello tenuto dai Romani, di farsi cio compagni e non sudditi; ed  tanto pi lodevole, in quanto che essi furono i primi ad adottarlo, e come non erano stati in ci mai preceduti da alcuno, cos non furono poi imitati da altri. Infatti se delle confederazioni ci danno oggi esempio gli Svizzeri e la lega di Svevia, gli ordini dei Romani non sono imitati da nessuno; anzi non se ne tien conto, perch giudicati parte non veri, parte impossibili, parte non a proposito ed inutili. Tanto che, standoci con siffatta ignoranza, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. Ma quando la imitazione dei Romani paresse difficile, non dovrebbe parer tale quella degli antichi Etruschi, massime a' presenti Toscani; perch se quelli non poterono, per le cagioni dette, fare uno imperio simile al romano, poterono acquistare in Italia tutta quella potenza che  consentita dal procedere per via di leghe."(487)
Bisogna richiamare alla memoria tutti i principali scrittori politici dei secoli XV e XVI in Italia, tutte le idee allora pi universalmente accette, indubitabilmente ammesse, se si vuol capire lo sforzo gigantesco che faceva il Machiavelli, per liberarsene ed arrivare al chiaro concetto dello Stato. Egli certo non riesce a determinarlo scientificamente; non arriva a proclamare che tutti i sudditi debbono essere cittadini uguali innanzi alla legge, e tutti partecipare direttamente o indirettamente al governo. Ma per arrivare a ci bisogna aspettare il secolo XVIII e la rivoluzione francese. Il Machiavelli, come abbiam visto, mette da un lato e respinge il feudalismo, le compagnie di ventura, il potere politico delle Arti maggiori e minori, il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, del quale cerca l'unit, l'indipendenza e la forza. Egli vede ancora, e per la prima volta, che questa unit organica non si pu costituire, senza trattare i sudditi come compagni e non come sottoposti. A siffatte idee, che sono un vero avvenimento nella storia della scienza politica, egli torna di continuo, con minore o maggiore chiarezza, ma sempre con uguale costanza e fede. "La Francia molte volte ha preso Genova, l'ha tenuta colla forza e l'ha sempre perduta. Solo adesso, costretta dalla necessit, l'ha lasciata reggersi da s, con un governatore genovese, e ne  assai pi sicura. Gli uomini tanto pi ti si gettano in grembo, quanto pi tu pari alieno dall'occuparli, e tanto meno ti temono per conto della loro libert, quanto pi sei umano e domestico con loro."(488) Cita poi l'esempio di Capua, che chiese spontanea il pretore ai Romani, e continua: "Ma che bisogno v' d'andare a Capua o a Roma, quando abbiamo gli esempi in Toscana? Pistoia si dette volontaria ai Fiorentini; Lucca, Pisa, Siena furono sempre nemiche. E ci non perch i Pistoiesi non amassero la libert come gli altri, o si tenessero da meno; ma per essersi i Fiorentini portati con loro sempre come fratelli, e con gli altri come nimici." "E senza dubbio i Fiorentini, se o per via di leghe o di aiuto, avessero dimesticati e non insalvatichiti i suoi(489) vicini, a quest'ora sarebbero signori di Toscana. Non  per questo che io giudichi che non si abbia ad operare le armi e le forze; ma si debbono riservare in ultimo luogo, dove e quando gli altri modi non bastino."(490)
Certo non era possibile che, nei primi del secolo XVI, il Machiavelli arrivasse ad una determinazione scientifica, piena ed esatta della vera unit organica dello Stato, argomento su cui tanto si disputa anche oggi; e molto meno poi egli avrebbe potuto arrivare a determinarne con precisione l'origine e lo svolgimento storico. Pure anche di ci ebbe coscienza, e vi torn sopra pi volte, sebbene in modo vago ed incerto. Nel principio del terzo libro si ferma a dire, che i governi e le istituzioni, per aver lunga vita, hanno bisogno di essere ordinati in maniera che possano spesso essere ricondotti ai loro principii. Questa sentenza fu da molti lodata senza essere pienamente intesa. Il Capponi, invece, la crede del tutto errata, accusando il Machiavelli di tener volti gli occhi indietro, e cercare rimedio alle cose fuori di loro medesime, cio "in quel loro essere che  svanito."(491) Ma chi esamini con attenzione quel capitolo, vedr che il Machiavelli non cerca aiuto e forza alle istituzioni fuori di esse. Vuole ritirarle di continuo non al passato, ma ai principii, secondo cui e su cui vennero costituite. Essi ne furono come il germe, e se ebbero la forza di generarle, debbono secondo lui aver quella di ritemperarle e rinnovarle.(492) Gli esempi che adduce pi volte chiariscono anche meglio il suo pensiero. "Prima che Roma fosse presa dai Francesi, le sue istituzioni non erano rispettate, e i tre Fab, che combatterono i Francesi contra jus gentium, non furono puniti, ma creati tribuni. Venuta poi la calamit, e sperimentato il pericolo, essi furono puniti, e la religione e le leggi rimesse in vigore. A Roma i tribuni, i censori e le leggi fatte contro gli ambiziosi, erano destinate a ritirare di continuo la repubblica verso i suoi principii. A ci fare basta qualche volta la semplice virt di un uomo grande, che riconduca gli uomini verso la libert e verso i buoni costumi, sebbene pi efficaci sieno sempre le buone istituzioni. La religione cristiana sarebbe forse stata al tutto spenta dalla sua corruzione, se da S. Francesco e da S. Domenico, fondatori di ordini nuovi, non fosse stata ricondotta ai suoi principii." "Hanno ancora i regni bisogno di rinnovarsi e di ridurre le leggi di quelli verso il suo principio. E si vede quanto buono effetto fa questa parte nel regno di Francia, il quale regno vive sotto le leggi e sotto gli ordini pi che alcun altro. Delle quali leggi e ordini ne sono mantenitori i Parlamenti, e massime quel di Parigi, le quali sono da lui rinnovate qualunque volta fa una esecuzione contro ad un principe di quel regno, e ch'ei condanna il Re nelle sue sentenze. Ed infino a qui si  mantenuto, per essere stato uno ostinato esecutore contro a quella nobilt; ma qualunque volta e' ne lasciasse qualcuna impunita, e che le venissero a multiplicare, senza dubbio ne nascerebbe o che si arebbono a correggere con disordine grande, o che quel regno si risolverebbe."(493) Ora si pu disputare se questa idea del Machiavelli sia sempre espressa con molta chiarezza, e si pu trovare qualche difficolt nel determinarla con precisione; ma non si pu dire, mi sembra, che egli cercasse il rimedio alle istituzioni pericolanti, fuori di loro stesse, in un passato che  morto. Ritorno ai loro principii vuol dire per lui ritorno al concetto fondamentale di chi le creava; giacch, come abbiam visto, leggi, religioni, governi sono pel Machiavelli l'opera e la creazione personale del legislatore, tale essendo l'unico modo con cui gli si presentava e diveniva intelligibile la loro organica unit. Mantener fermo il concetto fondamentale del legislatore, e farvi ritorno ogni volta che se ne deviava, era quindi il solo mezzo di ridonar la vita alle istituzioni, e promuoverne la naturale evoluzione.
Questa evoluzione  pel Machiavelli l'opera propria del popolo, cui il legislatore deve perci affidare la difesa delle leggi, la salute della patria. Ma siccome il popolo pu anch'esso deviare dal retto sentiero, cos  necessario prevedere i modi per ricondurvelo, il che sar sempre pi facile che ricondurvi un principe, essendo i popoli sempre migliori. "I principi sono pi ingrati dei popoli, le cui ingratitudini riescono anche meno pericolose, perch muovono da errore, non da ambizione o da animo corrotto. Il popolo  inoltre pi savio. E sebbene prevalga in molti la opinione contraria, che  sostenuta ancora da Tito Livio, io oser affermare contro tutti, che il popolo  pi costante, pi giudizioso, pi prudente che un principe." "E non senza cagione si assomiglia la voce di un popolo a quella di un Dio, perch si vede una opinione universale fare effetti maravigliosi ne' pronostichi suoi, talch pare che, per occulta virt, e' prevegga il suo male e il suo bene." "Esso  capace della verit che ode, ed  superiore al principe nel fare la elezione dei magistrati. N mai si persuader ad un popolo, che sia bene tirare alle dignit un uomo infame e di corrotti costumi, il che facilmente e per mille vie si persuader invece ad un principe. Ad un popolo licenzioso si pu parlare e persuaderlo; ma con un principe cattivo non ci  altro rimedio che il ferro. Si  sempre visto le citt in cui i popoli comandano, fare in brevissimo tempo progressi molto maggiori. E se i principi sono superiori ai popoli nel fare leggi, formare statuti e ordini nuovi, i popoli sono assai superiori nel mantenere le cose gi ordinate.(494) N c' punto da maravigliarsi, se le citt libere fanno maggiori conquiste, e sono pi prospere, "perch non il bene particolare, ma il bene comune  quello che fa grandi le citt. E senza dubbio questo bene comune non  osservato se non nelle repubbliche.... Al contrario interviene quando ci  un principe, dove il pi delle volte quello che fa per lui, offende la citt, e quello che fa per la citt, offende lui. Di modo che subito che nasce una tirannide sopra un vivere libero, il meno male che ne risulti a questa citt  non andare pi innanzi."(495)
Ogni volta che il Machiavelli entra in questo ordine d'idee, il suo entusiasmo si ridesta subito, ed egli esalta infino al cielo quelli antichi tempi repubblicani, che sono il suo costante ideale. "Quinzio Cincinnato," egli dice in un altro luogo, "quando fu eletto console, lavorava di propria mano la sua piccola villa, e Marco Regolo, essendo a comandare eserciti in Africa, chiese licenza di tornare a casa per custodire una sua villa, che gli era guasta dai lavoratori. Quei cittadini facevano la guerra solo per trarne onore." "Preposti ad uno esercito, saliva la grandezza dell'animo loro sopra ogni principe; non stimavano i re, non le repubbliche; non gli sbigottiva n spaventava cosa alcuna; e tornati dipoi privati, diventavano parchi, umili, curatori delle piccole facolt loro, ubbidienti ai magistrati, riverenti alli loro maggiori; talch pare impossibile che uno medesimo animo patisca tanta mutazione."(496) "Questi furono sempre gli effetti degli ordini liberi, e dei governi popolari, effetti che non seguono mai nelle monarchie, massime nella monarchia assoluta, la quale  utile, anzi necessaria, solo quando si tratta di riunire una nazione, di fondare uno Stato, come fecero Romolo, Licurgo e Solone. Se per questo principato dura a lungo, e non lascia al popolo la cura del governo, o almeno il principe non la divide con esso, come fanno i re di Francia col Parlamento, allora subito se ne risente il danno.  ben vero che la Dittatura, sebbene fosse un potere assoluto, non nocque punto alla repubblica romana; ma essa era anche un potere legale ed a tempo, non usurpato n perpetuo, che  quello che nuoce.(497) Fu invece dannoso a Roma il potere dei Decemviri, anch'esso legale, perch allora si soppressero i Consoli, i Tribuni e l'autorit del popolo, che quasi abdic. Un'autorit illimitata e senza freno nuoce sempre, anche se il popolo non  corrotto, perch subito lo corrompe.(498) Infatti si vide crescere rapidamente la potenza di Appio Claudio col favore del popolo, e se con questo favore egli avesse spento i grandi, per poi dominare il popolo, avrebbe potuto addirittura fondare la tirannide. Ma, essendosi invece unito ai grandi contro il popolo, lo ebbe contrario, e dovette cadere, perch chi sforza bisogna che sia pi potente di chi  sforzato; e per a volere fondare la tirannide con l'aiuto di pochi all'interno,  necessario avere almeno aiuto di fuori."(499)
E qui noi chiudiamo l'esposizione di questi Discorsi, ricordando che molti capitoli del secondo libro ed alcuni pochi del terzo si occupano dell'arte della guerra, che pel Machiavelli era parte sostanziale di quella dello Stato. Ma, come abbiamo gi detto, noi avremo altrove migliore occasione a parlarne. Basti per ora ricordar solo due cose. Il disprezzo grandissimo e quasi l'odio che il Machiavelli aveva per le compagnie e pei capitani di ventura, peste, secondo lui, e rovina d'Italia; la fede quasi illimitata nelle milizie nazionali, ad imitazione di quelle dei Romani. Ed anche in ci egli, tornando come sempre all'antica Roma, percorreva i suoi tempi, e profetava l'avvenire. Assai scarsa fede aveva nelle armi da fuoco, n molto maggiore nelle fortezze. Queste, egli dice, giovano poco, se sono destinate a difendere contro i nemici esterni, e riescono addirittura dannose, se destinate contro i propr sudditi. Un principe ha bisogno delle fortezze solamente quando  odiato pel suo mal governo, e allora prende per esse animo a perseverare nel male, ma gli riescono poi inutili, quando il popolo sdegnato insorge davvero, o il nemico si presenta alle porte, massime ora che ci sono le artiglierie. A queste, non senza contradizione, d qui un'importanza, che generalmente nega del tutto. "Un principe o deve fondarsi sull'amore dei sudditi, o deve tenere un forte esercito e cercare di disfare il popolo; ma non deve mai riporre la sua difesa nelle fortezze. Quella di Milano, fondata da Francesco Sforza, non salv i suoi eredi dai nemici interni n dai nemici esterni. Guidobaldo duca d'Urbino, quando torn ne' suoi Stati, dopo che ne fu cacciato il Valentino, fatto accorto dalla esperienza, disfece le fortezze, che, inutili a difender lui, erano state utili invece al nemico, e fid solo nell'amore dei propri sudditi. Pi notevole ancora  l'esempio di Genova, seguto ai nostri tempi. Ciascuno sa come essa nel 1507 si ribell da Luigi XII di Francia, che vi costru poi una formidabile fortezza, la quale non gli valse a nulla, quando nel 1512, cacciate d'Italia le genti francesi, la citt si ribell di nuovo. Allora Ottaviano Fregoso, dopo avere per fame espugnato la fortezza, come uomo prudente, la disfece, fondando la sua potenza non su di essa, ma sull'amore del popolo, sulla virt e prudenza propria. Cos ha tenuto e tiene quella citt; e dove, a variare lo Stato di Genova, solevano bastare mille fanti, gli avversari suoi l'hanno assalito con diecimila, e non l'hanno potuto offendere, Brescia fu presa, nonostante la fortezza. I Fiorentini fecero la fortezza in Pisa, e la videro giovar solo ai Pisani, neppur essi avendo capito che bisognava seguire l'esempio dei Romani, farsi cio quella citt compagna, o disfarla. Nelle terre che volevano tenere con la forza, i Romani smuravano e non muravano."(500) Secondo il Machiavelli le piccole tirannidi italiane, fondate con inganni e per sorpresa, mantenute con l'aiuto di pochi amici e d'una fortezza, in cui il principe si chiudeva, erano fondate sulla rena, e dovevano perci scomparire per sempre.



CAPITOLO III.

Critica dei Discorsi.
Le Considerazioni del Guicciardini su di essi.

L'esposizione dei Discorsi da noi fatta nel capitolo precedente, avr forse, senza ancora rispondervi, risollevata nell'animo del lettore l'eterna domanda: Il Machiavelli voleva dunque il bene o il male? Era onesto o disonesto? E abbiamo da capo innanzi a noi la sfinge, di cui non si pu spiegare l'enigma. Ma il problema rester sempre insolubile, fino a quando sar posto in tal modo. La questione vera non  qui psicologica e personale, ma generale e di scienza politica. Non si tratta di sapere se il Machiavelli voleva il bene o voleva il male; ma piuttosto se riusc a trovare ed esporre il vero. La narrazione della vita ci fa conoscere il suo carattere; ma questo pu spiegarci pi la forma che la sostanza delle sue dottrine, la cui sorgente bisogna cercarla non gi nell'indole dell'uomo, ma nella mente del pensatore.  quindi necessario sopra tutto la critica delle opere. Che egli sia entrato per una via nuova  evidente. Che le sue considerazioni sulla storia, sul sorgere e decadere degli Stati, sulla connessione degli avvenimenti, sulla successione dei partiti in Roma ed in Firenze siano ammirabili, nessuno lo mette in dubbio. E cos tutti riconoscono che il suo metodo  eccellente, la sua eloquenza grandissima, la sua psicologia politica superiore assai a quella de' suoi contemporanei, non escluso il Guicciardini; giacch egli non si contenta, com'essi fanno, di considerare la societ come un semplice aggregato d'individui, dei quali vogliono tenere in equilibrio le passioni. Il Machiavelli cerca l'unit dello Stato; studia le passioni del popolo, dell'aristocrazia, dei principi, riconoscendo che esse non sono passioni puramente individuali. Ma lo scopo ultimo delle sue indagini, il carattere fondamentale della sua scienza politica sta pur sempre nel dar precetti sulla condotta che debbono tenere gli uomini politici. Ed  appunto quando consiglia azioni che a noi paiono disoneste, qualche volta addirittura inique, che la nostra coscienza irresistibilmente reagisce, si ribella, ed allora noi mettiamo in dubbio la stessa ammirazione che abbiamo prima avuta pel suo genio. Dire che ha dato questi precetti, perch era tristo e tristi erano i suoi tempi, che nei suoi libri egli ritrae, non spiega nulla. Perch il Guicciardini, che non era migliore di lui, non arriv mai fino alle stesse conseguenze? Perch il Giannotti e tanti altri politici e storici, che vissero nello stesso tempo, non dettero mai consigli immorali? Il sollevare poi l'esempio di tempi corrotti a guida permanente dell'uomo di Stato, trasformando quasi la narrazione in precetto, non sarebbe forse un errore tale da togliere ogni solidit e fermezza alla base stessa su cui riposa un sistema generale di scienza politica? Il Machiavellismo non  un fatto capriccioso e accidentale nella storia del pensiero umano. Per comprenderlo e giudicarlo bisogna, senza dimenticare le cagioni personali e psicologiche che ne determinarono la fisonomia, ritrovare le cagioni logiche e storiche che ne resero necessaria l'apparizione.
A riordinare una citt corrotta, a fondare una nazione, uno Stato, occorre, secondo il Machiavelli, come pi volte abbiamo gi visto, un legislatore quali furono Romolo, Solone, Licurgo. Compiuta che essi hanno l'opera loro, ne affidano lo svolgimento e la difesa al popolo, rendendola cos davvero benefica e duratura. Ad iniziarla per sar sempre necessaria l'opera di un solo, che con la sapienza e la grandezza d'animo, abbia anche l'assoluto potere, e quindi la forza necessaria ad infondere nell'opera propria l'unit organica del suo intelletto. Un tale concetto si era andato in lui lentamente, logicamente formando, e si ripresentava ogni volta che egli esaminava, ricercava nella storia l'unit sociale. Questa a lui inevitabilmente appariva assai diversa da quella che il Medio Evo aveva concepito, e non meno diversa da quella che concepiamo noi. Per noi la societ  come un organismo vivente, che nasce, cresce, si svolge, quasi prodotto naturale, conseguenza necessaria dell'indole d'un popolo e della sua storia: conseguenza in gran parte d'un lavoro impersonale, che l'opera del legislatore viene solo a coordinare e determinare. Al Machiavelli invece appariva come l'opera e la creazione dell'uomo di Stato, del genio politico, il quale non personifica in s stesso la coscienza popolare, ma d piuttosto al popolo l'impronta, la forma, quasi la coscienza che vuole. Quello che noi chiamiamo lavoro impersonale, inconsapevole eppur razionale,  un'idea essenzialmente moderna, ignota affatto al Rinascimento ed al Machiavelli. Egli vide bens che l'opera del popolo si univa a quella del legislatore, e perci appunto afferm che l'uno continua, conserva e compie l'opera dell'altro; ma la potenza d'iniziare, di creare le istituzioni, resta per lui sempre al legislatore. Il potere che gli d quindi nei Discorsi, nel Principe, nelle Storie, sembra quasi non avere confini. Ora gli fa trasmutare i popoli di luogo in luogo, "come si trasmutano le mandrie;" ora gli fa mutare una repubblica in una monarchia o viceversa. Altrove egli dice: "esser pi vero che alcun'altra verit, che se un principe ha sudditi e non soldati, deve dolersi di s e non della natura e vilt degli uomini.(501) I principi son sempre la colpevole cagione dei peccati e della corruzione dei popoli. Ai nostri giorni s' vista la Romagna tutta piena di sangue e di vendette, per opera di principi affamati, i quali facevano leggi e spingevano a violarle, per arricchirsi poi colle taglie che imponevano. E solo colla morte loro, per opera del Valentino, fu riordinato quel paese."(502)
Come abbiamo gi osservato, il popolo, secondo il Machiavelli,  nelle mani del suo legislatore quasi come una creta molle nelle mani dello scultore. L'ordinarlo a repubblica o a monarchia, a democrazia o aristocrazia, non , nei var casi, una necessit storica, cui nessuno si pu n si deve opporre. Tutto dipende invece dalla forza, dal coraggio, dalla volont dell'uomo di Stato, il quale riuscir sempre a fare quello che vuole, se conosce l'arte e va diritto al suo scopo, senza mai perdersi nelle vie di mezzo.(503) Qualche volta si direbbe che il Dio personale della scuola teologica del Medio Evo, sia disceso sulla terra a prendere figura umana in questo legislatore, che  poco meno onnipotente. Egli,  ben vero, non guida tutti i popoli della terra, al pari del Dio del Bossuet, che fu paragonato ad un cocchiere che guida focosi destrieri; egli forma, quasi crea il suo popolo, e lo conduce dove pi gli piace.  posto in una condizione affatto eccezionale, quasi un Dio ad immagine del quale si direbbe formato, al di fuori, al di sopra della societ, colla potenza di farne tutto ci che vuole, e noi non abbiamo pi un criterio morale per giudicare le sue azioni, che acquistano un valore indipendente, impersonale, obiettivo. Non sono pi oneste o disoneste, nel vero senso della parola; ma utili o dannose, lodevoli o biasimevoli, secondo che ottengono o no il fine cui sono destinate, secondo che questo fine  o no a vantaggio non d'alcuni individui, ma della societ intera. Se uno o pi uomini riescono d'ostacolo all'onnipotenza del legislatore, e quindi al buono ordinamento dello Stato, egli deve, senza esitare, levarli di mezzo nel modo che sar pi adatto, anche colla violenza, coll'inganno o col tradimento, quando sia necessario. Se si spaventa di compiere queste azioni inumane e crudeli, meglio  che torni alla vita privata, nella quale solamente  possibile evitarle del tutto. La prima condizione, cui deve soddisfare il legislatore del Machiavelli,  appunto quella di spogliarsi affatto della sua privata persona, senza punto curarsi d'esser giudicato malvagio dagli uomini, purch miri sempre alla grandezza dell'opera sua, al bene della patria, "dinanzi alla quale cade ogni altra considerazione, non solo di privata utilit, ma d'onesto o disonesto. E allora accusandolo il fatto, converr bene che l'effetto lo scusi." Domandare perci se un atto politico sia morale o immorale, secondo il criterio con cui si giudicano le azioni private, non ha pel Machiavelli alcun significato, perch siamo in un mondo sostanzialmente diverso. Sarebbe lo stesso che chiedere qual colore hanno i suoni.
Tuttavia  assai singolare l'effetto che producono sull'animo del lettore moderno queste considerazioni. Si passa continuamente dal pi profondo disgusto, qualche volta anche orrore, alla pi sincera ammirazione, senza potersi mai fermare, e senza potersi render chiaro conto di questa nostra continua alternativa, quasi patente contradizione. Si direbbe che a forza di contemplare la sfinge, invece di comprenderla, finiamo col divenire sfinge ed enigma a noi stessi.(504) Ci ripugna la immoralit de' suoi precetti, ci affascina e ci lascia ammirati la verit delle sue osservazioni. Quel suo legislatore, quel suo Principe che cos spesso detestiamo, sembra sorgere spontaneo, inevitabile, inesorabile dalla realt stessa delle cose, che sono intorno al Machiavelli, dai tempi in mezzo ai quali egli visse, e nei quali anche noi ci sentiamo trasportati. Chiaro apparisce che se da un lato lo scrittore lo ritrae dall'antichit e lo ricostruisce colla sua immaginazione, da un altro lato sembra copiarlo fedelmente dal vero, vederlo come una realt vivente dinanzi ai propr occhi. Il suo maraviglioso realismo pare che getti una luce improvvisa sui fatti della storia, rivelandoci verit nuove ed inaspettate; ma esse a un tratto divengono tanto pi oscure e misteriose, quanto pi violentemente si pongono in contrasto con la nostra coscienza, e pretendono di trasformare i fatti in precetti, che vogliono imporre a noi in nome della ragione.
Il Machiavelli vedeva le repubbliche italiane, cadute nell'anarchia, mutarsi rapidamente, fatalmente in tirannidi, per opera dei capi di parte. Ma quando il pi audace, pi intelligente o pi ambizioso di essi si faceva innanzi per prendere in mano le redini del governo, ecco subito i pugnali appuntarsi contro di lui. Egli quindi o doveva ritirarsi, o non poteva seguire altra norma di morale, che la sola possibile in uno stato d'anarchia e di guerra. Bisognava opporre pugnali a pugnali, veleni a veleni; ingannare; tradire; saper essere a un tempo volpe e leone; usare gli uomini come strumenti, che si gettano via appena son divenuti inutili. Una volta padrone dello Stato, ogni cosa dipendeva dal suo arbitrio, e a tutto doveva egli provvedere, se non voleva perdere tutto. Pretendere di poter essere in queste condizioni leale, onesto, umano, significava volere, sin dai primi passi, affogare nel sangue o nel ridicolo, procurando a s stesso una certa rovina, senza giovare a nessuno. Ma se egli, adoperando pure la violenza e l'inganno, riusciva ad afferrare con mano ferma il potere, ordinare lo Stato, dar sicurt e giustizia ai cittadini, allora tutti erano d'accordo nel lodarlo. E se il Machiavelli domandava a s stesso: chi erano, dove erano coloro che riuscivano a governare con la umanit e la bont cristiana? certo non era allora facile, non era possibile trovarli. La storia dei Visconti, di Ezelino da Romano, degli Sforza, di Ferdinando d'Aragona, del Valentino era nota a tutti. Volgendo lo sguardo ai capi stessi della religione cristiana, vedeva le arti inique di governo adoperate da uomini come Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI. Si poteva,  vero, obbiettare che ci risultava dalla decadenza e corruzione morale dell'Italia, la quale non bisognava quindi prendere a modello di buon governo. Ma guardando di l dalle Alpi, trovava egli forse uno spettacolo diverso? Non erano note le arti crudeli e i tradimenti di Luigi XI, che tuttavia riusc con esse ad iniziare l'unit e la grandezza della Francia? Non era un maestro d'inganni Ferdinando il Cattolico, che con la regina Isabella aveva pure fondato la nuova monarchia di Spagna? Non era l'Inghilterra, non era l'Europa piena di tradimenti e di sangue?(505) E se si tornava indietro nel Medio Evo, non crescevano le barbarie, la ferocia e le iniquit d'ogni sorta? Roma e la Grecia non presentavano forse nei loro pi illustri fondatori di Stati, uomini crudelissimi e violenti, che pure la tradizione e la leggenda ponevano quasi in cielo, accanto agli Dei? Gli antichi scrittori non esaltavano fino alle stelle i pi atroci delitti, se tornavano utili alla grandezza della patria? A che giova dunque, concludeva il Machiavelli, immaginare governi ideali che non sono mai esistiti e non esisteranno mai? A che giova raccomandare una politica, che nessuno segue ora, n ha mai seguita in passato, e che sarebbe la rovina di chi la seguisse?
A tutto questo per si risponde oggi: ma non doveva una mente come la sua comprendere la diversit dei tempi e degli uomini? Era chiaro che la morale pagana non poteva esser quella dei Cristiani nella vita pubblica, come non era nella privata. Il Medio Evo era stato un'epoca di barbarie, ed il Rinascimento era un periodo di transizione, di trasformazione e di corruzione. Non vedeva egli dunque che tempi migliori e normali potevano, dovevano seguire, e che in questi sarebbe stato possibile, anzi necessaria una condotta politica pi onesta e morale, a cui la scienza doveva mirare, e che sola doveva prendere per norma? Ma qui appunto il Machiavelli trovava un ostacolo insormontabile in un'altra delle sue teorie fondamentali, che noi abbiamo incontrata gi nei Discorsi, e dalla quale non era possibile che, ai suoi tempi, egli si dipartisse. In tutte le sue opere, non solo nelle politiche e storiche, ma anche nelle letterarie, mille volte egli ripete, in prosa ed in verso, che gli uomini sono sempre gli stessi, che la natura non muta, e i medesimi accidenti si ripetono sempre nel mondo. Anzi, se cos non fosse, non sarebbe, secondo lui, possibile una scienza dello Stato, giacch non si potrebbe dal passato prender norma pel presente e per l'avvenire. Mutano le leggi, mutano le istituzioni ed i governi, la virt ed i viz sono diversamente distribuiti da una ad un'altra provincia, onde segue la continua variet di casi; ma l'uomo riman sempre lo stesso. E perci appunto, conoscendo quali sono le buone leggi e le buone istituzioni, specialmente quelle dei Romani, noi possiamo con certezza ricondurre gli Stati all'antica virt.
A noi oggi  molto difficile farci un giusto concetto di questo modo di vedere, e misurarne tutte le conseguenze, essendo da un pezzo entrati in un ordine d'idee affatto diverso. Per noi l'uomo muta continuamente, e le leggi, le istituzioni, i governi, i costumi mutano con esso, perch sono un resultato della sua attivit, un prodotto del suo spirito, il quale se non mutasse, nulla muterebbe nella societ. E com'esso  la sorgente principale di tutto ci, cos deve in parte almeno esserne responsabile; n pu nella vita pubblica e nella privata, che hanno nel suo spirito una comune origine, seguire due norme diverse di condotta: egli deve risponderne del pari alla sua coscienza, e mettersi d'accordo con essa. Cos tutto per noi si coordina e si costituisce organicamente nella societ, la quale  coll'uomo soggetta alla legge di evoluzione storica, ha una propria personalit e responsabilit, e diviene pi morale, secondo che la morale individuale progredisce, non potendosi ammettere che l'una sia la negazione dell'altra, o che sia da essa affatto indipendente. Per quanto diverse siano le norme della vita privata e della pubblica, della morale e della politica, vi sar pur sempre una politica onesta ed una politica disonesta. Tutto quello che abbiam detto qui sopra e pi volte  stato gi ripetuto da altri non deve, non pu impedirci di credere ai principii, in ogni tempo, in ogni luogo o condizione, immutabili della morale, n alle leggi ed alla unit costante dell'umana coscienza. Ma questa non  una unit immobile,  anzi, per usare l'espressione dell'Hegel, in un continuo divenire,  organica, vivente, e la sua vita  la storia. Anche a noi, anzi a noi assai pi che agli antichi, lo studio del passato  necessario a conoscere il presente. E ci non perch siano fra loro identici, ma perch nel presente sono gli elementi del passato, da cui esso deriva. Cos la psicologia, la politica, la giurisprudenza, la scienza sociale trovarono la loro base sicura e necessaria nello studio dello spirito umano; non furono pi scienze astratte, a priori, di fenomeni immutabili; ma sperimentali e concrete di fenomeni in continua mutazione, della quale mutazione si cercano le leggi nella storia.
Non ci sar certo da maravigliarsi che il Machiavelli si trovasse assai lontano da queste nostre idee, se per poco si pensi che esse non erano ancora penetrate nella scienza neppure durante il secolo XVIII. Perch infatti si spiegava allora l'origine della societ col contratto sociale; l'origine dei linguaggi con una specie d'accordo stipulato fra gli uomini; l'origine delle mitologie con le invenzioni artificiose di filosofi, che, ad uso del popolo, rivestivano verit astratte sotto forme concrete? Solamente perch quegli scrittori non riuscivano a comprendere la profonda differenza che passava fra gli uomini primitivi e quelli del loro tempo. Anche per essi la natura umana era immutabile, e della evoluzione storica non avevano ancora alcuna idea. Come altrimenti si spiegherebbe il loro preteso stato di natura? L'uomo, che uscito dalla societ fosse tornato a vivere nelle foreste, si sarebbe, secondo le loro teorie, trovato in una specie di paradiso terrestre, in una innocenza e bont primitiva, libero da ogni corruzione sociale, quasi che la societ non fosse il solo stato naturale dell'uomo, e fuori di essa egli non tornasse un selvaggio abbrutito; quasi che la moralit e la civilt non fossero conseguenza della societ e della storia. Che cosa presumevano i filosofi della rivoluzione francese? Distruggere gli avanzi del passato, distruggere il presente, per ricostruire una societ nuova, con nuovo governo, fondato sui principii immutabili della ragione. Non vedevano che la distruzione totale del passato e del presente avrebbe distrutto anche l'avvenire, che non pu esistere senza il passato, e avrebbe perci ricondotto alla barbarie. E si pu aggiungere che in tutto ci essi erano anche meno moderni del Machiavelli, il quale almeno a questi governi filosofici non credeva punto, e non si abbandon mai alla oziosa contemplazione che cerca un uomo ideale fuori della societ.
L'idea d'una storica evoluzione dell'uomo e della societ, balenata la prima volta nella Scienza Nuova di G. B. Vico, e rimasta anche allora pensiero solitario di un filosofo, entr nella scienza e nella coltura generale solamente dopo la rivoluzione filosofica iniziata dal Kant. E giustamente osserv a questo proposito il Bryce: "Non esservi nulla di pi moderno di quello spirito critico, che si fonda sulla differenza che passa fra le menti degli uomini nelle diverse epoche della storia, e cerca di farsi il vero interpetre di tali epoche, giudicando con norme relative e proprie a ciascuna di esse, quello che ciascuna fece o produsse."(506)
Il concetto di un'assoluta, immutabile uguaglianza degli uomini  assai antico, e cominci, insieme col concetto d'uno stato di natura, ad essere formulato nel jus gentium dei Romani, e nel loro diritto di natura, secondo cui omnes homines natura aequales sunt. A poco a poco questo concetto entr anche nella scienza politica. Cominciato, collo studio del diritto romano, a diffondersi nel Medio Evo, progred ancora pi nel Rinascimento; trionf poi nella filosofia del secolo XVIII e nella rivoluzione francese, che proclam l'uguaglianza degli uomini come suo domma fondamentale.(507) E la parentela che, sotto questo aspetto, corre fra la Rivoluzione ed i nostri Comuni, apparisce qualche volta in modo assai singolare in alcune leggi, che essi formularono con un linguaggio e con una dichiarazione di principii generali, che ricordano la Convenzione di Francia. Un esempio ne abbiamo nella legge con cui i Fiorentini abolirono la servit nel 1289, ed in altre che poi, riunite insieme, formarono gli Ordinamenti di Giustizia del 1293. Molti se ne trovano anche negli storici, ed uno dei pi evidenti lo abbiamo nelle parole che il Machiavelli pone in bocca d'un popolano, il quale nel tumulto dei Ciompi (1378) voleva sollevare la plebe contro i nobili: "N vi sbigottisca," cos gli fa dire, "quella nobilt del sangue che ei ci rimproverano, perch tutti gli uomini, avendo avuto un medesimo principio, sono ugualmente antichi, e dalla natura sono stati fatti a un modo. Spogliateci tutti ignudi, voi ci vedrete simili; rivestite noi delle vesti loro ed eglino delle nostre, noi senza dubbio nobili ed eglino ignobili parranno, perch solo la povert e la ricchezza ci disagguagliano."(508)
Qualunque per sia la storia di questo concetto della uguaglianza assoluta ed immutabile degli uomini, in esso certamente il Machiavelli aveva grandissima fede, e ne risultavano conseguenze notevoli nel suo modo di pensare. E prima di tutto ne risultava, che a lui era impossibile trovare un criterio relativo per giudicare diversamente le azioni e la condotta politica degli uomini di Stato, secondo i tempi, le societ e la diversa moralit dei popoli. Ci che era riuscito opportuno, necessario, utile in un tempo, diveniva per lui logicamente giustificato per sempre. Inoltre, se egli non trovava un criterio relativo di morale per giudicare le diverse epoche, non poteva trovarlo neppure quando, in una medesima societ, vedeva gli stessi uomini costretti a seguire, nella vita pubblica e nella privata, norme diversissime di condotta. Non gli era per possibile nascondere questa differenza, questa apparente contradizione, o tacerne. Uno dei suoi meriti principali fu anzi quello d'averla veduta e studiata, senza rivolgere altrove lo sguardo inorridito, per scrupolo di coscienza o per prudenza. Ma non gli fu mai possibile di scoprire una vera relazione fra questi due ordini di fatti tanto diversi, e condurli a principii comuni, da essere solo diversamente applicati. E cos, non potendo rinnegare la morale cristiana, che si presentava come assoluta, immutabile, eterna, e trovavasi in sostanza d'accordo anche coll'antica filosofia, non gli restava che o rinunziare addirittura allo studio dei fatti sociali e delle norme di condotta dell'uomo di Stato, o considerare la politica come un mondo del tutto separato e indipendente, regolato da principii sostanzialmente diversi.
A che cosa erano infatti riusciti gli scrittori politici del Medio Evo, che questa differenza non avevano riconosciuta, e dalla morale cristiana non s'erano mai voluti dipartire? Avevano composto lunghe dissertazioni sulla bont, la virt, la religione dei governanti, lette con avidit da uomini che continuavano poi a lacerarsi fra di loro, dominati dalle pi feroci passioni.(509) Era stata una scienza, che come non aveva tenuto conto alcuno della realt, cos su di essa non aveva esercitato mai la pi lontana azione. E di certo se un qualche effetto essa poteva sperar d'ottenere, non sarebbe stato mai nel guidare la vita pubblica, ma piuttosto nel persuadere ad abbandonarla addirittura, per rinchiudersi in un convento. Tale non era evidentemente lo scopo del Machiavelli, che cercava invece nello studio della societ l'arte di governare e di condurre gli uomini ad un fine pratico e determinato.
Questo non era per mai, secondo lui, un fine necessario e prestabilito, perch la societ non aveva ai suoi occhi uno scopo necessario, risultante dalle leggi dell'umana natura. Dipendeva invece, come abbiamo gi visto, unicamente dall'arbitrio dell'uomo politico, del legislatore, le cui azioni divenivano cos anch'esse arbitrarie. Infatti, dato il fine che egli si proponeva, qualunque esso fosse, la scienza doveva saper trovare i mezzi per raggiungerlo. Se era buono, se mirava alla grandezza della patria, il legislatore sarebbe stato glorioso; se invece mirava alla rovina di essa e della libert, sarebbe stato infame, dell'un caso e nell'altro la scienza lo avrebbe del pari aiutato, senza perci essere morale o immorale, ma solo vera o falsa, secondo che sapeva o no insegnare a riuscire nell'intento. In ogni modo, era sempre il fine che giustificava o condannava, non i mezzi necessar a raggiungerlo. Condannare un'azione che sembrasse iniqua o crudele, ma che pur fosse provata necessaria a salvare la patria, ad assicurare lo Stato, era un voler giudicare la condotta politica con i criteri della vita privata, e rendere impossibile una scienza dello Stato, fondata sulla realt e non sulla immaginazione. Poste le premesse, egli traeva, come portava la natura del suo ingegno, inesorabilmente le conseguenze, e persuaso di rivelare al mondo nuove ed utili verit, non si spaventava d'essere giudicato malvagio da chi non lo capiva.
Per riuscire a ci era di certo necessario trovar nella storia e nella societ un qualche elemento razionale, senza di che esse non potevano formare oggetto di scienza. E cos fu condotto a cercare, spesso a scoprire la connessione logica dei fatti, senza per mai occuparsi d'alcuna teoria filosofica a priori sullo spirito umano, senza quasi conoscerne alcuna. Quando questa connessione gli apparve chiara, e nella storia, nella societ vide come un disegno segreto e nascosto, non potendo spiegarlo nel modo che faceva la scuola teologica, dichiarandone cio solo autore Iddio; non avendo alcun concetto della operosit impersonale, che pur si manifesta nella societ umana, e delle leggi che regolano questa operosit non sapendo ricondurre la evoluzione storica allo spirito umano, come a sua prima sorgente, trasport e personific tutto nel legislatore. Cos questo divenne per lui come il creatore, l'arbitro della societ, non guidato dalla coscienza popolare, non costretto di obbedire ad essa, non parte di essa, n ad essa legato in modo alcuno. L'azione politica gli apparve come un fatto indipendente dalla coscienza stessa di colui che la compieva, quasi un fenomeno della natura, del quale si studiano impassibilmente le cause, la forza e gli effetti. Non poteva infatti giudicarla n secondo le norme della coscienza sociale che egli non vedeva, n secondo le norme della privata coscienza, perch egli aveva messo il legislatore al di fuori, al di sopra d'ogni legge della morale individuale. Poteva essere un uomo buono e nonostante, anzi appunto per la sua troppa bont, tenere una condotta politica rovinosa alla societ; poteva essere un tristo, e nondimeno riuscire a salvarla. Gli atti politici perdevano cos il vero e proprio nome di azione, non pareva che avessero pi nulla di umano e di personale. Il legislatore che li compie sembra ripetere con Amleto: - La coscienza ci rende codardi. - Egli cerca di soffocarne perci la incomoda voce, abbandona le vie di mezzo, e, senza pi esitare, cammina inesorabile al suo scopo.
Ma ci appunto  quello che ci spaventa. Quando sentiamo freddamente enumerare i casi in cui il politico deve mentire, ingannare e tradire, un sentimento pi forte di noi reagisce con violenza irresistibile, e ci obbliga ad esclamare, che col tradimento e la immoralit non si fanno, ma si disfanno gli Stati. A questa convinzione non possiamo in modo alcuno rinunziare; pi facile ci sarebbe ammettere che il Machiavelli era un mostro. Se non che, per quanto un tale sentimento persista e sia giustificato, non basta di certo a farci giudicare le dottrine dello scrittore, e molto meno a ritrovare la sorgente de' suoi errori, per evitarli, dopo averne misurato l'estensione e le conseguenze. Questo sentimento poi, non solo non pu divenire un criterio, ma ci fa troppo spesso uscire addirittura di strada, essendo noi indotti di continuo ad esagerarlo. E ci perch da una parte la moralit pubblica e privata dei nostri tempi  superiore assai a quella dei tempi del Machiavelli, e dall'altra perch tra lui ed il lettore moderno nasce una serie di equivoci, che bisogna rimuovere, se vogliamo metterci in grado di giudicare imparzialmente. Questi equivoci, che il linguaggio assai spesso eccessivo dal Machiavelli adoperato, rende anche maggiori, derivano da ci, che di fronte agli errori suoi e del suo tempo si pongono i nostri, i quali sono di natura affatto diversa. Persuasi una volta che leggi, istituzioni, societ, governi scaturiscono dallo spirito umano, e progrediscono, decadono, si corrompono con esso, la immoralit individuale non pu per noi divenire moralit sociale, n pu in una sfera d'azione divenir bene quello che in un'altra  male, essendo una sola la nostra coscienza. Noi ammettiamo che la morale dei Pagani era diversa dalla morale dei Cristiani, quella del Medio Evo dalla nostra, perch infatti riconosciamo che l'uomo era allora diverso. Non possiamo per con uguale facilit ammettere che in uno stesso popolo, in un medesimo tempo, la morale condotta possa e debba, nelle diverse sfere dell'umana attivit, essere guidata da norme diverse, e che le medesime azioni abbiano in esse un diverso valore. L'inganno, la menzogna sono sempre immorali, e dobbiamo, vogliamo sempre condannarli. Pure nel fatto siamo costretti poi a contraddirci.
Nella guerra si pu anche oggi ingannare il nemico, per meglio distruggerlo; diamo prem al disertore che tradisce la sua patria, e una fortunata imboscata  anche da noi lodata. Questa in un duello sarebbe un assassinio; ma una finta, che metta l'avversario fuori di guardia, e lo scopra per pi facilmente ucciderlo,  ammessa dalle leggi della cavalleria, mentre nel corso ordinario della vita, ogni finzione  rigorosamente bandita dalla condotta d'un uomo onesto. Ripetiamo tutti i giorni, che la vera diplomazia, la vera politica dicono sempre lealmente il vero, si conducono con le norme stesse della vita privata; anzi  perci appunto che siamo tanto severi col Machiavelli. Ma bisogna osservare se quello che diciamo e scriviamo risponde veramente a quello che facciamo, perch delle azioni e non delle idee o delle parole egli s'occupava. Quando il Machiavelli afferma che il Principe deve saper fare la volpe ed il leone, il nostro orrore non ha confini. Ma quando, sotto i nostri occhi, una potente nazione si costituisce, contribuendovi principalmente l'opera di chi sa essere appunto volpe e leone; schiacciare il nemico, ed occorrendo, anche ingannarlo; valersi di tutti gli uomini, e respingerli come inutili strumenti, appena che pi non giovano al suo fine, che giudizio porta di lui allora la coscienza pubblica dell'Europa? Guarda ai mezzi o al fine? Lo chiama immorale, o lo chiama invece un grande politico, se tutto egli ha fatto a solo vantaggio della patria sua? Si narra che il nostro pi grande uomo di Stato, in quei giorni medesimi nei quali pi ardentemente ed efficacemente contribuiva alla redenzione della patria, fu sentito ansiosamente esclamare: - Io mi trovo qualche volta costretto di chiedere a me stesso: son sempre un galantuomo o sto divenendo un birbante? - E ci nulla proverebbe contro la moralit del suo carattere, ma ben dimostrerebbe assai chiaro, che il conflitto da noi accennato esiste anche oggi, e sino al punto da assumere qualche volta tragiche proporzioni nella coscienza onesta del patriotta, che tutto sacrifica al bene del suo paese. "Vice n'est ce-pas," osserv il Montaigne, accennando a questi casi appunto, in cui l'uomo di Stato spesso si ritrova, "car il a quitt sa raison  une plus universelle et puissante raison."(510)
E che cosa  veramente che allora lo scusa, se non il fine che ha avuto, l'effetto che ha ottenuto? Il disgusto che noi proviamo nel sentir ripetere la frase, - il fine giustifica i mezzi, - deriva in parte dall'esser questa la massima funesta dei Gesuiti. Ma non bisogna dimenticare, che essi ammettevano l'uso d'ogni mezzo, per conseguire il fine che avevano di sottomettere lo Stato alla Chiesa, la Chiesa alla Compagnia, e che questo fine appunto non era in nessun modo giustificato n giustificabile. Si respinga pure, se si vuole, la massima, giacch  certo che dal male non nasce il bene, e che il mezzo non  indipendente dal fine che deve produrre, anzi l'uno partecipa sempre della natura dell'altro. Si dovr per ammettere del pari che il valore d'una stessa azione riesce assai diverso nei vari ordini dell'attivit sociale, in conseguenza del diverso fine a cui questi mirano, e del diverso effetto che quella produce. Nella vita privata noi dobbiamo cercare col nostro bene quello ancora del vicino; nella pubblica ogni privato interesse deve sottostare ed, occorrendo, essere sacrificato al generale. L'individuo perde cos nella seconda una parte del valore che ha nella prima.
Del resto, che una reale e sostanziale differenza esista,  in termini generali ammesso da tutti, e lo tocca con mano chiunque passa repentinamente dalla vita privata alla pubblica, nella quale ci che prima e pi di tutto lo colpisce si  l'esistenza d'una logica morale affatto nuova per lui, perch diversa, e qualche volta, apparentemente almeno, in contradizione con quella che fino allora aveva conosciuta e seguita. L'errore del Machiavelli consisteva nel risguardare l'una come affatto indipendente dall'altra, e nel non vedere alcuna relazione fra di esse. Noi invece riconosciamo non solo che c' una relazione, ma che ambedue dipendono dai medesimi principii; hanno un punto comune di partenza, un fine comune a cui tendono. Questa relazione per resta ancora assai confusa nella nostra mente; il determinarla scientificamente non  stato finora possibile, il che  anche oggi uno dei maggiori ostacoli alla fondazione d'una vera scienza della politica.(511) La conoscenza cos imperfetta, cos mal sicura d'una relazione che in nessun modo vogliamo mettere in dubbio, ci spinge, per uscire d'ogni difficolt, a supporre troppo facilmente di poter sopprimere ogni reale differenza tra la pubblica e la privata morale, proclamandone la identit. E questo  il nostro errore. Cos non solo noi viviamo in un mondo morale assai diverso da quello del Machiavelli, ma ci troviamo anche in mezzo a pregiudizi ed errori che sono in opposizione con i suoi; e la scienza politica non essendo ancora sicuramente formata, non ha canoni incontrastabili, che ci possano condurre fuori di questo laberinto. Ognuno vede da ci le enormi difficolt che dobbiamo incontrare, quando vogliamo imparzialmente giudicare il Machiavelli nel tempo in cui egli gettava, per la prima volta, i fondamenti di quella scienza, che dopo di lui ha cos poco progredito. Di qui la lunga schiera d'interpetri, ammiratori e detrattori, i quali non riescono mai a mettersi d'accordo, per sapere che cosa intendeva dire, che fini reconditi e misteriosi aveva uno scrittore, il quale disse sempre chiaramente tutto quello che pensava. Non vi fu infatti mai uomo meno machiavellico del Machiavelli; e pi facilmente noi potremmo accusarlo di cinismo, che di reticenze premeditate o di secondi fini nascosti ne' suoi libri.
Quando lo poniamo davvero nel suo secolo, e lo seguiamo con attenzione, senza pregiudiz, allora ci avvediamo subito che egli, entrando in quella via che ci par cos spesso pericolosa e precipitosa, fa uno sforzo audace e gigantesco, per arrivare all'esame della realt vera delle cose, uscendo definitivamente dal Medio Evo. Questo aveva confuso il diritto con la morale, per mezzo della quale sottoponeva la politica alla religione, e finalmente lo Stato alla Chiesa; aveva confuso il diritto pubblico col privato, dando al supremo potere, ai pubblici uffici una forma feudale e quasi di privata propriet, dal che era nato un caos inestricabile cos nel fatto come nelle idee degli uomini.(512) E per, quando vediamo il Machiavelli guardare per la prima volta i fatti della societ e della storia come fenomeni della natura; cercarne le leggi, il legame reale; esaminare l'efficacia che pu avere su di essi l'opera dell'uomo di Stato, senza occuparsi di giudizi o pregiudizi individuali, di condanne religiose o morali, allora, quasi dimenticando ad un tratto i nostri scrupoli, ci par di vedere la luce del genio, che illumina il mondo che stiamo esaminando; di assistere finalmente, come di fatti assistiamo, alla creazione della scienza politica. E dobbiamo riconoscere che la via per la quale egli audacemente si mise nel secolo XVI, rimane anche oggi, se ne correggiamo gli errori, la sola per cui si possa arrivare ad un resultato, che sia davvero pratico e scientifico nello stesso tempo. Ed in vero, fino a quando, pur ammettendo la costanza immutabile dei principii morali, non ammettiamo anche il valore obiettivo dell'azione politica, e la sua profonda differenza dalla privata, una vera scienza dello Stato sar impossibile.
Ma non basta. Per quanto possa parere strano, un ritorno razionale alle dottrine e al metodo del Machiavelli,  necessario a trovare un fondamento e una guida sicura alla onest politica. Se noi ci contentiamo di ripeter sempre, che una  la morale, e che gli affari pubblici si debbono condurre con le norme stesse dei privati, che la vera politica e la vera diplomazia stanno nella lealt, quale sar poi la conseguenza, quando nel fatto ci accorgeremo che, restando davvero fedeli a queste massime, restiamo isolati e condannati all'impotenza? O dobbiamo allora ritirarci o, dopo i primi scrupoli esagerati, che la forza reale delle cose contraddice e smentisce, incomincia quella serie di transazioni, di sottintesi e di ripieghi, i quali in sostanza sono maschere per nascondere la differenza reale sotto una uniformit puramente convenzionale ed ingannatrice. Ora  certo, che in mezzo a queste finzioni, i veri e sicuri criteri di ci che in politica  onesto o disonesto, leale o sleale, si perdono. Non v' pi norma di sorta, tutto par che sia lecito, purch si trovi la maschera e la forma conveniente; e spesso si vedono quelli che erano in principio i pi scrupolosi, divenire a un tratto scettici, e confondere anch'essi la verit, la sostanza delle cose coi pi volgari artifiz della politica, la quale sembra anzi ridursi tutta a tali artifiz. Ed in questo lavoro di sottili finzioni, i tristi riescono assai meglio dei buoni e leali cittadini, i quali, fidenti nella rettitudine delle loro intenzioni, sanno assai meno nasconderle o mascherarle, e non ne sentono il bisogno. Spesso segue anzi che passano essi per disonesti, ed onesti appaion quelli solamente che meglio san fingere, e che, sotto mentite apparenze, provvedono solo al privato loro interesse. Di qui la porta aperta alla corruzione politica, pericolo che ai giorni nostri  assai pi minaccioso che nel passato, e diverr sempre maggiore. Una volta, infatti, i governi erano in mano d'un numero ristretto di persone, le quali non solamente nei paesi aristocratici come l'Inghilterra, ma anche in quasi tutte le repubbliche antiche o del Medio Evo, costituivano un ordine privilegiato di cittadini. Il suo interesse s'immedesimava con quello dello Stato, ed a poco a poco si formavano tradizioni che tenevano luogo di principii. Ma oggi che la democrazia invade tutto, ognuno pu prima o poi salire al governo. Gli uomini si trovano perci balestrati a un tratto dalla vita privata alla pubblica; e mancando ad essi le tradizioni secolari di una educazione politica ereditaria, se principii sicuri non danno norme costanti, facendo nella continua mutabilit prevaler sempre l'interesse dello Stato, la corruzione politica sar la malattia delle nostre societ democratiche, e ne metter a repentaglio l'esistenza. Che se v' una reale differenza tra la morale politica e la privata, ci non vuol dire di certo che non vi sia una politica morale ed una politica immorale, e che questa non sia rovinosa agli Stati ed alle nazioni, quanto l'immoralit privata all'individuo ed alla famiglia.
Tutto ci non deve peraltro impedirci di riconoscere il cammino immenso che abbiamo fatto, e la distanza che ci separa dal Machiavelli. Per noi l'uomo di Stato deve essere immedesimato con la societ che egli governa, la quale ha una sua personalit ed una coscienza, che  in relazione con la coscienza individuale da cui deriva, n pu quindi mettersi con essa in aperta contradizione. La societ obbedisce ad alcune leggi sue proprie, ha fini e scopi determinati, il principale dei quali  il miglioramento morale dell'uomo. Se da questo fine il politico, il legislatore si allontanano, essi violano le leggi pi sacre della natura e della storia. Guardare solo alla grandezza e potenza dello Stato, senza guardare all'uomo, quasi esso fosse creato per lo Stato, e non viceversa, fu un altro errore del Machiavelli. E l'azione politica, per quanto abbia un valore indipendente,  pure un atto compiuto da un uomo, n pu quindi da essa scomparire ogni elemento personale, umano. Se io soccorro i poveri, senza che la mano sinistra sappia quello che ha fatto la destra, la mia azione pu certo essere buona, pur non avendo valore politico di sorta; se invece io, non per sentimento alcuno di cristiana carit, ma per compiere solo un atto di governo, dono ad essi in pubblico, e voglio che si sappia da tutti, la mia azione pu essere politicamente buona, senza avere un alto valore morale. Ma dire che il primo sentimento, quando vi sia, nulla aggiunga all'azione politica, il cui valore anzi risulta solo dalla sua apparenza esteriore, senza relazione alcuna colla intrinseca sua realt,  un uscire dai confini del vero. Ed il Machiavelli, nel distinguere i due ordini di fatti, trascinato dalla sua fantasia indomabile e dalla sua logica, esagera spesso oltre ogni giusta misura. Quando, per esempio, arriva a dire che in politica la sola apparenza del bene giova, e che la bont della intenzione  inutile, anzi nuoce qualche volta all'uomo di Stato, allora il vero, a questo modo esagerato, divien falso. Se lo scopo della politica, com'egli stesso pi volte afferma con eloquenza, deve esser la grandezza della patria, a cui ogni privato interesse va sacrificato, nessuno negher che solo un animo generoso e buono pu veramente amarla, e con maggiore efficacia riuscire ad aiutarla.
Pure il Machiavelli, a dimostrarci che la bont personale e la capacit politica son cose diverse, si diletta sopra modo di farci vedere quanto utile pot politicamente riuscire qualche volta uno scellerato; e, non avendo n potendo al suo tempo avere un'idea chiara del progresso morale e civile delle societ umane, ci che trova una volta giustificabile, gli appar tale per sempre. Non vede allora differenza sostanziale tra i mezzi, con i quali un capo di trib selvagge riesce a costituire un qualche ordine sociale, e quelli che  lecito adoperare ad un principe di uno Stato gi progredito. Se la storia anche oggi pu lodare il carattere politico di Guglielmo il Conquistatore, che pur cavava gli occhi ai prigionieri, e tagliava loro mani e piedi, senza mai dar segno alcuno di piet,(513) al Machiavelli sarebbe stato difficile intendere che in altri tempi questi medesimi mezzi potrebbero essere adoperati solo da un mostro, e porterebbero la immediata rovina di chi li adoperasse, appunto perch non vedeva, come noi vediamo, che la coscienza pubblica e la privata sono fra loro in relazione; che gli uomini non son sempre gli stessi, ma mutano di continuo. E perci appunto, quando ammirava le azioni del Valentino quasi come un'opera d'arte, non s'avvedeva che questi aveva passato il segno, scandalizzando perfino quel secolo scandaloso, e che prima o poi la sua impresa doveva rovinare, perch esso ed il padre, nonostante l'accortezza, l'ingegno e la fortuna, calpestando l'umana coscienza, avevano di necessit fabbricato sulla rena. Tutto ci riesce a noi anche pi intollerabile, per quel suo linguaggio singolare che tanto spesso egli adopera. Le parole con le quali si lodano le pi nobili azioni nella vita privata, il Machiavelli le usa di continuo per lodarne altre, che sarebbero in essa giudicate inique, se crede che possano riescire utili o necessarie nella vita pubblica. Egli lo fa a sempre meglio mettere in luce la differenza che passa fra l'una e l'altra, e senza scrupolo, senza esitare, anzi con vero entusiasmo, quando si tratta d'azioni compiute a difesa della patria. Ma nessuna spiegazione al mondo far mai, che il nostro orecchio possa assuefarsi a sentir parlare di frodi onorevoli, di crudelt generose, di scelleratezze gloriose. Eppure egli, trascinato da una logica irresistibile, spronato dal bisogno di dare efficacia alle sue parole, di trovar leggi e regole generali; convinto d'aprire una via sconosciuta, di fondare sopra solide basi una scienza nuova e praticamente utile alla societ; portato dalla propria indole, dalla propria fantasia alle conclusioni assolute, traeva, inesorabile, le conseguenze dalle sue premesse, senza mai di nulla spaventarsi, senza occuparsi di quello che si sarebbe detto o pensato di lui.
Noi possiamo e dobbiamo spesso biasimarlo; ma il giusto biasimo non ci deve far chiudere gli occhi alla realt delle cose, ed alla difficolt del problema, che egli per la prima volta os affrontare, e che noi ancora non abbiamo risoluto. Quando, anche oggi, entrando nel tempio cristiano, vediamo sulla tela quasi santificata Giuditta che presenta al popolo esultante la testa d'Oloferne; quando nella scuola cerchiamo ispirare ai nostri giovanetti ammirazione per l'Orazio che uccide la propria sorella, pensiamo mai al nome che dovremmo dare a queste azioni, se le giudicassimo coi principii stessi con cui tante volte giudichiamo il Machiavelli? Esse sono fra quelle appunto che egli chiamava scelleratezze gloriose. Di certo, se i tempi fossero stati meno corrotti, il fenomeno del Machiavellismo avrebbe preso un'altra forma; e se il Machiavelli avesse avuto un animo pi puro, pi ideale, sdegnoso d'ogni cinismo, un amore della virt pi intenso, avrebbe anch'egli tenuto altro linguaggio, e anche senza vedere quello che allora nessuno poteva vedere, avrebbe qualche volta fatto almeno sentire la protesta, il dolore della propria coscienza. Ma nulla di meno razionale, che il non tener conto degli errori inevitabili d'un secolo, e delle loro necessarie conseguenze; nulla di pi ingiusto, che il volere in lui solamente giudicare gli errori come colpe, e pretendere di tutto spiegare colla corruzione sua e del suo tempo. Aveva perci ragione il Mohl, quando scrisse che, se il Machiavelli aveva peccato, molto pi era stato contro di lui peccato.(514) La posterit deve ancora rendere giustizia a colui che certo non fu senza colpa, ma che pure os affrontare la soluzione d'uno dei pi ardui problemi che s'incontrino nelle scienze morali, e non tem di condannare per secoli il suo nome all'odio dei posteri, perch si sentiva nello scrivere animato dall'amore della verit, della libert e della patria, da un grande desiderio del pubblico bene.
A sempre meglio intendere il valore intrinseco del Machiavelli, e le sue vere relazioni coi tempi in cui visse, nulla giova quanto il porlo accanto al Guicciardini, esaminando le Considerazioni, che questi scrisse sui Discorsi del primo. Il Guicciardini era senza dubbio pi pratico, aveva maggiore attitudine a comandare, maggiore conoscenza degli uomini e degli affari, specialmente dei grandi affari, dei quali ebbe un'assai pi larga esperienza. E, come abbiamo gi visto, senza ferme convinzioni politiche, senza grandi ideali, occupato solo a farsi strada nel mondo, egli era un osservatore sempre esatto, sempre pratico, non mai fantastico. Messo accanto al Machiavelli, sembra il genio del buon senso, che, sicuro di s, guarda sorridendo i voli troppo audaci, le creazioni troppo ardite d'un genio divinatore, di cui nota ogni inesattezza, biasima i passi precipitosi e pericolosi, con grande maestria e prudenza; ma del quale non comprende tutta la forza, n l'altezza della mta cui aspira. Il Machiavelli dal suo lato non ascolta i consigli della prudenza, perch trova soddisfacimento solo quando s'avanza per sentieri sconosciuti, inesplorati, donde qualche volta precipita senza per mai perdere l'energia necessaria a salire nuovamente in alto.
Fin dalle prime parole, il Guicciardini fa presentire la disposizione del suo animo. Il Machiavelli discorrendo dell'origine delle citt, fedele al suo principio, che gli uomini son cattivi per natura, e diventano buoni per forza, osserva che, quando le citt si trovano in luoghi sterili, i cittadini riescono operosi ed energici; quando invece si trovano in luoghi fertili, si abbandonano all'ozio, se leggi e istituzioni severe non vi pongono efficace rimedio, stimolandoli al lavoro, educandoli alle armi. Ma la sterilit dei luoghi non offre agevole occasione alle conquiste; e per i Romani fondarono la loro citt in un paese fertile, che apriva la via alle conquiste, e resero il popolo laborioso, armigero con leggi severissime, che il Machiavelli enumera. A questo punto il Guicciardini, che ammirava molto l'arte militare dei Romani, ma non del pari il loro governo e la loro politica, sembra che incominci subito a perdere la pazienza. Roma, egli dice, fu posta in un territorio fertile, ma senza contado, e circondata da popoli armigeri; onde fu costretta ad allargarsi con la virt delle armi e della concordia. E questo  quello che segue, "non in una citt che voglia vivere alla filosofica, ma in quelle che vogliono governarsi secondo il comune uso del mondo, come  necessario fare."(515)
Venendo poi ad esaminare ci che i Discorsi dicono sulle varie forme di governo, approva la esposizione fatta in essi secondo le idee di Polibio. Arrivato per, nel capitolo nono, al punto decisivo, l dove si dice che a fondare una repubblica bisogna esser solo, e che perci Romolo fece bene ad ammazzare il fratello, quale  la posizione che il Guicciardini prende di fronte al Machiavelli? "Non  dubbio," egli dice, "che un solo pu porre miglior ordine alle cose, che non fanno molti, e che uno in una citt disordinata merita laude, se, non potendo riordinarla altrimenti, lo fa con la violenza e con la fraude e modi estraordinari." "Ma si preghi Dio che non ci sia bisogno d'essere riordinati a questo modo, perch gli uomini sono fallaci, e facilmente al riordinatore pu venire la voglia di farsi tiranno. E quanto alla vita di Romolo bisogna considerarla bene, perch pare che fosse ammazzato dal Senato appunto per volersi arrogare troppa autorit. Bisogna considerarla bene."(516) Dove poi il Machiavelli, proseguendo il suo discorso, s'esalta con tanta eloquenza a descrivere la grandezza d'animo del vero legislatore, che, compiuta la sua opera, prova il suo disinteresse e l'altezza del suo scopo, non lasciando lo Stato agli eredi, ma affidandone la cura alle mani del popolo, perch lo mantenga a lungo libero e forte, il Guicciardini con freddezza osserva, che questi sono pensieri, "che si dipingono pi facilmente in su i libri e nelle immaginazioni degli uomini, che non se ne eseguiscano in fatto."(517) Egli dunque ammette, senza neppur discuterlo, il punto di partenza del Machiavelli, ed arriva fino a riconoscere che la frode, la violenza, l'inganno possano, nel caso di cui si ragiona, essere lodevoli. Riconosciuto per il fatto, quale era allora, almeno in pratica, ammesso da tutti, non vuole su di esso fondare una teoria, non tirarne conseguenze; ma cerca piuttosto attenuarlo, temperarlo con un linguaggio moderato, e coi suggerimenti del senso comune. Non ammette invece che sia possibile quella grande generosit del vero legislatore, nella quale il Machiavelli aveva cos esplicita fede, e nondimeno lo accusa nello stesso tempo di credere gli uomini troppo cattivi.
In vero il Machiavelli non solo afferma che gli uomini, tristissimi di loro natura, tali rimarrebbero se le leggi non li correggessero e costringessero ad essere buoni; ma aggiunge ancora che, se fossero veramente buoni, non sarebbero necessarie le leggi. Secondo noi invece, queste essendo fatte dagli uomini, essendo espressione del loro modo di sentire e di pensare, ne risulta chiaro che, se in essi non fosse germe veruno di bont, non si potrebbero avere n le buone leggi, n le virt che ne derivano. Ma il Guicciardini, che non aveva le nostre idee, e non accettava quelle del Machiavelli, si contenta di osservargli semplicemente, che tutto  da lui detto in modo troppo assoluto, perch gli uomini sono di loro natura portati al bene, da cui deviano solo per interesse personale. Chi preferisse, egli dice, il male per s stesso, sarebbe un mostro. Le leggi si debbono quindi fare in modo, che chi voglia non possa compiere il male, e debbono con premi incoraggiare il bene.(518)
Ma il Machiavelli aveva anche con molta eloquenza scritto, che chi, messo da una parte il bene e dall'altra il male, preferisse questo a quello, dovrebbe non essere nato di uomo. Esaminando per la societ, egli vedeva che l'interesse privato si metteva di continuo in conflitto col pubblico, il quale non avrebbe trionfato davvero senza le leggi e la forza; e siccome questo trionfo egli voleva sopra ogni altra cosa assicurare, ed in esso vedeva la sorgente di tutte le civili virt, cos le faceva derivare dalle leggi e dalla forza. Il Guicciardini, invece, che ai privati e personali interessi dava, in teoria ed in pratica, assai maggior forza, voleva rimediare a tutto ponendoli fra di loro in equilibrio, facendo s che gli uni servissero di freno agli altri, ed in ci riponeva l'essenza del governo, e vedeva la via a formare lo Stato, che il Machiavelli concepiva invece come una unit superiore, alla quale dava il diritto, imponeva il dovere di sottomettere i privati interessi, vincendo ogni loro resistenza. Considerando poi tutta l'attivit politica come personificata nel legislatore, nel Principe, il quale a forza si sovrapponeva alla societ, ne seguiva necessariamente, che ogni impulso, ogni tendenza sociale, il governo stesso prendevano sempre l'aspetto di qualche cosa che veniva di fuori, che non nasceva da essa, ma aveva la sua sorgente in una volont affatto estranea. Ed il Guicciardini anche qui non fa altro che esaminare sentenze ed osservazioni staccate, contentandosi di biasimare le esagerazioni del Machiavelli, temperandone, moderandone la forma eccessiva di linguaggio, lasciando da parte le quistioni generali, che gli paiono sempre teoriche ed oziose.
Nei Discorsi si legge ripetutamente: "Non esservi pi sano n pi utile mezzo ad assicurare la libert, che ammazzare i figli di Bruto." Ed il Guicciardini scrive: "Assai difficilmente si educa alla libert un popolo che mai non la conobbe. Il meglio  in questi casi fondare un governo temperato, e punir subito i nemici di esso, lasciando vivere gli altri in pace. Sebbene per allora sia spesso inevitabile metter le mani nel sangue, non desideri il nuovo governo che Bruto abbia figli, per acquistare reputazione ammazzandoli: meglio sarebbe che non ne avesse. Se poi si tratta d'un principe odiato da un popolo che ami la libert, non v' davvero rimedio. Ed  puerile credere col Machiavelli, che Clearco ammazzasse gli Ottimati, per dar soddisfazione al popolo che gli era avverso; bisogna credere piuttosto che anch'essi gli erano nemici, e che per li spegnesse sotto finto colore. Il solo rimedio in simili casi sta nel farsi partigiani abbastanza potenti da opprimere il popolo, o batterlo ed annichilirlo in modo che non possa muoversi, introducendo nello Stato nuovi abitatori che non siano educati alla libert."(519) E dopo tali parole, che sembrano, pur combattendolo, concedere gi molto alle idee del Machiavelli, egli cerca subito di temperare la sentenza troppo assoluta. "Bisogna per che il Principe abbia animo ad usare questi modi straordinari, quando siano necessari; ma abbia tanta prudenza da non tralasciare alcuna occasione che si presenti, per stabilire le cose con la umanit e coi benefici, non pigliando cos per regola assoluta quello che dice lo scrittore, al quale sempre piacquono sopra modo i rimedi straordinari o violenti."(520)
Lo stesso metodo di critica segue l dove il Machiavelli afferma che, quando si tratta di salire a grande fortuna, non basta la sola forza, ma occorre anche usare la frode. Il Guicciardini distingue: "Se si parla di simulazione e di astuzia, pu esser vero che la sola forza, non dir mai, che  vocabolo troppo risoluto, ma rarissime volte conduca gli uomini al potere. Se per s'intende addirittura inganno o mancamento di fede, vi furono molti, che senza la frode acquistarono regni, come Alessandro Magno e Cesare, che scopr la sua ambizione. Pu anche essere disputabile, se la frode sia sempre mezzo sicuro d'arrivare a grandezza, perch con l'inganno si fanno di bei colpi, ma la reputazione d'ingannatore ti toglie poi modo di conseguire l'intento."(521) Se non che, la questione principale posta nei Discorsi era, che in politica l'inganno sia non di rado un mezzo necessario per riuscire ad un fine buono, e che perci l'adoperarlo possa, in questi casi, essere un dovere. Il Guicciardini evidentemente  d'accordo col Machiavelli; ma non vuole ammetterlo senza riserve, n vuole fermarsi a discutere una sentenza che gli par troppo ardita. E si contenta di esaminare, come cosa pi pratica, quando la frode riesce e quando non riesce al fine proposto.
Abbiamo gi visto, che il Machiavelli fa alcune giuste, profonde osservazioni sulla storia dei partiti in Roma ed in Firenze, concludendo che a questa le divisioni furono rovinose, perch la vittoria del popolo port alla distruzione dei grandi; a quella furono invece utili, perch il popolo cominci in essa a combattere pe' suoi giusti diritti, e, avuta la vittoria, si content di dividere il governo coi patrizi. Tali considerazioni furono poi il fondamento della sua Storia di Firenze, contribuendo non poco a determinarne la originalit ed il valore. Il Guicciardini, fermandosi al solito, unicamente sul modo troppo assoluto con cui sono esposte, dice: "Non fu certo la divisione che rese potente Roma, anzi assai meglio sarebbe stato se i patrizi avessero sin dal principio ammesso il popolo al governo. Lodare le disunioni  come lodare in un infermo la sua infermit, per la bont del rimedio che gli fu poi apprestato.(522) Appio Claudio non cadde perch s'un coi grandi a combattere il popolo, quando doveva fare il contrario, n per altra ragione addotta dal Machiavelli; ma perch voleva spegner la Repubblica, quando Roma aveva buone leggi, costumi santi, e ardente amore di libert. Manlio Capitolino s'appoggi al popolo per sforzare i grandi, e cadde del pari; Silla s'appoggi ai grandi, e lo stesso fece in Firenze il Duca d'Atene, che per sua colpa perdette poi il loro favore. Le storie abbondano d'esemp diversi, e ciascuno ha le sue buone ragioni; sono partiti che non si possono pigliare con una regola ferma, perch la conclusione si deve cavare dagli umori della citt, dall'essere delle cose, che varia secondo la condizione dei tempi, e da altre occorrenze che girano."(523)
Il punto per nel quale il Guicciardini esce dalla sua solita temperanza, per usare un linguaggio eccessivo o almeno assai deciso,  quello in cui si parla del popolo, che egli disprezza, quasi odia, ed il Machiavelli invece ama, ammira, esalta. "Io non so bene," egli dice, "che cosa significhi l'affermare che bisogna confidare al popolo la guardia della libert. Se s'intende parlare di chi deve aver parte al governo, ci spetta, massime nei governi misti come quello di Roma, cos al popolo come ai nobili, che ivi pi volte salvarono la patria e la libert di tutti. Quando poi si dovesse fare una scelta tra un governo tutto di nobili o tutto di popolo, io non star a discutere se veramente il primo sia pi atto a conservare, il secondo a conquistare; ma non esiterei punto nella scelta, perch la plebe  ignorante, e non buona n all'uno n all'altro ufficio."(524) "Dove  moltitudine quivi  confusione, e in tanta dissonanza di cervelli dove sono var giudiz, var pensieri, var fini, non pu esservi n discorso ragionevole, n risoluzione fondata, n azione ferma...; per non senza ragione  assomigliata la moltitudine alle onde del mare, le quali, secondo i venti che tirano, vanno ora in qua, ora in l, senza alcuna regola." Il Machiavelli diceva che, non senza ragione, s'era assomigliata la voce d'un popolo a quella d'un Dio. Pel Guicciardini un popolo  "un'arca d'ignoranza," e quindi i governi popolari son sempre ignoranti. Che se la repubblica romana fu savia, ci dipese dall'essere stata sempre governata dai pochi, non dai molti. N vale a nulla, egli dice, il ricordare i viz personali e privati dei principi, perch qui si tratta solo della loro prudenza politica, ed un uomo di molti viz pu anche essere prudentissimo nel governare.(525) Questo era per quello appunto che diceva ancora il Machiavelli, che delle qualit private dei principi non s'occupava, o solo in quanto giovavano o nocevano allo Stato. I due grandi politici fiorentini erano, non ostante le loro somiglianze, cos diversi, che spesso finivano col non intendersi fra loro.
Nel giudicare l'antica Roma, il Guicciardini stimava esagerata l'ammirazione del Machiavelli, e non voleva prendere a modello uno stato in cui trovava ammirabili solo gli ordini militari.(526) Ma neppure nel discuter della guerra andavano d'accordo. Nessuno dei due era uomo del mestiere; il Guicciardini per aveva avuto una pi larga esperienza, essendo stato commissario presso eserciti ben pi numerosi e poderosi di quello di Firenze al campo di Pisa, e s'era trovato pi volte presente ad imprese di ben altra gravit. Ma, sembrandogli sempre inutile il troppo speculare, non era riuscito mai a formarsi sull'arte della guerra in generale, n sul modo di ordinare le milizie in particolare, nessuna delle idee originali cui arriv il Machiavelli, che, nella sua pi ristretta esperienza, aveva assai pi da vicino esaminato le cose. E per anche qui il Guicciardini cerca solo di sorprenderlo in tutte le esagerazioni che gli sfuggono, e spesso lo trova veramente in fallo, come quando gli rimprovera il poco conto che fa delle armi da fuoco e delle fortezze, per volere al solito imitare e citar sempre l'esempio dei Romani. "Non bisogna poi tanto lodare l'antichit," egli osserva giustamente, "da biasimare tutti gli ordini moderni, che non erano appresso i Romani, perch la esperienza ha scoperto molte cose, le quali non furono considerate dagli antichi e per essere i fondamenti diversi, sono ora necessarie. Ed  troppo manifesto che le fortezze sono alcuna volta necessarie. La ragione addotta, che esse danno animo ai cattivi principi di perseverare nel male,  molto frivola, perch allora non bisognerebbe avere guardia n armi n esercito. Non si debbono fuggire le cose utili per tema che la sicurt ti dia animo a far male. Si deve forse biasimare la medicina, perch la fiducia in essa ti pu rendere meno cauto a riguardarti?"(527) Ed aveva ragione, perch davvero, a questo proposito, il Machiavelli esagerava molto nei Discorsi, tanto che altrove egli stesso cerc, in parte almeno, di correggersi, e pi tardi fu tra coloro che s'adoperarono a fortificare Firenze, per difenderla. Ma il Guicciardini non lo intese neppure quando sosteneva con molta ragione che i nuovi Stati dovevano fondarsi sull'amore del popolo e sui cittadini armati, non sulle fortezze, come avevano fatto e facevano i piccoli tiranni italiani, quasi sempre con loro rovina. N poteva intenderlo, perch del popolo non voleva mai sentire dir bene, ed insisteva sempre che, "considerando come molte volte e' popoli eziandio bene trattati, sono poco ragionevoli, e spesso desiderosi di cose nuove,  pur necessario fare qualche fondamento in sulla forza, in sul tenerli in qualche terrore."(528)
Citiamo un ultimo esempio. Vedemmo gi con quanta eloquenza il Machiavelli aveva notato, che la corruzione della Corte di Roma, ed il potere temporale dei Papi erano stati causa della divisione e rovina d'Italia. Il Guicciardini osserva a questo proposito: "Della Corte di Roma non si pu dir tanto male che non meriti pi, perch  una infamia, un esempio di tutti i vituper e obbrobr del mondo. Ed  anche vero che la Chiesa abbia impedito l'unione d'Italia in un solo Stato; ma non so se ci fu bene o male. Una sola repubblica poteva certo essere gloriosa al nome d'Italia, e di grande utilit per la citt dominante; ma sarebbe stata la rovina delle altre.  vero che la divisione nostra ha portato molte calamit, sebbene sia da ricordare che le invasioni dei barbari cominciarono al tempo dei Romani, per l'appunto quando l'Italia era unita. Ma l'Italia divisa ha potuto avere tante citt libere, che io reputo una repubblica sola le sarebbe riuscita pi infelice che felice. Questo veramente non sarebbe seguto sotto un regno, che  pi comune verso tutti i sudditi; onde vediamo la Francia ed altri paesi vivere felici sotto un re. Pure, o sia fato o sia complessione degli uomini, questa provincia ha sempre voluto libert, e per non s' mai potuta unire sotto un imperio. I Romani vi riuscirono solo con grande virt e violenza; ma appena si spense la Repubblica e manc la virt degl'imperatori, perderono facilmente il dominio. Laonde io credo che se la Chiesa ha impedito l'unione d'Italia, ci non sia stato ad infelicit di questa, che ha potuto cos vivere secondo la sua propria natura."(529)
Chi non vede la verit di tali osservazioni, in ci almeno che si riferisce alla storia vera, all'Italia reale del Medio Evo, ed in parte anche del Rinascimento? Ma il Machiavelli, guardando pi oltre, vedeva pure che l'Europa e la societ necessariamente mutavano, che si andavano formando le grandi nazioni e gli Stati moderni, i quali avevano bisogno di assai maggior forza, e di pi vasto territorio. L'Italia sarebbe stata inevitabilmente oppressa dai vicini, se non si univa anch'essa. Questo era ci che la Chiesa, come le aveva nel passato impedito di fare, cos lo impediva al presente.  vero che nel Medio Evo una sola repubblica o una monarchia avrebbero reso impossibile la libert di tanti Comuni, che pur fiorirono tra noi, e quindi la grande e varia cultura italiana. Ma il Machiavelli aveva pur fatto notare che v'erano le libere confederazioni di repubbliche, v'erano i grandi Stati repubblicani o monarchici, i quali sapevano estendersi, ingrandirsi, seguendo l'uso romano, che era d'avere "compagni, non sudditi;" e ricordava spesso anche i Parlamenti di Francia, che davano, egli diceva, prosperit a quella monarchia. Tutto ci sfuggiva all'attenzione del Guicciardini, perch fuori della realt presente e circoscritta, in mezzo alla quale si trovava; ed egli non vedeva n voleva veder altro.
Cos da qualunque lato si esaminino questi due grandi scrittori, risulta sempre chiaro che, nelle questioni veramente pratiche, il buon senso, la natura dell'ingegno e l'esperienza del Guicciardini gli davano una vera superiorit sul Machiavelli. Le sue osservazioni, i suoi precetti possono pi facilmente ed anche pi utilmente servire di guida nella condotta giornaliera della vita e degli affari.(530) Le considerazioni del Machiavelli aprono invece nuovi orizzonti allo studio della connessione logica tra i fatti della storia, allo studio della societ umana e dell'azione che su di essa pu esercitare l'uomo di Stato, cui danno norme pi generali, ma non meno pratiche per l'indirizzo da seguire nei grandi avvenimenti politici, nei quali non bastano pi i consigli della esperienza personale, fatta giorno per giorno. E quanto al conflitto, che allora sorgeva pi visibile che mai fra le necessit inevitabili della vita politica, ed i principii sacrosanti della morale privata, se il Guicciardini ne parlava a bassa voce, senza volercisi fermare, il Machiavelli invece su di esso principalmente fissava il suo sguardo, e rivolgeva tutta la sua attenzione, tirandone, senza paura, quelle che gli sembravano conseguenze inesorabili. Fu primo a veder la grande importanza pratica e scientifica del problema, che anche oggi affatica la mente dei filosofi e di tutti coloro che meditano sul destino dell'uomo, primo perci a fondare la nuova scienza dello Stato.



CAPITOLO IV.

Il Principe.

Nel 1513, come abbiamo gi visto, il Machiavelli, ritiratosi nella sua piccola villa presso San Casciano, a sette miglia circa da Firenze,(531) aveva gi cominciato a scrivere i Discorsi, ai quali interrottamente lavor per lungo tempo. In essi il concetto fondamentale del Principe trovasi pi volte accennato in germe, ed  parte d'un lavoro speciale che doveva contenere tutte le idee della politica pratica dell'autore. I Discorsi erano un'opera teorica, generale, scritta meditando sulla storia, specialmente sulla storia di Roma; e per il concetto assai pi pratico del Principe, a misura che s'andava formando, doveva cominciare a staccarsi da essi, e finire di necessit col dare origine ad un altro lavoro.
In tutta l'Europa, per opera dei sovrani, s'andavano allora, sulle rovine del Medio Evo, rapidamente costituendo gli Stati nazionali e moderni. I mezzi poco scrupolosi, spesso immorali, coi quali questa trasformazione seguiva, coi quali solamente poteva allora seguire, sono quelli appunto che il Principe, secondo il Machiavelli, deve adoperare. Questo Principe infatti noi lo vediamo sorgere, formarsi nella mente dello scrittore, per le stesse ragioni, seguendo il medesimo processo, con cui si era andato formando, e sorse dalla realt delle cose, in mezzo al vario, portentoso disordine politico del Rinascimento, dinanzi al caos medievale, che costituisce come il fondo del quadro, e si va lentamente sempre pi allontanando. L'uno  come l'immagine, lo specchio fedele dell'altro. E della grande somiglianza che passa fra la creazione del pensatore, e la realt dei fatti che seguono intorno a lui, l'una e l'altra quasi prodotto necessario, fatale d'una legge inesorabile, il personaggio che egli ci descrive, per quanto possa ai nostri giorni sembrar detestabile, acquista una tragica verit, che ci riempie, nello stesso tempo, di stupore, di terrore e di ammirazione. Il libro assume perci tutta quanta l'importanza, di un grande avvenimento storico; il pensiero del Machiavelli e la nuova societ che si va contemporaneamente costituendo, appariscono come due facce d'una sola e medesima rivoluzione, che, leggendo il Principe, par che segua sotto i nostri occhi.
La politica che noi vediamo qui descritta, anzi drammaticamente individuata in un personaggio ideale, era prima che altrove cominciata in Italia, per opera dei nostri Signori e tiranni, i quali l'avevano insegnata ai sovrani dei grandi Stati, che per mezzo di essa s'andavano ora formando in Europa. Ma fra i tiranni italiani, i quali erano pur quelli che costantemente si trovavano sotto gli occhi dei Machiavelli, ed i sovrani come Luigi XI e XII, Ferdinando il Cattolico, Enrico VIII, Francesco I, correvano differenze non poche. Il tiranno italiano era un uomo assai spesso sorto dal nulla, un privato cittadino salito al potere, non per legame o tradizione di famiglia, ma per opera sua propria, del suo ingegno, della sua accortezza ed audacia. Egli perci era essenzialmente quello che il Machiavelli chiamava Principe nuovo. Il suo Stato si poteva dir veramente sua creazione; di esso s'era in mezzo a mille pericoli impadronito; in mezzo a mille pericoli doveva mantenerlo, quasi ogni giorno riconquistandolo. E fra questi principi nuovi, che d'ogni dove circondavano il Machiavelli, quello che a lui appariva come il tipo pi definito, quello che egli aveva potuto meglio, pi da vicino conoscere ed osservare, era il Duca Valentino, che nella sua mente, a poco a poco, s'era andato, come noi vedemmo, idealizzando.
Questa si pu dir la materia prima del Principe. In esso domina sempre una tendenza pratica, in relazione costante colla storia contemporanea, specialmente italiana, e ci determina la vera e propria fisonomia del libro. Qui infatti, contro l'uso che serba nelle altre sue opere, il Machiavelli cerca di trarre quasi tutti gli esemp dagli avvenimenti seguti al suo tempo. Ferdinando il Cattolico, Luigi XI, Francesco Sforza, Alessandro VI, Cesare Borgia ed altri simili sono di continuo citati e come interrogati. Qualche volta nel ricorrere all'antichit, par che senta quasi l'obbligo di scusarsene. "Io non mi volevo partire dagli esemp italiani e freschi; pure non voglio lasciare indietro Ierone Siracusano."(532) Pi il libro s'avvicina alla situazione politica in cui era allora l'Italia, pi il calore, l'eloquenza, l'entusiasmo dello scrittore vanno crescendo.(533) Il soggetto essendo inoltre assai pi circoscritto e determinato che nei Discorsi, scompariscono affatto le digressioni e ripetizioni che in questi si trovano assai spesso. Si procede di capitolo in capitolo con pi stretto legame logico, con uno stile rapido vigoroso, chiarissimo. Ogni pagina risplende per nuove bellezze di forma; il libro par quasi un'opera d'arte, ha una potenza drammatica che affascina, che trascina il lettore fino all'ultimo capitolo, in cui il Principe nuovo, divenuto finalmente, attraverso i pericoli ed il sangue, sicuro padrone dello Stato che  opera sua, pu renderlo libero, affidandone la difesa, come fecero sempre i pi grandi e gloriosi legislatori, alla guardia del popolo. Ed abbiamo allora l'apoteosi dell'Italia indipendente, unita e libera in quella celebre esortazione finale al tiranno, che si trasforma in redentore della patria, esortazione la quale  forse ci che di pi eloquente abbia la letteratura italiana.
Ma come mai, partendo da un concetto che, sia pure pratico e di politica contemporanea,  certo anche scientifico e generale, si finisce d'un tratto colla sola Italia, la quale sembra inaspettatamente divenire cos lo scopo esclusivo di tutto il libro? Questo  ci che ha messo a tortura il cervello di molti, ed alcuni han finito col vedere in quella che  la conclusione logica di tutta l'opera, un capitolo senza nessuna connessione col resto, artificialmente, forzatamente appiccicato. Per rispondere a una tale domanda, bisogna innanzi tutto notare quale fu veramente l'occasione prossima, che indusse il Machiavelli a scrivere il Principe. Noi abbiamo gi detto che uno dei pensieri i quali dominaron sempre la mente di Leone X, fin dai primi anni del suo pontificato, fu quello di creare uno Stato cos al fratello Giuliano come al nipote Lorenzo. Di ci si parlava spessissimo a Firenze ed a Roma, come vediamo in tutti gli storici, in molte e molte lettere dei contemporanei. Da essi sappiamo, che s'era perfino pensato di poter dare un giorno a Giuliano il regno di Napoli, che il ducato d'Urbino gli era stato veramente proposto, ma che egli lo ricus. Continuamente si discorreva poi di dargli Parma, Piacenza, Modena e Reggio. Un tale disegno non era molto diverso da quello concepito gi da Alessandro VI per suo figlio il Duca Valentino, il quale, secondo il Machiavelli aveva saputo mirabilmente attuarlo, e se i tempi non gli fossero a un tratto, senza sua colpa, divenuti avversissimi, si sarebbe forse allargato in Toscana e pi oltre ancora. Le provincie di Parma e di Modena erano allora lacerate dalle fazioni poco meno della Romagna;(534) a riunirle e governarle occorrevano quindi provvedimenti non molto diversi. Si trattava d'un principe nuovo in uno Stato nuovo. Tutte le osservazioni gi fatte dal Machiavelli nella sua legazione al Valentino; tutte le teorie da lui meditate leggendo Livio, e gi cominciate ad esporre nei Discorsi; tutto il concetto del Principe, che da un pezzo s'era venuto formando nella sua mente, suggerito dalla realt storica che lo circondava, e che ad esso dava, da esso riceveva luce; tutto ci acquistava ora un valore pratico e immediato. Cos le sparse idee, lungamente meditate, si riunivano, si coordinavano, come per forza intrinseca, e divenivano una persona vivente dinanzi ai suoi occhi attoniti: egli stesso si sentiva esaltato e maravigliato da questa sua improvvisa ispirazione. Se di Parma, di Modena e delle altre citt un nuovo principe fosse riuscito, anche colla forza, colla violenza e con l'inganno, senza scrupoli di sorta, a formare un corpo solo, uno Stato armato, come aveva saputo fare il Valentino, allora gli sarebbe riuscito facile estendersi, allargarsi fino a Ferrara, a Bologna, forse a tutta Italia, e facendosi un nome immortale, essere annoverato tra i pi grandi fondatori di Stati, come Romolo, come Licurgo. Che tutto ci fosse nell'Italia corrotta di quel tempo un sogno, non v'ha dubbio di sorta, ed il Machiavelli stesso lo aveva pi d'una volta detto; ma fu pure il sogno di tutta la sua vita, e noi lo vedremo pi tardi tentare di farne invaghire anche Leone X. I Medici erano allora potentissimi, la loro fortuna ogni giorno cresceva, ed a lui, trascinato dalla sua fantasia, tutto pareva oramai possibile. Non sapeva, non poteva egli stesso dominarsi. A riuscire bisognava di certo conoscer bene l'arte dello Stato; ed egli la conosceva a fondo quest'arte, perch ad essa aveva dedicato l'esperienza e la meditazione di tutta la sua vita. Possibile mai che giovani come Giuliano, come Lorenzo, che il Papa stesso, una volta che egli avesse loro esposto un tale disegno, non ne vedrebbero la grandezza e la gloria, non capirebbero quanto utile egli poteva riuscir loro nell'attuarlo? Possibile mai che non capissero quale onore immortale ne sarebbe venuto alla famiglia, all'Italia, e personalmente ad essi medesimi, che erano pur figli di questa patria, e non potevano non amarla, non desiderare di vederla, con loro vantaggio grandissimo, libera dagli stranieri, che cos crudelmente la calpestavano? Non aveva egli col Soderini dimostrato quanto utilmente e fedelmente sapeva nelle cose di Stato servire? Se una volta sola i Medici lo avessero adoperato, anche nel pi modesto ufficio, fosse pure, come scriveva poco dopo al Vettori, "a voltolare un sasso," si sarebbe doluto di s e non della fortuna, quando non fosse riuscito a guadagnarsi l'animo loro. Cos l'interesse privato ed il bisogno che aveva di operare, s'univano in lui all'entusiasmo del pensatore, del patriotta, e sempre pi lo stimolavano, lo accendevano. Ma questo doppio, anzi triplice carattere, teorico, pratico e personale del Principe, se da una parte  quello che ne determina la fisonomia e ne costituisce il valore, da un'altra  quello che ha dato origine ai pi disparati, opposti, contradditor giudiz. A guardarlo, come molti han fatto, sotto l'uno o l'altro solamente de' suoi molteplici aspetti, si finisce col non comprenderne pi nulla. Pure le lettere del Machiavelli pi d'una volta dimostrano, con la maggiore possibile evidenza, in che modo, con quale scopo egli medit il libro, e donde ricevette la sua immediata ispirazione a scriverlo. Nei primi del 1515, quando cio il Principe era gi compiuto, affermavasi di nuovo e con assai maggiore insistenza, che Giuliano de' Medici sarebbe stato fatto signore di Parma, Piacenza, Modena, Reggio, e dicevasi ancora che nel nuovo Stato verrebbe inviato, come governatore, Paolo Vettori, fratello di Francesco. A quest'ultimo perci il Machiavelli scriveva, il 15 gennaio di quell'anno stesso, una lettera in cui ragionava delle difficolt che vi sono a governare un nuovo principato, massime se formato di parti diverse, appartenute a diversi Stati. "Bisogna," egli diceva, "di queste varie parti formar membra d'un corpo solo, e dargli unit. A ci si riesce o coll'andarvi ad abitare in persona, o col mandarvi un governatore solo, che si faccia obbedire da tutti i sudditi. Se Giuliano se ne star a Roma, come par che voglia fare, e mander in ogni terra il suo governatore, tutto rester disunito e in aria." "Il Duca Valentino, l'opere del quale io imiterei sempre, quando fossi principe nuovo, conosciuta questa necessit, fece messer Rimino(535) Presidente in Romagna, la qual deliberazione fece quei popoli uniti, timorosi dell'autorit sua, affezionati alla sua potenza, confidenti di quella; e tutto l'amore gli portavano, che era grande, considerata la novit sua, nacque da questa deliberazione. Io credo che questa cosa si potrebbe facilmente persuadere, perch  vera; e quando toccassi a Paolo vostro, sarebbe questo un grado da farsi conoscere non solo al signore Magnifico, ma a tutta Italia.... Mi  parso scriverne a voi, acci sappiate i ragionamenti nostri, e possiate, dove bisognasse, lastricare la via a questa cosa.

"E nel cadere il superbo ghiottone
E' non dimentic per Macone."(536)

Da questa lettera, la quale dimostra la diretta applicazione delle teorie del Principe alla formazione del nuovo Stato, che si voleva creare per Giuliano, apparisce assai chiaro come un tale disegno fosse veramente quello che il Machiavelli aveva avuto di mira nello scrivere il suo libro, che da esso anzi era stato suggerito, ispirato, senza perci perdere il suo primo carattere generale e scientifico.(537) I due versi citati in fine, alludono di nuovo alla speranza ch'egli aveva d'essere in qualche modo adoperato dai Medici. E che facesse allora di tutto per riuscirvi, n senza qualche buona speranza, ne abbiamo una prova manifesta in ci che pochi giorni dopo (14 febbraio) Piero Ardinghelli, segretario di papa Leone X, scriveva a Giuliano dei Medici. "Il Cardinal de' Medici," egli diceva, "mi domand ieri con premura, se io sapevo che V. E. aveva preso ai suoi servizi Niccol Machiavelli. E rispondendogli io che non lo sapevo, n lo credevo, mi disse queste formali parole: "Ancora io non lo credo, tamen, perch da Firenze ce ne  adviso, io li ricordo che non  il bisogno suo, n il nostro. Questa deve essere invenzione di Paolo Vectori.... Scriveteli per mia parte, che io lo conforto a non si impacciare con Niccol."(538)
Un'altra lettera, la pi bella ed eloquente forse che uscisse mai dalla penna del Machiavelli, era stata da lui, fin dal 10 dicembre 1513, indirizzata a Francesco Vettori. Descrive in essa la vita che menava allora nella solitudine della sua villetta, esponendo con una precisione e semplicit grandissima in che modo, con quale scopo era andato col componendo il suo opuscolo, come lo chiama. "Dopo i miei ultimi casi, io me ne vivo ritirato in villa, e non sono stato, ad accozzarli tutti, venti d a Firenze. Ho passato il settembre uccellando ai tordi; ma, finito il mese, questo badalucco, ancorch dispettoso,  mancato. Mi levo la mattina col sole, e me ne vo in un bosco, dove resto due ore a rivedere l'opere del giorno innanzi, ed a passar tempo con quei tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o tra loro o coi vicini. Uscito dal bosco, vo ad una fonte, e di l ad un mio uccellare, con un libro sotto, o Dante o Petrarca o uno di questi poeti minori, come dire Tibullo, Ovidio e simili." "Leggo quelle loro amorose passioni e quelli loro amori, ricordomi de' mia, e godomi un pezzo in questo pensiero. Trasferiscomi poi in sulla strada, nell'osteria, parlo con quelli che passano, domando delle nuove de' paesi loro, intendo varie cose, e noto vari gusti e diverse fantasie di uomini. Viene in questo mentre l'ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio quelli cibi, che questa mia povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell'osteria. Qui  l'oste per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, due fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto d, giuocando a cricca, a tric trac,(539) e dove nascono mille contese e mille dispetti di parole ingiuriose, ed il pi delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano. Cos rinvolto in questa vilt traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignit di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse."
E fin qui abbiam sola dinanzi a noi, viva e parlante, l'immagine del Machiavelli, che in tutta la vita s'educ leggendo gli antichi, studiando gli uomini e meditando su di essi, non senza bisogno di dar qualche pascolo alla propria immaginazione colla poesia. Ma ora, mutando stile, egli entra in argomento pi grave, e ci dice finalmente come compose il suo libro. "Venuta la sera, mi ritiro a casa ed entro nel mio scrittoio, ed in sull'uscio mi spoglio quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente, entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum  mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanit mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povert, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro. E perch Dante dice, - Che non fu scienza senza ritener lo inteso,(540) - io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto un opuscolo de Principatibus,(541) dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa  principato, di quali spezie sono, come e' si acquistano, come e' si mantengono, perch e' si perdono. E se vi piacque mai alcun mio ghiribizzo, questo non vi dovrebbe dispiacere, e ad un principe, e massime ad un principe nuovo dovrebbe essere accetto; per io lo indirizzo alla Magnificenza di Giuliano. Filippo Casavecchia(542) l'ha visto; vi potr ragguagliare della cosa in s, e de' ragionamenti ho avuti seco, ancorch tuttavolta lo ingrasso e ripulisco."
L'evidenza di queste parole  tale che, dopo averle lette, non si capisce davvero come mai si sia potuto disputare intorno ai pretesi fini reconditi del Principe. Da esse risulta ben chiaro, che il Machiavelli non lo scrisse gi come un opuscolo d'occasione, destinato ai Medici per guadagnarsi il loro favore, quasi una domanda per mendicare un ufficio. Nessuna supplica, in nessuna letteratura, riusc mai un'opera d'arte o una creazione scientifica. Egli lo concep meditando sulla storia antica e contemporanea, sulla natura del soggetto che trattava, raccogliendo i resultati della sua lunga esperienza. E quando poi l'ebbe nella sua mente concepito e determinato, pens che poteva cavarne partito scrivendolo e dedicandolo a Giuliano. La lettera continua dicendo, che egli non sapeva indursi ad accettare l'invito del Vettori, il quale gli aveva allora offerto la propria casa, perch ne era impedito da alcune sue faccende, ed a Roma si trovavano i Soderini, che avrebbe dovuto visitare, nel qual caso temeva che, tornato a Firenze, invece di scavalcare a casa, sarebbe scavalcato al Bargello, giacch il governo era nuovo e perci sospettoso. Senza una tale paura sarebbe andato di certo. E qui torna da capo all'argomento della dedica. "Ho ragionato col Casavecchia, se era bene o pur no dare questo mio opuscolo a Messer Giuliano. E dandolo, se era meglio mandarlo o portarlo. Dubito da una parte che il Magnifico neppure lo legga, e che l'Ardinghelli(543) finisca col farsi onore di questa mia fatica. Da un altro lato mi spinge a darlo la necessit che mi caccia," "perch io mi logoro e lungo tempo non posso stare cos, che io non diventi per povert contennendo. Appresso il desiderio avrei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perch se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. E per questa cosa, quando la fossi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio dell'arte dello Stato, non gli ho n dormiti n giuocati, e dovrebbe ciascuno aver caro servirsi di uno che alle spese d'altri fosse pieno di esperienza. E della fede mia non si dovrebbe dubitare, perch, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi  stato fedele e buono quarantatr anni, che io ho, non debbe poter mutare natura: e della fede e bont mia ne  testimonio la povert mia."(544)
Qui si vede che, solo dopo aver finito il libro, egli pens veramente di dedicarlo a Giuliano, ma era incerto ancora sulla opportunit e convenienza di farlo, dubitando che questi forse neppur lo avrebbe letto, e quindi chiedeva su di ci consiglio al Vettori. Infatti esit tanto, che Giuliano mor (1516) prima che la dedica gli fosse offerta, e quindi la lettera, che era stata scritta per lui, fu invece indirizzata a Lorenzo, n sappiamo se anche questi la vedesse mai e l'accettasse. Quanto all'opinione del Vettori, dalle sue lettere inedite apparisce solo, che egli allora non lesse che alcuni capitoli del libro, i quali gli piacquero "oltre a modo."(545) Aspettava di poter leggere il resto, per dare poi un giudizio definitivo ed un consiglio sulla opportunit della dedica. Questo giudizio e questo consiglio non vennero per mai, sebbene il Vettori fosse stato anche degli altri capitoli ragguagliato dal Casavecchia, in quei giorni appunto arrivato a Roma, dopo aver letto il Principe in Firenze. Alle parole cos nobili, cos elevate ed eloquenti del Machiavelli, l'ambasciatore rispondeva tornando a ragionare de' suoi osceni amori, senza una sola frase d'incoraggiamento. Dal suo silenzio, dal suo contegno riservato, chiaramente apparisce, che egli non era punto favorevole alla proposta dedica, e molto meno era persuaso della utilit pratica che ne potesse venire al Machiavelli. Di certo ai Medici non sarebbe stato conveniente l'accettarla, massime se avessero davvero voluto mettere in pratica i consigli dati nel libro. Il Vettori perci girava largo, dicendo all'amico, che poteva venire a Roma a divertirsi, e che non doveva astenersene per riguardo ai Soderini. Nessuno gli avrebbe fatto carico di una visita, alla quale del resto non era tenuto, perch l'ufficio di segretario l'aveva avuto tre anni prima della elezione di Piero a gonfaloniere perpetuo, e aveva servito con fede, senza altro premio che il salario ordinario. "Avendo discorso col Casavecchia, non abbiamo trovato che in Roma ci sia cosa alcuna per voi. Si dice che il cardinale dei Medici vada in Francia, nel qual caso gli parler di voi, che conoscete il paese per esserci stato." E cos continuava con altri simili discorsi a dar speranze vaghe, senza nulla determinare, senza mai mostrar di credere che si potesse far per lui il pi lontano assegnamento sul Principe, che infatti non riusc di alcun vantaggio al Machiavelli, il quale anzi fu per esso fatto bersaglio a calunnie infinite.(546)
Nella lettera dedicatoria indirizzata a Lorenzo, egli dice che, desiderando acquistar favore appresso di lui, gli offriva quello che aveva di pi prezioso, cio la conoscenza delle azioni degli uomini grandi, appresa con una lunga esperienza delle cose moderne, e una continua lezione delle antiche. Cos in poco tempo farebbe a lui comprendere ci che egli aveva imparato con infinite fatiche e disagio. N doveva parer presunzione la sua, perch come dalle pianure si vedono e disegnano meglio i monti, e da questi le pianure, cos a conoscere bene i popoli bisogna esser principe, ed a conoscere bene i principi bisogna esser popolare.(547)
 certo assai singolare il vedere, come anche in uno scritto cos semplice e personale, quale  questa dedica, il Machiavelli tenga dinanzi a s gli scrittori antichi. Il principio della lettera infatti, come dimostr la prima volta il prof. Triantafillis,  certo imitato, se non vogliam dire copiato, dal principio del discorso d'Isocrate a Nicocle.  ben vero che, dopo aver riprodotto un paragone ed alcune frasi generiche, il Machiavelli, non appena s'avvicina di pi al suo soggetto, riacquista l'originalit del proprio stile, la indipendenza del proprio pensiero. Tuttavia noi abbiamo qui un'altra prova, che egli non solamente prese dagli scrittori greci e romani qualche concetto ed i moltissimi fatti della storia antica, che adduceva in esempio; ma cercava, specialmente nelle opere politiche, di dare maggiore autorit anche alle idee che erano sue proprie, appoggiandole di continuo alle parole di qualcuno di essi. Infatti, tra quelli che nel Principe e nei Discorsi egli cita, e quelli di cui si vale senza citarli, il numero  veramente grande.(548) Cos grande, che non si pu, io credo, respingere del tutto l'ipotesi di coloro, i quali dissero che fra i suoi libri dovette avere una qualche compilazione erudita,(549) a noi finora ignota, in cui pi facilmente trovava quello che poteva servire al suo scopo.
Il Principe  diviso in ventisei brevi capitoli. Il Machiavelli comincia col dichiarare che, avendo altrove parlato delle repubbliche, intende ora occuparsi solo dei principati,(550) i quali distingue in ereditar e nuovi. Suddivide poi questi in principati che sono nuovi in tutto o in parte. Nei primi il Principe fonda addirittura uno Stato nuovo, o nuovamente se ne impadronisce; nei secondi, invece, che l'autore chiama anche misti, ad uno Stato vecchio s'aggiunge una provincia nuova. Questi erano allora assai numerosi, perch i grandi regni si andavano nel Rinascimento formando colle conquiste. Gli Stati nuovi, che sono in genere il soggetto principale del libro, e ne avevano suggerito la prima idea, presentano, ad essere ben governati, difficolt assai maggiori degli ereditar, e richiedono quindi pi lungo studio a poterli conoscere davvero. "La conquista offende necessariamente molti, e quelli che aiuta, aspettano dal mutamento pi che esso non pu dare."
"Quando, negli Stati misti, la provincia conquistata  simile a quella che si annette, le difficolt sono minori, perch basta, per esserne sicuri, serbarvi gli antichi usi, e spegnere il sangue dell'antico principe. Ma quando tutto  in essa diverso, le difficolt sono invece grandissime. Bisogna allora o andarvi ad abitare in persona, o mandare nei luoghi principali colonie di nuovi abitatori, il che, se danneggia quelli a cui si levano le case ed i campi, li rende impotenti ad offendere, e tiene gli altri tranquilli per paura della medesima sorte. Ed  una regola generale, che gli uomini bisogna o spegnerli o vezzeggiarli, perch essi delle offese leggiere si vendicano, e delle gravi non possono; onde l'offesa deve esser tale che non tema la vendetta.  necessario inoltre aiutare e farsi amici i vicini deboli, perch questi subito aderiscono al nuovo Stato, se  forte; ma occorre tener bassi i vicini potenti, e non aiutare n introdurre mai in casa stranieri che sieno potenti; prevedere le cose da lontano e riparar subito. Ai Romani non piacque mai la massima dei nostri principi, cio: godere i benefiz del tempo; ma vollero invece i benefiz della virt e prudenza loro, perch il tempo si caccia innanzi ogni cosa, e si porta il bene come il male. Il re Luigi XII, quando venne in Italia, and contro a tutte queste regole, e commise cinque errori: spense i minori potenti; accrebbe forza ad un potente maggiore degli altri, cio al Papa ed al Valentino; introdusse in Italia un potente straniero, cio la Spagna; non venne ad abitarvi; non vi port colonie. E per quando il cardinale di Roano mi disse, che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, io gli risposi, che i Francesi non s'intendevano dello Stato, altrimenti non avrebbero mai lasciato venire la Chiesa in tanta potenza.(551) Quando per si conquista una citt libera, allora non vi sono che tre modi soli di tenerla, n sempre bastano: o rovinarla, o abitarla, o farvi un governo libero, ma di pochi, che te la conservino. Ed in generale chi conquista una citt libera, aspetti, se non riesce a disfarla, di essere disfatto da quella, perch sempre si ribeller, mossa dal grande amore alla libert, che  inestinguibile negli animi, quando invece chi  servo cambia facilmente padrone."(552)
Col capitolo sesto si entra in quello che  propriamente il soggetto principale del libro, incominciandosi a parlare del Principe nuovo in uno Stato nuovo. "Questi Stati," dice il Machiavelli, "si reggono sopra tutto sulla virt del Principe; e per colui  pi sicuro, che si fonda pi sulle proprie virt che sulla fortuna, sebbene si richiedano l'una cosa e l'altra. Mos, Romolo, Ciro, Teseo ebbero dalla fortuna l'occasione di adoperare la virt che avevano; ma l'una senza l'altra sarebbe stata inutile. In ogni modo, non vi  impresa pi difficile a trattare, n pi dubbia a riuscire, che quella di farsi capo per introdurre ordini nuovi. Bisogna innanzi tutto esaminare, se questi novatori dipendono dalle forze altrui, o si reggono sopra s stessi, cio se debbono rivolgersi per aiuto ad altri, o possono adoperare le proprie forze. Nel primo caso capitano sempre male, nel secondo quasi sempre riescono; e questa  anche la ragione perch i profeti armati vinsero sempre, e i disarmati, come il Savonarola, rovinarono.(553) Quelli poi che ottengono il principato per fortuna, con poca difficolt vi arrivano, quasi volando; ma con grandissima vi si mantengono, perch restano a discrezione di chi gli aiut a salire. Possono per, ottenuto lo Stato per fortuna, porvi per virt propria il fondamento sicuro che mancava prima, il che riesce qualche volta, ma sempre con disagio dell'architetto e pericolo dell'edificio."
E qui si ripresenta naturalmente la tragica figura del Valentino, il quale acquist lo Stato per opera del padre, e con esso lo perdette. "Egli per, non appena lo ebbe, fece, per gettare saldi fondamenti, tutte quelle cose che da un prudente e virtuoso uomo si dovevano fare; onde non si potrebbero ad un principe nuovo dare precetti migliori di quelli che suggerisce l'esempio delle azioni di lui. Che se tuttavia non bastarono, non fu sua colpa, ma nacque da una estraordinaria ed estrema malignit di fortuna. Alessandro VI poteva con sicurezza formare uno Stato pel figlio solamente nella Romagna, dove tuttavia Faenza e Rimini erano sotto la protezione dei Veneziani, che perci gli si opponevano. Dovette quindi profittare della venuta dei Francesi, che egli aveva gi favorita. Ma il Valentino, appena che ebbe cos acquistato la Romagna, s'avvide come, volendo procedere oltre, le forze che allora aveva in suo aiuto, potevano da un momento all'altro mancargli sotto. Quando infatti voleva assaltare Bologna, trov il Re contrario, e gli Orsini, che pur erano suoi alleati, freddissimi; e quando, preso il ducato di Urbino, voleva entrare in Toscana, il Re lo ferm addirittura. Deliber quindi di cominciare ad armarsi di armi proprie, e di levar seguaci agli Orsini, aspettando occasione di spegnerli, la quale gli venne bene, ed egli l'us meglio. Essi infatti, congiurando alla Magione, gli ribellarono Urbino e la Romagna; ed egli sottomise prima lo Stato suo con l'aiuto dei Francesi, e poi, senza fidarsi pi d'alcuno, si volse agl'inganni. E seppe cos bene dissimulare l'animo suo, che gli Orsini si conciliarono con lui, tanto che la loro semplicit li condusse nelle sue mani a Sinigaglia, dove li spense. Cos finalmente, sicuro dei capitani che gli restavano, e delle armi proprie da lui ordinate, aveva gettato assai buoni fondamenti alla potenza sua. Era infatti padrone di tutta la Romagna e del ducato d'Urbino; s'era guadagnata l'affezione di quei popoli, che avevano cominciato a gustare il benessere loro."
"E perch questa parte  degna di notizia, e da essere imitata da altri, non la voglio," dice il Machiavelli, "lasciare indietro. La Romagna era piena di latrocin e delitti d'ogni specie, per colpa specialmente dei principi che la dominavano, i quali, essendo poveri e volendo vivere da ricchi, ricorrevano ad ogni sorta di rapine e di modi disonesti. E quelli che da tali violenze restavano impoveriti, si rifacevano con altre simili sui meno potenti di loro. Di qui il sangue e le vendette continue.(554) Bisognava perci riordinarla e pacificarla. Il Duca vi mand allora, con assoluto potere, messer Ramiro d'Orco, uomo crudelissimo e pronto, il quale in brevissimo tempo la ridusse pacifica ed unita. Dopo di che, questa sua autorit eccezionale ed eccessiva non pareva pi a proposito, e le crudelt con cui messer Ramiro ne aveva abusato e continuava sempre pi ad abusarne, la resero pericolosa. Laonde il Duca, soppresse quell'ufficio, ed istitu invece un tribunale ordinario, nel quale ogni citt di Romagna aveva un suo giudice sotto la presidenza d'un uomo eccellentissimo, savio e prudente. Ed a persuadere poi che le crudelt non erano dipese da lui in modo alcuno, ma solo dalla trista natura del suo ministro, lo fe' trovare una mattina in due pezzi, sulla pubblica piazza di Cesena, con un coltello sanguinoso a lato. La ferocia del quale spettacolo fece quelli popoli in un tempo rimanere soddisfatti e stupidi. Ma torniamo donde noi partimmo."(555) E cos freddamente ripiglia il filo del suo discorso.
A migliore intelligenza per di questi fatti tante volte ricordati e lodati dal Machiavelli, dobbiamo notare che nuovi documenti, negli ultimi anni venuti alla luce, resero assai pi chiara la ragione della costante sua ammirazione pel Valentino, e pel governo da lui fondato in Romagna.  ora provato ad evidenza, che questo governo del Duca fu davvero migliore che non s'era creduto. Egli prese molti utili provvedimenti a vantaggio dei sudditi pi poveri nelle citt e nel contado. E quanto alla uccisione di messer Ramiro, questi fu prima ripetutamente avvertito, che non opprimesse le popolazioni; che smettesse l'illecito commercio di derrate, da lui fatto a proprio vantaggio, con grave danno dei miseri. E solo quando le reiterate avvertenze furono riuscite vane del tutto, il Duca, mediante un giudizio sommario, lo condann a morte annunziando con una lettera, anch'essa recentemente pubblicata, il fatto alle popolazioni, come una buona novella ed un esempio di giustizia riparatrice, da lungo tempo universalmente desiderato.(556)
"Il Duca," continua il Machiavelli, "doveva ora pensare a liberarsi dalla supremazia di Francia; cercava perci nuove aderenze, e quando vennero gli Spagnuoli cominci subito a raffreddarsi con essa, ed a vacillare. Egli sarebbe in tutto riuscito, se la morte d'Alessandro VI non avesse improvvisamente interrotto ogni cosa. Aveva infatti non solo preveduto la morte del Papa, ma anche la possibilit d'un successore nemico, e si era apparecchiato a potersi difendere contro di esso, avendo cercato di spegnere il sangue dei signori da lui spogliati, dei quali ammazz quanti pot, e provveduto in modo che il Collegio dei Cardinali, gi stremato di numero, era in gran parte suo, e lo Stato di Romagna si poteva dire formato e sicuro. Possedeva anche Perugia e Piombino, proteggeva Pisa, e non dovendo pi avere rispetto ai Francesi, gli era facile saltare in questa citt, pigliare Lucca e Siena, senza che i Fiorentini potessero impedirlo. Questo gli avrebbe dato di certo fermo e sicuro fondamento; ed era infatti per riuscire, quell'anno stesso, nell'intento d'assicurare l'opera sua, quando il Papa mor, lasciandolo colla Romagna solamente consolidata; tutto il resto in aria, fra due potentissimi eserciti nemici, ed egli malato a morte. Ma era tanta la ferocia, la virt e l'accortezza sua, che se non avesse avuto quegli eserciti addosso, e fosse stato sano, avrebbe retto ad ogni difficolt. Egli stesso mi disse, che aveva ogni cosa previsto, ad ogni cosa pensato, salvo che al trovarsi per morire appunto in sulla morte del Papa." "Raccolte adunque tutte queste azioni del Duca, non saprei riprenderlo, anzi mi pare, come ho detto, di proporlo ad imitare a tutti coloro che, per fortuna e con l'armi d'altri, sono saliti all'imperio, perch egli avendo l'animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti."(557)
E dopo di ci, come se il Valentino non fosse stato abbastanza tristo, viene il Machiavelli a parlare di coloro che salgono al principato non per fortuna, ma solo per vie scellerate, e dice di volerlo fare con due esempi, bastando a chi trovisi necessitato, imitare quelli. Primo esempio  quello gi tante volte da lui ricordato d'Agatocle siciliano, che "divenuto, per la sua virt militare, pretore di Siracusa, e cercata subito l'amicizia dei Cartaginesi, raccolse poi il popolo ed il Senato, facendo dai suoi soldati ammazzare tutti i Senatori ed i capi del popolo. Cos fu sicuro, ed in tutto riusc per opera sua propria. Non si pu di certo," egli prosegue, "dire che sia virt ammazzare i cittadini, tradire gli amici, essere senza fede; ma se poi si considera l'animo di Agatocle nell'entrare e nell'uscire dai pericoli, nel sopportare e superare le cose avverse, non si vede perch abbia ad essere giudicato inferiore a qualunque eccellentissimo capitano. Nondimeno la sua efferata crudelt ed inumanit, con infinite scelleratezze, non consentono che sia intra gli eccellentissimi uomini celebrato; n si pu attribuire alla fortuna o alla virt quello che, senza l'una e senza l'altra, fu da lui conseguito."(558) Il secondo esempio  quello d'Oliverotto da Fermo, allevato da suo zio Giovanni Fogliani. "Si dette costui alla milizia e, riuscito valentissimo, pens di occupare Fermo. Scrisse perci allo zio, che voleva entrare in citt con cento cavalieri, per dimostrare il suo splendore, e questi lo fece ricevere onorevolmente, alloggiandolo in casa propria. Oliverotto, ordinata la congiura co' suoi fedeli, invit ad un pranzo lo zio con i primi uomini di Fermo, e quivi fece l'uno e gli altri tutti in una volta ammazzare. Dopo di che corse a cavallo la terra che fu sua, e sarebbe stato un uomo assai formidabile, se il Duca Valentino non lo avesse poi fatto strangolare. Si pu qui domandare," osserva il Machiavelli, "come  che Agatocle rest dopo le sue scelleratezze sicuro, mentre altri capitarono male. Ci dipende," egli risponde, "dalle crudelt male o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle, se del male  lecito dir bene, che si fanno ad un tratto per necessit dello assicurarsi, e di poi non vi s'insiste dentro. Male usate son quelle invece, che si continuano anche dopo. Bisogna sin dal principio calcolare tutto ci che  necessario, e farlo senza indugio, per quindi assicurare gli uomini; altrimenti si  costretti a star sempre col coltello in mano. Le ingiurie fatte ad un tratto, assaporandosi meno, offendono meno, e portano, nonostante, l'effetto che tu vuoi; i benefici bisogna farli invece a poco a poco, perch si assaporino meglio."(559)
Venendo ora a discorrere del principato civile, il Machiavelli ripete di nuovo, che esso deve reggersi sul popolo, senza il quale nessun governo pu avere fondamento sicuro, essendo pericolosissimo affidarsi ai nobili, i quali vogliono sempre signoreggiare.(560) In ogni caso per la forza principale degli Stati riposa sugli eserciti propr,(561) giacch bisogna sopra tutto aver modo di respingere i nemici e tener sotto i sudditi. Questo  l'ufficio principale d'ogni governo, secondo il Machiavelli, il quale trascura, anzi neppure esamina tutti i vari elementi che costituiscono lo Stato e la Societ, come ad esempio la religione, la cultura, il commercio, l'industria. Qualche volta si direbbe, che per occuparsi esclusivamente dello Stato e della sua forza, voglia considerarlo come separato, isolato affatto dalla societ e dall'individuo, che volentieri sacrifica alla prosperit di quello, senza accorgersi che cos anderebbe ogni cosa a rovina. Armi e politica sono il suo unico, il suo costante pensiero. Senza di esse nessuno Stato pu reggersi a lungo, ed esse bastano a tutto. "Nel mondo non vi sono che i principati ecclesiastici, i quali si acquistano per virt o per fortuna, e si conservano senza l'una e senza l'altra, perch retti e mantenuti dalla reverenza degli ordini antiquati della religione. Costoro soli hanno Stati e non li difendono, hanno sudditi e non li governano, e gli Stati non sono loro tolti, n i sudditi si ribellano. Anche quando gli Orsini ed i Colonna furono disfatti da Alessandro VI, sebbene questi non mirasse che a fondare nel territorio della Chiesa un principato al Valentino, pure ne segu da ultimo che essa divenne pi forte che mai nel suo temporale dominio."(562) Ma gli altri Stati non possono sperare tale fortuna, e per debbono pensare a reggersi colla prudenza, a difendersi colla forza.
E qui si viene, nei tre capitoli seguenti, a parlare delle armi che deve avere il Principe, soggetto questo di somma importanza pel Machiavelli, il quale affermava che esse non solamente difendono lo Stato, ma rendono possibili anche le buone leggi, le quali sarebbe vano sperare senza le armi. "Queste sono mercenarie, ausiliarie e proprie. Le prime riescono sempre pericolosissime, perch durano fino a che non si viene alla prova, come se ne  avuto chiara esperienza in Italia, non appena vennero tra noi i forestieri coi loro soldati. Solo le repubbliche e i principi che hanno eserciti propr sono sicuri. Ed in vero con grande difficolt una repubblica armata cade sotto l'obbedienza d'un suo cittadino, come se ne ha esempio negli Svizzeri armatissimi e liberissimi. Roma e Sparta stettero molti secoli armate e libere; Venezia e Firenze non hanno avuto che danni e pericoli continui dalle milizie mercenarie. I nostri principi ed i preti, ignari della guerra, ricorsero ad esse, che parvero dapprima gran cosa; ma il fine della loro virt  stato poi che l'Italia venne corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da Ferrando, vituperata dagli Svizzeri. Le milizie mercenarie hanno fra noi distrutto le fanterie, che sono il nerbo degli eserciti. E ci avvenne, perch pochi fanti non bastano, e molti costano troppo, quando invece con un discreto numero d'uomini d'arme si forma subito una compagnia di ventura.(563) Anche le armi ausiliarie sono assai pericolose, perch ti lasciano in bala di chi ti aiuta, e sempre o le ti cascano di dosso e le ti pesano o le ti stringono." E qui, tornando di nuovo al suo esempio prediletto, prosegue: "Io non dubiter mai d'allegare Cesare Borgia e le sue azioni. Egli incominci colle armi ausiliarie dei Francesi; ma, visto il pericolo, ricorse alle mercenarie, che almeno erano da lui pagate e dipendenti, e conosciuta la poca sicurezza anche di esse, si volse alle proprie. La differenza di queste dalle altre si vide subito nella reputazione che acquist non appena rimase coi suoi soldati, e sopra s stesso. Egli difatti non fu mai stimato assai, se non quando ciascuno lo vide intero possessore delle proprie armi.(564) La milizia adunque vuole essere l'occupazione continua del Principe, il quale deve sempre pensarvi, ed anche nelle storie meditar sulle azioni dei grandi capitani, per imitarle.(565)
Ed ora il Machiavelli affronta una questione anche pi grave. Volendo ragionare in generale di quel che pu dar lode o biasimo al Principe, egli dice che deve parlare di ci, sebbene molti altri gi prima di lui lo abbiano fatto. E qui allude non tanto agli antichi, quanto agli scrittori del Medio Evo, come Egidio Colonna e Dante Alighieri; agli eruditi del secolo XV, come il Panormita, il Poggio, il Pontano ed altri molti, i quali avevano sostenuto che il sovrano deve aver tutte le virt, e ne avevano fatto un ritratto ideale di religione, di modestia, di giustizia e di generosit. Ma egli osserva giustamente che, volendo far cosa utile a chi l'intende,  assai pi conveniente "andare dietro alla verit effettuale della cosa, che all'immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti, n conosciuti essere in vero, perch egli  tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quel che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara piuttosto la rovina che la preservazione sua; perch un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini infra tanti che non sono buoni. Onde  necessario ad un principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la necessit." "Sarebbe certo lodevolissimo che un principe avesse tutte le qualit buone e nessuna delle cattive; ma perch le condizioni umane non lo consentono,  necessario che egli sia tanto prudente da fuggire quei vizi che gli torrebbero lo Stato, e da quelli che non glielo torrebbero, guardarsi se  possibile; ma non potendo, vi si pu con minor rispetto lasciare andare." Ed insiste e ripete: "Non si curi d'incorrere nell'infamia di quelli vizi, senza i quali possa difficilmente salvare lo Stato, perch se si considerer bene tutto, si trover qualche cosa che parr virt, e seguendola, sarebbe la rovina sua, e qualcun'altra che parr vizio, e seguendola, ne riesce la sicurt ed il benessere suo.(566)
Qui il lettore pu cader facilmente in errore, come a molti  seguto, se non ricorda che in questo scritto il carattere personale e privato del Principe scomparisce del tutto, perch di lui il Machiavelli si occupa solo in quanto  il rappresentante, la personificazione dello Stato. Infatti egli dice indistintamente la rovina sua e la rovina dello Stato, per esprimere una sola e medesima idea. Il suo errore anzi sta in ci, che troppo spesso egli dimentica come questo Principe dovendo pur essere un uomo, non si pu ammettere che ogni carattere personale e privato possa mai scomparire del tutto dalle sue azioni. Qui, come nei Discorsi, l'autore, a sempre meglio manifestare il proprio pensiero, fa la pi assoluta separazione della politica da ogni privata morale; ma nello stesso tempo, concretando, personificando l'idea dello Stato in un individuo, vede inevitabilmente ricomparire quel carattere privato, che egli cerca sopprimere del tutto, perch farebbe risorgere la questione morale, di cui non vuole occuparsi. E cos ne segue che in questa, direi quasi, persona impersonale, l'uomo pubblico finisce assai spesso coll'uccidere il privato. Quello poi che il Machiavelli dice dell'uno, facilmente s'attribuisce dal lettore anche all'altro, ed i precetti, i consigli che sono dati solo a colui che personifica lo Stato, par che siano dati anche all'uomo privato. Di qui la confusione ed una serie di malintesi continui.
In ogni modo, quali sono le qualit che deve avere il Principe? La liberalit, che tanto gli eruditi raccomandavano allora, massime verso i letterati, non , secondo il Machiavelli, lodevole in lui, perch egli non spende il suo, ma quello d'altri;  quindi preferibile la parsimonia: solo di ci che piglia nella guerra pu essere larghissimo.(567)  meglio per lui essere crudele o clemente, amato o temuto? "Certo, in termini generali,  assai meglio essere stimato pietoso; ma non bisogna poi usar male la piet. Cesare Borgia era tenuto crudele; nondimeno quella sua crudelt aveva racconcio la Romagna, unitala e ridottala in pace ed in fede. Egli fu nel fatto pi pietoso dei Fiorentini, i quali, per evitar l'accusa di crudeli, lasciarono distruggere Pistoia dalle fazioni. Sarebbe certo desiderabile poter essere in un medesimo tempo amato e temuto; ma questo non  possibile, e per sar meglio, quando s'abbia a scegliere, essere temuto. L'amore infatti  formato da un vincolo d'obbligo, il quale, perch gli uomini sono tristi, da ogni occasione di propria utilit vien rotto; il timore nasce invece da una paura di pena, che non ti abbandona mai. Gli uomini amano a loro arbitrio, e temono ad arbitrio del Principe, che deve fondarsi su quello che  suo, non su quello che  d'altri. Pure egli pu essere temuto e non odiato, quando s'astenga dalla roba e dalle donne dei sudditi, n venga mai al sangue, se non quando vi sia causa e giustificazione manifesta, perch gli uomini dimenticano pi facilmente la perdita del padre che della roba. Oltre di che, cominciando una volta a vivere della roba d'altri, non si finisce mai, quando invece le occasioni al sangue sono pi rare assai."(568)
Ed ora segue quel celebre e tanto bersagliato capitolo, che parla del mantenere o non mantenere la fede. Che sia bene, dice il Machiavelli, mantenere la fede, ognuno lo intende; "nondimanco si vede per esperienza nei nostri tempi, quelli principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l'astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealt."(569) "Vi sono due modi di combattere, uno con le leggi, l'altro con la forza: il primo  proprio dell'uomo, il secondo della bestia, e come il primo non basta, cos bisogna spesso ricorrere al secondo. Pertanto ad un Principe  necessario saper bene usare la bestia e l'uomo, il che vollero significare gli antichi con la favola di Achille educato da Chirone centauro. Un Principe deve per della bestia saper "pigliar la volpe ed il lione, perch il lione non si difende da' lacci, la volpe non si difende da' lupi....(570) Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non pu pertanto un signore prudente, n debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la fecero promettere. E se gli uomini fossero tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perch sono tristi e non l'osserverebbero a te, tu ancora non l'hai da osservare a loro." " necessario tutto questo saperlo bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore, perch gli uomini si lasciano facilmente ingannare. Alessandro VI non fece mai altro, non pens tutta la sua vita ad altro, n vi fu mai uomo che con maggiori giuramenti affermasse quello che poi non osservava; nondimeno tutto gli riusciva, perch conosceva bene questa parte del mondo."
Ad un Principe non  necessario avere le buone qualit, di cui pi sopra si  discorso; ma  bene necessario parere d'averle. "Anzi ardir di dire questo, che, avendole ed osservandole sempre, sono dannose, e parendo d'averle sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, religioso, intiero, ed essere; ma stare in modo edificato con l'anima, che, bisognando non essere, tu possa e sappia mutare il contrario." E si deve pure intendere che un Principe, massime un Principe nuovo, non pu osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso "necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla fede, contro alla carit, contro alla umanit, contro alla religione. E per bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi. secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato. Deve adunque avere un Principe gran cura, che non gli esca mai di bocca una cosa, che non sia piena delle soprascritte cinque qualit, e paia a vederlo e udirlo tutto piet, tutto fede, tutto umanit, tutto integrit, tutto religione. E non  cosa pi necessaria a parere d'avere che quest'ultima qualit, perch gli uomini in universale giudicano pi agli occhi che alle mani, perch tocca a vedere a ciascuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei, e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione de' molti, che abbiano la maest dello Stato che li difenda.... Faccia adunque un Principe conto di vincere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e da ciascuno lodati, perch il vulgo ne va sempre preso con quello che pare, e con lo evento della cosa.... Alcuno principe dei presenti tempi, quale non  bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell'una e dell'altra  inimicissimo, e l'una e l'altra, quando e' l'avesse osservata, gli arebbe pi volte tolto o la reputazione o lo Stato."(571)
Fu gi osservato dal Ranke, che in questo capitolo si trovano reminiscenze della Politica d'Aristotele,(572) ed il Burd nel suo diligentissimo lavoro aggiunge, che ve ne sono anche maggiori del comento fatto ad essa da S. Tommaso.(573) Se non che  ben da notare, che cos l'uno come l'altro di questi scrittori parlano del tiranno, che mettono in opposizione al monarca, al re. Nel Principe invece una tale distinzione, sostanziale in Aristotele ed in S. Tommaso,  scomparsa del tutto. E quindi le parole del Machiavelli, sian pure imitate, hanno un significato essenzialmente diverso, se non vogliam dire opposto. Si avvera anche qui quello che abbiamo pi volte notato, che cio il momento della pi fedele riproduzione  spesso ancora quello della pi sostanziale divergenza. Il Machiavelli non discorre di ci che fa il tiranno come tale, ma di ci che il Principe, l'uomo di Stato, il legislatore deve fare.(574) Anzi questo appunto  ci che d alle sue parole quel colorito loro proprio, che le rende ai nostri occhi funeste, detestabili. Eppure esse non sono altro che l'affermazione d'una verit profondamente osservata; ma che, per renderla pi efficace e chiara, egli espone in una forma paradossale, che la fa parer colpevole errore. In sostanza il Machiavelli qui ripete che l'uomo politico, il diplomatico non possono sempre dire la verit; che, in alcuni casi anzi debbono nasconderla con arte, inducendo in errore quelli con cui trattano, se non vogliono mettere a pericolo s stessi, il proprio partito, lo Stato stesso. Or si pu discutere quanto si vuole; ma finch la societ e la politica restano quali erano allora, e quali sono in gran parte anche adesso, si dovr riconoscere che cos pur troppo stanno le cose. L'uomo politico non  un individuo che parla ad un altro individuo,  il rappresentante di un partito, di un governo, quasi un essere collettivo, le cui parole, dette in pubblico, hanno un valore, un significato, un effetto diversissimi da quel che hanno le parole dei privati fra di loro. Qualche volta, anche volendo dire il vero, egli pu trovarsi nella impossibilit di farlo. E ci non solamente perch il dirlo pu avere conseguenze disastrose; ma perch, quando pure lo dicesse al pubblico, senza riserve e senza artifizi, sarebbe inteso in un senso affatto diverso da quel che le parole veramente esprimono. Il pubblico  anch'esso un essere collettivo, che sente e intende ogni cosa assai diversamente che non faccia un privato; vuole in altro modo essere guidato, e in altro modo bisogna parlargli. V'ha di certo una politica leale ed una politica sleale, una politica onesta ed una politica disonesta; ma di siffatta questione il Machiavelli, specialmente nel Principe, non si occupava e non poteva, perch egli voleva prima di tutto determinare quel che la politica  veramente: questo  il suo fine costante. Continuando perci la sua via, torna a ripetere, che supremo dovere del Principe  il mantenere lo Stato; tutti i mezzi a ci veramente necessar, saranno sempre giustificati. Ed aggiunge inoltre, che l'azione dell'uomo di Stato diviene efficace, utile, non secondo la intenzione da cui muove, ma secondo la sua apparenza, la quale in politica ha un grandissimo valore,  spesso anzi quella che sola ha valore, sola produce un effetto reale. Essere buono, sincero, e non sapersi far riconoscer tale, non significa nulla; ma farsi creder sincero e buono, anche senza esserlo, pu portar conseguenze efficaci, utili allo Stato ed a chi lo governa. Questo discorso provoca naturalmente indegnazione, perch sembra che con inaudito cinismo inculchi l'ipocrisia. Quando infatti segue una grande, pubblica calamit, se un privato cittadino profonde la sua fortuna in aiuto dei miseri, e non vuole che si sappia, nasconde agli altri la sua generosit, noi siamo presi da entusiasmo, ammiriamo la sua virt, che vuole essere e non parere. Questo  il criterio morale col quale giudichiamo. Come potremmo mai adottare il criterio opposto? Eppure se un Principe, in presenza della pubblica sventura, mosso da piet, profondesse tesori, senza volere che si sapesse, che apparisse, noi invece di ammirarlo lo biasimeremmo. Non  la sua intenzione, ma la sua azione quella che dobbiamo giudicare, quella che ha valore. E questo valore essa lo avr solo se  visibile, se apparisce. Meglio assai sarebbe se, senza esser mosso da alcuna piet, soccorresse i miseri per semplice dovere di Stato, e sentisse l'obbligo di farlo vedere, di farlo sapere. Questo  ci che il Machiavelli volle dire quando afferm che in politica il parere vale pi che l'essere. Ed  ci per cui fu tanto aspramente biasimato. Pure se un Principe, il quale non creda alla religione del suo popolo, ci non ostante la rispetti, e lasci anche supporre al volgo di avere la stessa sua fede religiosa, sar certo ritenuto pi savio di colui che sembri non curarla, quando anche in realt vi creda. Nessuno condann Napoleone I pel rispetto mostrato in Egitto a Maometto ed al Corano; nessuno condann gl'Inglesi, quando fecero in India dimostrazioni di ossequio devoto a Brama ed a Budda. Il Principe rappresenta lo Stato, e come tale deve professarsi credente al pari del suo popolo. Tutto ci non vuol dire di certo che la religione sia da ritenersi come un puro strumento di governo, opinione tante volte attribuita al Machiavelli. Egli,  ben vero, la studi come un mezzo di governo, perch la riconobbe una delle grandi forze sociali, di cui bisogna valersi; ma ci dicendo, non espresse alcuna opinione sul valore intrinseco della religione stessa. Che l'uomo di Stato ci creda o non ci creda,  questione che riguarda la sua privata coscienza, e sulla quale perci il Machiavelli non pens di doversi come scrittore politico fermare. Ben si pu asserire che egli non manifest mai disprezzo verso la religione in generale; ma pi volte disse che a fondare sicuramente la libert, era necessario avere un popolo credente, aggiungendo che la mancanza di religione aveva corrotto l'Italia.
Al Machiavelli nocque sempre la forma troppo assoluta, con cui si esprimeva. Questa dette facile pretesto a giudicare come massime di morale assoluta, quelle che erano invece di convenienza e di opportunit politica. Di certo quando egli, avendo presente il Valentino, circondato dai suoi alleati, che lo tradivano, afferma che non vi  obbligo di mantenere la fede a coloro che sono gi pronti a violarla, non si pu dire che abbia torto. Ma quando invece scrive in termini generali: "Non pu, n debbe un Signore prudente mantenere la fede, spente che siano quelle ragioni che la fecero promettere," chi non vede come egli esponga il fianco ai colpi de' suoi avversar? Questi infatti ne profittarono non solo di buona, ma anche di mala fede. Il Machiavelli aveva esposto il concetto politico, facendo astrazione dal morale; ed essi pretesero di giudicarlo, esaminando il concetto morale, astrazion fatta dal politico: modo sicuro per non comprenderlo punto.
Nel capitolo XIX si riepiloga quanto l'autore ha detto sull'obbligo che ha il Principe di non rendersi odioso, ritornando sulle altre qualit che gli occorrono. Egli non deve levare ai cittadini la roba, n offendere le loro donne; deve farsi tener sempre animoso e grave. Ma due cose sono a lui sopra tutte le altre pericolose: essere assalito fuori dai nemici esterni, e dentro dalle congiure. Su queste il Machiavelli espone in brevi parole quello che assai ampiamente scrisse pi tardi nei Discorsi, che noi abbiamo gi esaminati. Sono sempre le stesse idee, e le imitazioni da Aristotele vi appariscono visibilissime, oltre di che nei Discorsi molti esemp di cospirazioni sono cavati da storici greci e romani.(575) Ma anche qui le imitazioni provano tutt'altro che somiglianza d'idee. Infatti il capitolo che tratta delle congiure, si trova nella Politica d'Aristotele connesso al concetto assai pi vasto di tutto il libro V, il quale ragiona delle rivoluzioni che mutano la forma dei governi. E dopo averne distinto le varie specie, le loro cause ed effetti, distingue del pari le congiure. A queste distinzioni il Machiavelli senza dubbio si attiene; ma se ne vale per fare un'altra ricerca, con uno scopo sostanzialmente diverso. Egli esamina con quali mezzi, per quali cause le congiure contro i re, contro i tiranni, contro la libert della patria, riescono o falliscono; in che modo bisogna condurle per ottenere l'intento, quali pericoli si corrono e come si possono evitare; come il Principe pu prevenirle, scoprirle, spegnerle in tempo. Il concetto d'Aristotele  teorico e scientifico, quello del Machiavelli pratico e di condotta politica. La differenza , come si vede, grandissima.
Un Principe, continua il Machiavelli, ripetendo una sua costante opinione, non deve far disperare i grandi; gli  per necessario favorire il popolo, se non vuole capitar male. Ma perch la storia degl'imperatori romani, molti de' quali si fondarono in tutto sui loro eserciti, pu sembrare ad alcuno che contraddica a questa sentenza, egli fa osservare che la loro condizione era diversa assai da quella dei principi del suo tempo. "Se quegl'imperatori dipendevano dai loro soldati, i nostri principi, ad eccezione del Sultano, dipendono dal popolo; e per, quanto ai grandi, basta non disperarli, ma il popolo debbono soddisfarlo. Cos fanno i regni bene ordinati, come  di certo quello di Francia. In esso si trovano infinite costituzioni buone, donde dipende la libert e sicurt del re, delle quali la prima  il Parlamento, perch colui che ordin quel regno, conoscendo l'ambizione e la insolenza de' potenti, giudic necessario metter loro un freno in bocca, che li correggesse. Ma conoscendo anche l'opposizione del popolo contro i grandi, e volendo soddisfarla, senza dare questo ufficio al re, che voleva liberare dal carico che e' potesse avere con i grandi, favorendo i popolari, e con i popolari, favorendo i grandi, costitu un giudice terzo, che battesse questi e favorisse quelli."(576) "N puote essere questo ordine migliore, n pi prudente, n che sia maggior cagione della sicurt del re e del regno.... Di nuovo concludo che un Principe debbe stimare i grandi, ma non si far odiare dal popolo."(577) E qui si pu intendere anche la ragione per la quale, secondo il Machiavelli, s'ingannano assai coloro che, non considerando come il principato moderno si fondi sul popolo, non vogliono armare i propri sudditi, per paura d'averli nemici, e non comprendono che le milizie nazionali sono la sola difesa su cui si possa fare sicuro assegnamento.
"Quando s'acquista una provincia nuova, che sia come appendice dello Stato vecchio, bisogna governarla coi sudditi di questo, cercando, ove occorra, indebolire i nuovi. Ed in simili casi giova molto al Principe compiere qualche impresa, che gli dia modo di dimostrare la propria forza, e non avendo un'occasione pronta, suscitare qualche nemico che la faccia nascere. Falso  per l'antico sistema dei Fiorentini, i quali volevano tener Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti." Quest'ultimo modo riusc funesto anche ai Veneziani. E quanto alle fortezze, sebbene l'autore non sembri qui cos assoluto come altrove nel condannarle, pure dimostra sempre poca fede in esse, sia che si tratti di valersene a tenere sottomessi gli antichi sudditi, sia i nuovi, e ripete sempre, che nel primo caso occorre fare assegnamento sull'affetto del popolo, nel secondo, sulle proprie forze, cercando continua occasione a darne prova in nuove ed ardite imprese. "Cos fece Ferdinando il Cattolico, il quale agguerr prima l'esercito; assalt poi Granata e ne cacci i Mori; assalt ancora l'Africa, la Francia, l'Italia. E si tenga bene a mente, che in tutti questi casi bisogna dichiararsi subito amico o nemico aperto, n pretendere di voler pigliare partiti sicuri, perch non ve ne sono, consistendo sempre la vera prudenza nel prendere il manco tristo per buono."(578)
E qui il Machiavelli, per la prima ed unica volta, accenna, sebbene brevissimamente e come di passaggio, a qualche cosa che nella societ umana non sia guerra o politica. Il Principe, egli dice, deve incoraggiare i suoi cittadini ad attendere tranquilli alle loro faccende ed occupazioni, alla mercanzia, all'agricoltura, ad ogni altro esercizio, "acciocch quello non si astenga di ornare le sue possessioni per timore che le non gli siano tolte, e quell'altro di aprire un traffico per paura delle taglie; ma deve preparare premi a chi vuole fare queste cose, ed a qualunque pensa in qualunque modo di ampliare la sua citt o il suo Stato.... Debbe, oltre a questo, ne' tempi convenienti dell'anno, tenere occupati i popoli con feste e spettacoli."(579) E dopo aver messo insieme industria, commercio e feste, risguardando tutto ci come un mezzo di governo, altro non dice intorno al progresso sociale ed alla necessit di promuoverlo. Cos queste poche e fuggevoli parole valgono solo a mettere in sempre maggiore evidenza il fatto da noi gi pi volte notato, che egli s'occupa solo di politica, e non vede che lo Stato, le arti con cui esso si mantiene, le armi con cui si difende, e ad un tal fine sacrifica ogni cosa.(580)
Nel capitolo seguente si discorre della scelta del segretario, dalla quale, dice il Machiavelli, si pu riconoscere l'accortezza del Principe. Vi sono  vero uomini che intendendo bene le cose, riescono eccellenti, senza bisogno che qualcuno li aiuti; ma altri non le intendono da s, n per dimostrazioni o consiglio altrui, e questi riescono affatto incapaci. Vi sono per molti, che senza intenderle da s, sanno profittare dei consigli altrui, ed a questi il segretario riesce utilissimo, come fu Antonio da Venafro a Pandolfo Petrucci, il quale per la buona scelta che fece, e pel vantaggio che seppe cavarne, fu giudicato uomo eccellente. La bont del segretario si riconosce dal vederlo pensare all'utile del Principe, non al suo proprio, perch quegli che ne ha in mano lo Stato, non debbe occuparsi mai di s stesso, ma sempre del Principe, il quale ha dal suo lato l'obbligo di pensare al segretario, dandogli ricchezze ed onori, s che non possa desiderare altro.(581) Bisogna per fuggire gli adulatori, che sono la peste delle Corti. Lasciar dir tutto a tutti non deve il Principe permetterlo, ma neppure lasciarsi adulare. Elegga uomini savi e prudenti, che liberamente gli dicano il vero su tutto quello che domander loro; deliberi poi da s, e stia fermo alla deliberazione presa. N si dica, che con ci egli mostrer di non aver prudenza propria, e volerla accattare dagli altri, perch  una regola generale che non falla mai, che un Principe il quale non sia savio per s, non sar mai consigliato bene da nessuno. E se anche il caso lo spingesse a rimettersi in uno, che al tutto lo governasse, e fosse prudentissimo, potrebbe di certo essere guidato bene, ma resterebbe interamente a discrezione di altri, e presto capiterebbe male. Se si consiglier con pi d'uno, potr scegliere e coordinare i vari consigli; ma dovr allora esser savio, altrimenti non avr consigli uniti, n sapr unirli.(582) - In questo capitolo il Machiavelli evidentemente ragionava alquanto pro domo sua.
"Quando le cose dette fin qui siano osservate," cos egli conclude, "faranno in breve parere antico un Principe nuovo, perch le sue azioni, essendo molto pi di quelle degli altri uomini guardate, una volta che sian riconosciute virtuose, guadagnano molto pi l'animo dei sudditi, e molto pi gli obbligano, che il sangue antico." "E cos ar duplicata gloria di aver dato principio a un principato nuovo, ed ornatolo e corroboratolo di buone leggi, di buone armi, di amici e di buoni esempi, come quello ar duplicata vergogna che, nato principe, lo ha per la sua poca prudenza perduto." "E se ora si considerano i principi italiani che hanno perduto lo Stato ai nostri tempi, si trover in tutti deficienza d'armi proprie; e si trover oltre di ci, che alcuni di essi non seppero tenersi amico il popolo, altri non seppero tenersi amici i grandi, perch senza questi difetti non si perdono gli Stati. Si debbono quindi essi dolere di s medesimi e non degli altri.(583)  vero che molti credono che le cose di questo mondo siano in modo governate dalla fortuna e da Dio, che gli uomini non vi possano nulla, e che perci non parrebbe utile pensarvi troppo, ma occorrerebbe lasciarsi piuttosto governare dalla sorte. Questa opinione s' molto diffusa ai nostri tempi, per le grandi variazioni che sono seguite in Italia, fuori d'ogni umana congettura." "Nondimanco, perch il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della met delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l'altra met o poco meno a noi. Ed assomiglio quella ad uno di questi fiumi rovinosi, che quando si adirano, allagano i piani, rovinano gli arbori e gli edifici, lievano da questa parte terreno, lo pongono da quell'altra; ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all'impeto loro senza potervi in alcuna parte ostare; e bench siano cos fatti, non resta per che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessero fare provvedimenti, e con ripari ed argini, in modo che crescendo poi, o anderebbero per un canale, o l'impeto loro non sarebbe n s licenzioso n s dannoso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenza dove non  ordinata virt a resisterle, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini e ripari a tenerla. E se voi considererete l'Italia, che  la sede di queste variazioni, e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini e senza alcun riparo. Che se la fusse riparata da conveniente virt, come  la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non avrebbe fatto le variazioni grandi che l'ha, o la non ci sarebbe venuta."
Le grandi e repentine mutazioni nel destino dei principi, dei generali e dei capi di parte, nascono, come s' gi visto nei Discorsi, dal non accordarsi sempre le qualit loro con la natura dei tempi, i quali variano di continuo, mentre che gli uomini non possono a loro arbitrio variare la propria natura, donde ne segue che coloro i quali sono stati fortunati un tempo, o rovinano a un tratto, o nulla pi ad essi riesce secondo i desideri. "Variando la fortuna, e stando gli uomini nei loro modi ostinati, sono felici, mentre concordano insieme, e come discordano, sono infelici. Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso che rispettivo, perch la fortuna  donna, ed  necessario, volendola tener sotto, batterla ed urtarla; e si vede che la si lascia pi vincere da questi, che da quelli che freddamente procedono. E per sempre, come donna,  amica de' giovani, perch sono meno rispettivi, pi feroci, e con pi audacia la comandano."(584)
Ed ora siamo giunti all'ultimo capitolo, che finisce con la tanto celebrata esortazione ai Medici, perch, dopo avere ordinato lo Stato nuovo, s'inducano a liberare la patria. A tutti coloro i quali non osservarono, come anche nei Discorsi il grande legislatore, fondato che ha colla violenza un regno, deve, affidandolo al popolo, renderlo libero e difenderlo, questa esortazione sembr appiccicata, senza legame alcuno n col resto del libro, n colle idee dell'autore. In realt essa  per l'ultima sintesi del Principe, che fu sempre il pensiero dominante del Machiavelli. Perfino quando egli serviva la Repubblica, lo vediamo rivolgersi ai Fiorentini, esclamando nei propri appunti, gi da noi ricordati: "Manco male il tiranno, alla testa delle milizie nazionali, che stare come voi, senza difesa, in bala del pi tristo facchino che vesta armi in Italia." Non deve quindi recar nessuna maraviglia il vederlo ora concludere: "Considerato adunque tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo se al presente in Italia correvano tempi da onorare un Principe nuovo, e se ci era materia che desse occasione a uno prudente e virtuoso d'introdurvi nuova forma, che facesse onore a lui, e bene alla universalit degli uomini di quella, mi pare concorrano tante cose in beneficio di un Principe nuovo, che io non so qual mai tempo fusse pi atto a questo." "E se a provare la virt di Mos, di Ciro, di Teseo, era necessario che l'Egitto, la Persia e Atene venissero nelle misere condizioni che troviamo descritte; a provare la virt d'uno spirito italiano," "era necessario che l'Italia si riducesse nel termine ch'ell' di presente, e che la fosse pi schiava che gli Ebrei, pi serva che i Persi, pi dispersa che gli Ateniesi, senza capo, senz'ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, ed avesse sottoportato di ogni sorta rovine." "E sebbene finora si sia visto qualcuno,(585) che ha dato un barlume di speranza d'essere mandato da Dio a redimerla, pure  stato poi dalla fortuna respinto, s che s'aspetta sempre chi venga a sanar le sue ferite." "Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudelt ed insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, purch ci sia uno che la pigli. N ci si vede al presente in quale la possa pi sperare che nella illustre Casa vostra, la quale con la sua virt e fortuna, favorita da Dio e dalla Chiesa, della quale ora  principe, possa farsi capo di questa redenzione." "Qui  giustizia grande e disposizione negli animi; si sono visti prodigiosi segni che annunziano grandi mutamenti; tutto  concorso alla vostra grandezza; il rimanente fate voi, perch Dio non vuol torre il libero arbitrio."
" necessario per non perdersi d'animo, per l'esempio di coloro che non riuscirono nell'impresa, perch se voi fondate i nuovi ordini militari, questi troveranno subito la materia pronta. Qui  virt grande negli individui, quando non manchino i capi, come si vede nei duelli e nei combattimenti di pochi, nei quali gl'italiani vincono sempre con le forze, con la destrezza e con l'ingegno. Bisogna armarsi di armi proprie, e fondarsi sulle fanterie nazionali, che possono riuscire eccellenti. Sebbene le svizzere e le spagnuole sieno stimate terribili, esse non sono senza difetti, ed un terzo ordine potrebbe in Italia superarle. Gli Spagnuoli non possono sostenere i cavalli, e gli Svizzeri dovrebbero temere i fanti, quando li trovassero in guerra ostinati come loro; laonde si pu ordinare una nuova fanteria, che resista ai cavalli e non tema i fanti, al che si riuscir non con la nuova qualit delle armi, ma con la variazione degli ordini. E queste son quelle cose, che danno reputazione e grandezza ad un principe nuovo." "Non si deve adunque lasciar passare questa occasione, acciocch la Italia vegga, dopo tanto tempo, apparire un suo redentore. N posso esprimere con quale amore ei fusse ricevuto in tutte quelle provincie, che hanno patito per queste illuvioni esterne, con qual sete di vendetta, con che ostinata fede, con che piet, con che lacrime. Quali porte se gli serrerebbero? quali popoli gli negherebbero l'ubbidienza? quale insidia se gli opporrebbe? quale Italiano gli negherebbe l'ossequio? Ad ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli adunque la illustre casa vostra questo assunto, con quell'animo e quella speranza che si pigliano le cose giuste; acciocch sotto la sua insegna e questa patria ne sia nobilitata, e sotto i suoi auspici, si verifichi quel detto del Petrarca:

"Virt contro al furore
Prender l'arme, e fia il combatter corto;
Che l'antico valore
Negl'Italici cor non  ancor morto."(586)

Cos finisce questo piccolo volume, che rest per sempre un monumento immortale nella storia della letteratura. Nei Discorsi, noi lo abbiamo gi visto, i var elementi da cui il pensiero politico del Machiavelli  formato, son messi gli uni accanto agli altri, senza troppo occuparsi di coordinarli organicamente fra di loro, sotto principii generali, senza neppur troppo occuparsi di vedere se vanno sempre d'accordo fra di loro. L'unit della sua scienza bisogna quindi cercarla nel suo modo di pensare e di osservare, nel suo metodo, nel modo di concepire la societ, lo Stato, soprattutto il carattere dell'uomo politico, che pu veramente dirsi il centro comune de' suoi pensieri, e che diviene il soggetto stesso del Principe, il quale da ci acquista la fisonomia ed il valore suo proprio. Sebbene neanch'esso ci dia un vero sistema di filosofia politica, pure i concetti fondamentali vi sono pi sicuramente scolpiti, e ritrovano la loro unit organica, personificandosi nel sovrano, che, costituendo lo Stato, redime la patria. E questo Principe redentore, che nei Discorsi apparisce e sparisce di continuo, restando in una forma ancora incerta, quasi astratta, si presenta finalmente come un personaggio reale, vivente. Tutto ci nell'Italia d'allora non poteva essere, come noi vedemmo, che un sogno; ma il sogno del Machiavelli era talmente fondato sulla realt, che ebbe l'importanza di un avvenimento storico. Il suo libro perci  senza alcun dubbio quello che pi di ogni altro, esercit una vera, efficace azione sugli uomini di Stato e sugli avvenimenti, per mezzo dei quali l'Europa usc fuori del Medio Evo. Ed  un grande errore il credere che egli non facesse altro che esporre, ripetere idee comuni a tutti nel suo tempo: troviamo invece che molti de' suoi contemporanei lo biasimarono o non lo capirono. Egli studi la storia e la societ del suo tempo; fu il solo allora che ne comprese davvero lo spirito; ed assai spesso venne tenuto responsabile, quasi autore dei fatti che andarono poi seguendo in Europa, unicamente perch essi seguivano nel modo stesso che da lui era stato preveduto. Tutto ci  ben altro che ripetere quello che allora universalmente si diceva o pensava.
E se molti trovano strano, che, nella esortazione finale, quel Principe che pareva avesse voluto e saputo dare alla societ, come a creta molle, la forma che pi gli piaceva, a un tratto s'avvicina ad essa, s'immedesima col popolo, per rappresentarne le pi nobili aspirazioni, personificarne la pi intima coscienza, anche in ci il libro ritrae fedelmente il processo storico, che le monarchie moderne dovevano necessariamente seguire. Esse infatti cominciarono con la tirannide a formare l'unit nazionale, per poi, appoggiandosi alla borghesia ed al popolo, contro l'aristocrazia, andarsi lentamente trasformando, ed arrivare al governo rappresentativo. Cos fu che il Principe fin coll'essere davvero la profezia dell'avvenire. Che se poi si guardi solo all'Italia, l'esortazione sembra descrivere addirittura quello che, dopo tre secoli e mezzo, abbiam visto seguire sotto i nostri propri occhi. E per, a misura che i fatti andarono dimostrando la verit del sogno, si pot sempre meglio comprendere il pensiero del Machiavelli, e misurare tutta quanta la prodigiosa originalit della sua mente.
Nel tempo stesso in cui il Machiavelli correggeva ancora il Principe, Tommaso Moro scriveva la sua Utopia (1515), che fu pubblicata anche prima (1516). Vissuti ambedue pigliando parte non piccola agli affari del loro paese, erano stati l'uno e l'altro educati in mezzo alla erudizione classica. Ma questa erudizione, passando da Firenze in Inghilterra, massime in Oxford, s'and subito profondamente trasformando. Fra di noi essa rimase solo e sempre un fatto letterario ed intellettuale, ivi invece, come in Germania, apparecchi la Riforma, iniziando un rinnovamento della coscienza. L'Inghilterra cominciava allora a salire, l'Italia doveva fra poco rapidamente decadere. Nel carattere del Moro, non ostante i suoi difetti, v'era anche una grande altezza e nobilt morale, che lo condusse in fine al martirio, e che mancava nel Machiavelli. I due libri, sorti da uno stato di cose tanto diverso, si trovarono, come era naturale, l'uno agli antipodi dell'altro.
Tommaso Moro vide i mali, i pericoli, le ingiustizie della societ in cui era nato e vissuto. Vide l'ignoranza delle moltitudini, e i potenti che nuotavano nelle ricchezze, vivendo nell'ozio, col sudore dei poveri, che lavoravano come bestie da soma, senza avere abbastanza da sfamarsi. - Perseguitati, egli scrive, quando si danno all'accattonaggio, sono subito messi a morte, se rubano qualche cosa, per soddisfare la fame che li opprime. E cos noi ci occupiamo a formar dei ladri, per poi impiccarli. I principi pensano a raccogliere soldati stipendiati, a far guerre per accrescere il proprio Stato, occupati come sono esclusivamente del loro potere, del loro interesse personale. Non sembrano comprendere, non sembrano avvedersi, che la loro vera forza pu venir solo dalla giustizia e dal benessere sociale; che essi sono fatti per lo Stato, non viceversa. Ma a che varrebbe il far loro un tale discorso? Qual sovrano, in qual paese del mondo, darebbe ascolto? - L'Utopia nel suo primo libro riusciva cos un documento storico di grande importanza, perch ci fa conoscere la societ inglese di quel tempo, descrivendoci i mali che la travagliavano, per bocca d'un uomo, che la vide, la conobbe, e qualche tempo fu anche tra quelli che la diressero. Nel secondo libro il Moro cerca invece i rimedi, ponendoci sotto gli occhi una societ ideale, ritrovata in un'isola sconosciuta, che egli suppone scoperta da un compagno d'Amerigo Vespucci. In essa non solamente la giustizia trionfa, ma l'autore, fra molte idee singolari e fantastiche, ha come una chiara visione dei grandi problemi sociali che agiteranno l'avvenire.(587) Ed in un tempo nel quale gi cominciavano feroci odii religiosi, che dovevano portare ad una cieca intolleranza, egli esponeva tutti i vantaggi della tolleranza. Nessun uomo, egli dice, deve esser punito per quello che crede, perch nessuno  padrone di credere quello che vuole. Sulla pena di morte adopera un linguaggio, sostiene idee che preconizzano il Beccaria. La pena, egli dice, deve servire a migliorare l'uomo; ricondurlo al lavoro, alla virt; non a pervertirlo o distruggerlo. Persino la questione delle otto ore di lavoro, si trova preveduta e risoluta nel modo stesso che si cerca di risolverla oggi. In Utopia l'ozio  severamente vietato, e tutti sono costretti a vivere lavorando. Anche molte questioni moderne d'igiene sulla costruzione delle case e delle citt, sono prevedute e risolute. Ma dove propriamente si trova questa fortunata e felice societ? Nel paese di Nowhere, cio in nessun luogo. Chi, quando ed in che modo potr mai iniziare una cos grande riforma del vivere civile? Il Moro non si fa neppure una tale domanda, per lui affatto oziosa. I principi, padroni di tutto, non pensano che a s, al loro male inteso interesse personale, e sarebbe vano sperare di rimuoverli dalla loro via fallace.
Un tal libro non poteva di certo esercitare alcuna azione efficace sulla societ, e fu in parte contradetto dallo stesso autore, che negli ultimi anni della sua vita torn al cattolicismo, divenendo un persecutore religioso. Ma se molti eruditi, come il Pontano ed Erasmo, si contentarono di descrivere un principe filosofo, ideale, non riuscendo cos a far altro che un esercizio di retorica, il Moro descrisse le pi nobili aspirazioni dell'umana natura e della futura societ, scrivendo un'opera, che ha un vero valore storico, filosofico e morale. Ma egli si allontan dal presente, senza punto occuparsi d'indicarci la via, i mezzi coi quali si poteva camminare verso questo ideale; ed il suo libro rest quindi una nobile utopia e niente altro. Il Machiavelli prese invece la via opposta, proponendosi di studiare la societ quale essa  realmente, e i modi per farla progredire verso la libert. I principi,  vero, egli disse, non cercano che il loro proprio tornaconto; e supporre che vogliano mai fare altrimenti, sarebbe lo stesso che non conoscere l'uomo, fantasticare, non ricercare la verit. Ma facendo e sapendo fare il loro interesse, possono anche costituire l'unit dello Stato, assicurandone la prosperit. Occorre solo che imparino a condurre con prudenza l'opera loro, e chiamino poi il popolo a compierla, a difenderla colle armi proprie. Ma per riuscire a trovare ed insegnare questa via, bisogna cercare la verit effettuale delle cose; non dimenticare quello che si fa, per correr dietro a quello che si dovrebbe fare; non perdere il tempo, immaginando societ e governi, che non sono esistiti, e non esisteranno mai. Questa  la ragione per la quale il Principe, e non l'Utopia, pot essere la guida politica di molti sovrani, di molti uomini di Stato; pot esercitare una efficace, potente azione sulla realt storica.



CAPITOLO V.

I critici del Principe. - I contemporanei. - I Fiorentini dopo il 1530. - I difensori della Chiesa. - I gesuiti. - Carlo V e gli uomini di Stato. - I protestanti. - Cristina di Svezia, Federico di Prussia, Napoleone I, il principe di Metternich. - I filosofi ed i nuovi critici. - Il Ranke ed il Leo. - Il Macaulay. - Il Gervinus ed altri. - Il De Sanctis. - Il Baumgarten.

Sebbene il Machiavelli avesse sempre esposto le sue opinioni con una chiarezza, che pu qualche volta sembrare eccessiva, pure non v' nella storia di tutte le letterature un altro uomo che sia stato soggetto a tante e cos diverse interpretazioni. Nel Principe soprattutto si sono voluti scoprire fini reconditi e misteriosi; e per meglio riuscirvi si  voluto metterlo in aperta contradizione coi Discorsi. Quando poi fu dimostrato, che questa contradizione era immaginaria; allora i sottili comenti, le artificiose ipotesi si fecero non solo sull'una e sull'altra opera ad un tempo, ma anche sulla condotta politica, sul carattere morale dell'autore. Queste interpetrazioni essendo in grandissimo numero e diversissime fra loro, spesso sostenute da uomini di molta dottrina ed ingegno, n' finalmente avvenuto, che all'enigma del Machiavelli s' aggiunto quello de' suoi critici. Noi siamo ben lontani dal voler compilare un elenco del numero veramente straordinario di tutti coloro che, in un modo o nell'altro, scrissero di lui. Dovremmo estenderci al di l d'ogni giusto limite, oltre di che, questo  un lavoro cominciato gi da molto tempo, e mirabilmente compiuto poi dal Mohl, il cui scritto oggi avrebbe bisogno solamente d'essere condotto dall'anno 1858, in cui fu pubblicato, fino ai nostri giorni.(588) Ma a noi qui importa ricordar solo i principali comentatori ed espositori, per determinare le diverse correnti che segu la critica, ed indagare le cagioni di tanti e cos opposti modi di giudicare uno stesso autore.
Finch visse il Machiavelli non furono dati alla stampa n i Discorsi, n il Principe. Questo ben presto gir, per le mani di molti, in pi copie manoscritte, alcune delle quali si trovano ancora oggi in varie biblioteche italiane e straniere.
La prima edizione del Principe  quella stampata dal Blado a Roma, cum Gratia et Privilegio di N. S. Clemente VII, nel gennaio del 1532, il che vuol dire cinque anni dopo la morte del Machiavelli.(589) Nel maggio dello stesso anno la medesima edizione fu riprodotta in Firenze da ser Bernardo di Giunta, e senza giusta ragione, come dimostr il prof. Lisio, si credette che questa riproduzione fosse condotta sull'autografo, che sfortunatamente non si conosce. Uno studio assai diligente dei pi antichi manoscritti, confrontandoli fra loro e con le due antiche edizioni, fu fatto dallo stesso prof. Lisio, il quale si prov a darci una edizione critica del testo, avvicinandolo, per quanto era possibile, a quello che presumibilmente era stato l'autografo.(590) L'impresa doveva riuscire di una estrema difficolt, perch non solo le lezioni (spesso arbitrarie) dei codici pi antichi e delle due prime edizioni differiscono fra loro; ma l'ortografia e le forme grammaticali usate dal Machiavelli nei suoi autografi variano continuamente. Una norma sicura da seguire costantemente non  quindi possibile trovarla, ed in ogni caso non varrebbe a darci una immagine fedele della spontanea mutabilit dell'originale. Non  perci da maravigliarsi se, non ostante la sua molta diligenza ed il buon metodo, il prof. Lisio, pure avvicinandosi pi degli altri a quello che dovette essere l'autografo, non riusc sempre a contentare i critici. Non pu infatti soddisfare l'avere egli adottato certe forme come, per esempio, preta per pietra, torgnene per toglierne, posserno, possuto e poss, per poterono, potuto e pot, specialmente quando anche alcuni degli antichi manoscritti e delle antiche edizioni adottarono le forme meno lontane dall'uso comune e pi moderne.
Uno dei codici pi autorevoli che abbiamo del Principe  quello che si trova nella Laurenziana (Pluteo XLIV, cod. 32), da alcuni ritenuto di mano del fido Buonaccorsi(591) e da lui indirizzato a Pandolfo Bellacci con una lettera, nella quale dice che gli manda l'opera "nuovamente composta" dal Machiavelli, e che in essa trover descritte "tutte le qualit de' principati, tutti i modi a conservarli, tutte le offese di essi, con una esatta notizia delle istorie antiche e moderne." Lo prega poi di apparecchiarsi "acerrimo difensore contro a tutti quelli che, per malignit o invidia, lo volessino, secondo l'uso di questi tempi, mordere e lacerare."(592) Tali parole dimostrano, che gi si temevano critiche, non per uno scandalo; e provano ancora, che un uomo di mediocre ingegno, ma di animo onesto quale era il Buonaccorsi, aveva abbastanza chiaramente inteso il significato e lo scopo manifesto del libro, riconoscendone il valore. Il Vettori, come noi vedemmo, appena che ebbe letto i primi capitoli del libro, gli aveva assai lodati. Il Guicciardini, quando esamin i Discorsi, s'era pi volte fermato a quelle massime appunto, che si ritrovano anche nel Principe, e se spesso aveva dissentito dal Machiavelli, non s'era poi molto scandalizzato, n aveva fatto cenno alcuno che altri avesse allora protestato.  difficile supporre, che se scandalo vi fosse stato davvero, non se ne trovasse almeno qualche ricordo nelle lettere del Machiavelli o in quelle a lui dirette. Leone X non lo avrebbe consultato, come fece, sulla politica generale e sulle condizioni di Firenze; Clemente VII non gli avrebbe fatto aver la commissione di scriver le Storie, n lo avrebbe pi tardi adoperato, come vedremo, in uffic di qualche importanza.
V' un altro fatto, il quale conferma quello che noi diciamo, e dimostra ancora che il Principe, prima d'essere pubblicato, ci che avvenne solo nel 1532, era assai conosciuto e diffuso in Italia. Agostino Nifo di Sessa, filosofo di mediocre ingegno, ma pur molto lodato allora, insegn qualche tempo a Pisa, fino all'anno scolastico 1521-22. Tornato a Napoli, egli pubblicava nel 1523 un libro intitolato: De regnandi peritia,(593) il quale non  altro che una imitazione, anzi cattiva traduzione latina del Principe. Lo divise in quattro libri, sopprimendone l'ultimo capitolo, quello che conclude l'opera con la celebre esortazione a liberare l'Italia, aggiungendovi invece di suo un quinto libro, diviso in pochi capitoli, che trattano di quelli che egli chiama i modi onesti di governare, ripetendo in essi i soliti luoghi comuni sulle virt del buon Sovrano. Evidentemente il Nifo pretendeva d'aver cos compiuto, anzi corretto il Principe, di cui mostrava invece di non aver capito n il significato, n il valore. Questa cattiva copia egli dedicava, come suo lavoro originale, a Carlo V, dicendogli che in esso avrebbe trovato brevemente esposte le azioni dei tiranni e dei re, "come nei libri dei medici si trovano indicati i veleni e gli antidoti." Il Machiavelli, fin da quando scriveva il suo libro nel 1513, aveva, come noi vedemmo, temuto che qualcuno si volesse far bello dell'opera sua. Pure della pretesa imitazione, che fu molto lodata dai letterati napoletani,(594) non pare che s'accorgesse o desse molta importanza al plagio. Fu per ben presto notato da altri, ed ai giorni nostri molti se ne occuparono. Primo fra questi v'accenn il Ferrari.(595) Poi se ne occup il Settembrini, il quale da principio credette che il Machiavelli avesse imitato il Nifo;(596) pi tardi suppose che l'uno o l'altro avesse imitato Isocrate. Il Nourrisson, in un suo libro sul Machiavelli, pubblicato nel 1875, credendo d'essere il primo a notare le somiglianze, si ferm a dimostrare il plagio; e suppose che fosse rimasto lungamente inosservato, perch il Nifo era poco conosciuto, e perch le massime che i due scrittori sostenevano, non avevano allora nulla di singolare, essendo, come egli dice, la moneta corrente a quel tempo.(597) Bisogna per notare che il Nifo, professore nell'Universit di Pisa, non era uno sconosciuto, e che il plagio, come vedremo, non era rimasto ignoto neppure ai contemporanei. Egli pubblic il suo libro quattro anni prima della morte del Machiavelli. Oltre di ci, con le modificazioni e aggiunte fatte nel suo scritto, il Nifo aveva cercato di attenuare l'effetto che certe massime troppo audaci potevano produrre sull'animo dei lettori; e cos modificato, aveva dedicato il suo lavoro a Carlo V. Il che sembra provare che quelle massime non erano poi interamente, secondo affermava il Nourrisson, la moneta corrente a quel tempo. E come questi aveva ignorato i suoi predecessori, cos non li conobbe neppure il prof. Francesco Fiorentino, il quale credette anch'egli d'essere stato il primo a scoprire il plagio. Aggiunse per alcune utili notizie sulla vita del Nifo.(598)
Recentemente della stessa questione si  occupato a lungo e con diligenza il Tommasini. Egli non vuol credere ad un vero e proprio plagio (II, 137 e nota 2). Il Nifo, secondo lui, avrebbe pensato piuttosto ad un rifacimento in latino e con forma peripatetica, seguendo il gergo della scuola. - Il Machiavelli, egli dice, "se ne compiacque forse," quantunque non amasse quel gergo scolastico. - Al plagio per, che a me parve evidente, credettero non solo i moderni, ma anche gli antichi. Bernardo di Giunta, nella sua lettera dedicata a Monsignor Gaddi, premessa alla prima edizione del Principe (1532), allude evidentemente al Nifo, quando dice: "Con ci sia che di gi, siano stati di quegli che in buona parte tradottala nella lingua latina, l'abbiano per sua mandata fuori in stampa come facilmente potr vedere chiunque."(599) E nella stessa lettera, ripetendo la raccomandazione gi fatta dal Buonaccorsi al Bellacci, prega Monsignor Gaddi di difendere il libro "da quelli che, per il suo soggetto, lo vanno ogni giorno lacerando s aspramente, non sapendo che coloro i quali insegnano le medicine, insegnano del pari i veleni, acci possano difendersene."(600) Eran queste le parole stesse adoperate dal Nifo nella sua lettera a Carlo V, parole le quali pare che facessero fortuna, giacch le troviamo ripetute fino ai nostri giorni.
Le condizioni politiche e la pubblica opinione s'andarono, dopo la morte del Machiavelli, rapidamente mutando in Firenze. Dopo l'assedio e la resa della Citt nel 1530, i Medici tornarono colla forza, non pi come timidi protettori d'una repubblica efimera, ma come tiranni assetati di vendetta; e ben presto cominciarono gli esil, le persecuzioni, le condanne a morte. Se quindi al tempo di Giuliano e Lorenzo nessuno aveva biasimato il Machiavelli, perch voleva servire i Medici, n il Principe aveva dato origine a sospetti o calunnie, ora invece cominciarono a giudicarsi diversamente il libro ed il suo autore. Perch un repubblicano aveva cercato di servire la famiglia di coloro che erano stati sempre tiranni della patria? Che scopo aveva egli avuto nel dare a Lorenzo, uomo di sua natura dispotico e crudele, consigli intorno al modo di conservare il principato e la tirannide? Cos l'antica invidia e i nemici che lo spirito mordace del Machiavelli gli aveva suscitati, si ridestavano. E tanto  vero che il modo di vedere e di giudicar le cose politiche s'era in pochi anni sostanzialmente mutato, che coloro stessi i quali volevano difenderlo, ricorrevano ora ad argomenti, ai quali nessuno aveva prima pensato. Si disse che, se aveva nel suo libro insegnato ai principi come farsi tiranni, aveva anche insegnato ai popoli come spegnerli. Si aggiunse da altri, che egli aveva dato quei consigli a Lorenzo, perch seguendoli andasse ad inevitabile rovina. Si pretese ancora, che il Machiavelli stesso si fosse a questo modo difeso, nel rispondere agli amici che lo avevano accusato o interrogato;(601) ma di ci non v' traccia o memoria alcuna durante la sua vita, n risponde punto alle intenzioni da lui realmente avute, e francamente manifestate.
Se si fosse tenuto conto di questo mutamento della pubblica opinione in Firenze, non si sarebbe dato gran peso ad una lettera scritta l'anno 1549 dal Busini a Benedetto Varchi. In essa, riconoscendo pure che il Machiavelli "amava la libert estraordinarissimamente," aggiungeva che tutti l'odiavano. "Ai ricchi pareva che quel suo Principe fosse stato un documento da insegnare al Duca tor loro tutta la roba, ai poveri tutta la libert. Ai Piagnoni pareva che e' fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi pi tristo e pi valente di loro, talch ognuno l'odiava."(602) Ed il Varchi ripet nella sua Storia le medesime accuse.(603) Ma se la lettera del Busini fu scritta ventidue anni dopo la morte del Machiavelli, e diciannove circa dopo il ritorno dei Medici, il Varchi, che se ne valse, compose pi tardi ancora la sua opera, per ordine del duca Cosimo, quando tutto era mutato, non solo in Firenze, ma anche in Italia ed in Europa. La repubblica era spenta per sempre, il dominio assoluto dei Medici era costituito, gli stranieri percorrevano da padroni la Penisola. La riforma aveva ridestato il sentimento religioso in Germania, e la Chiesa cattolica costretta a reagire, a correggersi, si trovava in condizioni ben diverse da quelle del Rinascimento. Il Machiavelli l'aveva accusata d'essere stata sempre la rovina d'Italia, il principio della corruzione del mondo: queste ed altre sanguinose ingiurie non si potevano ora ascoltare o leggere con la quasi indifferenza con cui le avevano udite Leone X e Clemente VII. Coloro i quali lavoravano a ricostituirne l'autorit, a restituirle la direzione suprema delle coscienze, della condotta politica dei governanti, dovevano naturalmente vedere un nemico da combattere, da distruggere in colui che aveva parlato di essa con tanto disprezzo, che aveva voluto sottometterla allo Stato, occupandosi della religione solo come un mezzo di governo. E cos fu che il Machiavelli si trov a un tratto circondato da mille nemici, esposto al fuoco incrociato delle loro armi. Gli esuli fiorentini non gli perdonavano il desiderio manifestato di voler servire i Medici e i consigli dati a Lorenzo; i sostenitori del nuovo Duca non gli perdonavano i suoi sentimenti repubblicani e l'odio ai tiranni, che egli aveva smascherati; i protestanti erano scandalizzati del suo indifferentismo religioso, e del modo in cui aveva parlato del Cristianesimo; la Chiesa cattolica vedeva in lui l'idra da calpestare.
Infatti i primi suoi fieri assalitori furono uomini di Chiesa. Incominci il cardinal Reginaldo Polo, dicendo nella sua Apologia,(604) che le opere del Machiavelli erano state scritte col dito del diavolo, che egli aveva mirato alla rovina di coloro stessi cui aveva dato consigli, che la sua vita non poteva non essere stata trista e detestabile al pari de' suoi scritti. Seguirono il vescovo di Cosenza Catarino Politi,(605) il vescovo portoghese Osorio,(606) ripetendo le medesime ingiurie. Ma la battaglia regolare fu intrapresa dai gesuiti, i quali, lavorando a tutta possa per rimettere lo Stato sotto la Chiesa, e credendo giustificato, santificato ogni mezzo che conducesse a questo fine, divennero i nemici dichiarati di colui che aveva combattuto per l'indipendenza dello Stato. Incominciarono quindi col farlo bruciare in effigie ad Ingolstadt,(607) ed indussero nel 1559 Paolo IV a metterne all'Indice le opere, con decreto che fu nel 1564 confermato dal Concilio di Trento.(608) Il Possevino, promotore di tutto ci, fu anch'egli dei primi e pi fieri ad assalire il Machiavelli. Non gli negava ingegno, ma gli negava religione, morale ed anche vera conoscenza del mondo. I suoi consigli, cos diceva, porterebbero a sicura rovina chiunque li seguisse. Ma questa sua critica era fatta in modo, che subito si vide che egli non aveva neppur letto il Principe, che, fra le altre cose, supponeva diviso in var libri, quando  solo diviso in capitoli.(609) In sostanza al Machiavelli si faceva allora una guerra di partito. Egli era divenuto per questi avversar una specie di mito, che rappresentava l'opposizione dello Stato alla supremazia della Chiesa. Lo chiamavano autore della cos detta Ragione di Stato, parole che non furon mai da lui pronunziate n scritte. Combattendolo, volevano sopra tutto sostenere, persuadere, che chiunque, privato cittadino o principe, non si fosse lasciato guidar dalla Chiesa, era un nemico di Dio e del genere umano. Qualunque arme a questo fine adoperata era buona, era santa.
E che tal fosse veramente lo scopo che avevano, apparisce assai chiaro dalle loro stesse parole. Il gesuita Ribadeneira pubblic varie opere a difesa "delle virt vere e non simulate dei principi," contro il Machiavelli. E in una di esse,(610) rivolgendosi al principe ereditario di Spagna, che stava per succedere a Filippo II, dice che "l'infernal fuoco dei politici e machiavellisti va dilatandosi per tutto, e minaccia di bruciare il mondo." Lo consigliava perci d'imitare l'esempio di Ferdinando di Castiglia, il quale non si contentava di far condannare gli eretici; ma quando dovevano esser bruciati, "andava egli stesso a porvi di propria mano il fuoco e le legna, per fare il sacrificio." Chi non fa a questo modo, egli aggiunge, va incontro a certa rovina. Infatti Enrico III di Francia, che invece di farsi regolare dalla legge del Signore, prese consiglio dai politici e machiavellisti, dovette, per giusto giudizio di Dio, "morire per mano d'un povero frate, giovine, semplice e pio, d'una ferita che li diede con un picciol coltello nella propria sua stanza."(611)
Il frate Bozio da Gubbio, dell'Oratorio, assal il Machiavelli, per ordine d'Innocenzo IX, usando un linguaggio molto pi temperato; ma facendo comprender del pari, che il suo scopo finale era pur quello di ristabilire, al di sopra delle repubbliche e dei principi, il papato di Gregorio VII e di Bonifacio VIII.(612) E cos si continu fino al Machiavellismo degollato(613) del gesuita spagnuolo Clemente, ed al Saggio della Sciocchezza di Niccol Machiavelli,(614) che fu scritto dal gesuita italiano Lucchesini, e che i librai chiamarono Le sciocchezze del padre Lucchesini, solo titolo che davvero meritasse.
Chi ne abbia voglia, pu trovare molte notizie sopra altri simili scrittori nel Cristio e nel Mohl. La loro critica  per sempre la stessa, accecata sempre dalle stesse passioni, senza mai alcun valore scientifico. Tutto il loro metodo si riduce a separare le sentenze del Machiavelli dalle condizioni in cui furono pensate ed esposte, dallo scopo che avevano, considerando e giudicando come massime di morale assoluta, quelle che sono norme di condotta politica, e cos vengono alterate in modo da non poterle pi riconoscere. Certo si pu discutere, si pu trovar modo di combattere uno scrittore, il quale dice: in politica, in diplomazia  lecito qualche volta mentire; in uno Stato gettato nel disordine dalla violenza dei partiti e delle ribellioni, si possono, debbono usar la forza, la violenza, anche l'inganno, per rimetterlo in condizioni normali; il Principe deve, se anche non crede alla religione, fingere di credervi e rispettarla. Ma se, per meglio combattere queste sentenze, si fa, in termini generali, dire allo scrittore, che bisogna mentire, ingannare, esser crudele, e finger di credere quello che non si crede o si disprezza, allora cessa la possibilit d'ogni discussione, e si ha facile vittoria contro un mostro, che per esiste solo nella immaginazione del critico. Questo  quello che assai spesso si fece contro il Machiavelli, e non senza fortuna, riuscendosi a farlo passare presso i pi per un nemico della morale, della religione e della giustizia, animato da una sola passione: l'odio del bene.
Mentre per si continuava questa facile e fortunata crociata, seguiva un fatto singolare, che obbligava a riflettere. Le edizioni e le traduzioni del Principe si moltiplicavano, ed il libro faceva grande cammino nel mondo.  certo che Carlo V lo studiava con diligenza, che i suoi cortigiani e suo figlio lo leggevano.(615) Il cardinal Polo lasci scritto, che Tommaso Cromwell, l'accorto, audace e potente ministro di Enrico VIII d'Inghilterra, gli espresse la sua grande ammirazione pel Principe, dicendo d'averlo preso a guida della propria condotta politica. E sebbene la verit di questa asserzione sia stata recentemente negata, pure l'essere essa stata creduta e ripetuta da storici autorevolissimi,  un'altra prova della opinione universalmente accolta, che cio i pi celebri politici del secolo XVI studiassero e pigliassero a modello il Principe.(616) Certo  che il cardinale di Richelieu dette incarico di scrivere un'apologia del Machiavelli a Luigi Machon, arcidiacono di Toul. Questi che, contro l'opinione de' suoi concittadini, era un dichiarato fautore della politica d'annessione della Lorena alla Francia, sostenuta dal Cardinale, non pot compiere la sua opera prima del 1643, quando cio il suo protettore era gi morto. Cos essa rest non solo inedita, ma per molto tempo anche poco nota, ignorandosene perfino l'autore. Pure sembr scritta con tanto calore, con tanta eloquenza, che alcuni vollero attribuirla perfino al Pascal. Ora per che  stata da molti esaminata, studiata, in parte anche pubblicata, si pu affermare, che non ha nessun valore scientifico, essendo l'opera non di un critico, ma di un avvocato, il quale, difendendo il Machiavelli, voleva difendere la politica del Richelieu. Ed in ci sta la sua storica importanza.(617) Caterina dei Medici, secondo uno scrittore moderno, fu quella che introdusse la prima volta il Principe in Francia, dove il Machiavelli acquist una vera cittadinanza, esercitando, secondo l'espressione di un moderno, un'autorit quasi dinastica, nella Corte e nelle guerre di religione.(618) Si afferm ancora che Enrico III ed Enrico IV avevano indosso il Principe quando furono uccisi. Sisto V ne fece di sua propria mano un sunto.(619) Il fatto certo  che gli uomini di Stato leggevano allora con avidit il Machiavelli, perch in lui trovavano il solo scrittore, che parlasse un linguaggio che rispondeva alla realt delle cose, e desse consigli i quali riuscivano davvero praticamente applicabili nella condotta generale dei grandi affari politici. Tutti coloro che, in un modo o nell'altro, consapevolmente o inconsapevolmente, lavoravano alla ferma costituzione ed alla durevole indipendenza del nuovo Stato, dovevano riconoscere che esso s'andava costituendo sulle rovine del Medio Evo, per opera di principi quali appunto il Machiavelli li aveva descritti. Chiara appariva allora l'altezza del suo genio politico, trovandosi in lui solamente la vera spiegazione, e fino ad un certo segno anche la storica giustificazione della realt in mezzo alla quale si viveva. E quando a questa corrispondenza del libro colla realt, anzi in conseguenza di essa, si aggiunse la continua lettura che ne facevano allora i pi grandi uomini di Stato, e la esplicita ammirazione che perci professavano al suo autore, si fin col credere che tutto quello che allora seguiva in Europa, era conseguenza delle dottrine esposte nel Principe. E ci appunto doveva procurare al Machiavelli un'altra serie di non meno implacabili e pi formidabili nemici.
Quando il potere regio fu assicurato e l'unit dello Stato consolidata in Europa, cominci subito la lotta di coloro che volevano mettere un freno al dispotismo crescente, per salvare la libert politica e l'indipendenza delle coscienze. Il Machiavelli s'era nei Discorsi occupato solo della prima, lasciando sempre da parte il problema della libert di coscienza, e nel Principe aveva soprattutto dimostrato la necessit di sospendere ogni franchigia per poter costituire lo Stato. Egli doveva quindi facilmente apparire allora, come il sostenitore del dispotismo; fu infatti odiato da tutti coloro che combattevano per le nuove libert. E vediamo quindi entrare in lizza i protestanti, specialmente in Francia, dove allora si trovavano in lotta colla monarchia, cui domandavano la libert di coscienza. Essi odiavano il Machiavelli, che era tenuto ispiratore della politica della Corte, e che sapevano poco fervido cristiano, indifferente verso la religione, di cui aveva parlato solo come mezzo di governo.
Primo di tutti fra costoro si presenta Innocenzo Gentillet, il quale, attribuendo alle dottrine del Principe le stragi della notte di San Bartolommeo, e scrivendo sotto l'azione di un tale convincimento, assaliva senza piet il Machiavelli, che chiamava ce chien impur. Sebbene il Gentillet abbia uno scopo assai diverso, anzi contrario a quello dei gesuiti, pure egli in sostanza segue la loro stessa critica. Riduce cio le parole del Machiavelli a sentenze generali di condotta morale, dopo di che gli  facile accusarlo d'immoralit, d'iniquit. E non basta, perch gli nega anche l'ingegno. La sua politica, egli dice, non arriverebbe mai allo scopo che si propone: non conobbe che i piccoli Stati in dodicesimo dell'Italia, e gli manc quindi una vera cognizione della storia e del mondo: De jugement naturel, ferme et solide, Machiavel n'en avait point.(620) Pure una critica cos superficiale, n punto nuova, fece allora grande fortuna, perch rispondeva ad un nuovo bisogno dei tempi. Essa,  vero, ripeteva cose vecchie, ma con uno scopo affatto diverso, a difesa cio della libert religiosa, non del dispotismo teocratico; e per il libro del Gentillet venne subito imitato, copiato da molti. Cos il Machiavelli si trov assalito con le stesse armi dai gesuiti e dai protestanti, dai sostenitori del dispotismo e dagli amici della libert.
Ma il primo degli avversar, che ebbe un ingegno veramente originale, fu Giovanni Bodino, il celebre autore del libro De Republica, in cui il Machiavelli  continuamente preso di mira. Il Bodino non  un protestante; ma si connette con lo spirito della Riforma, sebbene da un altro lato sia ancora legato al Medio Evo. Egli oscilla fra il metodo storico ed il metodo scolastico-teologico, fra l'esperienza e le scienze occulte, con le quali ultime pretende qualche volta di spiegare le rivoluzioni politiche. In sostanza il Bodino si proponeva di far quello appunto che il Machiavelli aveva dichiarato inutile e puerile, costruire cio uno Stato a priori; esaminare non quel che fanno gli uomini, ma quel che dovrebbero fare, e persisteva nelle sue teorie, che credeva sostenute dalla ragione, anche quando non poteva metterle d'accordo colla storia e colla realt. Si credeva predestinato a fondare la politica sulla morale cristiana, facendo del sovrano un modello di virt. Con tali idee egli doveva di necessit trovarsi in contradizione col Machiavelli; ed infatti egli continuamente assale "questo tristo uomo, che  venuto in voga fra i cortigiani, e mena vanto del suo ateismo. Coloro i quali sanno veramente ragionare degli affari di Stato, converranno per che egli non si addentr mai nelle profondit della scienza politica, la quale non consiste in quelle furberie tiranniche, andate da lui cercando in tutti gli angoli d'Italia. Il suo Principe innalza fino al cielo, e prende a modello dei re il pi sleale figlio di prete, che sia mai esistito al mondo, e che, non ostante tutta la sua accortezza, precipit vergognosamente qual furfante che era. Cos  sempre avvenuto ai principi che ne hanno seguito l'esempio, andando dietro ai precetti del Machiavelli, il quale pone a fondamento della sua repubblica l'empiet e l'ingiustizia."(621)
Insieme col Bodino possiamo citare anche Tommaso Campanella, filosofo di molto ingegno, che cospir in Calabria contro il dispotismo spagnuolo, e sopport con eroismo una prigionia di molti anni, una tortura prolungata e crudelissima. Anch'egli ogni volta che incontra il Machiavelli, lo morde ferocemente. Il Campanella era frate domenicano, nemico degli eretici, che voleva estirpare; autore della Citt del Sole, che  un'utopia filosofica, della Monarchia di Spagna e della Monarchia Messianica, altre due utopie, con la prima delle quali sosteneva il dominio universale della Spagna, che poi sottoponeva nella seconda alla Chiesa universale. Ci vuol quindi assai poco a capire che doveva essere nemico del Machiavelli: infatti lo chiama sempre tristissimo uomo, inventore della ragione di Stato, che sostituisce l'interesse del sovrano a quello del popolo, e segue l'egoismo invece d'uniformarsi alla schietta giustizia, la quale guarda alla ragione universale, eterna.(622)
cos la questione del Machiavelli era pei protestanti e pei cattolici, pei filosofi e pei teologi divenuta un caso di coscienza. Molti credevano che per assalirlo non fosse neppur necessario leggerne le opere. Egli era il tristo, l'eretico, il cane impuro, l'ateo che conduceva a rovina la societ e chiunque lo seguiva. E sebbene una tale critica non avesse ombra di carattere scientifico, continu tuttavia a trovare seguaci fino ai nostri giorni. Citiamo un ultimo e pi recente esempio. Il signor Barthlemy Saint-Hilaire ha premesso alla sua traduzione della Politica d'Aristotele una prefazione(623). In essa si dichiara partigiano deciso di Platone, "che fond la politica sulla morale," e condanna Aristotele, "che volle invece fondarla sui fatti e sulla storia, la quale sollev all'altezza d'un metodo. Polibio and oltre per questa via, arrivando sino all'empirismo, col quale apparecchi il terreno al Machiavelli, che merita addirittura l'obbrobrio universale. I personaggi che questi prende a modello, Alessandro VI e Cesare Borgia, sono dei mostri, ed egli approva senza esitare lo spergiuro, il veleno, l'assassinio. Pour peindre d'un mot tout cette politique, c'est le gnie appliqu  la sclratesse." Il dotto scrittore esalta lo stile del Machiavelli al di sopra d'ogni elogio, e conclude dicendo: "che se nelle opere di lui, alla parola succs si sostituisse le bien, allora veramente ci sarebbe molto da imparare intorno agli affari. Ma in sostanza, il metodo storico che aveva portato qualche conseguenza dannosa in Aristotele, che in Polibio viene esagerato, non ha pi nel Machiavelli n freno n pudore. Ci che principalmente a lui manca sono le idee generali. Del resto qualunque sieno i suoi meriti, la sua politica rimarr per sempre disonorata. E di ci due sono le cagioni: la perversit del cuore ed il cattivo metodo, che egli non ha neppure inventato, ma solo spinto agli estremi."(624) Noi abbiamo gi detto, che il carattere d'un uomo non  stato, n sar mai un criterio sufficiente a spiegare e giudicare il suo sistema scientifico. Basta forse a condannare la filosofia di Bacone da Verulamio il suo carattere immorale? E quanto al metodo, il Barthlemy Saint-Hilaire  addirittura fuori di strada, essendo troppo manifesto che quello di Aristotele solamente, non quello di Platone, poteva riuscire, come riusc di fatto, a creare la scienza politica, la quale se non si fonda sulla esperienza e sulla storia, rimane sospesa in aria. Cos noi troviamo anche qui ripetute vecchie ed ormai insostenibili accuse, che rendono il dotto Francese del pari ingiusto verso Aristotele e verso il Machiavelli.
Ma a questo toccava di peggio. Finora i soli che abbiamo trovati a lui favorevoli, sono stati alcuni sovrani o i loro ministri. Ben presto anch'essi cominciarono a volgerglisi contro. Col cadere del secolo XVI le condizioni politiche dell'Europa mutavano di nuovo, ed il sovrano trovavasi nel proprio Stato in una posizione sostanzialmente diversa da quella tenuta nel Rinascimento. Non si trattava pi di conquiste contro il feudalismo gi domato, contro piccole repubbliche e governi locali gi scomparsi; il potere sovrano non era pi oscillante ed incerto, ma stabilmente assicurato alle dinastie regnanti. Intanto sorgeva nelle monarchie un popolo nuovo, a cui i re sentivano bisogno di avvicinarsi, per trovare aiuto nella lotta contro l'aristocrazia, nelle guerre che facevan tra loro; per ricever forza dal benessere, dall'incremento morale, civile, industriale di tutti. E cos si apparecchiava la via a quelli che furono nel secolo XVIII chiamati principi illuminati e riformatori. Essi sentivano ora di dover essere il capo e la guida dello Stato, i rappresentanti del popolo, i sostenitori o promotori de' suoi veri interessi; non potevano, non volevano quindi pi vedere nel Principe, la loro immagine. Questo sovrano che sembrava confondere lo Stato con la sua persona; occuparsi solo di consolidare il proprio potere; presumer di dare al popolo la forma che pi a lui piaceva, pi a lui conveniva, si presentava ai loro sguardi come la negazione della vera e giusta politica, fatta a vantaggio delle moltitudini, secondo le norme della nuova filosofia. E cos anche i re ed i loro ministri divennero finalmente nemici del Machiavelli.
C' una traduzione francese del Principe, stampata in Amsterdam nel 1683, ed un esemplare di essa fu annotato di mano della ex-regina Cristina di Svezia. L'occhio corre avido a leggere queste note finora inedite, scritte in un francese assai svedese, da una donna culta e d'ingegno, che fu a capo d'uno Stato forte e d'un popolo valoroso; che men una vita piena delle pi singolari vicende; che abbandon prima la corona, poi la religione de' suoi padri, e si fece cattolica; che non fu senza capacit politica, e non ebbe molti scrupoli; che si macchi, quando non era pi sovrana, del sangue d'un uomo che aveva amato, e fin ritirata in Roma fra gli artisti, meditando sul Principe del Machiavelli. La sola conseguenza che si possa per cavare dalla lettura di quelle note,  che la Regina viveva in un periodo di transizione, e che per la sua mente oscillava incerta fra quell'ammirazione che Carlo V e Richelieu avevano avuta pel Machiavelli, e l'avversione che dovevano fra poco avere per lui i principi riformatori. Ella senza dubbio ammira il Principe, e di continuo scrive nei margini: Que cela est bien dit! - Que ceci est beau et vrai! - Vrit incontestable! - Maxime admirable! - Spesso per respinge sdegnosa altre sentenze. Quando il Machiavelli scrive, che chi vuole esser leale fra molti tristi, trova la sua rovina, ella esclama: "Che importa? Non v' interesse pi grande, che quello di mantenere la propria parola." Ed altrove: "Io dubito che l'impero del mondo valga un tal prezzo." Ma poi si va di nuovo lentamente riavvicinando al Machiavelli, e quando questi racconta le uccisioni commesse dal Valentino in Romagna, ella riconosce che furono scelleraggini; ma freddamente aggiunge: "Vi sono altre vie pi nobili e pi sicure per disfarsi di qualcuno." Conviene che la forza e le armi sono i soli mezzi che in politica riescano sempre, e quando il Machiavelli loda in termini generali la capacit e l'ardire di Valentino, ella scrive subito: "Grandi qualit! Io non ne dubito punto." Ha molta ammirazione anche per Alessandro VI, "che fu un gran papa, checch se ne dica." E queste oscillazioni continuano sino alla fine. Qualche volta afferma nobilmente: "Non v' grandezza che meriti d'esser comprata a prezzo di delitti; non si  mai grandi n felici a questo modo; di rado i malvagi godono della loro fortuna." Ma quando il Machiavelli discorre delle crudelt da lodarsi o da biasimarsi, secondo che sono bene o male usate, allora l'ex-regina non resiste, e scrive in margine - Cela n'est pas mal dit. - E poco dopo riconosce, che "senza dubbio vi sono, in politica come in chirurgia, mali che si guariscono solo col sangue e col fuoco."(625)
Tutte queste incertezze scompariscono nel linguaggio d'un altro sovrano, venuto pi tardi, ed assai superiore per ingegno e carattere politico alla regina di Svezia. Federigo il Grande di Prussia scrisse nella sua giovent una Rfutation du Prince de Machiavel, pubblicata ai nostri giorni nella sua forma originale, ma che era gi nota, per essere stata nel 1710 pubblicata dal Voltaire, riveduta e corretta da lui, col titolo: L'Antimachiavel. Il futuro Re si scaglia con tutto l'impeto del suo carattere, contro il Machiavelli, e facendosi difensore dell'onore oltraggiato dei sovrani, dice che il libro del Principe pu ritenersi come lo scritto d'uno che voglia insegnare ai ladri ed agli assassini. Esaminando una ad una le principali massime del Machiavelli, le isola, come fecero il Possevino, il Gentillet e tanti altri, dalle condizioni in cui furono scritte, dallo scopo che avevano, considerandole al solito come regole generali e incondizionate di condotta, come norme di morale, e cos, al pari de' suoi predecessori, ne ha subito facile vittoria; n si avvede che in questo modo combatte non il Machiavelli, ma un personaggio fantastico di sua creazione. Egli difende con calore la lealt, la giustizia, l'onore, che debbono essere le virt proprie dei sovrani, e conclude al solito, che una politica come quella consigliata nel Principe condurrebbe a certa rovina chiunque volesse seguirla. Una cos esplicita condanna, pronunziata da un uomo che fu poi un grande genio politico e militare, il vero fondatore della monarchia prussiana e della sua potenza, doveva certo avere un grandissimo peso a danno del Machiavelli.(626)
Se non che si presentava molto naturale una domanda: quali norme segu poi Federigo nella sua condotta politica, quelle del Machiavelli o quelle dell'Antimachiavelli? E la risposta non poteva essere dubbia. L'assalto inaspettato ed ingiustificato contro Maria Teresa; la conquista della Slesia; le alleanze tante volte fatte e disfatte, senza scrupoli e senza fede, provavano con ogni evidenza che egli fu nei suoi atti uno dei pi fedeli seguaci di quelle dottrine del Principe, che con tanta acrimonia aveva combattute a parole. La sua biografia dimostra con lampante evidenza che, sapendo seguire i consigli del Machiavelli, non si va poi necessariamente a rovina; si pu anzi fondare la gloria e la grandezza del proprio Stato; essere ammirato, quasi idolatrato dal proprio popolo, durante la vita e dopo la morte. Perch dunque aveva il gran Re tenuto un linguaggio da lui stesso cos manifestamente smentito coi fatti? Si fecero al solito mille ipotesi. Si disse che il suo alto ingegno vedeva il bene, ed il suo tristo carattere seguiva il male; si disse che l'avere egli scritto L'Antimachiavelli fu un atto del pi consumato machiavellismo, con cui voleva farsi credere diverso da quel che era, per poi potere sul trono riuscir meglio nei suoi intenti. Ma queste sottigliezze non erano del suo carattere, e sono smentite nelle sue lettere, dalle quali invece apparisce che il suo sdegno contro il Machiavelli era sincero. Noi crediamo che la vera spiegazione sia molto pi semplice.
Il carattere, le condizioni morali e politiche dei sovrani nei loro propri Stati apparivano allora, come abbiamo gi detto, assai mutate da quel che erano state al tempo del Machiavelli. Ci che costituisce davvero la storica grandezza di Federigo di Prussia, e ne fa, nonostante le sue colpe, un grande uomo ed un gran re,  il profondo sentimento che lo immedesimava col suo popolo. Innanzi alla battaglia di Rossbach, egli scriveva al suo primo ministro: "Se venissi fatto prigioniero, ordino che, sotto il comando di mio fratello, sia continuata la guerra, come se io non fossi mai esistito a questo mondo. Egli ed i ministri saranno tenuti a rispondermi sul loro capo, che non si penser a nulla concedere pel mio riscatto." Un uomo animato da questo sentimento profondo di sacrificare tutto s stesso alla grandezza, alla gloria del suo popolo, del suo Stato, della sua patria, sebbene ad ottenere un tale scopo non si fosse lasciato mai fermare da veruno scrupolo di coscienza, doveva sentire uno sdegno invincibile contro uno scrittore, che a lui sembrava presentar come imitabile modello l'immagine d'un principe, che voleva sottomettere lo Stato, il popolo, ogni cosa al suo solo personale arbitrio. E se anche Federigo s'ingann nel suo giudizio, ci non esclude punto che il suo sdegno fosse sincero, quando diceva: "Il Machiavelli non ha compreso la vera natura del sovrano, il quale deve preferire a tutto la grandezza e la felicit del suo popolo. Invece di essere il padrone assoluto di coloro che son sotto il suo dominio, egli ne  il primo servitore, e deve essere lo strumento della loro felicit, come essi sono lo strumento della sua gloria. Che cosa divengono allora tutte le idee di ambizione personale e di dispotismo? Ecco quello che rovescia dalle fondamenta il libro del Principe, e ricopre di vergogna il Machiavelli. Secondo lui, le azioni pi ingiuste e pi atroci divengono legittime, quando hanno per iscopo l'interesse e l'ambizione. I sudditi sono schiavi, di cui la vita e la morte dipendono dalla volont del sovrano, presso a poco come gli agnelli d'una mandra, il latte e la lana dei quali sono destinati all'utilit del padrone, che li fa anche scannare, quando gli torna comodo."(627)
Educato dalla filosofia umanitaria del secolo XVIII, sebbene d'un carattere violento, ambizioso e niente scrupoloso; ignaro della storia e della letteratura italiana; non avendo neppur letto le altre opere del Machiavelli, a Federigo era impossibile capire il vero significato del Principe, sorto nella mente dell'autore a similitudine dei tiranni del Rinascimento, i quali costituivano l'unit dello Stato e del popolo, sottoponendoli colla violenza alla propria ambizione. Egli non si avvedeva, non capiva, si sarebbe anzi sdegnato e ribellato contro chi gli avesse voluto dimostrare che Il Principe del Machiavelli era stato il precedente storico, necessario del sovrano del secolo XVIII. Pure in nessuno pi che nel gran re di Prussia la stretta parentela dei due personaggi appariva evidente, e nessuno pi di lui seppe cavar profitto dalle massime che aveva condannate. Nel suo proprio caso egli credeva di certo giustificate quelle massime dallo scopo che aveva, e dalla ineluttabile necessit di praticarle a benefizio dello Stato; ma questo era anche il modo con cui il Machiavelli le aveva giustificate nel Principe. Fin dai primi del secolo XVI questi aveva chiaramente compreso, che la nuova tirannide sarebbe stata un apparecchio alle nuove libert, e dal Principe contemporaneo aveva profeticamente veduto discendere il futuro sovrano riformatore. Un tale concetto,  ben vero, egli lo accenn nei Discorsi assai pi spesso che nel Principe; ma nell'ultimo capitolo di questo  tuttavia esposto chiarissimamente, in quella esortazione nella quale il pubblico bene sorge e s'innalza al di sopra di tutto, come fine ultimo dell'opera. Ma Federigo, arrivato a questo punto, sospende a un tratto il suo giudizio, e si tace, perch l'esame della esortazione avrebbe anche a lui fatto capire, che la sua critica senza sicuro fondamento, cadeva per terra. In verit, date le cognizioni storiche e letterarie assai limitate del gran Re, che del Machiavelli aveva letto solo il Principe; dato il sentimento che egli aveva dei doveri del sovrano; date le premesse erronee da cui partiva, tutto il resto era una conseguenza logica, necessaria, che non deve recarci nessuna maraviglia. Cos pot avvenire che, mentre la sua vita  il pi chiaro comento, la pi sicura conferma delle verit esposte nel Principe, l'Antimachiavelli n' invece solamente una parodia superficiale. Ebbe perci ragione il Mohl, quando disse, che lo scritto di Federigo "non  una critica, ma un malinteso, perch egli combatte una sua propria creazione, e quindi non si  con lui molto severi se si dice, che il suo  un lavoro da scuola sopra un argomento mal compreso."(628) Si pu aggiungere tuttavia che l'Antimachiavelli rimane, ci nonostante, un documento storico di grandissimo valore, perch, se fa poco onore allo scrittore, che non cap il Machiavelli, ne fa invece molto al sovrano, che fin dalla sua giovent, sentiva l'altezza della propria missione nel mondo.
Nell'esame di questi cos var giudiz, non bisogna mai dimenticare, che se tutte le scienze che si chiamano morali, sono in una stretta relazione con la societ in mezzo alla quale nascono e si svolgono, pi di ogni altra  soggetta a questa legge la scienza politica. Rispetto ad essa infatti, mutano non solo le idee, le cognizioni e il modo di pensare di coloro che la trattano; ma muta ancora il soggetto di cui essa si occupa, che  per l'appunto la societ umana. E quanto al Machiavelli, il fatto diviene anche pi visibile, perch, come vedemmo, i suoi scritti s'immedesimano per modo con la societ e i tempi in cui egli visse, che le sue dottrine assumono qualche volta un valore cos obiettivo, da apparire addirittura come un prodotto impersonale, fatale della storia. E questo ci spiega perch anche gli uomini di Stato lo giudicarono tanto diversamente, secondo la diversa condizione in cui si trovarono. Carlo V e Richelieu ammiravano molto il Principe, a cui si sentivano ancora assai vicini; Federigo II, che si trovava in una condizione sociale e politica affatto nuova, lo biasimava. Napoleone I, che era di un carattere ben diverso, si trov in condizioni non molto lontane da quelle osservate, studiate dal Machiavelli, e lo ammir. Egli fu veramente un principe nuovo, che tutto dov alla fortuna, al proprio coraggio ed ingegno; un usurpatore sorto per storica necessit a levare la Francia dal caos in cui l'aveva gettata la Rivoluzione. Il sentimento dominante di Federigo, quello che ne determinava il carattere politico, era la sua immedesimazione con lo Stato e col popolo, in mezzo a cui era nato, per cui doveva e voleva vivere, e di cui diceva d'essere il primo servitore. Napoleone I, invece, comandava e guidava popolazioni alle quali spesso si sentiva affatto estraneo. Le sue stesse parole qualche volta dipingono mirabilmente questa sua condizione. - Mais aprs tout, un homme d'tat est-il fait pour tre sensible? N'est-ce pas un personnage compltement excentrique, toujours seul d'un ct, avec le monde de l'autre?(629) - Non solamente tutta la sua vita ci dimostra una continua applicazione delle teorie del Principe; ma spesso anche egli manifesta opinioni, sentimenti che sembrano imitati dal Machiavelli. Anche Napoleone aveva un'assai cattiva opinione degli uomini, ed era convintissimo che seguivano sempre e solo l'interesse personale.(630) Che poi la condotta dell'uomo di Stato dovesse essere giudicata con norme sue proprie, diverse affatto da quelle della vita privata, era per lui un altro assioma. "Le sue azioni," egli diceva, "che, considerate assolutamente, il mondo cos spesso biasima, formano parte integrante della grande opera, che sar poi ammirata, e che sola pu farle giudicare. Innalzate la vostra immaginazione, guardate pi avanti, e vedrete che quei personaggi, i quali vi paiono violenti, crudeli e che so io, non sono altro che uomini politici, i quali sanno rendersi padroni delle loro passioni, e calcolar meglio gli effetti delle loro azioni."(631) Leggendo questo ed altri suoi simili discorsi, si vede assai chiaro come e perch egli fosse cos grande ammiratore di quel Machiavelli che Federigo tanto biasimava.(632)
Il principe di Metternich, che fu invece grande oppositore di Napoleone, rappresentante contro lui delle vecchie tradizioni e della reazione europea, fu anche un avversario dichiarato del Machiavelli, di cui parla con grande disprezzo nelle sue Memorie. Noi qui non vogliamo prendere in esame le poche parole che ne dice in una nota,(633) perch sono le solite vecchie e vuote frasi senza valore. Tutto intento a descrivere s stesso, non quale fu veramente, ma quale voleva esser tenuto dalla posterit, il Metternich insiste di continuo sulla indissolubile unione della morale con la vera politica, con la vera diplomazia, che debbono valersi solamente di mezzi leali ed onesti. Partendo da questi principii, ai quali noi sappiamo quanto poco si attenne nella pratica, egli muove guerra alla Rivoluzione, a Napoleone, al Machiavelli, ripetendo sempre che la morale, la lealt, la giustizia sono i soli criter coi quali si possono sicuramente giudicare le azioni dei principi e dei popoli, il valore reale di ogni politica. Ma quando poi viene ad esaminare il carattere di Napoleone I, e domanda a s stesso: fu egli sostanzialmente buono o cattivo? Quale  allora la sua risposta? "Ad un uomo come Napoleone," egli dice, "non si pu applicare n l'uno n l'altro epiteto, nel senso che generalmente si d a queste parole. Occupato dalla sua grande impresa, avanzava sempre, schiacciando tutto quello che incontrava per via, senza poter mai fermare il suo carro. Egli aveva due facce: come uomo privato, era assai alla buona e molto trattabile; come uomo di Stato, non aveva alcun sentimento. Non v' che un solo modo di giudicarne la grandezza, e sta tutto nel saper giudicare la sua opera, ed il secolo che egli riusc a dominare. Se quest'opera fu veramente grande, tale deve esser giudicato anche Napoleone I; se invece fu effimera, tale  anche la sua gloria."(634) Ma tutto questo ragionamento, che forma certo uno dei brani migliori nelle Memorie del Metternich,  una negazione della teoria, che egli pretende di darci come norma costante della sua condotta, e colla quale vuol combattere il Machiavelli, di cui, senza avvedersene, finisce poi coll'ammettere la dottrina fondamentale, che politica, cio, e morale sono due cose assai diverse.
Il Machiavelli non era per restato lungamente senza difesa. Appena in fatti, colla nuova filosofia, cominci nel secolo XVI una critica indipendente, sbalzarono subito voci autorevoli in favore di lui. Giusto Lipsio fu dei primi a dichiarare, che egli lo credeva superiore a quanti avevano mai scritto del principato. Gli doleva solamente che non avesse sempre condotto il suo Principe nella via della virt e dell'onore, giacch troppo spesso aberravit  a regia hac via. Questa dichiarazione per altro non bast a salvarlo dagli assalti, che ben presto gli mossero i nemici del Machiavelli, dai quali dovette difendersi.(635) Poco dopo venne Bacone da Verulamio, il quale, pratico com'era degli affari, e promotore della filosofia sperimentale, si dichiar aperto fautore del Machiavelli, dicendo che bisognava esser grati a lui ed a tutti coloro che come lui esaminarono ci che gli uomini fanno, non ci che dovrebbero fare.(636) Tali parole dimostrano chiaro, che egli aveva giustamente veduto un lato sostanziale, ma un lato solo del Machiavelli. Questi in vero esamin ci che gli uomini fanno, ma per indagar poi quello ancora che debbono fare in determinate condizioni, specialmente per riuscire nei loro fini. Le sue opere sono infatti piene di consigli e di precetti pratici. Ebbe quindi ragione Traiano Boccalini quando, nello stesso secolo, ci rappresent, in una forma satirica e burlesca, il Machiavelli, che condotto innanzi ad Apollo, si difende contro la condanna del fuoco, cui volevano sottoporlo. "Io non capisco," cos gli fa dire, "perch mi si voglia condannare, non avendo io fatto altro che descrivere la condotta e le azioni dei principi, quale ce la narrano tutte le storie. Se essi non sono puniti di ci che fanno, debbo io esser condannato al fuoco per aver descritto le loro azioni?" Ed aggiunge che, dopo una tale difesa il Machiavelli stava per essere assoluto, quando l'avvocato fiscale afferm, che era stato veduto di notte in mezzo ad una mandra di pecore, alle quali cercava porre in bocca denti di cane. In questo modo, osservava, non sarebbe stato pi possibile farle governare come prima da un solo guardiano, col fischio e con la verga. Cos fu pronunziata la condanna.(637) N  difficile capire il senso della favola.
Anche Alberigo Gentile, tanto celebrato pel suo libro De iure belli, s'era gi nel secolo XVI chiaramente avvisto, che il Machiavelli non era un semplice descrittore di fatti, avendo colle sue opere desiderato e cercato di promuovere anche la libert. Lo chiamava perci democratiae laudator et assertor acerrimus, tyrannidis summe inimicus, aggiungendo che, sotto colore d'istruire i principi, aveva voluto svelare ai popoli gli arcani della tirannide.(638) E questa opinione trov un numero sempre crescente di sostenitori. Il Rousseau scriveva nel suo Contratto sociale, che il Principe era il libro dei repubblicani, perch, fingendo di dar lezioni ai re, ne aveva date invece ai popoli.(639) E l'Alfieri, che all'alto ingegno univa un nobile carattere, e non soleva nominare il Machiavelli senza chiamarlo anche divino, afferm: "Se nel Principe si trovano a mala pena sparse alcune poche massime tiranniche, esse sono esposte solo per svelare ai popoli le crudelt dei re, non certo per insegnare a questi ci che essi han sempre fatto e sempre faranno. Le Storie e i Discorsi, invece, spirano in ogni pagina grandezza d'animo, giustizia e libert, n si possono leggere senza sentirsi ardere da questi sentimenti. Pure il Machiavelli fu creduto un precettore di tirannide, di viz e di vilt; e cos avvenne, che la moderna Italia, in ogni servire maestra, non riconobbe il solo vero filosofo politico che ella abbia avuto finora."(640)
Sebbene questi scrittori parlassero del Machiavelli per incidenza, pure l'autorit della loro dottrina e del loro ingegno era di gran lunga superiore a quella di coloro che se n'erano fatti accusatori, ed ebbe perci un peso assai maggiore. Se per vogliamo essere giusti,  forza notare che, pure andando per opposti sentieri, gli uni e gli altri cadevano in un medesimo errore. I detrattori del Machiavelli credevano che bastasse denigrare il suo carattere, per condannarne le dottrine; i suoi difensori credevano invece che, esaltandone il patriottismo, dimostrando l'amore che egli ebbe per la libert, venivano nello stesso tempo a provare implicitamente il valore e la verit delle sue dottrine. E non si capiva che, se la questione del Machiavelli non era un caso di coscienza, non era neppure una disputa di patriottismo e di liberalismo. Il punto essenziale doveva essere: Aveva egli detto il vero o il falso? Che valore scientifico hanno le sue dottrine? Tutto il resto doveva venire in seconda linea.  evidente che, anche difendendo il dispotismo, si pu essere un uomo di grande ingegno, come si pu essere un retore ed un uomo tristo, pur difendendo la libert. Nondimeno pareva che tutto questo non si volesse riconoscere, e si continu un pezzo, specialmente in Italia, ad andar sempre per la medesima via. Quando infatti cominciarono fra di noi le aspirazioni nazionali, e la letteratura divenne il mezzo pi efficace ad apparecchiare la nostra redenzione politica, tutto allora, anche la critica, volle avere un fine, una tendenza patriottica. Ed il Machiavelli repubblicano, nemico dei Papi, sostenitore dell'unit e dell'indipendenza italiana, divenne per molti addirittura un idolo, senza che altro si richiedesse da lui. Il Foscolo che nei Sepolcri lo esalt come un nemico dei tiranni(641), lo esaltava nelle Prose come un avversario dei Papi e degli stranieri, un fautore della repubblica e della indipendenza nazionale.(642) Il Ridolfi, nel suo libro sul Principe,(643) cred di assolvere il Machiavelli da ogni accusa, osservando che egli voleva liberare la patria dallo straniero, impresa per la quale tutto  permesso. E cos i critici di questa scuola continuarono un pezzo fra noi, pubblicando lavori che erano sempre animati da sentimenti patriottici, e dimostravano uno studio, una ammirazione sincera pel Machiavelli; ma, salvo uno scritto dello Zambelli, per molti rispetti assai pregevole, e del quale parleremo fra poco, essi non facevano altro che ripetere, con maggiore o minore eloquenza, le medesime idee generali e indeterminate.
Una critica non molto diversa, sebbene con maggiore apparato di dottrina, si fece strada anche in Germania. Quando col cominciarono a rendersi pi vive le aspirazioni verso l'unit nazionale, sotto l'egemonia della Prussia, e l'attenzione si volse ad esaminare la realt vera delle condizioni politiche del paese, si ebbe una pi esatta idea delle difficolt pratiche che si presentavano, dei mezzi coi quali solamente si potevano superare, e si comprese allora il gran valore che avevano le sentenze del Machiavelli, il quale fu perci studiato ed ammirato assai pi di prima. L'avere egli invocato un principe liberatore, che riunisse la patria, e la liberasse dallo straniero, l'essere stato nemico del Papa, erano tutte condizioni che, come gli avevano cresciuto favore in Italia, quando essa mirava ad abbattere il potere temporale dei Papi, e liberarsi dallo straniero sotto l'egemonia del Piemonte, cos gliene crescevano nella Germania protestante, che voleva costituirsi per una via non molto diversa. Ci spiega il gran numero di libri, di opuscoli, di articoli di riviste e giornali tedeschi, che negli ultimi anni parlarono del Machiavelli con grande entusiasmo, pieni sempre di sentimenti patriottici. Citeremo un solo esempio, fra i molti che si potrebbero addurre. Il signor Bollmann, nella sua Difesa del Machiavellismo, pubblicata l'anno 1858, incomincia coll'osservare che la morale politica  profondamente diversa dalla privata; che l'una non ha quasi relazione con l'altra; che in mezzo alla malvagit degli uomini ed alle miserie della patria, il volerla salvare con una nobile e leale condotta sarebbe pazzia: ci vuole fermezza di volont e chiarezza di mente, lasciando da parte ogni sentimentalismo. Il Machiavelli ebbe il gran merito di esporre francamente queste verit. Egli credette di trovare in Cesare Borgia le qualit necessarie, e lo propose a modello. A dimostrare poi che questa difesa non deriva da fantastica e teoretica ammirazione per uno straniero, il Bollmann si rivolgeva alla Germania, cercando dimostrarle, che allora nessuno de' suoi partiti politici poteva salvarla. Era quindi necessario che sorgesse in Prussia un principe riformatore ed armato, quale appunto era stato descritto dal Machiavelli. Questo principe, egli concludeva, potr nell'interno seguire le norme della giustizia e della morale; ma di fronte allo straniero, seguendo i consigli del Machiavelli, non penser n a mitezza, n a crudelt, n a fede, n a onore, n a vergogna, ma solo alla salute della patria. Quando sorgerai, o principe dell'avvenire?(644) Siffatti scrittori apparivano in Germania quando gi gli studi storici, massime sul nostro Rinascimento, avevano fatto gran cammino, e per non di rado or gli uni or gli altri scrittori s'allargavano a considerazioni generali pi o meno notevoli. Pure in essi si faceva sempre strada un patriottismo che, per quanto si voglia lodare, riesciva spesso inopportuno, e finiva coll'attribuire al Machiavelli idee che questi non ebbe mai, specialmente poi nella forma tutta moderna, in cui gli venivano attribuite.
Era per da un pezzo cominciata anche una critica pi scientifica, che lentamente, ma costantemente faceva il suo cammino. Il Raumer e lo Schlegel, per esempio, avevano creduto di trovare la sorgente degli errori del Machiavelli nell'aver egli avuto un concetto antico e pagano dello Stato, tale infatti che faceva scomparire ogni valore morale dell'individuo, non riconoscendo altro che l'intelligenza e la forza. Nello Stato del Machiavelli, aggiungeva lo Schlegel, non si sa nulla di Dio e de' suoi precetti; n si vede che il male d'Italia veniva dalla corruzione del suo popolo, a cui bisognava innanzi tutto portare rimedio.(645) Il Matter trovava invece la sorgente degli errori nella separazione della politica dalla morale. Cos, egli diceva, si dimenticarono i diritti del popolo; ed il principe cerc uno Stato per suo uso, che avesse uno scopo indipendente dalla giustizia.(646) Questi non furono,  vero, che deboli ed incerti tentativi; ma pur si cominciava con essi a riconoscere, che il merito o demerito delle dottrine, bisognava cercarlo non nel carattere dell'autore, ma nei suoi scritti, ad essi applicando quei criteri scientifici che si credevano giusti. Il Franck, assai pi recente, cerc di entrare anch'egli in questa nuova via. Secondo lui, il Machiavelli, dopo aver diviso la politica dalla morale, esaminando due sole forme di governo, la monarchia e la repubblica, non trov n cerc mai i vincoli che possono unire la monarchia alla libert. I suoi errori non sono conseguenza del male che egli non voleva, ma delle false premesse, da cui logicamente li deduceva. I vari elementi sociali, l'individuo e la coscienza, sono sottomessi all'unit dello Stato; i viz e le virt sono considerati come qualit relative, che bisogna stimare o biasimare, non gi per s stesse, ma per gli effetti che ne derivano. E per il suo nome resta odioso anche quando vengono remosse tutte le ingiuste accuse. In conclusione per il Machiavelli era, secondo il Franck, un uomo senza principii, che nell'ordine politico non credeva alla distinzione fra il bene ed il male, non riconosceva una giustizia assoluta, nessun dovere inviolabile, e sottometteva i diritti pi sacri dell'umanit alla ragione di Stato.(647)
Lasciando per da parte che cos il Franck ritorna, sebbene in una forma assai pi mite, a quella guerra personale contro il carattere del Machiavelli, che dapprima sembrava volesse evitare, due sono in genere i difetti principali di questi critici. Essi vogliono dedurre l'intera dottrina del Machiavelli da alcune poche idee molto semplici e molto chiare, sulle quali rivolgono tutta quanta la loro attenzione. Ma il Machiavelli non ha mai una forma rigorosamente filosofica e sistematica; la sua mente, le sue opere sono molteplici e varie; le sue dottrine si formano di parti diversissime, nelle quali  qualche volta difficile trovare un nesso che le unisca. Se non si esaminano da ogni lato, sotto i loro mille mutabili aspetti, riesce impossibile comprenderle. La divisione della politica dalla morale  una sola delle molte questioni su cui deve fermarsi il critico. Ma da essa solamente non si pu certo dedurre tutta la dottrina. Un altro errore di questa scuola  quello di voler esaminare gli scritti del Machiavelli, senza quasi occuparsi della sua vita e de' suoi tempi; onde le sfugge assai spesso lo scopo pratico che le dottrine avevano, e le riesce quindi impossibile determinarne il carattere ed il valore. Non si capir mai il Principe, se prima non si conoscono i fatti che lo ispirarono, le condizioni in cui fu scritto, lo scopo pratico che si propose.  ben vero che cos in esso come nei Discorsi v' un'idea pagana dello Stato; ma se non si aggiunge che questa idea prese in Italia, durante il Rinascimento, una forma affatto nuova, tutta propria di quel tempo, e non si definisce quale era questa forma, non si capir mai nulla del Machiavelli.
Fra questi critici va collocato anche P. S. Mancini, il quale, venuto pi tardi, allarg i confini della scuola, non evitandone per gli errori. Egli incomincia col dichiarare di voler esaminare il valore intrinseco delle dottrine, cosa che non crede sia stata ancora fatta da nessuno. La questione principale anche per lui sta tutta nella separazione della politica dalla morale, separazione che egli condanna senza riserve. Aggiunge poi giustamente: il Machiavelli voleva liberare lo Stato dalla Chiesa, e perci separava la politica dalla teologia, dalla religione, dalla morale, dall'astratta filosofia scolastica, applicando ad essa il metodo storico e sperimentale.(648) Insiste ancora, e con ragione, nell'affermare che il Machiavelli non pens mai a negare la virt, la giustizia, la libert, le quali anzi ammir ed esalt, come dimostrano chiaramente infiniti brani, alcuni dei quali vengono da lui citati e riprodotti. Siccome per il punto fondamentale riman sempre la separazione della politica dalla morale, il che  dal Mancini dichiarato un errore gravissimo, cos tutte le citazioni fatte non valgono a salvare il Machiavelli dalla condanna. Questi proponendosi, sopra ogni cosa, di salvare l'indipendenza dello Stato, cerc i mezzi che conducono ad un tal fine, buoni o cattivi che fossero, e divenne perci l'antesignano degli utilitari. "Cos la politica, abbandonata a s stessa, ed allevata in una selvaggia indipendenza, addiviene una teoria sistematica di mezzi senza presupposta rettitudine di volont."(649) L'aver creduto possibile di escludere dal campo proprio di essa il problema morale, lo fece cadere in "un errore fondamentale, che guasta e corrompe tutto il sistema," il quale rimane affatto "destituito della salda base di cui abbisogna."(650)  chiaro che il valore intrinseco di questa dottrina si deve ridurre a ben poca cosa, quando essa manca della necessaria base, quando  adulterata da un veleno intrinseco, che tutta la corrode e corrompe.
Secondo il Mancini, la parte meno originale nelle opere del Machiavelli  quella che parla del principato, perch imitata da Aristotele e da San Tommaso,(651) il che, come abbiamo gi visto, non  esatto. Suo merito sarebbe l'essere egli riuscito a dimostrare come il principato assoluto debba, per preservare la sua esistenza, adoperare, quali mezzi ordinar di governo, l'immoralit e l'ingiustizia; mirare sempre al fine dinastico, non al bene dello Stato e del popolo, dal che ne segue implicitamente "la condanna pi sapiente, pi perentoria della monarchia assoluta."(652) - Sfortunatamente per questo merito indiretto non si pu, secondo noi, attribuire al Machiavelli, che s'adoper invece a dimostrare la storica necessit del dispotismo in alcune condizioni sociali, cosa di cui l'Europa de' suoi tempi gli offriva una dimostrazione incontrastabile. Egli era profondamente convinto, che solo il potere assoluto poteva colla forza riunire e salvare dall'anarchia un popolo corrotto, e lo disse chiaro. Anzi in ci appunto, non gi nella indiretta condanna dell'assolutismo, sta tutto il significato del Principe, che  un prodotto originale della mente e dei tempi del Machiavelli, non una imitazione d'Aristotele.  qui che bisogna giudicarlo e decidersi ad assolverlo o condannarlo. Cos, sebbene il Mancini cercasse d'allargare le sue osservazioni, fin col restringersi anch'egli a voler dedurre tutta la dottrina del Machiavelli da poche e semplici premesse, n s'occup in modo alcuno dei tempi. Qualche volta infatti egli sembra esaminare il Principe e i Discorsi, come se si trattasse addirittura di opere composte ai nostri giorni, senza tener conto alcuno delle condizioni storiche, in cui furono scritte. E quando d al Machiavelli lode meritata, per aver separato la politica dalla scolastica e dalla teologia, dimentica affatto cos coloro da cui questi era stato preceduto, come coloro che avevano con lui lavorato al medesimo fine. Di tutto ci il Mancini si sarebbe, col suo acuto ingegno, facilmente accorto, se avesse preso in pi attento esame i critici che avevano scritto prima di lui.
Gi da un pezzo s'era cominciato a mettere il Machiavelli in relazione coi tempi; qualche tentativo anzi s'era visto sin dal principio del nostro secolo. Il Rehberg, che scrisse quando la Germania era oppressa dai Francesi, e non senza pensare a ci, giudicava il Principe opera d'un ingegno grandissimo, ma privo di un alto ideale, e che perci non pensava punto al vero benessere del genere umano. Essendo la repubblica divenuta allora impossibile in Italia, egli si rivolse a ci che era pratico, immaginando un monarca forte e potente, che sper di trovare in uno dei Medici. In tal modo pensava di poter cacciare i barbari dall'Italia, lasciando che il popolo aiutasse l'alta impresa, come e quanto poteva. I suoi consigli furono dati in queste condizioni politiche, e bisogna tenerne conto nel giudicarli. La immoralit di molti di essi non repugnava all'autore, perch anch'egli era macchiato dai corrotti costumi del secolo.(653) Quasi contemporaneamente il Ginguen cercava di dare, nella sua Storia della letteratura italiana, un giudizio largo ed intero su tutte le opere del Machiavelli, tenendo conto dei tempi e dello scopo pratico, che l'autore aveva costantemente preso di mira.(654)
Ma questi ed altri lavori simili, sebbene dotti e lodevoli per nuove indagini, sebbene esaminassero il Machiavelli sotto vari aspetti, non potevano riuscire ad un resultato soddisfacente, perch mancavano d'un metodo rigoroso. Erano osservazioni pi o meno acute, pi o meno originali, sempre per incompiute ed incerte. I primi tentativi d'un vero esame scientifico cominciarono con la nuova critica storica, e furono fatti dal Ranke e dal Leo, i quali ci lasciarono solo poche pagine sul Machiavelli; ma in esse una via pi larga e sicura era indicata. Leopoldo Ranke, che sin dalla sua prima giovinezza s'annunzi come un uomo di straordinario ingegno, e fond poi una grande scuola storica in Germania, pubblicava nel 1824 le sue brevi considerazioni sul Machiavelli, insieme con altre su molti storici italiani del secolo XVI.(655) Nei Discorsi, egli dice, il Machiavelli ragiona sulla storia romana e su Tito Livio; ma in realt si occupa poco di ci, perch il suo pensiero  rivolto all'avvenire d'Italia, in cui aiuto chiama l'esperienza del passato. La grandezza di Roma a lui non sembra derivare da una forza interiore del popolo romano, ma da alcune massime, da alcuni assiomi, che espone agl'Italiani, perch, seguendoli, possano giungere alla medesima grandezza. Per riuscirvi per, sarebbe stato necessario un altro popolo, che avesse avuto forza e virt, un'altra educazione morale. Egli andava quindi dietro all'impossibile, e dovette pi volte accorgersene, e disperare, persuadendosi finalmente, che occorreva un principe assoluto, per rimediare colla violenza alla generale corruzione. Anche nell'Arte della Guerra, dopo avere escogitato le combinazioni diverse sui modi di formare in Italia un esercito a similitudine del romano, finiva col disperare, tornando all'idea che risulta dai Discorsi, cio alla necessit di uno Stato forte, con potere assoluto. Chi fonder un tale Stato, sar come Filippo di Macedonia, e s'impadronir dell'Italia. Questa idea di riunire la patria, che forma il soggetto del Principe, v'era gi nel Rinascimento, e molte volte gli scrittori l'avevano accennata.(656) Al tempo di Leone X erano grandi le speranze dei Medici su tutta o gran parte d'Italia, e i loro amici si lusingavano molto. In tali condizioni fu ideato il Principe.
Qui il Ranke viene ad esaminare quelle che chiama le fonti del libro, e cita la prima volta alcuni brani che sembrano davvero imitati da Aristotele, specialmente in ci che si riferisce alla natura del tiranno. Questi brani per non solo si riducono a poca cosa, e descrizioni simili del tiranno si trovano anche in San Tommaso, nel Savonarola ed in molti scrittori del Medio Evo e del secolo XV; ma lo stesso professor Ranke, col suo inarrivabile acume, ammette subito che il Machiavelli dette ad essi un significato diverso, e che anzi in questa diversit sta appunto il valore de' suoi scritti.(657) Aristotele descrive i vizi del tiranno, aggiungendo che il vero sovrano deve sforzarsi di essere giusto e buono, perch il fondamento dello Stato e della politica deve essere la giustizia. Il Machiavelli sostiene invece, che il principe nuovo, se non vuole rovinare fra i tristi, deve serbar le apparenze di buono; ma esser pronto a divenire crudele, a violare la fede, quando la necessit lo imponga nell'interesse dello Stato. Cos quello che per Aristotele  un fatto, diviene pel Machiavelli un precetto; e quindi la imitazione propriamente detta nei punti essenziali scomparisce del tutto, e la pretesa fonte non  pi una fonte.(658) Ed il professor Ranke riconosce anch'egli, non ammette anzi ombra di dubbio, che il Principe sia sostanzialmente ispirato dai nuovi tempi, dei quali fa parte, e senza i quali non sarebbe intelligibile. Il suo scopo, cos continua,  veramente immediato e pratico; se l'intitolazione dei capitoli  generale, il contenuto di essi  sempre speciale. Non  un trattato generale, sono consigli che il Machiavelli dette a Lorenzo, come pi tardi ne dette a Leone X. Prese a modello Cesare Borgia, che aveva somiglianza con colui al quale il Principe venne dedicato, e per cui fu scritto. L'uno infatti era figlio, l'altro nipote d'un papa; ambedue speravano di poter fare grandi conquiste. Tutta la prima parte, cio i primi dodici capitoli si riferiscono a Lorenzo, alle condizioni in cui egli si trovava, ed a quelle in cui trovavasi l'Italia. La seconda e la terza parte, cio gli ultimi quindici capitoli, sono in istretta relazione colla prima. In conclusione, tre cose sono certe, secondo il Ranke: 1 Che il Machiavelli era persuaso della necessit di un principe per l'Italia; 2 Che i Medici, e massime Lorenzo, erano desiderosi e pronti ad assumere questo principato; 3 Che il libro non solo fu dedicato a Lorenzo, ma fu scritto per lui.(659) Chi perde di vista questo suo scopo pratico, non ne comprende pi nulla. Il suo vero significato  il seguente: Questa Italia corrotta, solo da un principe, con mezzi crudeli e violenti, pu essere unita e riuscire a cacciar lo straniero. Fino a che il governo libero di Firenze si resse, il Machiavelli serv la repubblica, e fu contento della libert fiorentina. Tornati i Medici, dimesso egli da ogni ufficio, si dest in lui l'Italiano, e pens al modo di liberare la patria comune, anche sacrificando la libert di Firenze. Ma i Medici furono cacciati, la repubblica ristabilita, ed il partito popolare non gli perdon l'aver voluto sacrificare all'Italia la libert di Firenze. In conclusione, il Machiavelli cercava la salute d'Italia, che era in condizioni disperate, e fu ardito abbastanza da prescriverle, come unica medicina, il veleno.(660)
Il Ranke adunque, col suo sguardo acuto e col suo ingegno superiore, riconobbe il patriottismo del Machiavelli, e l'ispirazione che aveva continuamente dato alle opere di lui. Mentre per da una parte ricord appena che il Machiavelli, dopo avere scritto il Principe, pens pure di cavarne qualche vantaggio personale, dall'altra lo ridusse un po' troppo ad un libro d'occasione, senza tuttavia negargli affatto ogni carattere generale e scientifico.(661) N  vero che il Principe fu scritto per Lorenzo esclusivamente, giacch era stato prima indirizzato a Giuliano, e solo dopo la costui morte venne dedicato a Lorenzo. Eccessivo addirittura riesce poi l'applicare tutte queste considerazioni, nello stesso tempo, al Principe e ai Discorsi, quasi fossero un'opera sola, con uno scopo unico; e ci perch anche dai secondi risulta la necessit del principato.(662) Il carattere assolutamente scientifico e generale dei Discorsi apparisce in ogni pagina troppo evidente per poterne dubitare. E se in essi, come afferma il professor Ranke, l'autore attribuisce tutta la grandezza dei Romani all'avere questi seguto costantemente alcune savie massime di politica e di governo, era opportuno, ci sembra, prendere in esame il valore di tali massime, le quali di certo non possono essere un veleno prescritto come unico rimedio a salvare un popolo corrotto. Occupato a cercar la relazione che passa tra il Principe e le condizioni in cui fu scritto, egli trascur troppo l'esame del valore intrinseco e del valore storico delle dottrine ivi esposte. Se per si considera, che il suo era un lavoro giovanile di poche pagine, il quale inizi nondimeno una critica nuova del Machiavelli, allora il merito dell'autore apparir grandissimo davvero.
Due anni dopo pubblicato lo scritto del Ranke, venne alla luce in Berlino la traduzione delle lettere del Machiavelli, fatta da Enrico Leo, e preceduta da una sua prefazione.(663) In questa erano combattute alcune idee del Ranke, ed in mezzo ad osservazioni di un valore assai disputabile, ve n'era pure qualcuna giusta ed originale. Il Leo fu tra i primi ad osservare, che il Principe, quale lo aveva descritto il Machiavelli, era stato un fatto storico ed inevitabile nel Rinascimento. Questo Principe e la sua condotta politica avevano quindi bisogno di essere spiegati e giustificati come storicamente necessar, e ci fece la prima volta il Machiavelli. Veleno o non veleno, diceva il Leo,(664) alludendo alle parole del Ranke, qui sta tutta la grande importanza del libro, ed il sentimento confuso di ci che esso veramente era, lo fece leggere e studiare con ammirazione. "Ma (ed  qui che il Leo entra, secondo noi, in un terreno assai disputabile), se il libro ebbe realmente un gran peso nel mondo, non  questa una ragione per concluderne, che un egual valore ebbe colui che lo scrisse. Il Machiavelli sper di cavarne qualche utile per s, e quanto al resto, che cosa importava a lui del genere umano? Egli spieg e giustific il Principe, per far piacere ai Medici, per avere un ufficio, e la sua spiegazione riusc invece utile alla societ. Che un Italiano si persuada, che un tale uomo volesse davvero scrivere un libro per salvare la patria, si pu perdonare all'amor proprio nazionale; ma ci vuol troppa ingenuit, perch se ne persuada uno straniero. Come poteva il Machiavelli, il quale parlava con tanto disprezzo de' suoi connazionali, pensare sul serio che essi fossero capaci di cacciar dall'Italia Spagnuoli, Francesi e Tedeschi? Egli non pensava a liberare l'Italia, pensava ad avere un ufficio. Indirizz il libro a Giuliano, e quando da lui non pot sperare pi nulla, lo dedic invece a Lorenzo, aggiungendovi quell'ultimo capitolo, che risponde cos poco al concetto generale di tutta l'opera.(665)"
In questo modo il patriottismo del Machiavelli, che il Ranke aveva con tanto acume veduto e posto in evidenza,  stranamente negato dal Leo, che, dopo aver riconosciuto tutta l'importanza e l'originalit del Principe, vorrebbe levarne ogni merito all'autore, dando al suo libro un gran valore storico, ma quasi accidentale e casuale, o almeno affatto impersonale. Egli non vede, non sospetta neppure, che l'ultimo capitolo  la sintesi ultima di tutto il resto, che il concetto se ne trova in germe anche nei Discorsi. N qui ci fermeremo ad esaminare la teoria esposta dal Leo, d'una coscienza germanica e d'una coscienza latina. La prima, secondo lui, si modifica, si altera secondo le diverse relazioni in cui si trova con gli uomini e con la societ; la seconda resta inalterabile al pari d'un cristallo, facendo col mondo esteriore quasi una partita a scacchi, come se il bene ed il male che va compiendo, non la toccassero punto. Tutto quello che possiam dire, senza entrare in una disputa, che sarebbe qui fuori di luogo, si  che il Leo da alcune osservazioni fatte sul Rinascimento, passa troppo presto, per non dir troppo leggermente, a determinare non gi le condizioni in cui erano allora lo spirito umano e lo spirito italiano, ma il carattere dei popoli latini in generale, arrivando cos a scoprir due coscienze, una germanica ed una latina.(666) E di ci si vale poi, non a determinare o definire le colpe del Machiavelli, non a spiegarne il carattere, ma ad inveire sempre pi contro di lui. Se avesse invece circoscritto i propr giudiz al periodo del Rinascimento, sul quale faceva allora le sue osservazioni,, ne avrebbe cavato conseguenze meno generiche e pi giuste. Sarebbe stato anche pi cauto se, volendo condannare il cinismo dissoluto, come egli dice, e lo scetticismo del Machiavelli, non avesse citato a sostegno delle asserzioni la Descrizione della Peste, che nessun critico autorevole crede scritta da lui. N sappiamo capire, perch mai neghi a Francesco Vettori quell'ingegno e quella coltura che pur tanto chiare appariscono dalle sue lettere, dalle sue opere, dalla sua vita. Ma se, lasciando da parte le divagazioni, le troppo acerbe e poco ponderate critiche, noi uniamo la molto giusta, quantunque breve e fugace osservazione del Leo sul valore storico del Principe, a quelle fatte dal Ranke sul carattere politico del Machiavelli e de' suoi scritti, cominciamo a veder chiara quale  la via che bisogna percorrere, per arrivare a qualche risultato soddisfacente e sicuro. Crediamo quindi che si debba dar lode non piccola a questi due scrittori, specialmente al Ranke, sebbene non ci abbiano lasciato sul Machiavelli che poche pagine, nelle quali si contengono solo osservazioni staccate. Ma essi non si erano proposto di scrivere un libro, e neppure un opuscolo sul difficile tema.
Ad un lavoro pi lungo si accinse il Macaulay col suo celebre Saggio, pubblicato nella Rivista d'Edimburgo (1827), un anno dopo il lavoro del Leo. Quel suo scritto ebbe in Inghilterra grandissima fortuna, pel merito letterario dell'autore, e perch era veramente il primo tentativo d'un esame serio e compiuto del Machiavelli e delle sue opere. Il Macaulay era un uomo del secolo XIX con le idee del XVIII, scrittore elegante ed eloquentissimo, narratore impareggiabile, espositore lucidissimo, ma di un ingegno poco filosofico, e qualche volta anche superficiale. La sua critica scientifica era assai pi debole del suo gusto e giudizio letterario. Volendo sempre ridur tutto a grande semplicit ed evidenza, evitava troppo spesso le maggiori difficolt con uno sforzo d'eloquenza. Per lui il Machiavelli  un enigma, che si spiega assai facilmente coi tempi. Incomincia descrivendoci come nelle opere di lui si trovino sentenze, che esaltano la virt col pi puro entusiasmo, accanto ad altre, che il pi corrotto diplomatico oserebbe appena comunicare in cifra a qualche sua spia. Procede poi, con molta eloquenza, con smaglianti colori, a ritrarci il carattere nazionale degl'italiani del Rinascimento, nei quali trova le stesse contradizioni che nel Machiavelli. In questo modo l'enigma , secondo lui, risoluto; tutto divien chiaro. Ma, lasciando anche da parte, che egli ci pone dinanzi agli occhi un ritratto, che  solo la riproduzione vivace d'un tipo generico e convenzionale dell'Italia, quale fu per molto tempo immaginata dagli stranieri, che cosa potrebbe mai cavarsene, quando anche il ritratto fosse cos fedele com' eloquente? Noi avremmo contradizione nel carattere degl'Italiani, contradizione nel carattere e nelle idee del Machiavelli; bisognerebbe spiegare un enigma con un altro: ecco tutto. Oltre di che, per spiegar l'uomo coi tempi, si finisce di nuovo col negare al Machiavelli ogni individualit ed originalit sua propria. Quanto poi al valore intrinseco delle dottrine politiche, esso rimane affatto oscuro al critico inglese, che non riesce n a spiegarle n a giudicarle. Ci d invece osservazioni e giudiz molto precisi sulle opere letterarie, di cui esamina anche lo stile con una sicurezza singolare davvero in uno straniero. Da storico valente qual egli era, discorre con molta perizia ed acume delle Legazioni;  anzi fra i primi a notare il gran tesoro di notizie e di ritratti che in esse si trovano. E con esse alla mano, difende vittoriosamente il Machiavelli dalla strana e ridicola accusa, gi fatta allora e ripetuta anche poi, d'avere consigliato Cesare Borgia e preso anche parte ai suoi delitti in Romagna. Pone in rilievo il patriottismo del Machiavelli, e gli sforzi costanti e generosi che fece, per dare all'Italia una milizia nazionale, fatto, egli osserva giustamente, che per s solo basterebbe a rendere per sempre onorato il suo nome. E cos, trasportati dalla sua affascinante parola, noi arriviamo ai quattro quinti del Saggio, senza che ancora sieno stati esaminati il Principe, i Discorsi e le Storie, cio le opere su cui riposa principalmente la fama del Segretario fiorentino.
I Discorsi ed Il Principe, dice finalmente il Macaulay, sostengono una sola e medesima teoria; i primi ci espongono il progresso di un popolo conquistatore, il secondo, quello di un uomo ambizioso. In quanto alla immoralit di alcune massime, tutto, come abbiamo visto, si presume spiegato riferendosi ai tempi. Il Machiavelli fu immorale, perch immorale era allora l'Italia, e fu non ostante animato dal pi puro patriottismo, spesso anche dal pi puro entusiasmo per la virt, perch anche queste qualit si trovavano in molti degl'Italiani del Rinascimento. Volendo poi determinare in breve il valore intrinseco delle due opere, e darcene un'idea chiara e precisa, il Macaulay fa uno di quei ragionamenti che dimostrano subito quale  la vera natura della sua critica, scoprendone il lato pi debole. Nulla a questo mondo, egli dice,  inutile quanto una massima generale. Se essa  vera, pu tutto al pi servire come esemplare da impararsi a mente o copiarsi in un asilo infantile. Il gran merito del Machiavelli sta nell'averci dato massime che sono, non pi vere o pi profonde, ma pi applicabili alla realt di quelle d'ogni altro scrittore. Se non che, lasciando anche da parte l'osservare, che una sentenza pu essere nello stesso tempo pratica e di poco valore, di nessuna originalit, questo carattere non  proprio esclusivamente del Machiavelli, ma  comune a tutti gli scrittori politici, a tutti gli ambasciatori italiani del tempo; anzi appunto in questo carattere pratico, egli, come abbiam visto,  assai spesso vinto dal Guicciardini. Il suo merito principale sta invece nell'avere, con metodo sicuro, creato una nuova scienza politica, fondandola sulla storia e sulla esperienza. Ma che cosa potrebbe mai essere una scienza dello Stato, se, come pretende il Macaulay, le sentenze generali fossero prive d'ogni valore? Un ragionamento simile egli fece pi tardi, anche nel suo celebre Saggio su Bacone da Verulamio, quando, volendo dimostrare che tutto il merito del grande filosofo stava nell'avere cercato sempre l'utile ed il pratico, conchiudeva affermando, che il primo inventore delle scarpe doveva essere preferito all'autore del libro sull'ira, perch le scarpe salvarono molti dall'umidit e dai raffreddori, mentre assai probabilmente Seneca non salv mai nessuno dall'ira. E non s'avvide che, ci dicendo, negava ogni valore alla filosofia stessa ed a tutte quante le scienze morali. Nondimeno cos lo scritto sul Machiavelli come quello sul Bacone sono fra i migliori esempi della prosa inglese. Nel secondo di essi l'eloquenza risulta, scintilla dal contrasto che ci vien descritto fra la bassezza morale e l'altezza intellettuale di Bacone, senza farci capire che cosa  la sua filosofia. Nel primo risulta invece dalle descrizione delle molte contradizioni, che il Macaulay crede di vedere nel carattere degl'Italiani ed in quello del Machiavelli, non meno che negli scritti di lui. Ma cos, invece di un'enigma, ne abbiamo due, ed il problema rimane affatto inesplicabile.
N pi fortunato riesce il critico inglese, quando cerca di penetrare nel vero concetto delle dottrine del Machiavelli, per scoprirne gli errori. Secondo lui, la sorgente prima di questi errori sta tutta nel non aver l'autore saputo distinguere il bene pubblico dal privato; dal credere che uno Stato prospero e forte renda sempre felici i suoi sudditi. E ci gli avvenne, perch non aveva dinanzi a s che i piccoli Stati dell'Italia medioevale e della Grecia antica, nei quali le pubbliche calamit o fortune divenivano subito calamit e fortune private. Una disfatta impoveriva, una vittoria arricchiva tutti i cittadini. Cos egli die' sempre grandissimo valore a ci che pu rendere una nazione formidabile ai vicini; nessuno invece a ci che pu renderla prospera nell'interno. Certo in tutto questo vi ha del vero, ma l'ideale del Machiavelli non era nelle piccole repubbliche della Grecia e dell'Italia, era in quella di Roma e nell'Impero. Nelle repubbliche del Medio Evo le particolari associazioni e le individuali passioni si trovavano in continua ribellione contro il potere centrale dello Stato, che riducevano perci all'impotenza. Il Machiavelli voleva invece uno Stato grande e forte, cui era disposto a sacrificare ogni cosa, anche la felicit e la prosperit interna. Non confondeva il pubblico col privato interesse; ma questo a quello eccessivamente sottoponeva, perch altro modo allora non vedeva per dare alle nazioni quell'unit e quella forza che, nell'anarchia de' suoi tempi, erano divenute la suprema necessit. Lungi dal credere che la prosperit pubblica portasse sempre ed inevitabilmente alla privata, non vedeva abbastanza che il benessere dell'individuo  necessario al benessere dello Stato, e lodava sempre le repubbliche della Germania, nelle quali, egli diceva, i privati eran poveri ed il pubblico era ricco; esaltava pi di tutto quei tempi romani, nei quali i grandi capitani d'eserciti, dopo la guerra, se ne tornavano poveri a casa, dove vivevano coltivando colle proprie mani i loro campi.
Quando, dopo tutto ci, il Macaulay, parlando nuovamente dello stile del Machiavelli, lo paragona a quello del Montesquieu, e ne dimostra la grande superiorit, noi ritroviamo da capo il merito eminente del critico letterario. Reca per non poca meraviglia il vedere, come uno storico tanto giustamente celebrato, si perda nell'esaminare qualit assai secondarie e di pura forma nelle Storie fiorentine, senza mai accorgersi, che il merito principale di esse, la loro vera originalit sta nello scoprire per la prima volta la logica e necessaria successione dei partiti che divisero la repubblica, le varie forme di governo che ne risultarono, e le cagioni di queste mutabili e continue vicende. Egli finisce tornando ad esaltare il patriottismo del Machiavelli, le cui opere, dice, saranno comprese dagl'Italiani solo quando per le vie delle loro citt echeggier di nuovo il grido: popolo, popolo, muoiano i tiranni! E veramente appena che l'Italia fu libera, ricominciarono con molto ardore gli studi sul Machiavelli, che fu sempre meglio inteso e giudicato. I difetti principali di questo Saggio derivano, non solo dall'essere troppo pi letterario e descrittivo, che critico e scientifico, ma anche dall'avere esagerato quel metodo storico, il quale crede che si possa assai facilmente spiegare tutto un uomo, descrivendone i tempi. Ci non ostante, esso riman sempre il primo tentativo d'un lavoro abbastanza compiuto sul carattere e sulle opere del Machiavelli; e lo stile eloquente dell'autore lo far continuare a leggere con avidit, anche quando molti altri di merito maggiore saranno dimenticati.(667)
Nel 1833 comparve un volume di scritti storici di G. Gervinus,(668) e la prima met di esso ne conteneva uno intitolato, Florentinische Historiographie, il quale non era altro che un nuovo lavoro sul Machiavelli, preceduto da alcune considerazioni sugli storici fiorentini anteriori. Lo stile n' monotono, confuso, senza colorito, e le ripetizioni sono continue. Il Gervinus per cercava di riparare al difetto principale del Macaulay, occupandosi poco o punto delle opere letterarie; fermandosi invece a prendere in attento e minuto esame le opere politiche, l'Arte della Guerra, le Legazioni e le Storie; cercando di scoprire il concetto fondamentale che le informa tutte. E fu il primo a dimostrare che il pensiero politico del Machiavelli trovasi anche nelle Storie, di cui riconobbe ed esamin cos il valore letterario, come il valore scientifico. Le studi con molta diligenza, facendo utili osservazioni sulle fonti; e ci lo condusse ad esaminare gli storici anteriori. Ad una grande e sincera ammirazione pel Machiavelli, egli univa il vantaggio d'essere stato educato alla scuola critica dei grandi storici tedeschi. Essendo per anche di coloro che pi si adoperarono a ridestare, per mezzo della letteratura, lo spirito nazionale della Germania, fu spinto di nuovo nella via pericolosa d'introdurre troppa politica e troppo patriottismo moderno nella critica storica.
Secondo lui, una parte delle idee del Machiavelli deriva da considerazioni pratiche sulle condizioni del suo tempo, e da una conoscenza dello stato reale del proprio paese; un'altra deriva da desideri ideali, da bisogni del suo spirito. Egli non si fermava punto, come molti hanno creduto, solamente alle cose materiali; cercava nell'antichit quella eccellenza che il suo intelletto ed il suo cuore desideravano, che mancava alla sua patria, ed alla quale il suo secolo non sapeva innalzarsi. Offr il risultato di questo lungo e difficile lavoro all'Italia, di cui con grande ardore desider il rinascimento, per mezzo dei costumi romani. Nella sua mente c'era per, secondo il Gervinus, un grave difetto, e questo derivava dal non avere egli conosciuto la letteratura greca, ma formato il suo spirito, educato l'intelletto solamente colla storia e colla letteratura romana. Il non avere conosciuto l'epopea, la tragedia, la lirica greca; l'avere poco stimato e poco conosciuto il vero spirito del Cristianesimo e della Riforma, gli tolsero l'amore per ogni alta e vera idealit poetica, per tutte le arti e le scienze che uscivano fuori dei confini della politica. Da ci nacque in lui anche la tendenza ad esaminare il lato esteriore delle cose e degli avvenimenti, pi che l'interiore, e quindi a cercar le cause delle grandi rivoluzioni politiche, non gi in una forza o bisogno interiore dei popoli, ma sempre in qualche causa esteriore e negativa. L'aristocrazia nasce, secondo il Machiavelli, per reazione contro l'oppressione esercitata dal tiranno; la democrazia, per reazione contro la potenza soverchiante e dispotica dell'aristocrazia. Cos nulla vien mai da un intimo bisogno, da un irresistibile impulso verso la libert. E qui il Gervinus s'accinge a ritrovare questo medesimo difetto nelle Storie, in tutte le opere del Machiavelli, anzi nella storia e nel carattere dei popoli latini in genere.
 per molto singolare, che non si sia avvisto, come questa teoria intorno alla successione dei governi, dalla quale tutta la sua critica prende le mosse, e che egli fa derivare originariamente da poca conoscenza degli scrittori greci, non era una creazione del Machiavelli, il quale anzi l'aveva presa di pianta per l'appunto da uno di essi. Noi abbiamo infatti gi osservato, che  quasi tradotta da Polibio, che la sua prima origine si trova in Aristotile. Di ci il Gervinus avrebbe dovuto accorgersi, anche perch il fatto era gi stato notato da altri.(669) E avrebbe potuto anche osservare, che quell'alto idealismo, quella intimit, come la chiamano i Tedeschi, della quale tanto egli deplora la mancanza nel Machiavelli e negl'Italiani, si trovava pure in Dante, che non conosceva il greco; cominci a mancare nel Petrarca, che fu dei primi a studiarlo; manc sempre pi nel Boccaccio e negli eruditi, quando appunto lo studio del greco and progredendo. Il fatto non  certo conseguenza di questo studio, ma della storica evoluzione dello spirito italiano, e tutto proprio del nostro Rinascimento, che perci appunto, anche nella letteratura e nell'antichit greca, cercava la bellezza della forma esteriore, una guida che l'aiutasse ad uscire dalla Scolastica, ad avvicinarsi alla natura, al mondo reale. Buona o cattiva che si giudichi siffatta tendenza, essa fu propria del secolo e dell'Italia d'allora, e contribu non poco alla creazione della scienza politica, che delle umane azioni studia appunto il lato esteriore e le conseguenze pratiche.
Il Gervinus ammira grandemente il patriottismo e l'ingegno del Machiavelli, tanto da concludere il suo scritto dicendo, che in lui trovasi tutto ci che pensarono e sentirono gl'Italiani in un tempo, che si pu ritenere fra i pi gloriosi nella storia del mondo, e durante il quale essi furono la prima delle nazioni civili. Se avesse, egli conchiude, conosciuto pi da vicino il pensiero greco e la Riforma, iniziata allora da Martino Lutero, difficilmente l'Europa moderna potrebbe vantare un altro uomo degno di stargli accanto. Questa sincera ammirazione per qualche volta lo tradisce. Infatti quando egli trova sentenze che offendono la sua coscienza, invece di pesarle e spiegarle, cerca troppo spesso di attenuarle. Ma a che giova affannarsi a provare che il Machiavelli poneva Teseo, Perseo e Mos al disopra del Valentino? A che giova insistere a provare, che egli non accettava senza restrizioni la teoria che il fine giustifica i mezzi, quando, attenuando finch si vuole, resta pur sempre molto che ha bisogno d'essere giustificato; riman sempre necessario trovare una spiegazione fondamentale del sistema, o rassegnarsi a non comprenderlo affatto? A tutto ci il Gervinus crede troppo facilmente di rimediare, esaltando il patriottismo del suo autore. Ma questa  una deviazione, non  una soluzione del problema.
Il Machiavelli, continua il critico tedesco, esamin solo il principato e la repubblica, perch queste, secondo lui, sono le due sole forme veramente utili di governo. Era inoltre convinto, che un popolo guasto solo colla forza pu essere corretto. Siccome poi le cose d'Italia andavano a rovina, ed il governo popolare v'era quasi per tutto divenuto impossibile, unico mezzo di salute alla patria si presentava allora il principato, che egli quindi raccomand, sebbene facesse un'eccezione per Firenze, a cui voleva conservare la forma repubblicana, come apparisce dal suo discorso a Leone X. Il Gervinus si trova d'accordo col Machiavelli circa la successione dei governi, perch al pari di lui riconosce nella storia una legge generale, secondo cui il governo dalle mani d'un solo passa in quelle di pochi, per arrivare ai molti, dai quali fa ritorno di nuovo ad un solo.(670) Ma in Italia, dove la democrazia era profondamente corrotta, e l'aristocrazia formava il pi grande ostacolo ad ogni miglioramento, altro non rimaneva possibile che il principato,(671) perch, "una moltitudine pu essere rigenerata solo colla forza, di che la storia moderna offre moltissimi esemp. Ed il Principe ci presenta l'immagine d'un legislatore armato, il quale non  veramente cattivo, ma non pu neppure essere scrupoloso: gli basta evitare ci che  scellerato, senza con questo potersi rigorosamente attenere alla morale ordinaria di tutti i giorni.(672) La necessit non conosce legge, e i grandi uomini si sono sempre creduti come piccole divinit. In tutto ci il Machiavelli ha con grande acume esaminato, compreso le leggi della storia e della societ, animato sempre dal pi puro patriottismo."
C' per, secondo il Gervinus, una ragione evidente, per la quale gli scritti del Machiavelli non furono mai bene intesi, e questa , che gli eventi seguti dopo di lui dimostravano solamente in parte la verit delle sue dottrine. "I secoli posteriori combatterono con energia l'assolutismo risorto nel Rinascimento; ma non videro come e perch esso era stato necessario, il che fu invece chiaramente compreso dal Machiavelli. E per le nuove generazioni capiranno tutta l'altezza del suo genio, solo quando, finita la guerra che noi oggi combattiamo ancora, potranno, in mezzo alla vittoria, accorgersi che esse non avrebbero mai ottenuto i benefizi delle moderne libert, se la lotta non fosse stata provocata dalla esistenza del dispotismo.  certo che, quando si alza la voce per difendere i diritti del popolo, che combatte i tiranni, non si pu comprendere, n molto meno approvare un uomo i cui scritti dettero regole seguite da Carlo V, da Enrico III e da Sisto V. In tempi migliori per si potr ben esser favorevoli al gran pensatore, che os profeticamente dire il vero, e riusc davvero, ne abbia o non ne abbia egli stesso avuto l'intenzione, ad ammaestrare i principi come opprimere i popoli, e ad ammaestrare i popoli come spezzare il giogo ad essi imposto, o, per seguir le parole di Bernardo di Giunta, insegn ad un tempo l'uso delle medicine e quello dei veleni. Io posso," conchiude il Gervinus, "mirare ad un pi alto ideale, a cui il Machiavelli non arriv mai; quando per lo vedo cos poco apprezzato in tutto quello appunto cui dedic la vita ed il grande ingegno; quando vedo disconosciute le storiche e politiche verit dai lui trovate, messa in dubbio la integrit del suo carattere politico e morale, allora debbo deplorare con lui quei tempi nei quali non v' forza per le magnanime imprese, n perseveranza per gli studi profondi, n intelligenza pei grandi esempi della storia."(673)
In tutto questo v' di certo un sincero entusiasmo, ma v' anche un po' di retorica politica, e di politica del secolo XIX. Il patriotta si fa innanzi anche quando dovrebbe parlar solo il critico. Non fu quindi senza ragione nella stessa Germania osservato, che egli era appunto uno di coloro, che da un lato mettevano il Machiavelli troppo, e da un altro troppo poco nel suo tempo. Troppo poco, quando dimenticava che il pensatore politico, anche nel formulare in astratto leggi generali,  costretto a concepirle dentro i limiti della cultura nazionale del proprio tempo. Non poteva quindi il Machiavelli, in una et disordinata come la sua, conoscere ed invocare un principato legale, temperato, proprio de' nostri giorni. L'attribuirgli perci quelle aspirazioni che ebbero la Germania e l'Italia negli anni che precedettero la loro nazionale ricostituzione, finisce col dargli una fisonomia moderna, che certamente non ebbe. Il Machiavelli  poi messo troppo nel proprio tempo, quando anche le sue teorie pi generali si vogliono presentare come conseguenza de' suoi personali sentimenti e del suo patriottismo: esse debbono avere anche un valore scientifico indipendente dall'uomo e dal suo secolo. Anzi  questo valore appunto, che il critico deve cercar di conoscere e di giudicare con esattezza.
In condizioni politiche non molto diverse da quelle in cui era allora la Germania, vennero fuori in Italia, l'anno 1840, Le Considerazioni sul libro del Principe, del prof. Andrea Zambelli.(674) Esse sono di certo il miglior lavoro che sul Principe fosse stato finallora pubblicato in Italia. Lo Zambelli aveva non comune ingegno e dottrina, conosceva la storia moderna e le letterature straniere, aveva studiato con intelligenza e con diligenza le opere del Machiavelli, di cui era grande ammiratore. Nelle sue Considerazioni egli disputava a lungo contro il Macaulay, per dimostrargli, che non solo l'Italia e la sua politica eran corrotte; ma che la corruzione era grandissima in tutta l'Europa dei secoli XV e XVI. E molte volte, a giudizio anche degli stranieri, riesce ad aver ragione. Sfortunatamente per cade egli stesso in esagerazioni opposte, quando vuole, per esempio, attenuare le colpe, le iniquit del Valentino, di Alessandro VI e di Lucrezia Borgia. Ci non ostante, la descrizione che ci fa dei tempi e dell'insieme abbastanza fedele, e pone in chiaro le enormi difficolt contro cui dovevano allora lottare i principi ed i tiranni italiani, i quali, in uno stato di guerra continua contro tutto e contro tutti, erano costretti a seguire quella morale che sola era possibile in una quasi anarchia.
L'accentramento necessario per uscire dal Medio Evo, la fondazione dei nuovi Stati e delle nazioni, si potevano, osserva lo Zambelli, ottenere solo per mezzo di quei tiranni. I consigli che d ad essi il Machiavelli, e le massime che espone nelle sue opere, sono le migliori che si potevano dare allora, le sole pratiche, quelle che infatti, quando furono seguite, condussero allo scopo. Ma egli cerca, esponendole, di attenuarle pi che pu, raccogliendo con gran cura tutte quelle che esaltano la virt, la indipendenza e la libert della patria. La mira costante del suo lavoro  sempre nel cercar di provare, che il Machiavelli voleva l'Italia unita, libera e indipendente; che indag e propose quei mezzi che soli potevano riuscire nell'intento. Ma com' che noi ora lo troviamo fautore di repubblica, ora di monarchia? Egli cercava il possibile. Conobbe il Valentino e questi fu il suo ideale. Morto il Valentino, torn alla repubblica, che amava anche per intima convinzione; spenta la repubblica, si volse ai Medici, e scrisse il Principe, sperando l'unit d'Italia dalla monarchia. E quanto ai mezzi che il Machiavelli suggerisce a porre in atto questo suo disegno, lo Zambelli, come abbiam detto, ne attenua pi che egli pu la violenza e la crudelt, andando sempre in traccia d'esempi che valgano in qualche modo a giustificarlo, ricorrendo perfino alle Sacre Carte, nelle quali, egli osserva, si trovano sentenze, che, se fossero nei Discorsi o nel Principe, sarebbero pi delle altre biasimate.
Due in sostanza sono i punti su cui riposa la difesa, che questo autore fa del Machiavelli. - La politica consigliata nel Principe, sebbene impossibile oggi, perch solleverebbe contro di s la coscienza pubblica, era la sola possibile in quel tempo, la migliore che poteva seguirsi; il Machiavelli l'accett e la consigli per liberare la patria. -  per innegabile, che questi espose ancora alcuni principii generali di governo, per reggere gli Stati in tutti i tempi ed in tutti luoghi, repubbliche o monarchie che fossero. Di ci lo Zambelli, che esaminava solo il Principe, non pare si avvedesse; e quindi cerc di spiegare tutto coi tempi e col patriottismo dell'autore, dimostrandosi cos anch'egli pi dotto e patriottico apologista, che critico indipendente e giudice imparziale.
In conclusione dunque, esaminando i lavori del Macaulay, del Gervinus e dello Zambelli, dobbiamo riconoscere che un grandissimo cammino si  fatto, seguendo i precetti di quella critica storica, di cui il Ranke era stato in Germania uno dei principali iniziatori. Ma da un altro lato si  cercato di esagerare stranamente la pretesa di tutto spiegare coi tempi, e si  ceduto troppo all'altra pretesa non meno strana di tutto giustificare col patriottismo. Nel principio del suo lavoro bibliografico, il Mohl osserv giustamente, che in uno scritto sul Machiavelli occorre determinar bene, non solo che cosa si deve pensare dell'uomo, ma ancora che giudizio bisogna dare sulle dottrine, e farci inoltre capire come mai un cos grande scrittore pot esporre e sostenere sentenze tanto contrarie al bene, alla virt. Si pu la questione morale spiegare colla corruzione dei tempi;(675) ma se i tempi ci fanno capire come il Machiavelli pot arrivare a dottrine immorali, ci non prova punto che egli dovesse inevitabilmente arrivarvi, perch un grande uomo s'innalza al di sopra del suo secolo, e lo trascina dietro di s. Quindi  chiaro che, secondo il Mohl, la spiegazione storica risulta, per questo lato almeno, insufficiente: il suo giudizio finisce infatti non con una esposizione e giustificazione, ma con una condanna.
"Bisogna ricordarsi, egli dice, che il Machiavelli si propose nel Principe un problema speciale ai suoi tempi, e che anche nei Discorsi tenne sempre presente lo Stato libero italiano, mir costantemente ad esso. Non si deve quindi giudicarlo, come se avesse voluto scrivere e parlare in astratto per tutti i tempi. Ma anche dopo di ci, riman sempre la domanda: Che valore intrinseco hanno le sue dottrine? Vi sono alcune sentenze del Machiavelli, che dimostrano certo una profonda conoscenza degli uomini e del mondo. Il suo metodo  eccellente, n da Aristotele in poi si vide mai nulla di simile. Tutto ci, se non  ancora la scienza, costituisce le condizioni o, se si vuole, le basi necessarie a crearla. Il Machiavelli ignora per la profonda differenza che passa fra lo Stato antico e il moderno, e cos la sua dottrina riesce ad un vero anacronismo.(676) Egli disprezza troppo gli uomini, e crede che solo la forza possa correggerli. Questo  un secondo ed assai grave errore, da cui deriva una politica violenta, che non tien conto della parte pi nobile dell'umana natura. Quando anche i suoi consigli si risguardano come dati solo in condizioni e per tempi speciali, riman sempre vero che l'astuzia e la mala fede, a lungo andare, non riescono mai. Per quanto sien tristi gli uomini, essi si spaventano di tali massime, ne diffidano, e finalmente le riducono all'impotenza. Ed  un altro errore il credere che un popolo corrotto possa colla violenza essere reso capace di libert. Pi facile sarebbe stato allora vedere gl'Italiani corrompersi sempre pi, seguendo i consigli del Machiavelli, ed allontanarsi quindi sempre pi dal fine proposto." Cos, in conclusione, il valore intrinseco delle dottrine si riduce a ben povera cosa. Sono frammenti d'un sistema che mal si regge insieme; anzi il Machiavelli stesso non , secondo il Mohl, che un frammento, quasi il torso di un grande uomo, e rimane perci come un esempio ed un avvertimento a tutti, contro la falsa via che egli aveva presa.(677)
In queste brevi osservazioni, come si vede, il Mohl ritorna, sebbene con molta moderazione e moltissima dottrina, in parte alla spiegazione puramente storica, in parte alla critica ed alla condanna morale del Machiavelli. E cos, pi o meno, s' continuato sempre. Dopo tanti studi, adunque, dopo tante ricerche, che negli ultimi anni si moltiplicarono sempre di pi,(678) si finiva col mettere in dubbio il valore intrinseco del pensiero, delle opere e del carattere del Machiavelli. Se alcuni si ostinarono a spiegar tutto coi tempi e tutto giustificare col patriottismo, altri persistettero a pronunziare, in nome della morale, una condanna temperata da molte considerazioni storiche e filosofiche, ma sempre severissima.
Il signor E. Feuerlein pubblicava, l'anno 1868, nella Rivista storica del prof. Sybel,(679) uno scritto che ha, su quella che esso chiamava la questione Machiavelli e sul modo di trattarla, alcune considerazioni assai opportune. La questione Machiavelli, egli dice,  ora mutata. Prima si trattava di sapere quali erano i sentimenti morali dell'autore; oggi si tratta innanzi tutto di sapere qual era il suo intendimento politico. Questo ha fatto s che molte idee moderne, o almeno in una forma moderna, gli vennero attribuite. Ma il Machiavelli sar assai meglio inteso, se una volta si distinguer bene ci che aveva pensato come dotto sulle leggi della politica in generale, da ci che aveva pensato come cittadino e patriotta sul destino del proprio paese. Si vedr allora, che, nel primo caso, egli non ci d la logica e rigorosa esposizione dell'assolutismo storico, come noi oggi lo vediamo, e nel secondo, non poteva pensare alla soluzione moderna del problema nazionale al modo germanico. Importa moltissimo distinguere ci che in lui fu un prodotto del suo pensiero, e porta bens l'impronta inevitabile del suo tempo, ma solo come un accessorio, dai desideri e dai sentimenti del patriotta, che sono un vero e proprio risultato sostanziale del tempo in cui e per cui egli visse.(680)
Dopo queste considerazioni, l'autore viene ad esaminare qual era lo scopo patriottico del Machiavelli. Ma qui non ci sembra che riesca felicemente, perch egli vuol farne addirittura un federalista. Ed il Principe sarebbe il capo della supposta confederazione,(681) forma di governo per la quale noi abbiam visto invece, che il Machiavelli non ebbe mai simpatia di sorta; dichiar anzi esplicitamente che la trovava accettabile solo in alcuni casi eccezionali, quando non era possibile sperare di meglio. Poteva consigliarla in uno Stato piccolo come la Toscana, ma non la propose mai all'Italia, che solo colla monarchia poteva, secondo lui, divenire unita e forte.
Il signor Feuerlein continua accennando, con quella brevit che i limiti del suo scritto richiedevano, qual  il valore delle dottrine, quale il loro merito di fronte alla scienza, che cosa esse dicono di nuovo. Il Machiavelli vide che lo Stato ha un suo proprio scopo, e che vi  unit nei vari scopi sociali. Lo Stato per lui non  mezzo, ma fine a s stesso;  un organismo, che non ammette ostacoli al proprio svolgimento, cui tutto deve cedere. Per noi esso  invece una delle molte forme della vita che facciamo in comune; ma ve ne sono altre ancora, le quali hanno uguale diritto di esistere, e le molteplici loro relazioni vengono anch'esse regolate da leggi. Egli si accorse, che il Medio Evo era in un caos d'istituzioni diverse, sempre in disordine, sempre in conflitto fra di loro, e fu il primo che os dire; nella societ, cui tutti apparteniamo, v' un fine comune, e non possono esservene molti. Visse in un secolo nel quale le antiche divisioni medioevali di Chiesa ed Impero, di repubbliche, feudalismo, consorterie, associazioni d'arti e mestieri, compagnie di ventura erano scomparse o in via di scomparire, e respinse, condann ad un tratto ed irremissibilmente tutto quello che impediva l'unit dello Stato. La formola infatti con la quale si passa dal caos medioevale all'ordine giuridico moderno,  appunto la riduzione dei vari scopi dello Stato ad uno solo, determinato e concreto, quello stesso che il Machiavelli vide ed annunzi la prima volta al mondo.  per una formola, un'astrazione, che ci conduce ad un meccanismo, non allo svolgimento ampio, naturale, organico e libero della varia cultura e della coscienza sociale. Ed egli fu indotto ad entrare in questa via, perch aveva sempre in mente l'unit antica dello Stato romano, e voleva riprodurla. A lui tuttavia segu come alla Riforma, che, volendo riprodurre il passato, inizi invece l'avvenire. Il Principe parla della monarchia, i Discorsi della repubblica, di comune v' per sempre l'autonomia dello Stato e lo scopo esclusivo di esso, che  il punto essenziale. Il Machiavelli studi queste due forme di governo, come due fatti esistenti nel passato e nel presente; ma non conobbe i mezzi che uniscono, con la libert, la monarchia al popolo, n quelli che, separando il potere esecutivo dal legislativo, danno stabilit alla repubblica; e per il suo principato ha un'aspra e dispotica durezza, la sua repubblica abbandona troppo le redini al popolo.(682)
In tutta questa esposizione v' un linguaggio filosofico ed astratto, che non ritrae punto il carattere degli scritti del Machiavelli, il quale vide e present ogni sua idea sotto una forma personale, pratica, concreta. E ci, sebbene egli sia, nello stesso tempo, come giustamente osserva il signor Feuerlein, il pi obiettivo degli scrittori tale infatti che ne' suoi libri sembrano parlare gli avvenimenti stessi, donde viene la forza maravigliosa del suo stile. Questo doppio carattere, obiettivo e personale, che si trova nelle opere del Machiavelli, e ne determina la fisonomia, lo spinge di continuo ad esporre le sue teorie in forma di precetti, di consigli per regolare la condotta dell'uomo di Stato, e fa quindi ad ogni pi sospinto ricomparire, con la questione politica, anche la questione morale. Principalissima riman sempre la prima, ma la seconda non si pu sopprimere del tutto, come pare che vorrebbe fare il signor Feuerlein.
Fra coloro, che recentemente hanno scritto del Machiavelli, va prima di tutti annoverato il De Sanctis. Gi nel suo Saggio intitolato l'Uomo del Guicciardini, egli aveva esposto notevolissime considerazioni sul Cinquecento. In fine del capitolo XII della sua Storia della letteratura italiana,(683) ed in tutto il capitolo XV, discorre a lungo del Machiavelli, ed anche qui balenano a pi riprese lampi di vera luce. De' suoi predecessori il De Sanctis non si occupa punto, forse neppure li lesse, per serbare pi genuina la propria impressione. Della Biografia non dice verbo, n ci d una critica particolareggiata e distinta delle varie Opere. "Il Machiavelli, egli dice,  stato giudicato dal Principe, e questo libro  stato giudicato, non gi nel suo valore logico e scientifico, ma nel suo valore morale. Hanno detto che  un codice della tirannia, fondato sulla turpe massima, che il fine giustifica i mezzi. Molte difese sonosi fatte, ed assai ingegnose, attribuendosi all'autore questa o quella intenzione, pi o meno lodevole." "Cos n' uscita una discussione limitata, e un Machiavelli rimpiccinito. Questa critica non  che una pedanteria. Ed  anche una meschinit porre la grandezza di quell'uomo nella sua utopia italica, oggi cosa reale. Noi vogliamo costruire tutta intera l'immagine, e cercare ivi i fondamenti della sua grandezza" (pagine 106-107).
Cos noi abbiamo, in brevi parole, la condanna di quella critica, che d'una questione scientifica volle fare una questione di morale o di patriottismo. E si comprende anche la ragione per la quale le Opere non sono esaminate, ciascuna partitamente per s, ma solo in quanto servono allo scopo, che il critico si  prefisso. Sul Machiavelli scrittore, sulla sua forma letteraria, sul suo stile, come si pu facilmente immaginare, troviamo subito la solita originalit del valoroso critico. "Dove non pens alla forma, riusc maestro della forma. E senza cercarla, cre la prosa italiana (p. 104). - Nel secolo in cui la forma era la sola divinit riconosciuta, egli uccideva la forma come tale." "Appunto perch ha piena la coscienza di un nuovo contenuto, per lui il contenuto  tutto, e la forma  nulla. O per parlare pi corretto, la forma  essa medesima la cosa nella sua verit effettuale, cio nella sua esistenza intellettuale e materiale" (p. 122). E queste ultime osservazioni acquistano un vigore ed una eloquenza singolari davvero, quando egli viene a parlar della Mandragola.
Naturalmente per lo scopo principale non  qui lo scrittore, ma il pensatore. E il De Sanctis s'accinge subito a descriverlo, a riprodurlo, a ricostruirne, come dice, la immagine ideale. Se non che, egli crede di poterlo fare, fermandosi poco o punto nell'esaminare e giudicare il valore intrinseco delle dottrine. "Non  il caso di disputare della verit o falsit delle dottrine. Non fo una storia, e meno un trattato di filosofia. Scrivo la storia della letteratura. Ed  mio obbligo notare ci che si muove nel pensiero italiano, perch quello solo  vivo nella letteratura, che  vivo nella coscienza" (p. 43). E quindi, sebbene egli non resti sempre fermo a questo programma, che sarebbe davvero troppo ristretto, pure ne segue necessariamente, che assai spesso i pensieri, le contradizioni, che erano nello spirito del Machiavelli e nei suoi tempi, vengono riprodotti con una grande vivacit, ma senza occuparsi di distinguerli, di conciliarli o di giudicarli. "Passato il momento dell'azione, ridotto in solitudine, pensoso sopra i volumi di Livio e di Tacito, il Machiavelli ha la forza di staccarsi dalla sua societ, e interrogarla: cosa sei? dove vai? (p. 107). - Vide la malattia dove altri vedeva la pi prospera salute (p. 108). - Riabilitare la vita terrena e darle uno scopo, rifare la coscienza, ricercare le forze interiori, restituire l'uomo nella sua seriet e nella sua attivit, questo  lo spirito che aleggia in tutte le opere del Machiavelli" (p. 111). - Qui veramente noi abbiamo lo spirito, non del solo Machiavelli ma de' suoi tempi. Dal Boiardo in poi, il presentimento che l'Italia andava a rovina, era divenuto assai generale. Basta leggere le lettere del Vettori, per persuadersene. La riabilitazione della vita terrena era stata gi opera degli eruditi. E quanto al rifare la coscienza, ricreare le forze interiori, il Machiavelli ci pens assai poco: questo si pu dire piuttosto il lato debole delle sue dottrine. Per lui l'uomo era di sua natura cattivo, e non sperandone egli, come Lutero, la redenzione dalla fede infusa dalla grazia divina, la cercava in qualche cosa di esteriore, nelle buone leggi, nei buoni ordini, che con la forza e la minaccia della pena, lo avrebbero migliorato. N s'avvedeva che, a fare le buone leggi, ad eseguirle davvero, era necessario appunto un uomo migliore. "Risecata dal suo mondo ogni causa soprannaturale e provvidenziale, ei mette a base l'immutabilit e l'immortabilit dello spirito umano, fattore della storia. Questa  gi tutta una rivoluzione" (p. 120). Ma della immutabilit e immortabilit dello spirito umano, il Machiavelli non parl, n vi pens mai. Si occup invece dell'uomo individuo, dei partiti, dei principi, dei nobili e del popolo, non dello spirito umano, che suppone qualche cosa di affatto impersonale, cui egli non giunse mai, n vi giunse altri al suo tempo. Bisognava per ci arrivare a G. B. Vico.
Una redenzione italica, dice assai giustamente il De Sanctis, non era allora possibile. E nello stesso Machiavelli non fu che un'idea; n sappiamo che, per attuarla, abbia fatto altro di serio che scrivere un magnifico capitolo, il quale testimonia pi le aspirazioni di un nobile cuore, che la calma persuasione di un uomo politico. "Furono illusioni. Vedeva l'Italia un po' attraverso dei suoi desideri. Il suo onore come cittadino  di avere avuto queste illusioni. E la sua gloria come pensatore  di avere stabilito la sua utopia sopra elementi veri e durevoli della nazione italiana, destinati a svilupparsi in un avvenire pi o meno lontano, del quale egli tracciava la via. Le illusioni del presente erano la verit del futuro" (p. 136-137). Non sarebbe possibile dir meglio.
"Il Dio di Dante  l'amore, forza unitiva dell'intelletto e dell'atto: il risultato era sapienza. Il Dio di Machiavelli  l'intelletto, l'intelligenza  la regola della forza mondana: il risultato  scienza. Bisogna amare, dice Dante. Bisogna intendere, dice Machiavelli. L'anima del mondo dantesco  il cuore; l'anima del mondo machiavellico  il cervello. Quel mondo  essenzialmente mistico ed etico, questo  essenzialmente umano e logico (p. 126). - L'uomo vi  come natura, sottoposto, nella sua azione, a leggi immutabili; non secondo criteri morali, ma secondo criteri logici. Ci che gli si deve domandare, non  se quello che egli fa sia buono o bello, ma se sia ragionevole o logico, se ci sia coerenza tra i mezzi e lo scopo.... L'Italia non ti poteva dare pi un mondo etico, ti dava un mondo logico (p. 129). - Proporsi uno scopo, quando non puoi o non vuoi conseguirlo,  da femmina. Essere uomo significa marciare allo scopo.... Quest'uomo pu essere un tiranno o un cittadino, un uomo buono o un tristo. Ci  fuori dell'argomento,  un altro aspetto dell'uomo. Ci a che guarda Machiavelli  di vedere se  un uomo; ci a che mira,  di rifare la pianta uomo in declinazione" (p. 149). Ma si pu dir che sia veramente un uomo quegli in cui  scomparsa ogni distinzione fra il bene ed il male? Si pu dir che sia mondo umano quello in cui manca ogni elemento etico? Non  questo un darla vinta agli avversar, ai detrattori del Machiavelli, i quali mirano appunto a presentar come massime generali di condotta e di morale, quelle che sono invece di politica, per poterle cos pi facilmente condannare? "Il suo torto, comunissimo a tutti i grandi pensatori," dice pi volte il De Sanctis, "non  nel sistema,  nell'averlo esagerato, esprimendo tutto in modo assoluto, anche ci che  essenzialmente relativo e mutabile." "Il machiavellismo, in ci che ha di assoluto e di sostanziale,  l'uomo considerato come un essere autonomo e bastante a se stesso, che ha nella sua natura i suoi fini e i suoi mezzi, le leggi del suo sviluppo, della sua grandezza, della sua decadenza, come uomo e come societ" (p. 152). Ma se una volta si ammette che le dottrine del Machiavelli si riferiscono non solamente allo Stato ed all'uomo politico in ispecie, ma alla societ, all'uomo ed alle sue azioni in genere, allora il considerare le sue massime come generali ed assolute, non  pi la esagerazione,  invece la conseguenza logica del sistema, che rimane senza possibile difesa.
Una cosa bisogna tenere ben ferma. Il Machiavelli s' occupato dell'arte dello Stato e dell'uomo politico, avendo continuamente di mira l'Italia de' suoi tempi. Il problema dell'uomo in genere e del suo destino, non se lo  mai posto; lo ha anzi lasciato assolutamente da parte. In ci sta tutta la sua difesa e la sua accusa. La difesa, perch la condotta delle azioni politiche deve essere guidata dalla ragione, dalla logica, non dal sentimento; deve mirare sopra tutto a raggiungere il fine propostosi. L'accusa, perch, se nell'azione politica l'uomo non scomparisce del tutto, non potr neppure scomparir mai del tutto il carattere, il valore morale di essa. E qui abbiamo non l'esagerazione, ma il lato intrinsecamente debole, erroneo del sistema. Su di ci il De Sanctis non si  fermato abbastanza, e per la sua critica pi di una volta oscilla incerta fra tendenze opposte. Un tale difetto per  assai diminuito dalle descrizioni vivaci, eloquenti, vere che egli fa dello spirito del Machiavelli, del suo pensiero. "La sua patria mi rassomiglia troppo all'antica divinit, e assorbe in s religione, morale, individualit. Il suo Stato non  contento di essere autonomo esso, ma toglie l'autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i diritti dello Stato, mancano i diritti dell'uomo" (p. 150). Qui in poche parole noi abbiamo un concetto fedele del sistema, che ne contiene in germe anche la critica, perch ne pone in luce il difetto fondamentale. Ma queste esposizioni e descrizioni veridiche, eloquenti, quasi divinatrici, che assai spesso ci fa il De Sanctis, sollevano una quantit di domande, di problemi che la sua critica lascia insoluti. E quindi il lettore, nello stesso tempo ammirato ed attonito, rimane dubbioso ed incerto(684).
Anche il signor H. Baumgarten, di cui la scienza deplora la perdita recente, ha nella sua nuova e bella Storia di Carlo V, ripreso in esame il Principe.(685) In verit egli si occupa pi di combattere le opinioni altrui, che di esporre e sostenere la propria, la quale  un ritorno alla questione morale ed alla critica puramente storica. Abbiamo da capo il Machiavelli cinico, corrotto, senza fede, senza patriottismo, in mezzo ad un popolo pi corrotto ancora. Si pensa pi a condannare l'uomo che a giudicare il valore scientifico dello scrittore, che pur  riconosciuto come il primo pensatore politico del secolo.
Il Baumgarten comincia coll'attaccare il Ranke, quando afferma che il Principe scaturisce dalla situazione politica dell'Italia nel 1511, e ha di mira il disegno di formare uno Stato nuovo per Giuliano o Lorenzo dei Medici. Si rivolge poi contro di me e contro tutti quelli che sostengono la stessa opinione. Questa secondo lui , almeno in parte, confutata dalla lettera del 10 dicembre 1513, nella quale il Machiavelli dice chiaro, che allora aveva gi scritto il suo libro, e lo andava correggendo.  poi, egli aggiunge, una contradizione manifesta il supporre, che il libro abbia un carattere generale, e sia nello stesso tempo ispirato da un fatto particolare, che non perde di vista.
La disputa sulle date possiamo qui ritenerla superflua, tanto pi che vi abbiamo altrove risposto.(686) Ma che il Principe sia in relazione con i disegni fatti per Giuliano e Lorenzo, risulta cos manifesto dalle lettere del Machiavelli e dal libro stesso, che  veramente difficile capire come mai l'acuta intelligenza del Baumgarten non volesse riconoscerlo. N v' poi bisogno di dimostrare, che un libro pu essere ispirato da un fatto particolare, ed avere ci nonostante un carattere generale.  forse assolutamente necessario che esso sia o tutto teorico e generale o tutto pratico e speciale? Il concetto del Principe era gi nella mente del Machiavelli, quando i disegni fatti per Giuliano e Lorenzo lo indussero a scriverlo. Scrivendolo, era assai naturale che un uomo come lui s'elevasse ad un'altezza scientifica. Quando l'ebbe finito, domand a s stesso ed agli amici, se era o no opportuno dedicarlo ai Medici.
Il Baumgarten per osserva: Quali erano i disegni fatti per Giuliano e per Lorenzo noi lo sappiamo. Si parlava di Parma e di Modena, di Ferrara, di Urbino; si mirava anche a Siena ed a Napoli. Per attuare uno qualunque di questi disegni, sopra tutto poi volendo anche riunire l'Italia, bisognava fare i conti con la Germania, con la Spagna, con la Francia, senza le quali non si poteva allora muovere un passo nella Penisola. Eppure il Machiavelli, che di ci discorreva continuamente nelle sue lettere, non disse una sola parola nel Principe; non accenn neppure alla condotta che bisognava tenere verso Venezia e gli altri Stati italiani. La verit  che il libro non prese mai di mira una situazione politica determinata, e quindi non era necessario parlare di ci che in casi determinati si sarebbe dovuto fare.
Ma i disegni discussi e proposti per Giuliano e per Lorenzo, come giustamente osserva lo stesso Baumgarten, erano molti, e variarono di continuo. La situazione politica dell'Italia e dell'Europa mutava anch'essa di giorno in giorno, d'ora in ora. Il Machiavelli poteva, doveva parlarne nelle lettere, le quali discutevano solo le questioni del momento che fuggiva; sarebbe stato superfluo, inopportuno parlarne in un libro, che, appena finito, avrebbe trovato gi tutto mutato. Si ferm quindi in esso a discutere solamente di ci che un Principe nuovo avrebbe, in ogni caso, dovuto fare: riunire, coordinare, formare lo Stato, armarlo di proprie armi. Dopo di ci si sarebbe potuto pensare ad allargarlo, e sarebbero sorte le questioni internazionali, che non era possibile prevedere e determinare anticipatamente. Tutto ci non esclude il doppio carattere del Principe, il quale certamente, pur dando precetti generali, mirava al caso speciale di Giuliano e di Lorenzo. Ed aveva ben ragione il Ranke quando disse, che se questo non si riconosce, non  possibile capirne pi nulla.
Quello che poi al Baumgarten pare assurdo addirittura,  il carattere di Principe liberatore, che, senza ombra di ragione secondo lui, si  voluto attribuire al personaggio ideato dal Machiavelli. Che volgare visionario, egli esclama, avrebbe questi dovuto essere, per credere Leone X, Giuliano e Lorenzo capaci d'innalzarsi fino ad un cos grande, eroico disegno! E con che mezzi si doveva attuare? Nel capitolo V del Principe  scritto, che, a voler sottomettere le citt libere, bisogna distruggerle. Ma allora quale ecatombe di repubbliche non sarebbe stata necessaria in Italia, per unirla? Poteva il Machiavelli voler distruggere anche Firenze? Questa sarebbe una enormit cui non arriv lo stesso Cesare Borgia, il quale se uccise i suoi mal fidi alleati, non distrusse mai le citt. Armare di proprie armi il nuovo Stato? Ma non aveva lo stesso Machiavelli, il 10 agosto 1513, scritto al Vettori, che sarebbe stata cosa da ridere, perch, dalle spagnuole in fuori, "non sono in Italia armi che vagliano un quattrino"?
Sfortunatamente il Baumgarten credette di poter esaminare il Principe, senza metterlo in relazione con le altre opere del Machiavelli, con le quali  cos strettamente connesso, che senza di esse non  possibile farsene un concetto chiaro. Egli quindi non si ricord neppure che tutta l'Arte della Guerra  fondata sulla convinzione profonda, che se avessero adottato gli ordini militari di Roma, gl'italiani avrebbero riacquistato l'antico valore, ed avuto una fortuna simile alla romana. Ed il 10 marzo 1526 non scriveva egli allo stesso Vettori, dimostrando una grande fiducia che Giovanni delle Bande Nere potesse allora armare e riunire gl'Italiani sotto la sua bandiera? E quando, poco dopo, Firenze s'apparecchi a difendersi contro l'esercito imperiale, non ritornava egli a sperare nella sua Ordinanza? N  poi vero che egli dica proprio in modo assoluto, che a sottomettere le citt libere, bisogna distruggerle. Nei Discorsi, ed anche nel capitolo V del Principe, citato dal Baumgarten,  scritto che bisogna: o distruggerle (e intende i cittadini potenti e liberi, non le citt), o andarvi ad abitare, o porvi un governo di pochi. In ogni modo poi il Baumgarten ha avuto torto di non ricordarsi di ci che assai giustamente osserv il Burckhardt, che cio il difetto del Machiavelli non era un eccesso di logica e di coerenza, ma il lasciarsi troppo facilmente trascinare da una fantasia indomabile. Contradizioni in lui ve ne sono, e non bisogna pretendere di sopprimerle. Chi potr mai supporre, osserva il Baumgarten, che il Machiavelli parlasse con tanto disprezzo, come fa nel Principe, degli Stati ecclesiastici, se il libro fosse stato davvero destinato ai Medici? Ma nelle Storie fiorentine, scritte per commissione di Clemente VII ed a lui dedicate, non dice egli ripetutamente, che i Papi furono la rovina d'Italia, avendole impedito sempre di riunirsi?
Dopo tutto ci, non deve far nessuna maraviglia, se arrivato all'ultimo capitolo, in cui il concetto del Principe liberatore apparisce in modo da non poterlo pi mettere in dubbio, il Baumgarten si trovi costretto a dire, che esso  una fantastica bizzarria, la quale apparisce improvvisamente, senza avere connessione alcuna col resto del libro. - Forse, egli aggiunge, questo  il solo capitolo destinato a Lorenzo, forse il Machiavelli lo scrisse sperando di potere con questa patetica esortazione guadagnarsene l'animo? - Eppure aveva detto poco prima, che sarebbe stato affatto puerile il supporre i Medici capaci di comprendere un cos nobile ed eroico disegno, e commuoversi per esso. In conclusione tutto il male, secondo il Baumgarten,  venuto dall'aver voluto prendere sul serio la esortazione finale, e ci s' fatto perch era il solo modo di redimere quanto v'ha di enorme, di crudele, d'immorale in tutto il libro. Una tale interpetrazione, che non ha nessun serio fondamento,  divenuta popolare dopo che l'Italia fu liberata per opera della Casa di Savoia, il che sembr confermare il preteso sogno eroico del Machiavelli. Ma questi in realt non sent mai nessun bisogno di giustificare la sua politica con un grande scopo patriottico e morale. E quando lo avesse sentito, non avrebbe di certo nascosto il proprio pensiero in modo, che ci vollero tre secoli per scoprirlo.
Lasciando qui da parte che la interpetrazione patriottica del Principe  assai pi antica, che non suppone il Baumgarten, che cosa dunque, secondo lui, voleva il Machiavelli, che scopo, che valore ha il Principe? La politica del Rinascimento era senza morale, senza scrupoli, fatta nell'interesse dei principi, non dei popoli. Questa relazione artificiale del sovrano coi sudditi, parve al Machiavelli normale, e volle ridurla a sistema. Ma egli rese la politica del suo tempo anche peggiore che non era, con esempi cavati dall'antichit. Sperava cos di trovar favore appresso i Medici, veri rappresentanti di quella politica iniqua, che egli cercava perci di giustificare. "Uno Stato che abbia un fondamento etico, non esisteva pel Machiavelli, il quale nella vita pubblica e nella privata, non riconosceva l'impero della morale." ["Einen auf sittlichen Grundstzen gesttzten Staat gab es auch fr seine Gedanken nicht, da dieselben weder im privaten noch iim ffentlichen Leben von sittlichen Geboten wussten" (p. 635)]. "Si  detto che egli seppell il Medio Evo, ed inizi la politica moderna. Pu darsi, ma  una politica, la quale fa astrazione da tutto ci che  fondamento necessario della societ moderna, il Cristianesimo cio e le relazioni internazionali."
Il Baumgarten vide assai chiara la stretta relazione che passa fra il Machiavelli ed i suoi tempi; ma lo confuse troppo con essi, tanto che la personalit ed originalit sua ne svanisce quasi del tutto. Se infatti i tiranni di quel tempo, senza altra mira che il loro personale interesse, non ebbero nessuna grande importanza storica; se la politica d'allora fu solamente corrotta, senza nessun vero, reale valore; se il Machiavelli non fece altro che provarsi a giustificarla, per mero egoismo, senza nessun alto concetto scientifico, senza nessun principio di morale, di patriottismo, d'onore, quale pu mai essere il significato, il merito d'una dottrina cos priva d'ogni fondamento? A che si riduce il merito di questo grande pensatore politico, che lo stesso Baumgarten, a giusta ragione, chiama il primo del suo secolo? Perch mai egli stesso ha creduto di doversi cos a lungo occupare del Principe in una storia di Carlo V? Come mai questo libro ha potuto esercitare una cos grande, continua azione nella politica e nella letteratura? L'enigma ricomparisce, senza trovare una risposta. Non ostante il suo ingegno e la sua dottrina, non ostante molte giuste osservazioni, il Baumgarten non  riuscito, come sembr credere, a diminuire il valore delle osservazioni e dei giudizi del Ranke, n ha dato, secondo noi, un passo innanzi nella critica del Machiavelli.
Noi possiamo ora concludere, che non v' lato da cui il Machiavelli non sia stato, pi o meno accuratamente, esaminato; ma le contradizioni non sono scomparse, n siamo quindi arrivati ad un giudizio universalmente accolto come definitivo. La ragione principalissima di ci  stata che gli scrittori, anche i pi autorevoli, lo hanno troppo spesso esaminato da qualcuno solamente dei molti lati dai quali egli si presenta. Chi ha cercato la spiegazione dell'enigma nello studio dei tempi; chi nel carattere dell'uomo; chi, trascurando l'esame dell'uomo e della vita, s' fermato invece alle opere, ed ha in esse voluto vedere o solo il repubblicano o solo il sostenitore del principato; chi non ha visto che la questione politica, e chi l'ha invece confusa colla questione morale. Ma sotto qualunque di questi aspetti esclusivi si guardi il Machiavelli, la sua fisonomia, ne vien sempre alterata, ed il suo vero carattere riman sempre inesplicabile. Solo un esame fatto da tutti i lati, sotto tutti gli aspetti, non dimenticando mai di distinguere ci che  principale da ci che  secondario; in altri termini solo una vera e propria biografia pu sperare di avvicinarci finalmente alla soluzione del difficile problema. Tentativi di questo genere non mancarono di certo. Ma le prime biografie furono semplici compilazioni, senza ricerche originali, senza neppure cercare di trar profitto da quelle indagini precedenti, che avevano messo in nuova luce qualche parte del soggetto. Il signor Pris pose innanzi alla sua traduzione di tutte le opere del Machiavelli (1823-26) una sua Histoire de Machiavel,(687) compilata semplicemente colle notizie raccolte nell'Elogio scritto dal Baldelli (1794), e nelle prefazioni alle edizioni delle Opere, venute alla luce nel 1782 e 1796 in Firenze, e nel 1813 colla data d'Italia. L'anno 1833 fu pubblicato a Parigi, in due grossi volumi, il lavoro da noi pi volte citato del signor Artaud. Sebbene composto con grandissima perseveranza e pazienza, anch'esso  privo d'ogni originalit, cos nelle ricerche storiche, come nei giudizi dati sulle opere. D'allora in poi, per lungo tempo, nessuno s'arrischi pi a scrivere una nuova biografia del Machiavelli, tale non potendosi dire neppure il libro del signor Mundt (1861), che ci d piuttosto considerazioni sulle opere e sulle dottrine. Il centenario celebrato a Firenze l'anno 1869, ed un concorso bandito in quella occasione, dettero nuovo stimolo a moltissime pubblicazioni fatte in Italia sul Machiavelli, fra le quali vanno annoverate anche quattro nuove biografie. Ma di questi recentissimi lavori e specialmente delle biografie, scritte la pi parte da amici o conoscenti, io non credo di dover qui fermarmi a parlare, per ragioni che il lettore intender facilmente.(688)
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FINE.